LA SVOLTA: LA RIFORMA DELL'ASSISTENZA
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Innovazioni per la figura dell’infermiera
La riforma dell'assistenza infermieristica italiana va collocata dunque entro questi due binari: da un lato lo sviluppo in senso tecnico-scientifico della medicina; d'altro lato la più generale ondata riformista ed igienista che investì la società italiana di fine '800 e che culminò con la legge di Riforma sanitaria Crispi-Pagliani del 1888.
In uno squarcio di tempo relativamente breve divenne palese l'esigenza di avere a disposizione, all'interno degli ospedali, un personale in grado di rispondere in modo competente alle "nuove" domande della medicina da un lato e di un'utenza più esigente dall'altro.
L'assistenza infermieristica era vista come un cardine fondamentale per il buon funzionamento della macchina sanitaria e gli infermieri vennero ad essere parte integrante di una complessa strategia di sanità pubblica che si strutturava in una piramide di competenze e di responsabilità a cominciare dal Direttore generale di sanità, ai medici condotti, a quelli ospedalieri alle ostetriche e vigilatrici, fino agli infermieri.
Ma a questi cambiamenti gli infermieri erano preparati?
Era sotto gli occhi di tutti come, mediamente, il personale che lavorava negli ospedali italiani non possedesse i requisiti necessari ai mutamenti che erano andati maturando nè come scolarità minima, nè come estrazione sociale, nè tantomeno come preparazione specifica.
La realtà assistenziale italiana era ancora critica: l'assistenza offerta ai pazienti era scarsa e la manodopera infermieristica non riusciva a coprire neppure quantitativamente il fabbisogno reale.
La necessità di una vera e propria riorganizzazione del personale infremieristico cominciò ad essere argomento di discussioni e dibattiti anche parlamentari e molte voci di contemporanei si levarono per denunciare lo scarso livello qualitativo dell'assistenza italiana e per promuovere azioni di miglioramento e di riassetto del mondo infermieristico.
E' di Anna F. Celli, moglie di quel dott. Angelo Celli che tanta parte ebbe nella sanità pubblica italiana del periodo, una delle prime proposte concrete per la nascita di una figura di infermiera "nuova", vista come alternativa a quella tradizionale di servente, negligente ed inesperta.
In alcuni suoi articoli ormai famosi la Celli individua, come causa principale del basso livello dell'assistenza erogata, il cattivo reclutamento degli infermieri, quasi sempre ancora appartenenti agli strati più umili della società.
Con rammarico ella scrive che ancora pochissime ragazze della borghesia o di classi sociali più elevate si dedicavano alla professione infermieristica.
Agli inizi del secolo infatti le giovani donne preferivano diventare maestre piuttosto che infermiere poichè l'insegnamento, al contrario del lavoro in ospedale, era considerata una occupazione rispettabile per ragazze colte e di buona famiglia.
"Fare l'infermiera- dirà la Celli- non è considerata una professione per una ragazza che ha una certa cultura. Fare l'infermiera vuol dire fare l'inserviente o peggio."
L'articolo non è solo una denuncia di ciò che non va ma rappresenta anche uno dei primi tentativi programmatici, suggerendo delle sfere di possibili interventi all'interno del mondo infermieristico, interventi capaci di risanarne le fondamenta.
Uno dei principali obiettivi dell'autrice è l'elevazione morale e culturale delle infermiere, raggiungibile solo attraverso una radicale trasformazione del sistema formativo.
Questa trasformazione doveva essere attuata con l'istituzione di scuole professionali di livello superiore, in grado di fornire alle allieve una adeguata preparazione specifica ed un ambiente formativo che favorisse il miglioramento anche morale delle infermiere.
Nei primi anni del secolo altri tentativi di modernizzazione e di miglioramento del sistema assistenziale erano stati portati avanti.