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Questioni di stile: PERSOVANITY



"Quando dico che è mia, è mia!". Sono buoni tutti a spacciare per propri maglie, jeans, scarpe e borse che qualche furba azienda ha pensato e poi rivenduto come "look del momento". Ci vuole davvero poco a scegliere dall'immensa vetrina che è diventata l'offerta moda oggi, l'abbinamento bello per la scuola, per la palestra, per la discoteca.
Ma come ci rimaniamo male però, se nella stessa stanza qualcun altro/a ha scelto la nostra stessa identica maglietta.

E' l'incubo della massificazione che vi attanaglia? L'idea di essere una pecora simile a tante altre pecore del gregge? Fate bene. E allora personalizzatevi, mettetevi un marchio di fabbrica che sia solo vostro e poi, se la cosa vi dà gusto e quindi la fate bene, provate a far sì che questo marchio diventi quello di altri.
C'è per esempio chi ha pensato che "essere una borsa" è la via verso la distinzione sociale: Be a Bag. Una borsa personalissima, che permette di portare o far portare a tracolla la propria foto. E, perché no, anche quella del fidanzato, delle vacanze, del cane...
Alla foto del cuore sulla maglietta ci eravamo abituati. Persino farsela stampare sul cuscino o sulla tazzona della prima colazione non è più una novità. Poi arriva questa tizia inglese, Anya Hindmarch e fa la stessa cosa sulle borsette.

Cosa vuol dire portare addosso se stessi o regalare a qualcuno un oggetto che gli parlerà davvero di voi? Vuol dire avere coraggio. Il coraggio di spiegare ciò che vuoi dire e di spiegarlo a chi ti chiede perché hai quella roba addosso.
E' facile farlo se sei famoso e conosciuto da tutti, come zio Armani che ha sfilato in passerella a chiusura di una delle sue mega-galattiche sfilate, con una T-shirt che aveva stampata sopra la sua faccia. Mmmhh... più difficile se devi stamparti la tua faccia di Paola o Marco qualunque su una maglia e portarla in giro come l'uomo/sandwich che pubblicizza sé stesso.
Quindi non c'è via d'uscita? Anonimato e branco a vita? Non la pensa così Metroicon, al secolo Emanuele G., esperto osservatore di tendenze metropolitane nell'omonimo blog http://metroicon.splinder.com: "Personalizzare è una delle massime espressioni dello stile, nonchè una delle tendenze del momento, magari perchè in questo periodo c'è una forte ricerca della propria individualità, una fuga dall'omologazione.

Un jeans è un jeans, una maglia è una maglia. Ma un accessorio è davvero "tuo", e quel jeans diventa il tuo jeans, quella maglia, la tua maglia", afferma.
Metroicon ce l'ha con gli stilisti che si sono ben accorti della tendenza e così fioriscono i robottini da attaccare alle borse (Prada) o i dadi scintillanti (Dior).
"Ma", dice, "spendere un patrimonio per un oggetto del genere è senza senso: il valore intrinseco di un robot Prada è infimo, mentre il suo prezzo quasi proibitivo. Invece creare da soli i propri accessori non solo è decisamente più economico e fonte di soddisfazioni ("che bello quel bracciale, dove l'hai comprato?" "l'ho FATTO IO!"), ma è anche una dimostrazione della propria storia, del proprio io".
Il nostro guru del fashion non dimentica poi il vintage. "E' facile trovare un buon accessorio (o dei componenti per le proprie creazioni) nei mercatini, a prezzi abbordabili. I banchetti di vecchia bigiotteria possono essere un'ottima fonte di spille, bracciali, orecchini da personalizzare o usare in modo insolito (sui jeans, sulle borse, sui cappelli...).
La mia personale regola: ogni outfit dovrebbe prevedere un solo accessorio importante se si vuole creare un effetto "chic", oppure un numero ricercatamente "troppo" elevato per effetti "barocchi" e "kitsch-chic"" Niente vie di mezzo, insomma".
"Ma le regole, si sa, sono fatte per essere infrante, perciò quello che ho appena detto non conta proprio un bel niente!", conclude Metroicon.

Più pessimista l'opinione di Chiarula, al secolo Chiara Rivelli, che ha deciso di creare dei deliziosi braccialetti in madreperla australiana, personalizzati da vendere on-line nel suo sito www.chiarula.it: "I miei braccialetti sono unici, tutti diversi perché la madreperla dà sempre sfumature differenti e anche perché su ogni bigliettino che viene incluso c'è l'indicazione del mio stato d'animo il giorno in cui l'ho realizzato. I ragazzi/e li trovano belli e li vorrebbero. Unica cosa che li frena è il prezzo: li vendo a 15, ma trovano che sia troppo".
Chiarula non capisce perché poi gli stessi sono pronti a spenderne 2 al giorno per cambiare suoneria al cellulare - ma anche questo è un altro esempio di personalizzazione, si potrebbe suggerire.
"Sono tutti un po' omologati e guardano veramente poco cosa gli sta bene. Se no non si spiegherebbe il successo dei jeans di Richmond, quasi come se la scritta RICH fosse un'identità, e quello degli orrendi stivali Ugg. Cose tra l'altro, piuttosto care. Personalmente sono fiera di produrre qualcosa di originale, non di massa, che in qualche modo personalizza e dà carattere a chi lo porta, oltre ad essere una cosa comoda e carina", conclude.
E adesso, come in Matrix, la scelta è vostra: pillola blu personalizzazione, pillola rossa... beh, ci siamo capiti no?

Emanuela Cerri, che scrive di moda anche su 54studio54.giovani.it
da TRIBU#11, DIC*004