Tema sulla mafia

Tema sulla mafia A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Tema sulla mafia: la guida per scrivere un tema o un saggio breve sulla criminalità organizzata e sulla legalità, con validi spunti e documenti

1Fase 0 – Riflessione iniziale

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i due volti emblematici della lotta alla mafia
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i due volti emblematici della lotta alla mafia — Fonte: ansa

Per scrivere un tema sulla mafia e sulla criminalità organizzata è importante apprendere delle nozioni di base su una tematica complicata e intricatissima. Mafia è parola che dalla metà dell’Ottocento ad oggi ritorna di continuo nella polemica politica o giornalistica quotidiana, nelle inchieste giudiziarie, nella pubblicistica, nella fiction, negli studi dei sociologi, degli antropologi, dei giuristi, degli economisti e degli storici. Si tratta però di un termine polisemico, che si riferisce a fatti differenti, a seconda dei contesti, delle circostanze, delle intenzioni e dell’interesse di chi lo usa. Non sempre riusciamo a scorgere nella nostra quotidianità il rapporto con la mafia, a meno che non consideriamo il comportamento mafioso come un fatto culturale che può riguardarci tutti.

2Fase 1 – L’argomento: spunti e articoli da considerare

2.1Premessa terminologica e cenni storici

Una prima descrizione di una cosca mafiosa, conoscenza base per sviluppare un tema sulla mafia, la troviamo in questo documento:

«Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora di incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli governi nel governo. La mancanza della forza pubblica ha fatto moltiplicare il numero dei reati. [...] Così come accadono i furti escono i mediatori ad offrire transazione pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito».
(Rapporto giudiziario del procuratore generale Pietro Calà Ulloa) 

Il primo utilizzo del termine “mafia” venne però fatto registrare in Sicilia, nel 1863, nell’opera teatrale I mafiusi de la Vicaria ambientata nel carcere della Vicaria di Palermo e scritta da Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca. Nell’aprile 1865 della «maffia» fa menzione un documento riservato, firmato dal Prefetto di Palermo, Filippo Gualtiero, e già nel 1871 la legge di pubblica sicurezza si riferisce a «oziosi, vagabondi, mafiosi e sospetti in genere» (S. Lupo).
Essa fa riferimento a un complesso di organizzazioni criminali sorte in Sicilia nel XIX secolo, strutturate gerarchicamente e diffuse su base territoriale, con finalità di lucro. Una premessa storica interessante è offerta dal giudice Giovanni Falcone:

Nella relazione finale della Commissione d'inchiesta Franchetti-Sonnino del lontano 1875/76 si legge che «la mafia non è un'associazione che abbia forme stabili e organismi speciali... Non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti ed i più abili; ma è piuttosto lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male». Si legge ancora: «Questa forma criminosa, non... specialissima della Sicilia», esercita «sopra tutte queste varietà di reati»...«una grande influenza» imprimendo «a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori»; si rileva, inoltre, che «i mali sono antichi, ma ebbero ed hanno periodi di mitigazione e di esacerbazione» e che, già sotto il governo di re Ferdinando, la mafia si era infiltrata anche nelle altre classi, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì». Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la gravità; infatti si legge nella richiamata relazione: «Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia risultavano 22 battaglioni e mezzo fra fanteria e bersaglieri, due squadroni di cavalleria e quattro plotoni di bersaglieri montani, oltre i Carabinieri in numero di 3120».

I volti della Banda della Magliana
I volti della Banda della Magliana — Fonte: ansa

Che si tratti di uno Stato nello Stato lo dimostrano anche le guerre che si sono succedute per il controllo del territorio, con particolare riferimento alla prima e seconda guerra di mafia. La mafia non ha carceri e il suo esercito spara per le strade, a vista. Il fronte diventa la città stessa. Ma mentre i soldati li riconosciamo dall’uniforme, per i mafiosi non è la stessa cosa. Tutto accade in modo sotterraneo. In Sicilia l’organizzazione criminale di stampo mafioso è comunemente conosciuta col nome di Cosa Nostra, la più grande organizzazione mafiosa esistente. Altrettanto conosciute, nel territorio italiano, sono la Camorra in Campania, la ‘Ndrangheta in Calabria, la Sacra Corona Unita in Puglia. Una delle organizzazioni di stampo mafioso nata a imitazione di queste può essere considerata la cosiddetta Banda della Magliana, attiva a Roma tra gli anni ’70 e ’80.

Prima ancora che un’organizzazione criminale, analisi moderne del fenomeno considerano la mafia un "sistema di potere" fondato sul consenso sociale della popolazione e sul controllo sociale che ne consegue; questo evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nel consenso della popolazione e nelle collaborazioni con funzionari pubblici, istituzioni dello Stato e politici, e soprattutto nel supporto sociale. La mafia è compenetrata e si è sviluppata nel tessuto sociale proprio grazie alla connivenza di gran parte della popolazione e della politica locale intimidite dall’atteggiamento mafioso

La forza d’intimidazione esercitata dalle organizzazioni mafiose porta al silenzio, all’omertà, di associati e persone conniventi. Chi non tradisce, chi non parla, è chiamato “uomo d’onore”, secondo una terminologia settaria che inverte il senso reale delle parole. Non a caso, l’omertà ha accompagnato le tanti stragi di cui la mafia, soprattutto quella siciliana, si è resa protagonista, soprattutto negli anni ’80 e ’90. Palermo e la Sicilia hanno vissuto un periodo particolarmente sanguinoso nei primi anni ’80, quando era in corso una guerra di mafia (la seconda, cui si accennava sopra) che ha causato centinaia di morti e la violenza mafiosa si è spinta anche all’esterno, colpendo uomini politici, magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine.

Foto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, una delle più famose vittime della violenza mafiosa
Foto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, una delle più famose vittime della violenza mafiosa — Fonte: ansa

Questo straripare della violenza mafiosa si spiega con l’affermazione al comando dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra del gruppo dei cosiddetti “corleonesi” (originari di Corleone, in provincia di Palermo, un centro che ha avuto un ruolo di primo piano nella storia della mafia come pure dell’antimafia) e con l’arricchimento dei gruppi mafiosi, in particolare collegato con il traffico di droghe, che ha portato alla lievitazione della richiesta di potere e di occasioni d’investimento.

Dopo questa prima ondata di violenza, soprattutto dopo i grandi delitti che hanno colpito uomini delle istituzioni, in particolare dopo il delitto Dalla Chiesa, lo Stato ha reagito. Prima con l’approvazione della legge antimafia, il 13 settembre 1982, pochi giorni dopo l’uccisione del generale Dalla Chiesa, poi con il Maxiprocesso di Palermo che si è concluso con pesanti condanne, confermate in appello e in Cassazione, per il quale ci troviamo di fronte a un fatto storico. Per la prima volta, e a seguito del più corposo processo penale della storia del Paese, l’impunità mafiosa veniva intaccata, grazie all’azione di coraggiosi magistrati raccolti in pool che per primi capirono che quello mafioso era fenomeno da trattare come unitario, anche dal punto di vista giuridico. Importanti furono pure le collaborazioni di alcuni mafiosi che - per sfuggire alla morte per mano dei loro avversari, o spesso per vendicarsi profondamente di loro - hanno fatto ricorso alla protezione dello Stato.

 23 maggio 1992: foto della strage di Capaci
23 maggio 1992: foto della strage di Capaci — Fonte: ansa

Negli anni ’90 la violenza mafiosa si è resa protagonista con le stragi di Capaci (in cui sono morti il magistrato Giovanni Falcone, la moglie e tre uomini della scorta) e di Via D’Amelio (in cui sono morti il magistrato Paolo Borsellino e cinque uomini di scorta) del 1992, e nel 1993 con gli attentati di Roma e le stragi di Firenze (5 morti) e di Milano (altri 5 morti). Questa volta la violenza si sposta sul territorio nazionale e prende di mira il patrimonio artistico: a Roma le chiese, a Firenze la Galleria degli Uffizi, a Milano il Padiglione d’arte contemporanea. Ci sono così nuove leggi, altri processi e altre condanne.

Nel corso della seconda parte degli anni ’90 e nei primi anni del nuovo millennio la mafia siciliana non ha più compiuto delitti eclatanti. Ciò si spiega con i colpi che i mafiosi hanno ricevuto, con i processi e le condanne, che hanno portato i capimafia a un mutamento di strategia. I capi della mafia hanno capito che i grandi delitti e le stragi hanno avuto un effetto boomerang e che se vogliono ricomporre l’organizzazione e riavviare i rapporti con il contesto sociale e istituzionale, debbono controllare la violenza, soprattutto quella rivolta verso l’alto. La nuova strategia in realtà è in gran parte un ritorno al passato, quando si puntava più sulla mediazione che sullo scontro con le istituzioni. Come disse Paolo Borsellino: «Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d'accordo» (citato in I complici, p. 36). E ancora Giovanni Falcone:

Foto di Giovanni Falcone, il magistrato ucciso dalla mafia
Foto di Giovanni Falcone, il magistrato ucciso dalla mafia — Fonte: ansa

«In un rapporto giudiziario nell'ormai lontano agosto 1978, i carabinieri di Palermo, nel riferire le notizie confidenziali ricevute e pochi mesi prima dal noto mafioso Giuseppe di Cristina, affermavano: "le notizie fornite dal di Cristina rivelano anche... la agghiacciante realtà che, accanto all'autorità dello Stato, esiste un potere più incisivo e più efficace che è quello della mafia; una mafia che agisce... Che lucra, che uccide, che perfino giudica; e tutto ciò alle spalle dei pubblici poteri. Tale riflessione-continua il rapporto-che poggia su una realtà indiscutibile (l'assunto del Di Cristina la conferma, ma nulla innova rispetto ai dati acquisiti dall'arma), indigna e sgomenta per la inammissibilità di questo stato di cose, che mortifica ed avvilisce gli sforzi che vanno compiendo i pubblici poteri».
(G. Falcone, La posta in gioco, p. 313)

La mafia attuale viene definita “sommersa” o “invisibile” e per molti questi sono sinonimi di inesistente o comunque di poco preoccupante. Si è passati così al silenzio sulla mafia al silenzio della mafia che ha cambiato strategia ma oggi appare molto più potente che in passato perché è diventata “imprenditrice”. Non più solo boss e picciotti, estorsioni e controllo del territorio. Non più, dunque, un approccio tradizionale delle associazioni mafiose. L’obiettivo vero diventano i soldi e il riciclaggio. Questa nuova direzione era stata colta da Giovanni Falcone, ma come evoluzione non come novità assoluta, poiché il potere si esercita sempre con il controllo economico. Si puntualizza meglio l’idea di mafia imprenditrice:

Totò Riina, emblema della mafia corleonese di Cosa Nostra
Totò Riina, emblema della mafia corleonese di Cosa Nostra — Fonte: ansa

Un convincimento diffuso è quello - che ha trovato ingresso perfino in alcune sentenze della Suprema Corte - secondo cui oggi saremmo in presenza di una nuova mafia, con le connotazioni proprie di un'associazione criminosa, diversa dalla vecchia mafia, che non sarebbe stata altro che l'espressione, sia pure distorta ed esasperata, di un "comune sentire" di larghe fasce delle popolazioni meridionali. In altri termini, la mafia tradizionale non esisterebbe più e dalle sue ceneri sarebbe sorta una nuova mafia, quella mafia imprenditrice per intenderci, così bene analizzata dal prof. Arlacchi. Tale opinione è antistorica e fuorviante. Anzitutto, occorre sottolineare con vigore che Cosa Nostra (perché questo è il vero nome della mafia) non è e non si è mai identificata con quel potere occulto e diffuso di cui si è favoleggiato fino a tempi recenti, ma è una organizzazione criminosa - unica ed unitaria - ben individuata ormai nelle sue complesse articolazioni, che ha sempre mantenuto le sue finalità delittuose. Con ciò, evidentemente, non si intende negare che negli anni Cosa Nostra abbia subito mutazioni a livello strutturale e operativo e che altre ne subirà, ma si vuole sottolineare che tutto è avvenuto nell'avvio di una continuità storica e nel rispetto delle regole tradizionali. E proprio la particolare capacità della mafia di modellare con prontezza ed elasticità i valori arcaici alle mutevoli esigenze dei tempi costituisce una della ragioni più profonde della forza di tale consorteria, che la rende tanto diversa.
(La posta in gioco, p. 330-331) 

Ecco, dunque, la nuova frontiera delle organizzazioni mafiose postmoderne: reati finanziari e colletti bianchi. La mafia fa sempre più leva sul sistema della corruzione coinvolgendo dall’imprenditore al politico mostrando come il radicamento nel tessuto sociale e nelle amministrazioni sia stato sempre il suo obiettivo sin dagli albori. La mafia quindi, ancora oggi, non è né sconfitta né ridimensionata, ma, nel suo silenzio assordante, sembra sempre più forte e difficile da debellare. Strumento efficace nel prevenirla e combatterla è quello di educare alla legalità. Infatti, la mafia è interessata ai soldi ottenuti attraverso il lucro illegale, la via più semplice per ottenerlo: droga, gioco d’azzardo, prostituzione, traffico di clandestini e traffico di armi.

Contrastare il fenomeno da cittadini è molto meno utopistico di quanto possa apparire a un primo impatto: se per il traffico d’armi e di clandestini occorre necessariamente l’intervento istituzionale, per quel che riguarda la droga, la prostituzione e il gioco d’azzardo, il cittadino è chiamato a scegliere: scegliere di rinunciare a rendersi partecipi di questi reati, che prima di tutto arricchiscono le casse delle cosche mafiose. Ma soprattutto, possono scegliere di opporre la denuncia – delle intimidazioni, dei soprusi, del “pizzo” – all’omertà. Difficile, ma non impossibile.

Proprio il traffico di droga (evoluzione del traffico del tabacco, soggetto a monopolio di Stato) ha rappresentato, infatti, l’affare del secolo per le organizzazioni mafiose ed è un fenomeno che agisce in grande profondità. La droga si nutre in gran parte della disperazione delle persone così come il gioco d’azzardo, con la crudele conseguenza di lasciarne le vittime in stato di bisogno e incapaci di trovare un riscatto sociale.

Foto di Paolo Borsellino, il magistrato ucciso dalla mafia
Foto di Paolo Borsellino, il magistrato ucciso dalla mafia — Fonte: ansa

Per questo la cultura della legalità deve nascere da una nuova cultura e quindi da un nuovo Umanesimo, se così si può dire. Così almeno, ci dice Paolo Borsellino: «La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità» (da un discorso tenuto ai cittadini siciliani).
Insieme alle parole di Borsellino, quelle di Giovanni Falcone, focalizzate sul problema della mafia nel Mezzogiorno (sebbene oggi la geografia della mafia sia in larga parte cambiata, o meglio si sia evoluta): 

Tirando a questo punto le fila del mio discorso, vorrei ribadire che bisogna finalmente smetterla di parlare di «emergenza-mafia» e cercare di attrezzarci in modo serio però affrontare una situazione che, ancora per lunghi anni, impegnerà le strutture repressive statuali. Gli interventi di bonifica e di promozione sociale sono indubbiamente indispensabili e costituiscono, probabilmente, la chiave di volta per affrontare alla radice il fenomeno mafioso; ed il funzionamento più efficiente della macchina statale, in tutte le sue articolazioni, costituirebbe il segno più tangibile della presenza delle istituzioni in vaste zone del Mezzogiorno d'Italia dove, finora, lo Stato ha brillato solo per la sua assenza. Ma questi interventi, senz'altro auspicabile, da un lato non sono in alcun modo ricollegabile con l'esercizio della funzione giurisdizionale e, dall'altro, non debbono costituire il comodo alibi per giustificare la sostanziale inazione dell'autorità giudiziaria nel perseguimento di crimini che, per numero e gravità, non hanno pari della storia dello Stato unitario.
(G. Falcone, La posta in gioco, p. 326)

3Fase 2 – La scaletta

Come scaletta per il tuo tema sulla mafia posso consigliarti la solita e tradizionale, anche se scolastica.

  1. Introduzione.
  2. Presentazione dell’argomento.
  3. Discussione degli articoli ed elaborazione dell’argomento.
  4. Conclusioni.

4Fase 3 – La stesura

4.1Introduzione

Abbiamo diverso materiale per scendere nel fondo del problema e tirare fuori un elaborato con riflessioni interessanti. Comincia sempre con l’introdurre la questione: è un argomento complesso quindi devi fare una panoramica iniziale. Puoi fare riferimento a fatti di cronaca per poi procedere con le tue riflessioni.

4.2Presentazione dell’argomento

Definisci meglio l’ambito della tuo tema sulla mafia. Se stai svolgendo un testo argomentativo (cosa molto probabile) è il momento in cui devi presentare la tua tesi, dando un chiaro indirizzo che sia facilmente riconoscibile dal lettore. In questa occasione devi poi puntualizzare meglio alcune cose: se ti riferisci al particolare della realtà italiana, o stai facendo un discorso più generale, che riguarda tutti i paesi. Puoi scegliere. L’importante è che indichi il tuo campo d’azione.

4.3Elaborazione dell’argomento

Nella parte centrale del tuo tema sulla mafia devi argomentare e dimostrare le tue idee. Per farlo hai bisogno di tutti gli spunti critici necessari: magari proprio tu, all’inizio, non avevi ben chiare le idee e invece adesso, dopo aver esaminato la documentazione, hai molto di più da dire. Questa differenza tra quel che si crede di sapere e quel che, invece, adesso hai compreso, può essere decisiva per sviluppare il tuo tema sulla mafia. L’obiettivo è rendere ancora più chiaro questo problema: se lo sarà per te, lo sarà anche per chi legge, e lo sarà anche per quelle persone con cui prossimamente avrai occasione di confrontarti. Inoltre, ricorda sempre che devi riuscire a far parlare i documenti, perché altrimenti le tue idee non trovano un valido appoggio: utilizzali nel tuo tema sulla mafia senza fare copia incolla, senza neanche semplicemente parafrasarli. Devi ragionarci sopra, bene, con calma, utilizzando ogni elemento che ritieni opportuno. Cerca sempre di stabilire un confronto diretto con la realtà ed evita, se possibile, di scendere troppo nel personale. Questo per il semplice fatto che, se porrai attenzione in quello che scrivi, c’è già tutta la tua persona.

4.4Conclusioni

Le conclusioni devono sempre portare con sé la speranza di un miglioramento. Devi quindi raccogliere quello che finora hai detto e tirare delle linee che vadano avanti. Il tuo tema sulla mafia è una responsabilità. Hai l’occasione di far circolare le tue soluzioni e la tua visione del problema. Per concludere, cerca sempre di orientare il tuo tema verso una prospettiva.

5Le guide per svolgere gli altri temi

Devi svolgere altri temi? Di seguito trovi le guide di Studenti.it con tutti i consigli per sviluppare un elaborato che stupisca i professori: