Ultime lettere di Jacopo Ortis: trama e analisi

Ultime lettere di Jacopo Ortis: trama e analisi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Ultime lettere di Jacopo Ortis: analisi dettagliata, commento e sintesi del celebre romanzo epistolare di Ugo Foscolo, con analisi dei personaggi

1Introduzione alle Ultime lettere di Jacopo Ortis

«Comparve Jacopo Ortis. Era il primo grido del disinganno, uscito dal fondo della laguna veneta, come funebre preludio di più vasta tragedia». Con queste parole Francesco De Sanctis saluta l’ingresso di Ugo Foscolo nella sua Storia della letteratura italiana, scegliendo il nome del protagonista della prima opera di rilievo dello scrittore greco-veneziano, le Ultime lettere di Jacopo Ortis, il personaggio che meglio ne rappresenta intemperanza, passionalità e audacia al punto che il confine tra biografia e finzione letteraria risulta sfumato.

«[Foscolo] sfogò il pieno dell’anima nel suo Jacopo Ortis» (De Sanctis) e lo fece scegliendo il genere del romanzo epistolare, molto in voga in quegli anni, grazie al capolavoro di Goethe, I dolori del giovane Werther (1774), un modello tenuto ben presente. Inoltre occorre dire che, pur essendo un’opera giovanile, Foscolo lavorò alle Ultime lettere di Jacopo Ortis per circa un ventennio, quindi anche nel pieno della sua maturità poetica. Correggeva, ampliava, tagliava, cambiava: a mano a mano emergeva l’immagine sempre più nitida di quel giovane sé stesso, ribelle e indomito, di tragica alfieriana grandezza.

Ritratto di Ugo Foscolo in bianco e nero
Ritratto di Ugo Foscolo in bianco e nero — Fonte: getty-images

La prima edizione delle Ultime lettere di Jacopo Ortis è a Bologna nel 1798; l’editore Marsigli aspettava che Foscolo consegnasse la parte finale dell’opera, così da ultimare la pubblicazione. Gli Austro-Russi incalzano e Foscolo, ufficiale dell’esercito napoleonico, interrompe la stesura per andare a combattere. L’editore, che crede nel romanzo, affida gli appunti dell’autore ad Angelo Sassoli: sarà lui a completare il romanzo. L’opera viene pubblicata nel 1798 a insaputa dell’autore, di cui si può immaginare il disappunto non appena ha notizia di quanto accaduto. Sconfessata l’opera, la ripubblica nel 1802 a Milano, revisionata e col titolo odierno, Ultime lettere di Jacopo Ortis. La ripubblicherà ancora due volte: a Zurigo (1816) e a Londra (1817).     

L’Ortis offre una meditazione sulla politica, sulla filosofia, sull’oblio e la morte, sulle virtù, sulla storia. Da un punto di vista concettuale, e certamente politico in senso ampio, Ortis è un eroe risorgimentale, e vede la Storia toccare il destino del singolo; il protagonista è disperato per il momento storico che sta vivendo: questo aspetto manca nel Werther, e sarà ripreso da Manzoni. Ultime lettere di Jacopo Ortis è un libro che certamente soffre il fatto di essere stato il primo tentativo di romanzo italiano e la prima opera compiuta di Foscolo: tuttavia lo è stato per la forma scelta, ma il linguaggio, ancora intriso di lirismo, lo assimila alla confessione di un’anima romantica. È comunque opera potente di un Foscolo che mostrava a tutti, e per primo a sé stesso, la tempra della sua anima guerriera.

2Il genere del romanzo epistolare

Il romanzo epistolare è un romanzo composto interamente da lettere (dal latino epistula). Epistolari esistono sin dall’antichità (raccolte di lettere, abbiamo quelli di Cicerone, Seneca, Petrarca, Boccaccio), ma un antico parente del romanzo epistolare sono le Heroides di Ovidio. Il romanzo epistolare vero e proprio si affermò però nell’Inghilterra del 1700. Abbiamo Pamela, o la virtù premiata di Samuel Richardson (1740) e, dello stesso autore, Clarissa (1748). In Francia Giulia, o la nuova Eloisa di Jean-Jacques Rousseau (1761); in Germania I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe (1774); in Italia le Ultime lettere di Jacopo Ortis (1817, terza ed.) e Storia di una capinera (1871) di Giovanni Verga.  

Appartengono a questo genere anche due capolavori del gotico, con personaggi destinati a entrare nell’immaginario collettivo: Frankenstein ovvero il moderno Prometeo di Mary Shelley (1818) e Dracula di Bram Stoker (1897). Il romanzo epistolare può essere formato da lettere di un solo personaggio, come nel Werther e nell’Ortis (cioè non abbiamo le risposte dei destinatari, ma solo quelle del protagonista), o di più personaggi (in questo caso, nel romanzo sono presenti le risposte dei destinatari). Il romanzo epistolare ben si presta a una forte immedesimazione per il carattere intimistico delle lettere. È una finzione narrativa, ovviamente, una struttura che apre una finestra privilegiata sull’interiorità dei personaggi.  

3La trama delle Ultime lettere di Jacopo Ortis

Statua in bronzo raffigurante Napoleone Bonaparte
Statua in bronzo raffigurante Napoleone Bonaparte — Fonte: ansa

Le prime parole del libro Ultime lettere di Jacopo Ortis sono di Lorenzo Alderani al lettore: cerca la sua benevolenza e affida alla sua compassione la storia del suo caro amico, morto suicida. La vicenda prende il via l’11 ottobre del 1797, in coincidenza con il Trattato di Campoformio: il giovane Ortis, patriota veneziano e sostenitore di Napoleone Bonaparte, scrive disperato all’amico Lorenzo: «Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia». Con il Trattato, infatti, Venezia è stata ceduta alla nemica Austria; Napoleone si è rivelato un traditore degli ideali di libertà. Jacopo è nelle liste di proscrizione: se catturato, rischia di essere messo a morte.

I colli Euganei
I colli Euganei — Fonte: ansa

Esule e ramingo, fugge sui Colli Euganei. È disperato, solo, tradito nei suoi ideali più alti. Qui vive in solitudine, cercando poche volte la compagnia della gente del posto, leggendo Plutarco. Conosce Teresa, che desta una fortissima impressione in lui. Sente l’anima in tempesta, travolta dalla sensazione di aver incontrato una donna fatale. Ma la fanciulla è promessa sposa di Odoardo, giovane colto, educato, ma freddo, poco incline a passioni autentiche. Jacopo si intrattiene spesso nella casa di Teresa, insegna a leggere e a scrivere a Isabella, sorellina di Teresa. Si sente sereno. Durante una gita ad Arquà per visitare la tomba di Petrarca, Teresa gli confessa che non ama Odoardo, ma dovrà sposarlo per non disubbidire al padre. 

Intanto Odoardo lascia i Colli Euganei. Dopo un breve passaggio a Padova, Jacopo, torna da Teresa: l’affetto si fa sempre più forte e i due infine, si baciano: «Sì, Lorenzo! – dianzi io meditai di tacertelo – Or odilo, la mia bocca è tuttavia rugiadosa – d'un suo bacio – e le mie guance sono state inondate dalle lagrime di Teresa. Mi ama – lasciami, Lorenzo, lasciami in tutta l'estasi di questo giorno di paradiso» (lettera del 14 maggio 1797, ore 11). Quel momento così sublime turba entrambi: Teresa trema quando vede il padre, sentendosi scoperta; Jacopo è preda della malattia d’amore. Sente che è necessario mettersi in viaggio. 

La basilica di Santa Croce a Firenze
La basilica di Santa Croce a Firenze — Fonte: ansa

Va a Bologna, a Milano, dove incontra Giuseppe Parini, con cui ha un intenso colloquio; a Firenze, dove visita la Basilica di Santa Croce; e poi è a Ventimiglia, dove medita con lucidità e pessimismo sulla storia e sui destini dell’uomo; vorrebbe andare in Francia, ma desiste. Tocca Alessandria, Rimini, Ravenna: qui visita la tomba di Dante, il grande poeta esule, come esule era lui.

Apprende la notizia che Teresa e Odoardo si sono sposati; Ortis medita allora il suicidio e si accinge a pianificarlo nei dettagli. Fa ritorno ai Colli Euganei, si chiude nello studio, esaminando tutte le sue carte: ne distrugge alcune. Va dalla madre, per un ultimo abbraccio. Non manca di scrivere due ultime meravigliose lettere: una a Lorenzo e una a Teresa. Predisposta ogni cosa, si uccide. Gli ultimi istanti della vita del protagonista ci sono raccontati nella ricostruzione di Lorenzo. 

3.1In breve

  • La vicenda va dall’11 ottobre 1797 alla notte tra il 25 e il 26 marzo 1799.
  • Jacopo Ortis, giovane patriota, in coincidenza col trattato di Campoformio, deve abbandonare Venezia e si rifugia sui Colli Euganei.
  • Sui Colli Euganei conosce Teresa, di cui s’innamora. Ella, però, per volontà paterna, è promessa sposa di Odoardo, un uomo in apparenza perfetto, ma arido.
  • Jacopo e Teresa si frequentano: scoprono di piacersi, le loro anime sono affini. In un momento di tenerezza, arrivano a baciarsi.
  • Jacopo abbandona i Colli Euganei per non turbare l’amata; gira ramingo per l’Italia: tocca Padova, Bologna, Firenze, Milano, Rovigo, Ravenna, Ventimiglia. Informato del matrimonio tra Odoardo e Teresa, capisce che la sua vita non ha più speranze e medita il suicidio.
  • Pianifica con cura il suicidio: saluta la madre, poi torna sui Colli Euganei: vuole salutare Teresa. Scrive due ultime lettere, una per l’amata e una per l’amico Lorenzo. Predisposta ogni cosa, si toglie la vita piantandosi un pugnale nel cuore.

Sì, Teresa, io vivrò teco; ma io non vivrò se non quanto potrò vivere teco. Tu sei uno di que' pochi angioli sparsi qua e là su la faccia della terra per accreditare la virtù, ed infondere negli animi perseguitati ed afflitti l'amore dell'umanità.

Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis

4Ultime lettere di Jacopo Ortis: i personaggi

Ritratto di Vincenzo Monti
Ritratto di Vincenzo Monti — Fonte: ansa

Jacopo Ortis: protagonista del romanzo Ultime lettere di Jacopo Ortis. Il nome Ortis viene da Girolamo Ortis, studente universitario che si suicidò nel 1796. Questo fatto spinse Foscolo a farne il protagonista della sua opera, cambiando solo il nome in Jacopo. Giovane, ribelle, esule, ramingo e perseguitato dalla sorte, animato dall’amor di patria, innamorato di una donna che non potrà mai ricambiarlo, Ortis è sempre alla ricerca di un significato ultimo dell’esistenza. Per lui l’amore, la patria, la poesia rappresentano illusioni necessarie per poter vivere la vita con trasporto, anche se è sempre in agguato il senso di vanità.

Teresa: la donna amata, l’oggetto di contesa. Forse specchio di Teresa Pikler, moglie del poeta Vincenzo Monti, ma forse, e più probabilmente, di Isabella Roncioni, promessa sposa al marchese Pietro Bartolomei. Teresa è dolce, tenera, anche sensuale, descritta con grazia stilnovistica, ma con fine realismo prosaico. Rappresenta l’illusione della felicità amorosa, il vagheggiamento sublime di un’anima inquieta come Ortis, che riversa su di lei tutto il suo desiderio di felicità. 

Odoardo: è l’antagonista di Jacopo; è un brav’uomo, in fondo. Colto, eloquente, preciso, affidabile, ma sempre con l’oriuolo in mano. Inoltre è ricco. Il padre di Teresa guarda soprattutto a questo. Jacopo mette in risalto la sua aridità interiore, la sua incapacità di capire davvero la sua fidanzata, che è infelice al suo fianco. Jacopo, al suo contrario, sa chi è Teresa, cosa prova, cosa vive, mentre Odoardo no. Per questo Jacopo lo vede come usurpatore, e quindi anche noi lettori.

Lorenzo Alderani: l’amico del protagonista oltre che fittizio editore del libro. Nel nome possiamo intravedere un omaggio di Foscolo a un autore inglese da lui molto amato: Laurence Sterne. La sua personalità può essere dedotta solo attraverso Jacopo e dai pochi interventi diretti che compie nel libro. Guarda con tenerezza all’amico: cerca di dissuaderlo dai suoi eccessi, dalle sue smanie. Accoglie i suoi sfoghi e le sue intemperanze. Il suo affetto è sincero e si unisce alla coscienza di una profonda diversità rispetto a Jacopo. C’è in Lorenzo già un filo, se non di disincanto, di pacato e sofferto distacco, che, accentuato, sarà un aspetto del Foscolo più maturo.

Altri personaggi sono Isabellina (sorella di Teresa), il Signor T***, (padre di Teresa), la madre di Jacopo e Michele.

5La visione della realtà nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis

Foto di Cesare Pavese
Foto di Cesare Pavese — Fonte: ansa

«Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualsiasi amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla». Sono parole di un grande scrittore morto suicida, Cesare Pavese, e sono adatte per accostarci alle Ultime lettere di Jacopo Ortis, il cui protagonista, voce potente e imperfetta, confida le illimitate speranze e illimitate disperazioni della gioventù.   

«Le sue illusioni, come foglie di autunno, cadono ad una ad una, e loro morte è la sua morte, è il suicidio» (De Sanctis). Disperato l’amore, perché i suoi sentimenti sono giganteschi, e bramano di arginare il nulla che gli sta invadendo la vita e che combatte, da giovane poeta guerriero, disposto all’annientamento di sé stesso pur di dirsi libero.

Fieramente disilluso della vittoria, vince morendo, assomigliando molto a Catone uticense, suicida per la libertà, custode del Purgatorio dantesco, e citato in modo sibillino da Ortis poco prima di suicidarsi. Ma libertà da che cosa? Libertà dalle illusioni, libertà dall’obbligo di essere determinati a vivere nell’infelicità, libertà dal meccanicismo naturale. Si compie, dunque, un processo di disillusione continua che significa avanzare nelle esperienze della vita facendo propria la nullità del tutto. L’arrivo delle Ultime lettere di Jacopo Ortis è il pessimismo cosmico, si potrebbe dire, in riferimento alle riflessioni che farà in seguito Leopardi. L’ultima illusione a cadere è proprio Teresa ed è lì che il suicidio si prospetta con insistenza. Sembrerebbe solo un suicidio per amore. Ma il nulla in cui lo precipita questa disillusione è verità.   

Ritratto di Giuseppe Parini
Ritratto di Giuseppe Parini — Fonte: ansa

Il pessimismo sugli ideali politici (e quindi sul patriottismo) lo ritroviamo nel dialogo di Jacopo con Parini, che sostiene: «Un giovane dritto e bollente di cuore, ma povero di ricchezze, ed incauto d’ingegno quale sei tu, sarà sempre o l’ordigno del fazioso, o la vittima del potente». E la patria intanto giace morta, nel lucido bilancio che Ortis redige nella lettera da Ventimiglia (19 e 20 febbraio 1798): «Così grido quand'io mi sento insuperbire nel petto il nome Italiano, e rivolgendomi intorno io cerco, né trovo più la mia patria». Si fa strada, a questo punto, la coscienza di un meccanismo perverso: «Ma poi dico: Pare che gli uomini sieno fabbri delle proprie sciagure; ma le sciagure derivano dall'ordine universale, e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente a' destini».  

Statua di Ugo Foscolo presso la Basilica di Santa Croce
Statua di Ugo Foscolo presso la Basilica di Santa Croce — Fonte: ansa

Appare strettissima la connessione tra delusione storica e concezione meccanicistica della Natura, che nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis appare spesso lugubre e inospitale: «Ho vagato per queste montagne. Non v'è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de' viandanti assassinati…». L’agire umano appare sempre velleitario poiché difetta dell’eternità. La condizione umana è desolante: Ortis sente la necessità di una patria e al tempo stesso capisce che in un’ottica cosmica tutto si annichilisce; la storia stessa non è che uno dei meccanismi della Natura: «Noi argomentiamo su gli eventi di pochi secoli: che sono eglino nell'immenso spazio del tempo? Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi di straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto. L'universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell'altra».

La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.

Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis

Infine ecco Ortis rivolgersi sdegnoso alla Natura, non diversamente dal Leopardi di A Silvia o del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: «O natura! hai tu forse bisogno di noi sciagurati, e ci consideri come i vermi e gl'insetti che vediamo brulicare e moltiplicarsi senza sapere a che vivano? Ma se tu ci hai dotati del funesto istinto della vita sì che il mortale non cada sotto la soma delle tue infermità ed ubbidisca irrepugnabilmente a tutte le tue leggi, perché poi darci questo dono ancor più funesto della ragione? Noi tocchiamo con mano tutte le nostre calamità ignorando sempre il modo di ristorarle. Perché dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? dove mai troverò gli uomini diversi dagli uomini?»

Quest’ultima domanda è il segno, nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, di una delusione totale nei confronti dell’umanità, del suo progresso: Ortis non riesce a risollevarsi da questa delusione. Ci riesce faticosamente l’autore: Foscolo, con orgoglio, si affida al valore della memoria (è importante il tema della tomba) e all’arma più potente che l’uomo ha contro l’oblio: la poesia. Per questo nel finale del carme Dei Sepolcri l’ultima immagine, con forza profetica, spetta a Omero, allegoria di tutti i poeti, che racconterà ascoltando il sussurro delle tombe la storia di Ettore, l’infelice eroe dell’Iliade, ormai reso eterno dalla poesia, almeno fintanto che esisterà l’uomo sulla terra.