Maturità 2016: tema di attualità svolto. Traccia su confine e limiti naturali

Di Marta Ferrucci.

Traccia svolta della prima prova maturità 2016 sui Significati del confine – Limiti naturali, storici e mentali da un brano di Piero Zanini

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"Il confine indica un limite comune, una separazione tra spazi contigui; è anche un modo per stabilire in via pacifica il diritto di proprietà di ognuno in un territorio conteso. (...)". Così inizia il brano proposto dal Miur per la traccia della Tipologia D - Tema di ordine generale da un testo di Piero Zanini, architetto che si occupa, oltre che di architettura, anche di antropologia e geografia. Il brano è stato tratto da "Significati del confine - I Limiti naturali, storici, mentali" - Edizioni scolastiche Mondadori, Milano 1997.

Tracce svolte

TEMA DI ATTUALITA' SVOLTO SU PIERO ZANINI: SIGNIFICATO DEL CONFINE

L’uomo è separato sempre da un altro uomo, c’è una linea che circoscrive l’esistenza di ognuno, una linea che può essere astratta, fittizia o disegnata sulle cartine geografiche. Un segno nero e spesso divide l’Italia dalla Francia, uno più lieve la Puglia dalla Basilicata e poi guidando in macchina ci si ritrova davanti ad un cartello in cui il nome della città è sbarrato in rosso. Nulla, però, sembra cambiare perché la strada sterrata rimane la stessa, così l’albero che cresce un po’ di qua e un po’ di là. Come si sviluppa e a cosa serve un confine?

Dentro il recinto l’uomo si riconosce perché ha una sua lingua, una sua cultura, un suo schema mentale, fuori, invece, c’è la disappartenenza, un sentimento di esclusione che l’uomo, animale sociale, non può sopportare a lungo. I confini sono sociali, infatti, non geografici. Una catena montuosa non sempre separa, un fiume non sempre divide. È l’uomo che traccia confini, che separa e divide, perché solo ciò che è umano può essere davvero straniero, scriveva Wistawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996. Ed è vero, solo l’uomo si sente straniero fuori dal confine che lui stesso si è preoccupato di tracciare, quel confine che da una parte separa, dall’altra unisce. L’uccello, non sapendolo, vola sopra un confine, le erbacce crescono non rispettandolo. L’uomo, invece, ha bisogno di un passaporto, di un paese d’origine.

Poi c’è il mare, per eccellenza confine naturale, che separa terre, nazioni, continenti e allontana inesorabilmente. Un mare che troppo spesso ormai ingoia vite, uomini, donne e bambini che scavalcano il loro confine perché la terra madre non protegge più e anzi, uccide.

E si diventa così agli occhi degli altri, ma anche di se stessi stranieri, emigranti, diversi. Non c’è più l’ambiente familiare, ma solo l’insicurezza di essere in un posto nuovo e sconosciuto in cui riconoscersi diventa estremamente complicato. Strano, estraneo, straniero è l’uomo che scavalca il proprio confine per varcare una frontiera. Piero Zanini spinge a riflettere sulla differenza tra i termini confine e frontiera: il confine indica un limite comune, una separazione tra spazi contigui […]la frontiera rappresenta, invece, la fine della terra, il limite ultimo.

Negli ultimi mesi c’è una frontiera di cui non si è fatto altro che parlare, quella del Brennero e lo scrittore Paolo di Paolo titola un articolo su l’Espresso in maniera piuttosto eloquente: “Cristo si è fermato al Brennero” e si chiede se l’idea di comunità europea stia davvero morendo al largo della Sicilia, a Idomeni o lì al Brennero.

Forse, però, è la mancanza di empatia che rende l’Europa così fredda e distante, forse è l’incapacità di mettersi nei panni degli altri, nel chiedersi “io cosa vorrei se fossi al loro posto”. Forse è lo sbaglio di dire noi e loro, perché chi siamo noi e chi loro? È il confine che lo decide? Non siamo banalmente carne e ossa tutti quanti? L’uomo che attraversa il Mediterraneo su un barcone, il politico di turno seduto alla sua scrivania o tu che stai leggendo un giornale seduto al fresco del tuo terrazzo? Carne, ossa e qualche pensiero. È solo un disinteressato caso che ha messo il primo in Siria, l’altro in Parlamento e te in una città come Roma, o Bologna, in un Paese che ti ha insegnato questa lingua, questa cultura e che ti ha inserito dentro questi schemi mentali. Io è un altro, scrive Rimbaud, e significa che l’altro è proprio dentro di noi perché l’uomo è scisso, sfaccettato e il confronto con l’umanità è inevitabile, ma anche necessario per capirsi meglio.

L’uomo non fa altro che esistere sul confine di qualcosa, non fa altro che trovarsi tra; tra l’essere bambino e adulto, tra il giusto e l’erroneo, tra il volere e il potere. Tutte le esistenze sono vissute sul confine di qualcosa, tutte sono vissute sul bordo, sul bordo di se stessi.