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L'Ospedale Tradizionale

Come si è evoluto l'ospedale nel tempo. Dall'800 al '900

di Micaela Bonito 6 dicembre 2006

L'evoluzione della professione infermieristica nel contesto socio-sanitario italiano tra '800  e '900


Argomenti trattati: Introduzione - Eredita' del passato: l'ospedale tradizionale


Eredita' del passato: l'ospedale tradizionale

Nella prima metà del XIX secolo la società italiana mantenne nel complesso una fisionomia tradizionale. L'Italia era ancora un Paese sostanzialmente povero e fondamentalmente arretrato.
Nel secolo precedente, il 1700, vi era stato un miglioramento delle condizioni di vita, segnalato dal calo della mortalità e dall'innalzamento della speranza di vita alla nascita; ma  questo miglioramento non fu nè omogeneo nè rapido. In realtà molti vivevano in condizioni di povertà e di sottoalimentazione, aggravate spesso dalla massiccia urbanizzazione che seguì il processo di industrializzazione del Paese.
L'analfabetismo era largamente diffuso; le condizioni igienico-abitative erano spesso precarie e in molte realtà mancavano un adeguato sistema fognario e un acquedotto sicuro. Per molte famiglie il fabbisogno alimentare rimaneva un problema quotidiano, aggravato dalla piaga della disoccupazione e dalla tenuità dei salari.  La mortalità rimaneva comunque elevata soprattutto nei primi anni di vita e non erano ancora state debellate le principali patologie come la malaria, la pellagra e la tubercolosi, che rappresentavano un vero e proprio flagello e che erano fondamentalmente legate alle condizioni di povertà e di malnutrizione.
        
In questo periodo l'ospedale conserva ancora la fisionomia del vecchio nosocomio settecentesco e manteneva fondamentalmente una funzione di ricovero. 
Da un punto di vista architettonico gli ospedali in genere non rispondevano a esigenze di tipo sanitario: quasi sempre a nuove realizzazioni  si preferirono continui riadattamenti e ristrutturazioni di edifici preesistenti, nati con funzione diversa, monumentali ma spesso inadatti come spazi, percorsi, arredi alla cura degli infermi e al rispetto di criteri igienici e di salubrità ambientale.
Il quadro nosologico prevalente era caratterizzato da patologie di origine infettiva o carenziale come la pellagra, la malaria, le malattie dermatologiche e gastroenteriche e le patologie dell'apparato respiratorio tra cui spiccava la tubercolosi.
I successi della medicina erano scarsi e molte guarigioni avvenivano più per il naturale decorso della malattia che per merito dei rimedi adottati, i quali erano spesso più nocivi che utili.
Le terapie comunemente usate si basavano  su pochi medicamenti classici: la china, il chinino, la digitale, l'oppio, i digestivi erano tra le sostanze più comuni; un buon vino era considerato ottimo rimedio per molti mali; i purganti drastici e i  "vomitivi" erano usati d'abitudine; il sanguisugio e ancora di più il salasso erano  oggetto di vero e proprio abuso.
La chirurgia era ancora pericolosa. Le pratiche più tradizionali erano le amputazioni, la riduzione di fratture, la puntura di globi vescicali: A volte venivano effettuati interventi più complessi come erniotomie o parti cesarei ma i risultati erano spesso disastrosi. I tentativi di interventi addominali e toracici erano quasi sempre letali. 
Le abilità del chirurgo erano la velocità e la robustezza, per compensare la scarsa emostasi e la contrattura muscolare del paziente, causata dal dolore. Terminato l'intervento i margini della ferita venivano riaccostati e veniva  effettuata la fasciatura. La setticemia e la gangrena spesso accompagnavano il decorso post-operatorio e la mortalità era elevata.

All'interno degli ospedali l'assistenza infermieristica era affidata a tradizionali  figure di serventi o di "infermiere" (sovente questi due termini erano usati come sinonimi). Descritte come rozze, sporche, analfabete, dedite all'ubriachezza e alla licenziosità, in molti casi esse non avevano neppure alloggi propri ma dormivano vicino alle corsie e ivi prendevano i pasti.
Nessun ospedale aveva posto l'obbligo per le infermiere di possedere la licenza elementare; spesso ci si accontentava che la donna sapesse appena leggere e scrivere e in molti casi non era richiesto neppure quello. Le attività svolte da queste infermiere erano di tipo domestico e di basso livello professionale: l'igiene del malato, la somministrazione del vitto, la pulizia degli ambienti, l'applicazione di sanguisughe, l'esecuzione di clisteri, la medicazione di piaghe...
Anche gli infermieri uomini erano numerosi all'interno degli ospedali (soprattutto manicomiali) dove espletavano funzioni per le quali era necessaria, piuttosto che una specifica preparazione professionale, la mera forza fisica.
Spesso essi appartenevano al ceto dei contadini giornalieri e consideravano il lavoro in ospedale come occupazione provvisoria, spesso intercambiabile con quella dei campi nei periodi invernali o di bassa attività agricola. Contemporaneamente a quello ospedaliero spesso gli infermieri esercitavano anche il mestiere del calzolaio o del facchino; in altri casi la scelta di questo lavoro era stata dettata dalla disoccupazione ed avveniva che spesso essi abbandonassero l'ospedale non appena si offrisse loro un posto migliore o meglio retribuito.
Oltre al personale laico l'assistenza agli infermi era affidata  anche a tradizionali figure religiose principalmente con compiti di controllo, di sorveglianza e di gestione economica del reparto a cui erano assegnate.
Quasi sempre le infermiere entravano in ospedale senza alcun tipo di preparazione specifica ed erano "promosse" alla cura dei malati dopo un breve tirocinio (in media di circa tre mesi) al servizio di lavanderia.
In alcune realtà più evolute erano per la verità stati istituiti dei corsi di preparazione che gli infermieri avrebbero dovuto frequentare per poter svolgere il servizio di assistenza ai malati.

L'obbligo di istituire i corsi, così come l'organizzazione degli stessi non erano soggetti a nessuna direttiva centrale, cioè da parte dello Stato, ed erano lasciate completamente alla discrezionalità delle singole amministrazioni ospedaliere.
Durata del corso, materie di insegnamento, programmi, scelta dei docenti, requisiti minimi per poter frequentare erano i più vari e mancava un indirizzo comune che garantisse un livello minimo di preparazione.
L'insegnamento era basato per lo più su nozioni teorico-cliniche non comprensibili, nè interessanti, per infermieri che spesso non sapevano nemmeno leggere e scrivere. Non erano previste forme di tirocinio pratico o di addestramento degli allievi e gli insegnanti erano esclusivamente medici.

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