Far ballare la gente con la sola forza delle mani e due piatti da dj,
godere nel vedere la pista che si muove, la gente che suda e si diverte,
un disco dopo l'altro, una notte dopo l'altra, costantemente dentro
al suono. Il suo nome è Ferdinando ma tutti lo conoscono come
dj Pandaj, un nome che gli fu dato dai suoi amici: "In ogni quartiere
che si rispetti, da adolescenti tutti hanno un soprannome, ed il mio
era Panda", racconta, "quindi, quando iniziai la carriera
mi venne spontaneo, decisi di portare il mio soprannome nei dancefloor:
Pandaj".
Gli inizi per Pandaj sono tutti in salita, pochi mezzi e poche possibilità
di farsi ascoltare. "A casa mixavo con un giradischi a cinghia
di mia madre, un lettore cd e un mixer improbabile", ricorda.
Poi nel '95 la svolta, Ferdinando va a Londra e scopre la scena dei
club underground, era il '95 e un nuovo genere musicale avrebbe rivoluzionato
il dance floor: il drum'n'bass.
"Tornai a Milano carico di nuove vibrazioni, in quel momento partì
la carriera da dj", dice. Il primo risultato fu l'apertura al Leoncavallo
dello showcase di Goldie e Storm davanti ad un pubblico di 6000 persone:
"Tremavo sul palco ma andò benissimo".
Un anno dopo arrivò a Milano dj Shadow, fece una performance
che fece scattare in dj Pandaj proprio quella molla di cui necessitava
per evolversi. Pandaj comincia a farsi conoscere e far ballare la gente
in diversi posti d'Italia: Milano, Roma, Bologna, Torino. Nel 2001 vince
il premio come miglior dj-produttore ad Arezzo Wave.
Il suono della sua musica definito abstract-hip hop è un viaggio
sonoro pieno di contaminazioni e carico di energia. "Abstract per
me è un concetto, creare suoni, atmosfere oscure, rarefatte e
dilatate, attraverso l'uso di campionamenti, eco e delay, proiettando
l'ascoltatore in una dimensione surreale, che coinvolge il corpo e la
mente nel divertimento come nella riflessione", ci spiega. "Il
mio pensiero è legato alla cultura della strada dove i ragazzi
usano la musica o la politica per comunicare il disagio sociale in cui
vivono con un linguaggio del tutto personale".
I set caratterizzati dall'abbinamento del suono con le immagini diventano
sempre più completi e coinvolgenti. "Considero le mie produzioni
e la musica che suono molto cinematica, penso che il pubblico debba
avere la possibilità di vedere la musica oltre ad ascoltarla".
Eppure molti pensano che suonare con i piatti sia molto più semplice
che suonare uno strumento classico. "Bisognerebbe provare a capire
cosa significa lo scratch e imparare a farlo. Mi rendo conto che l'universo
dei dj è molto vario: ci sono selezionatori, fotomodelli/e, fuffe,
grandi manager di se stessi, figli di papà, non musicisti e paraculi,
quindi è facile farsene un'opinione negativa. Il djing per me
è un'arte, e solo divulgandolo come cultura si può far
capire il suo messaggio".
Con un disco e un video in uscita, due date a Londra nel prossimo anno,
varie collaborazioni con musicisti jazz, per la sua concezione della
musica, Pandaj può essere considerato per eccellenza musicista
del nuovo Millennio.
Gianluca Vitiello da TRIBU#12, GEN*005