Una storia semplice di Leonardo Sciascia: trama e analisi

Una storia semplice di Leonardo Sciascia: trama e analisi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Una storia semplice: analisi, trama e recensione del giallo di Leonardo Sciascia incentrato sui temi della mafia e della droga

1Introduzione a "Una storia semplice"

Marlon Brando in una scena del film "Il Padrino"
Marlon Brando in una scena del film "Il Padrino" — Fonte: ansa

L’impegno degli scrittori per descrivere e denunciare i misfatti della Mafia, della Camorra e di tutta la criminalità organizzata, ha radice antica. Sciascia (con Una storia semplice, ma anche con altri romanzi), Camilleri, Saviano ne hanno fatto una loro battaglia personale attraverso la letteratura: perché la Mafia è una cultura, anzi la peggiore deformazione della cultura italiana e deve essere combattuta intanto attraverso l’educazione a un nuovo Umanesimo. Purtroppo essa esercita un fascino sinistro: il suo potere, i suoi codici, le sue leggi, la sua terrificante violenza hanno ispirato film e serie TV che, se da una parte hanno contribuito a chiarirne alcune dinamiche, dall’altra l’hanno avvicinata alla nostra sensibilità e, in parte magari, l’hanno anche nobilitata. Si pensi, ad esempio, a film come Il padrino, vera e propria epopea della Mafia tra Italia e America. O al più recente Romanzo criminale.   

Salvatore Riina, figlio del bosso mafioso Totò Riina
Salvatore Riina, figlio del bosso mafioso Totò Riina — Fonte: ansa

È come, per intenderci, stimare il cancro per la sua impressionante capacità di demolire un organismo, nonostante tutte le cure e le contromisure: stimiamo il nemico più che combatterlo? Finirà quasi che facciamo il tifo per lui. E il cancro, sappiamo, va dove può attecchire con maggior violenza. La Mafia nella sua missione di sostituirsi allo Stato ha sviluppato una rete di rapporti impressionante e una sua economia, oltre che una giustizia. È un organismo estremamente complesso che regola l’illegalità. Come combatterlo? Forse un esercito di insegnanti, di gente nuova. Tra le molteplici iniziative culturali contro la Mafia - tra cui, per l'appunto, Leonardo Sciascia con il suo Una storia semplice - non si può non ricordare il libro L’impoetico mafioso, un’antologia poetica firmata da 150 poeti, un vero manifesto di cultura nuova e di denuncia senza se e senza ma. Il libro è stato ideato e curato da Gianmario Lucini, poeta di Sondrio, recentemente scomparso. È iniziativa recente che Salvatore Riina abbia pubblicato un libro su suo padre, il famigerato boss Totò Riina: forse anche la Mafia ha scelto di rispondere culturalmente agli attacchi degli intellettuali. 

2Leonardo Sciascia, Una storia semplice: trama

Ma qual è la trama di Una storia semplice di Leonardo Sciascia? Il romanzo inizia con una telefonata alle 9.37 del 18 marzo, vigilia della festa di San Giuseppe. Al telefono un ex diplomatico italiano, dalla voce calma e suadente, che chiede del questore. Il telefonista passa la telefonata all’ufficio del commissario, che sta infilandosi il cappotto; risponde in sua vece il brigadiere. Si tratta di Giorgio Roccella e dice di aver trovato una cosa nella sua abitazione, una cosa non meglio specificata. Chiede che si vada da lui il prima possibile: abita in contrada Cotugno. Il commissario appare lievemente turbato: quel Giorgio Roccella non era in paese da tempo, si pensava fosse addirittura morto: ha una casa in città ormai abbandonata, come pure abbandonato è il villino di campagna da dove era arrivata la telefonata. Sembra strano, molto strano che sia tornato in paese. «Se vuole vado a controllare», dice il brigadiere. Ma il commissario dice che è uno scherzo, certamente; magari, se aveva tempo, poteva passarci l’indomani.   

Ritratto di Leonardo Sciascia
Ritratto di Leonardo Sciascia — Fonte: ansa

Il giorno dopo, il brigadiere e due agenti salgono al villino, in contrada Cotugno, per vedere se Roccella è in casa: lo trovano morto, riverso sulla scrivania, in uno scenario che solo per un attimo fa pensare al suicidio. Roccella ha davanti a sé un foglio su cui è scritto: «Ho trovato». Si tratta delle sue ultime parole? C’è il punto alla fine della frase e la penna stilografica è chiusa, segno che Roccella aveva concluso quel che doveva dire: una «finezza dell’assassino». Qualcosa non torna: la posizione della pistola, per terra, rispetto alla mano destra, ferma sul foglio. Balisticamente impossibile. Era una messinscena malcurata, e quel punto sul foglio ne era una prova.  

Ma da parte dell’assassino, quel punto non era poi un errore: per la tesi del suicidio, che si sarebbe certamente affacciata (il brigadiere ne era sicuro), da quel punto sarebbero stati estratti significati esistenziali e filosofici, e specialmente se la personalità dell’ucciso avesse offerto un qualche addentellato.

Leonardo Sciascia, Una storia semplice

Il villino è grande, abbandonato sì, ma qualcuno vi stava abitando o vi aveva abitato da poco: c’erano bicchieri sporchi di vino e mozziconi di sigaretta. Dalla cucina si andava verso il solaio attraverso una scala «stretta e buia». Il brigadiere la sale, esitante, accendendo un fiammifero dopo l’altro. Nel solaio il brigadiere si muove tra divani sfondati, sedie, poltrone; e ritratti di santi. Sceso, con uno degli agenti fa il giro esterno della casa: ci sono impronte fresche di pneumatici nello spiazzo antistante. Intorno, i magazzini: il brigadiere nota che i catenacci sono nuovi

Francobollo con Leonardo Sciascia
Francobollo con Leonardo Sciascia — Fonte: ansa

La trama di Una storia semplice continua sulla scena del delitto, dove arrivano tutti: giornalista, medico, fotografo, il procuratore della Repubblica, un nugolo di agenti di Polizia con il questore e i carabinieri con il loro colonnello. Il questore insinua subito che si tratti di suicidio, ma il brigadiere tenta di intervenire; viene zittito subito: che scriva tutto nel rapporto. Ma il brigadiere di polizia va dal brigadiere dei carabinieri: gli confida tutti i suoi sospetti. Domenica mattina partono le indagini: Giorgio Roccella è un diplomatico in pensione che aveva vissuto a lungo a Edimburgo. Non era mai tornato in Italia, per circa quindici anni, se non per morirvi la sera del 18 marzo 1989.  

Non si tratta di suicidio: il questore ne sembra quasi irritato. Lunedì mattina compare il commissario, che si era reso introvabile per un paio di giorni a causa della festa di San Giuseppe. Dopo aver parlato col questore, torna irritato dal brigadiere. Insieme ricevono la visita di Carmelo Franzò, professore in pensione e vecchio amico della vittima. Il professore racconta: Roccella gli aveva fatto un’improvvisata, poiché si era ricordato (ed era tornato apposta) di un pacchetto di lettere di Garibaldi al suo bisnonno e di un altro di Pirandello a suo nonno. Roccella voleva lavorarci su, trarne forse un libro da pubblicare. Aveva chiesto all’amico professore una mano nella ricerca, ma questi non era potuto andare. La sera Roccella l’aveva chiamato dal villino: era intanto sorpreso che ci fosse il telefono. Poi diceva che in solaio aveva trovato un quadro, anzi il famoso quadro rubato qualche tempo prima. La deposizione del professore prosegue, il commissario lo ascolta infastidito. Entra il questore, ex alunno del Franzò, che ricostruisce la vicenda insieme al commissario.  

Il magistrato scoppiò a ridere. «L'italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…». «L'italiano non è l'italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto». La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio.

Leonardo Sciascia, Una storia semplice

Accade un fatto strano: un treno «di solito carico di studenti» al semaforo precedente la stazione trova rosso. Il rosso non muta. La ferrovia corre a fianco alla strada nazionale. Solo una macchina, una Volvo, si ferma a chiedere se tutto sia a posto: il capotreno chiede all’automobilista di salire alla stazione di Monterosso e di svegliare il capostazione, forse addormentato. La Volvo s’inerpica verso la stazione e non torna indietro. Il segnale resta rosso. Capotreno e alcuni passeggeri salgono verso la stazione e, una volta arrivati, scoprono che capostazione e manovale sono stati assassinati. Polizia e carabinieri si mettono alla ricerca dell’uomo della Volvo che, dopo aver appreso alla radio quanto accaduto, va in questura spontaneamente. L’uomo è rappresentante farmaceutico. Il commissario gli chiede se per caso venda «eroina, cocaina, oppio». 

Foto di Leonardo Sciascia
Foto di Leonardo Sciascia — Fonte: ansa

L’automobilista racconta solo quel che ha visto: bussato ai vetri del capostazione, questi gli apre e lui riferisce del treno fermo; all’interno vede altri due uomini intenti ad arrotolare una sorta di tappeto. Il commissario decide di trattenere l’uomo della Volvo: «abbiamo da fare tanti accertamenti». L’interrogatorio viene poco dopo ripreso nell’ufficio del questore, ed è l’occasione per un nuovo punto della situazione insieme al magistrato inquirente. Nello stesso giorno, arrivano il figlio e la ex moglie della vittima. Il figlio vuole sapere della morte del padre, mentre la ex moglie è lì solo per il patrimonio. L’incontro è spiacevole, molto, per tutti i presenti. 

Tuttavia il figlio di Roccella fa il nome di Padre Cricco, un prete che di tanto in tanto scriveva al padre per aggiornarlo sullo stato dei suoi possedimenti. Padre Cricco viene interrogato dal commissario: dice che non ha mai avuto le chiavi del villino e che, secondo lui, Roccella si era suicidato. Ma il brigadiere interviene e con acume fa notare che il suicidio era impossibile. Si procede a un’altra perquisizione del villino insieme al figlio e alla ex moglie di Roccella, e al professor Franzò che il brigadiere ha premura di andare a prendere in macchina. Appena arrivati, una sorpresa: i catenacci non ci sono più e i magazzini sono spalancati; dentro, un odore chimico, impossibile da definire, ma famigliare. Il brigadiere chiede l’intervento della scientifica, il commissario acconsente, e ordina poi al brigadiere di fare da guida nel villino. 

Foto di Leonardo Sciascia
Foto di Leonardo Sciascia — Fonte: ansa

Tuttavia, quando sono prossimi alla famosa scaletta del solaio, il commissario va per primo: sale rapido e sicuro la scaletta e accende la luce. Il brigadiere capisce tutto. nella strada di ritorno il professor Franzò e il brigadiere, parlano di quel che è accaduto. Entrambi sanno. Giunti a casa, ne parlano: il commissario è implicato, questo è ovvio, è probabilmente lui l’assassino. Il giorno dopo, commissario e brigadiere sono insieme al tavolo da lavoro: con una scusa il commissario si alza: vuole pulire la sua pistola. Il brigadiere capisce e riesce, nascondendosi dietro il giornale che sta leggendo, a non far vedere che l’ha presa anche lui. Il commissario gli spara, ma più veloce di lui è il brigadiere che evita il colpo, tira a sua volta e l’uccide. Il brigadiere viene chiamato dal questore: qui c’è la ricostruzione finale

Il brigadiere viene ascoltato e la storia regge: ma la sparatoria mortale (e per legittima difesa) con il capo della polizia viene bollata come «incidente», in via precauzionale. Nel finale l’uomo della Volvo viene rilasciato; mentre esce dal carcere incrocia Padre Cricco che gli chiede se si siano mai visti. Lui risponde di no, impossibile. Ma poi ci riflette e si ricorda: era l’uomo che credeva essere il capostazione… però, cosciente di cacciarsi in un grosso guaio, se ne va via. Termina così Una storia semplice di Leonardo Sciascia.