Tracce prima prova, tema svolto su De Mauro ed il rapporto tra lingua e cultura

Di Vincenzo Lisciani Petrini.

Tema svolto su Tullio De Mauro, il linguista scomparso da poco, ed il rapporto tra lingua e cultura per la prima prova 2017

Riflessione iniziale

Il 5 gennaio del 2017 è morto Tullio De Mauro (classe 1932), uno dei più grandi linguisti italiani. La sua morte ha lasciato un vuoto profondo nel panorama culturale italiano, sebbene molti oggi associno per metonimia il suo nome solo al vocabolario; perché c’è IL, celebre dizionario Italiano-Latino, il GI, il suo corrispettivo Greco-Italiano e c’è il De Mauro, vocabolario della lingua italiana per eccellenza. Non si pensa molto a quel che ci vuole per comporre un’opera simile e all’obiettivo che essa intende perseguire. Tullio De Mauro oltre che linguista, era devoto alla nostra cultura letteraria, un patrimonio di cui essere orgogliosi. A interessarlo era proprio la parola, quel logos da cui tutto comincia, il punto nevralgico in cui l’uomo scopre sé stesso, perché la lingua dà forma ai nostri pensieri, rendendoli visibili, tangibili, comunicabili e, quindi, discutibili. Infatti nelle Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica (1975).
De Mauro afferma che «lo sviluppo delle capacità linguistiche affonda le sue radici nello sviluppo di tutt’intero l’essere umano, dall’età infantile all’età adulta, e cioè nelle possibilità di crescita psicomotoria e di socializzazione, nell’equilibrio dei rapporti affettivi, nell’accendersi e maturarsi di interessi intellettuali e di partecipazione alla vita di una cultura e comunità». Su questo particolare asse profondamente umanistico è tutta la sua ricerca. Leggiamo, infatti, nell’articolo di un suo allievo, Raffaele Simone:

Il contributo di Tullio de Mauro è stato tanto geniale e ricco che nei giorni scorsi la stampa ha penato a descriverlo, e alla fin dei conti non ci è riuscita, cavandosela con formulette insipide e imprecise. Lo si è descritto come «l’uomo della lingua italiana», «l’amico della scuola», «il professore di lingua e letteratura» (sic) e in altri modi improbabili.
Per farsi un’idea del suo contributo, bisogna immaginarselo come uno che ha unito la scienza linguistica “alta”, che ha praticato da maestro, con i suoi riflessi e i suoi sbocchi anche ai livelli più concreti, e che, a partire dal cruciale interesse per il linguaggio e il comunicare, ha gettato luce su tanti ambiti più o meno distanti. In questo intreccio, De Mauro ha investito una cultura in cui la salda formazione classica (con evocazioni finanche risorgimentali e una forte componente crociana) si intesseva con la modernità più avanzata; la linguistica tendeva la mano a varie scienze che sentiva affini, di cui era esperto o con cui talvolta civettava (filosofia, matematica, logica, fisica, psicologia, biologia, informatica, economia, demografia). (R. Simone, su l’Espresso, 16 gennaio 2017)

Lettura dei documenti e ricerca su internet

Tullio De Mauro
Tullio De Mauro — Fonte: ansa

Il rapporto lingua-cultura è strettissimo, sempre al centro di tutta la riflessione del grande linguista. Subito il mondo della cultura si è profuso in necrologi (sic!): molte parole pronunciate spesso per puro dovere. In questo mare colpiscono, però, per acutezza e sensibilità quelle del Presidente Mattarella: «un lutto che colpisce tutta la nostra comunità (…) De Mauro è stato un intellettuale appassionato, un fine studioso, un italiano che non ha esitato, quando gli è stato richiesto, a mettere la propria esperienza e le proprie capacità a servizio delle istituzioni della Repubblica (…) La sua testimonianza resterà nel Paese, nella società, nelle università, come una spinta all'impegno e come un rafforzativo del valore educativo della scuola, così decisivo per il nostro futuro». Tullio De Mauro è stato, infatti, Ministro dell’Istruzione, uno dei pochi a essere davvero competente sulla scuola e l’università: prassi poco di modo ultimamente. Prima di addentrarci in alcune delle sue riflessioni leggiamo uno stralcio dal profilo scritto da Francesco Erbani per Repubblica:

De Mauro con Napolitano nel 2006 all'Accademia dei Lincei
De Mauro con Napolitano nel 2006 all'Accademia dei Lincei — Fonte: ansa

"I suoi contributi linguistici sono insostituibili. Sia quelli più specialistici, sia quelli che si allargano su orizzonti più ampi. La Storia linguistica dell'Italia unita uscita da Laterza in occasione del centenario dell'Unità, nel 1961, (più volte ripubblicata, fino al prolungamento della Storia linguistica dell'Italia repubblicana del 2014, sempre Laterza) non è una storia della lingua italiana, è una storia degli italiani e della lingua che essi parlano, la storia di come siano diventati progressivamente padroni di una lingua comune, da analfabeti che in gran parte erano. È la storia sociale, demografica e culturale di una comunità, del rapporto fra città e campagna, fra città piccole e città grandi, di come l'emigrazione interna sia stato un gigantesco fattore di consolidamento del tessuto unitario, linguistico e non solo, e di come, anche procedendo al galoppo, il Paese abbia trascinato forme vecchie e nuove di arretratezza". (F. Erbani, su repubblica.it, 5 gennaio 2017).

De Mauro ha riflettuto a lungo su cosa significhi una buona cultura di base, che la scuola dovrebbe dare a ognuno, dimostrando come siano necessari dei cambiamenti da perseguire a ogni costo se si vuole tentare di aumentare la consapevolezza dei cittadini italiani non solo del loro bagaglio storico-letterario (importante certo), ma soprattutto dell’attitudine a leggere il presente, a saperlo decifrare e discutere, così da essere in grado di migliorare nella partecipazione pubblica e nella cooperazione a una società migliore. Sapere usare le parole, saper dare forma ai propri pensieri e capire quel che ci viene detto è condicio sine qua non di ogni democrazia. Commentando le ricerche di Vittoria Gallina sull’analfabetismo degli italiani, De Mauro avvertiva:

"Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra: sono analfabeti totali. Trentotto su cento lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta semplice e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione, ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona indecifrabile. Tra questi, il 12 per cento dei laureati. Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea".

Comincia a delinearsi meglio il problema della lingua, del suo insegnamento e del suo rapporto con la cultura di base, bussola che permette un orientamento efficace nella società contemporanea: «La democrazia vive se c’è un buon livello di cultura diffusa. Se questo non c’è, le istituzioni democratiche – pur sempre migliori dei totalitarismi e dei fascismi – sono forme vuote», ha detto sempre De Mauro in un’intervista a Piero Ricca per Il fatto quotidiano. A preoccupare non è solo la scuola che deve lavorare con massima abnegazione in un contesto davvero difficoltoso, ma è il dialogo interfamiliare che sta venendo meno; si parla sempre di meno nelle case, si legge sempre di meno. Pertanto il distacco progressivo della società italiana dai cambiamenti politici nasce anche da questo disinteresse al dialogo e allo scambio di opinioni maturato già tra le mura domestiche. Porre un rimedio non è semplice: gli strumenti a disposizione restano la scuola e la società, partendo dalla sua prima cellula, che è appunto la famiglia.

E invece la scuola resta essenziale in questo processo. "L'italiano ha un congegno più complicato dell'inglese o del francese, richiede un controllo che la scuola può offrire. Ancora oggi una consapevolezza piena la si acquisisce alle superiori, quando queste funzionano bene. Il che non è sempre vero: soprattutto il triennio finale è rimasto molto indietro. I programmi non sono stati aggiornati e l'impianto è troppo segmentato in discipline e poco attento alle competenze trasversali ".Come giudica il progetto di riforma del governo Renzi? Non la chiamerei riforma. Sono provvedimenti collaterali che non toccano l'impianto complessivo. È positivo che sia un presidente del consiglio a parlare di scuola. Prima di lui l'ha fatto solo Giovanni Giolitti. Fuori dalla scuola si continuano a registrare indici di drammatica dealfabetizzazione. Tutte le indagini sulle competenze reali degli italiani indicano che solo una percentuale di poco superiore al 20 è in grado di comprendere frasi neanche tanto difficili e di fare operazioni poco più che elementari. Questi dati circolano da oltre un decennio. Vengono aggiornati e risultano peggiorati. Ma il progetto di Renzi non li prende in considerazione. Si fa appello alle famiglie, ma molte famiglie non hanno neanche un libro in casa e sono ormai tanti gli studi che attestano una relazione fra il rendimento scolastico dei ragazzi e il numero di libri posseduti dai genitori. Non c'è il minimo accenno all'educazione degli adulti, una delle condizioni perché i figli apprendano di più e meglio. (De Mauro in un’intervista di Francesco Erbano su repubblica.it del 29 settembre 2014).

Sono sempre molte le idee che circolano intorno al cambiamento della scuola italiana, ma poche appaiono davvero convincenti. Spesso gli insegnanti devono fare per conto loro, in precario equilibrio tra ciò che si deve e ciò che si può fare. L’aver tolto progressivamente risorse al mondo della scuola non ha certo favorito soluzioni che spesso sono rimaste solo intenzioni di fondo, ma non cambiamenti sostanziali: si parla di inclusività, di auto-educarsi, ma spesso mancano le risorse, il tempo e le strutture per poterlo fare in modo più efficace. Il problema della scuola è davvero un nodo gordiano della nostra attualità, premessa per qualunque possibile progresso. Proprio commentando l’importante documento di De Mauro del 1975, le già citate Dieci tesi, scrive Mario Ambel:

Altre sollecitazioni che in questi anni si sarebbero dovute maggiormente cogliere vanno ripensate e tradotte in efficaci pratiche educative. La scuola continua a trascurare la relazione educativa, ovvero la necessità di prendersi cura culturale e umana degli allievi, e continua a sottovalutare il ruolo dei contesti esterni nelle dinamiche di apprendimento. Nei confronti della “realtà” – quella realtà così fortemente evocata nelle Dieci tesi come orizzonte permanente di confronto – la scuola continua a oscillare fra due estremi altrettanto infruttuosi: da un lato tende a ignorare il mondo esterno, a opporvi uno spesso sterile primato di una conoscenza fine a se stessa e a esaltare la qualità intangibile dei saperi disinteressati; dall’altro si piega a esaltare la funzionalità dell’educazione al mondo esterno, all’occupabilità, rincorrendo simulazioni o emulazioni della realtà che spesso finiscono col rendere il percorso scolastico un segmento di vita eccessivamente adattivo nei confronti di un futuro per altro in buona misura inconoscibile. Ma la cultura – e con essa la scuola, se vuole mantenere, per tutti e non solo per i liceali un’impronta culturale – non esiste solo per preparare, addestrare, allenare alla realtà: la cultura e la scuola hanno il compito di osservare la realtà, studiarla, interpretarla, preparare a viverla, ma anche sottoporla a critica, immaginarne una diversa, contribuire a cambiarla, possibilmente in meglio. (Mario Ambel su laricerca.loescher.it).

Altre sollecitazioni che in questi anni si sarebbero dovute maggiormente cogliere vanno ripensate e tradotte in efficaci pratiche educative. La scuola continua a trascurare la relazione educativa, ovvero la necessità di prendersi cura culturale e umana degli allievi, e continua a sottovalutare il ruolo dei contesti esterni nelle dinamiche di apprendimento. Nei confronti della “realtà” – quella realtà così fortemente evocata nelle Dieci tesi come orizzonte permanente di confronto – la scuola continua a oscillare fra due estremi altrettanto infruttuosi: da un lato tende a ignorare il mondo esterno, a opporvi uno spesso sterile primato di una conoscenza fine a se stessa e a esaltare la qualità intangibile dei saperi disinteressati; dall’altro si piega a esaltare la funzionalità dell’educazione al mondo esterno, all’occupabilità, rincorrendo simulazioni o emulazioni della realtà che spesso finiscono col rendere il percorso scolastico un segmento di vita eccessivamente adattivo nei confronti di un futuro per altro in buona misura inconoscibile. Ma la cultura – e con essa la scuola, se vuole mantenere, per tutti e non solo per i liceali un’impronta culturale – non esiste solo per preparare, addestrare, allenare alla realtà: la cultura e la scuola hanno il compito di osservare la realtà, studiarla, interpretarla, preparare a viverla, ma anche sottoporla a critica, immaginarne una diversa, contribuire a cambiarla, possibilmente in meglio. (Mario Ambel su laricerca.loescher.it).

Tullio De Mauro ai temi in cui era ministro dell'Istruzione
Tullio De Mauro ai temi in cui era ministro dell'Istruzione — Fonte: ansa

Impoverimento lessicale

Tornando quindi alla nostra lingua, è stato già sottolineato nelle statistiche fornite in precedenza che stiamo assistendo a un impoverimento lessicale davvero preoccupante, in cui cogliamo un fallimento generale che sta investendo soprattutto le nuove generazioni. Perdere il controllo sulla propria lingua significa davvero perdere il controllo della realtà. L’impoverimento è stato certamente accelerato dalle esigenze di una comunicazione sempre più rapida e superficiale che non dà il tempo di riflessione e di ricerca. Così stiamo eliminando tutti i vocaboli difficili, dal significato incerto, e stiamo affidando a poche parole una polivalenza e una semantica nuove. Proprio il 4 gennaio 2017 veniva consegnata al governo una lettera da parte di un gruppo di docenti universitari che denunciava la grave situazione dei loro studenti che commettono errori da terza elementare. La grande colpevole resta sempre la scuola, ma abbiamo visto che non è l’unica imputata. Il problema è anche nell’atteggiamento di fondo delle nuove generazioni nei confronti del mondo troppo veloce, caotico e labirintico e l’incapacità di ricavare dalle generazioni precedenti insegnamenti percepiti come efficaci e decisivi. Sembra ci sia quasi una mancanza di credibilità: non credere nelle generazioni precedenti e nei loro esempi significa di riflesso proprio non credere nella scuola che tramanda nei metodi e negli stili la loro lezione. Eppure, e questo De Mauro lo sottolineava con forza, se c’è un luogo da cui ripartire è proprio questa scuola martoriata che può rappresentare il primo laboratorio democratico della nostra società, purché si educhi costantemente il ragazzo a ritrovare nell’alterità e nel confronto il principio di base della cooperazione fruttuosa e dell’educazione personale e interpersonale. Il rischio è quello di ripetere parole sterili, non portatrici di significato: parole a vuoto. Dice De Mauro:

Tullio De Mauro ai temi in cui era ministro dell'Istruzione
Tullio De Mauro ai temi in cui era ministro dell'Istruzione — Fonte: ansa

PARLARE A VUOTO. Eclissi del corpo e artificialità ci espongono al rischio del parlare a vuoto. Il parlare non gira a vuoto soltanto se i suoi contenuti si ancorano, prima o poi, a un esperire concreto. Specie nelle fasi di apprendimento, soltanto per tale via si formano i significati: a partire da sensi assai determinati e sperimentati nel vivo, operativamente, con intervento non solo dei canali percettivi ‘nobili’ (vista, udito), ma anche dei più rudimentali (tatto, gusto, olfatto). Anche la comprensione si realizza attraverso processi di adattamento, di va e vieni, tra lo scorrere di sensi determinati e il bagaglio di potenzialità semantiche delle parole disponibili per il ricettore. Senza circoscritte esperienze individuate da particolari sensi in cui si concretano i significati delle frasi di un locutore che non parli a vuoto, il ricettore rischia di accogliere queste frasi come formule vuote. E di diventare lui stesso poi un ripetitore di formule vuote, un rischio colto già tanti anni fa genialmente da Georges Orwell (Politics and English Language, 1946). La prima conseguenza da trarre è cercare di non smarrire mai la coscienza del rapporto di continuità che lega, immediatamente o mediatamente, il più aereo e astratto dei significati al concreto e all’immediato esperire. La seconda conseguenza è poter capire quanto lunga è la strada che porta dalle esperienze più concrete e immediate alle elaborazioni più astratte e intessute di mediazioni e ciò ci aiuta anche a capire quanti sono quelli che non la percorrono tutta, ma si perdono lungo il cammino. Una lingua è fatta in modo che in qualche misura sia possibile comunicare con parole anche oltre la distanza culturale, ma ciò avviene solo in modo limitato. Il gioco verbale più denso di significati complessi gira a vuoto per molti. Non bisogna disperare: utilizziamo solo una parte assai piccola delle potenzialità di comunicazione che ci offre una lingua. Possiamo fare passi avanti sulla via antica della comprensione reciproca e della comprensione e intelligenza del mondo. Purché chi guarda in fondo al linguaggio vi scorga la necessità che esso, se non vuole limitare la sua stessa funzione, si faccia esso stesso educazione alla parola in tutte le sue potenzialità. (Tullio De Mauro, Educare alla parola).

"Chi parla male, pensa male e vive male", dice Nanni Moretti in Palombella Rossa. Saper usare le parole significa saper ragionare e donare il proprio ragionamento significa già donare un frutto, a volte più acerbo, altre volte più maturo, della propria sensibilità al mondo in cui viviamo.

La scaletta

Una struttura ci vuole. Usa le prime righe del tuo tema come introduzione, per poi esporre l’argomento e approfondirlo criticamente, fino a tirare le tue conclusioni. Dunque:

  1. Introduzione.
  2. Esponi il tema cercando di far capire al lettore la linea che vorrai dare al tuo elaborato.
  3. Approfondisci il tema declinandolo secondo le varie sfumature che sei in grado di cogliere dai documenti che devi mettere in relazione tra loro.
  4. Crea delle prospettive per interpretare l’attuale scenario culturale.
  5. Conclusioni.

Stesura del testo

Ora che ti sei informato sull'argomento, hai letto e approfondito i documenti, puoi procedere alla stesura dell'introduzione, presentazione dell'argomento, elaborazione e conclusioni.

Introduzione

A seconda del tuo gusto puoi scegliere di fare riferimento a un particolare avvenimento inerente al tema, oppure letteralmente “fondere” l’introduzione e la presentazione dell’argomento. Scegli bene anche lo stile da utilizzare: se procedi a frasi brevi, darai risalto all’aspetto più emozionale; con periodi più lunghi, invece, porrai l’attenzione sul ragionamento.

Presentazione dell’argomento

Scegli bene come presentare la tua tesi sull’argomento. L’importante è far capire al lettore in che modo parlerai del rapporto tra lingua e cultura: essendo un tema importante e difficile, devi necessariamente documentarti bene. Scegli una linea precisa, per non cadere in una mera elencazione di visioni diverse. Crea dinamismo nel tuo tema o nel tuo saggio.

Elaborazione dell’argomento

All’interno degli articoli che trovi nei commenti, puoi trovare tante strade per interpretare correttamente il fenomeno: ricordati di citarli in modo corretto, ossia evitando citazioni lunghissime che appesantiscono il tuo elaborato e sottraggono spazio alla tua riflessione. Una volta che avrai inquadrato il fenomeno da tanti punti di vista, proponi delle soluzioni che abbiamo buon senso: che siano cioè attuabili.

Conclusioni

Sei adesso alle conclusioni. Rileggi bene il tuo testo. Sei riuscito a creare un elaborato che dica qualcosa di interessante? Ricontrolla anche il modo in cui hai usato i documenti. Controlla bene anche l’ortografia. Bene, consegna.

Preparati alla prima prova della maturità con le nostre tracce svolte: