Tema sulla globalizzazione

Tema sulla globalizzazione A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Tema sulla globalizzazione: la guida per scrivere e strutturare un testo argomentativo su questa tematica, con tanto di tesi e antitesi

1Fase 0 – Riflessione iniziale

Zygmunt Bauman e il suo pensiero sul tema della globalizzazione
Zygmunt Bauman e il suo pensiero sul tema della globalizzazione — Fonte: getty-images

Per scrivere il nostro tema sulla globalizzazione, partiamo dall’introduzione di Bauman al suo libro Dentro la globalizzazione:  

«La parola “globalizzazione” è sulla bocca di tutti; è un mito, un’idea fascinosa, una sorta di chiave con la quale si vogliono aprire i misteri del presente e del futuro; pronunciarla è diventato di gran moda. Per alcuni, “globalizzazione” vuol dire tutto ciò che siamo costretti a fare per ottenere la felicità; per altri, la globalizzazione è la causa stessa della nostra infelicità. Per tutti, comunque, la “globalizzazione” significa l’ineluttabile destino del mondo, un processo irreversibile, e che, inoltre, ci coinvolge tutti alla stessa misura e allo stesso modo. Viviamo tutti all’interno della “globalizzazione”, ed “essere globalizzati” vuol dire per ciascuno di noi, più o meno, la stessa cosa».
(Z. Bauman, Dentro la globalizzazione)  

Da queste parole possiamo cercare di addentrarci meglio in un sentiero così battuto e al tempo stesso così misterioso, proprio perché sotto i nostri occhi ormai da tempo. D’altronde è difficile prestare vera attenzione a ciò che si trova continuamente davanti a noi. Come dice proprio Bauman: «Tutte le parole in voga hanno un destino comune: quante più esperienze pretendono di chiarire, tanto più esse stesse diventano oscure. Quanto più numerose sono le verità ortodosse che esse negano e soppiantano, tanto più rapidamente si trasformano in norme che non si discutono». Come concetto, “globalizzazione” è stato usato declinato in tanti di quei sensi e significati – spesso correlati a concetti affini, ma non certamente sinonimi, come “neoliberismo” e “libero scambio” – sia negativi sia positivi, da aver portato la maggioranza delle persone a non saperne dare una definizione chiara: così, anche il lemma “globalizzazione” è divenuto ben presto un’etichetta vuota, con buona pace della semplicistica spiegazione che ne può dare un vocabolario, portando le persone a definirsi aperte o chiuse verso di essa più sulla base di motivi di simpatia o antipatia, che di reale convincimento.

Pensaci bene: avrai sentito parecchie volte parlare del tema della globalizzazione, ma quante volte ti è capitato di fermarti seriamente a ragionare su cosa sia, su come ti riguardi (o meno) e su quanto preparate siano le persone che ne discutono? Cerchiamo quindi di mettere un po’ di ordine in uno dei concetti chiave del mondo odierno, capace di riguardare molti e differenti aspetti – dalla filosofia all’economia, dalla politica alle scienze sociali. Prima di cominciare a svolgere il tuo saggio è consigliabile partire con l’auto-intervista. Puoi già spulciare sui libri per cercare di rispondere meglio.

  1. Come percepisci la globalizzazione?
  2. A quali eventi associo la globalizzazione?
  3. Chi è stato a parlarmene più volte e chi l’ultima volta? Era informato?
  4. Ero d’accordo con quanto affermava, o in disaccordo?
  5. In quella discussione ho solo ascoltato oppure ho preso una posizione?
  6. Ho letto qualcosa in proposito o visto film o documentari?
  7. Credi che la globalizzazione incida davvero nella tua vita? In che modo?

Questo passaggio serve a chiarire a te stesso le competenze che hai dell’argomento per poi colmarle attraverso un’ulteriore ricerca.

2Fase 1 – Il tema della globalizzazione: spunti critici e ricerche su internet

Cos’è la globalizzazione? Col termine globalizzazione individuiamo un insieme di fenomeni tesi ad unificare i mercati globali, particolarmente tramite la capillare diffusione delle innovazioni tecnologiche, con l’obiettivo di aumentare la crescita economica, sociale e culturale delle più differenti aree del mondo. E però, una definizione rimane un contenitore senza contenuto, senza ancoraggi dati dalla storia e dalla pratica, e quindi occorre scendere più in profondità.

Dal punto di vista storico, il termine è invalso particolarmente all’inizio degli anni ’90 ma la sua natura di attualità e progresso era già nota da anni, almeno dal periodo della ricostruzione e del benessere economico successivo alle due Guerre Mondiali, quando seppur lentamente (si pensi ai flussi di scambi di capitali e di produzione, che a livello mondiale nel 1913 erano superiori a quelli degli anni ’70) e in un mondo ancora diviso da dittature e divisioni in blocchi, l’umanità tornava a guardare agli scambi internazionali non più coi sospetti tipici dei nazionalismi dei primi decenni del ‘900. 

Il termine dei lavori per scrivere le linee guida vengono del Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992
Il termine dei lavori per scrivere le linee guida vengono del Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992 — Fonte: ansa

Dal punto di vista pragmatico, questo insieme di fenomeni si è sviluppato in una serie di trame elementarmente riassumibili secondo questo schema: le imprese, sempre più libere dal territorio in cui sono stanziate, sviluppano i loro interessi in più Paesi; questo sviluppo risponde alla crescita della domanda dei consumatori, sempre più spesso omogenea nonostante le differenze tra regione e regione; l’introduzione delle merci in mercati tanto diversi è resa possibile in primo luogo dal progresso tecnologico e poi dalla caduta delle barriere, doganali e politiche, tra i singoli Stati; dal progresso tecnologico scaturisce la delocalizzazione, cioè la divisione del processo operativo di un’azienda in varie zone geografiche, che abbassa i costi, permettendo di praticare una politica di prezzi bassi e convenienti per il pubblico globale; la caduta delle barriere porta alla liberalizzazione del mercato, cioè la libera circolazione di capitali, servizi ed individui; libera circolazione, infine, che laddove viene meglio regolamentata (nel federalismo statunitense, per esempio, ma anche in Europa dal Trattato di Maastricht del 1993) si trasforma da principio economico a cardine umanistico, descrivendo un mondo più aperto e, quindi, più libero, secondo una tesi sostenuta anche dal prestigioso settimanale britannico The Economist - per il quale oggi  la dialettica esistente non è più quella tra destra e sinistra, bensì tra chi sogna un mondo “aperto” e chi lo sogna “chiuso”.  

Come ogni modello teorico – e il discorso vale per qualunque ambito, dalla legge elettorale alla formazione di una squadra di calcio – quello appena descritto è uno schema astratto. In quanto astratto, esso si scontra con una serie di storture che hanno portato molte persone a convincersi che il motto del globalismo sia “o produci o sei fuori”, spesso confondendo problematiche reali ed altre semplicemente percepite come tali. Facendo chiarezza: il fine ultimo della globalizzazione dovrebbe essere quello della redistribuzione della ricchezza, anche se, nella pratica, il percorso che ci dovrebbe portare a questa redistribuzione poggerà su numerose sconfitte sociali. Tuttavia, almeno da alcuni punti di vista, questo obiettivo è stato in larga parte raggiunto, se vogliamo leggere i dati in modo lucido: dalla seconda metà del 1960, il Pil pro-capite (ovvero la ricchezza personale data dalla retribuzione) è aumentato pressoché ovunque, così come la povertà assoluta è fortemente diminuita nel tempo – il gravissimo dato del 2012 degli 896 milioni di individui che vivono con meno di due dollari al giorno è comunque sensibilmente migliore di quello del 1990, anno nel quale a vivere con meno di due dollari al giorno erano 1 miliardo e 950 milioni di persone (e si raggiungono i due miliardi di persone, andando indietro fino al 1981).

Certo, non bisogna commettere l’errore di considerare il Pil l’unico valido “termometro” della ricchezza, in quanto per sua natura non dice tutta la verità sullo stato della situazione. Se un ponte crolla, il Pil sale in quanto ci saranno spese da affrontare per i lavori di ricostruzione, appalti per le imprese, nuovi posti di lavoro, ma un ponte che crolla è anche un enorme disagio per i commercianti che vi si trovano vicino, per i residenti della zona, e può persino essere una tragedia se delle auto vi erano in transito. Il Pil, a differenza di quanto cercano di fare altri indicatori, come il Fil (Felicità interna lorda), non restituisce pienamente la qualità della vita dei singoli, e in parte della nazione.

Una filiale della banca dei Monti dei Paschi di Siena
Una filiale della banca dei Monti dei Paschi di Siena — Fonte: ansa

Inoltre, la globalizzazione è totalizzante; accade e sembra non si possa recedere da essa. Un esempio ne è il processo di privatizzazione di alcuni tra i principali servizi di uno Stato moderno - l’energia elettrica, le telecomunicazioni, in parte i trasporti etc – che con forza proietta questi servizi nell’economia della concorrenza, coi suoi beni (i prezzi tendono al ribasso, con il caso esemplare delle telecomunicazioni, in Italia con alcuni tra i costi più vantaggiosi d’Europa) e i suoi mali (se le aziende diventano troppo importanti, per il numero di persone coinvolte ad ogni livello, lo Stato dovrà impegnarsi anche economicamente per non farle fallire in tempi difficili – è il caso dell’ingresso dello Stato dentro la banca Monte Paschi di Siena, definito “salvataggio” dai giornali – andando a tappare con soldi pubblici i buchi fatti dai privati); insomma, la globalizzazione o la accetti o non la accetti, ma quando ci sei dentro uscirne è pressochè impossibile. Infatti, i paesi che hanno aderito al processo della globalizzazione ne hanno fortemente beneficiato a scapito di quei paesi che hanno preferito una chiusura alla liberalizzazione dei mercati. Leggiamo questo stralcio di David S. Landes:

In generale, i Paesi e le regioni che se la sono cavata meglio sono proprio quelli che hanno sfruttato le opportunità offerte da commerci dinamici e libertà imprenditoriale, spesso nonostante i vincoli opposti dalle autorità. Sono questi i Paesi che hanno attirato il maggior numero di progressi e investimenti dall'estero. Ma non ci sono riusciti seguendo le formule proposte o imposte da esperti del mondo più ricco. L'essenza del successo imprenditoriale risiede nell'immaginazione creativa e nell'iniziativa. I poli più antichi dell'Asia vicina e lontana – il mondo islamico, l'India, la Cina – non disponevano delle basi culturali e istituzionali su cui poggia lo spirito imprenditoriale. Peggio ancora: tendevano a restare attaccati alla tradizione in un mondo che li metteva di fronte a sfide disagevoli e poco piacevoli. La Cina e il Medio Oriente arabo offrono esempi pregnanti di questa resistenza all'innovazione, con conseguente sentimento di rivalsa nazionale contro coloro che incolpavano delle disparità economiche derivanti da tale resistenza. Sia la Cina che il mondo arabo si immiserirono crogiolandosi nella loro superiorità culturale, morale e tecnica sui barbari che li circondavano, rifiutando di imparare da popoli che disprezzavano come inferiori, rifiutando semplicemente di imparare. L'orgoglio è un veleno: come dice il proverbio, la superbia andò a cavallo e tornò a piedi. (...) Oggi viviamo in un periodo di globalizzazione dell'attività economica particolarmente sostenuta. Questa è una cosa buona, specialmente per quelle Nazioni povere che fanno affidamento su queste importazioni di attività per colmare il divario con i Paesi ricchi. È così che chi è indietro può imparare, è così che i poveri possono sfuggire alla miseria. Ma se in generale gli effetti (alla fine) sono positivi, allora perché c'è resistenza e risentimento? Perché la rabbia, i disordini? Perché questa alluvione di critiche?
(David S. Landes, Mille anni di globalizzazione)  

Foto di una manifestazione a favore di Schengen, emblema della globalizzazione in Europa
Foto di una manifestazione a favore di Schengen, emblema della globalizzazione in Europa — Fonte: ansa

Per quanto riguarda il problema – spesso denunciato – dell’impoverimento della classe media occidentale connesso al tema della globalizzazione, esso è sostanzialmente un disagio percepito: la classe media ha beneficiato del crollo dei prezzi dato dal libero scambio e dalla caduta delle dogane commerciali, ma non ha visto aumentare il suo reddito reale, a differenza di quanto avvenuto per le classi più povere. Ciò significa che la classe media è più ricca, ma il gap con le classi meno abbienti è decisamente diminuito, rendendo l’idea che la distanza dalla “povertà” sia ora meno efficace rispetto al passato. E se un problema è tale solo perché percepito, allora è un problema virtuale, cioè inesistente, no? No, perché altri sono i punti che vengono messi in discussione dai critici della globalizzazione. Innanzitutto, questa percezione virtuale si riflette quotidianamente nel reale: oggi sempre più persone si considerano scettiche verso le sorti del liberismo – la dottrina economica alla base della globalizzazione, che prevede la non ingerenza dello Stato nel mercato e la pressoché totale libertà nel commercio, quindi nello scambio di prodotti e servizi – e quindi dell’Occidente, e vedono attaccata la loro serenità dalla crisi economica che ne ha ridotto il potere di acquisto, dalla burocrazia sovrannazionale spesso e volentieri vista come distante dagli interessi dei governi interni, dal terrorismo verso il quale la risposta di pancia attiene al chiudersi nei propri confini e respingere lo straniero, cosa quest’ultima che porta a trattare anche il problema dei migranti e degli eccezionali flussi migratori di questi anni – e non a caso, diversi partiti populisti in Europa hanno recentemente chiesto di sospendere il Trattato di Shengen, che permette la libera circolazione delle persone nell’area comunitaria. 

Inoltre, una delle critiche dal punto di vista più ‘antropologico’ riguarda il fatto che la globalizzazione sia avvertita, particolarmente da chi non ha strumenti per interpretarne gli aspetti migliori, come un processo forzato ed irreversibile, una “fiumana” di verghiana memoria che non ammette alternative, e laddove ne ammette le ostacolo in ogni modo – vedasi le difficoltà di economie non liberiste, ed anzi apertamente anti-capitalistiche, come quelle di talune nazioni sudamericane, particolarmente Cuba e Venezuela.  
Infine, la concentrazione di grosse fette di mercato nelle mani delle multinazionali, una delle caratteristiche più note della globalizzazione, ha provocato storture particolarmente nel mondo del lavoro, quali: una forte delocalizzazione della produzione, ovvero l’esportazione all’estero delle fabbriche e delle altre attività industriali di base, la difficoltà nel trovare occupazione per i lavoratori non qualificati (“unskilled”) a causa di un aumento della domanda di quelli maggiormente qualificati (“skilled”), per di più all’interno di un contesto come quello della crisi economica – ancora in corso - che ha visto bruciare milioni di posti di lavoro in pochi anni.

Cittadini inglesi contro la Brexit
Cittadini inglesi contro la Brexit — Fonte: ansa

Come si vede quindi, il tema della globalizzazione si spinge molto oltre il semplice campo economico, arrivando ad investire l’idea che vogliamo farci del mondo in cui viviamo: si guardi alla Brexit, ovvero un referendum consultivo che descrive una grande nazione, come il Regno Unito, preferire il totale distacco dall’Unione Europea al processo di integrazione certamente più difficile ma anche più ‘remunerativo’ per i propri cittadini sul lungo termine.
Esiste l’esigenza di aumentare il welfare, ovvero la presenza dello Stato a protezione delle fasce più deboli, come i lavoratori al minimo sindacale e coloro che hanno perso il posto, e in contemporanea il problema di non permettere agli Stati di aiutare indebitamente le proprie aziende, per penalizzare quelle estere (secondo la pratica illecita degli “aiuti di Stato”); esiste il problema di vigilare perché il libero mercato non diventi occasione di abuso di posizione dominante delle più grandi società, né di alleanze in danno dei consumatori - situazioni già più volte verificatesi; ed infine esiste il punto per il quale l’economia globale non diventi l’unico totem-guida per i governi, di modo che questi non siano costretti a scegliere politiche necessariamente austere o a non poter discutere di diritti civili in quanto “i problemi principali sono altri (e sono economici”). Leggiamo a questo proposito quanto afferma Bruno Codenotti:

Un dogma tra gli economisti è che la globalizzazione sia “cosa buona” e che vada incessantemente spinta. Questa visione è una conseguenza della “fede” nell’efficienza dei mercati e nella loro capacità di auto-regolamentarsi. Ma cosa dire se si scopre che la globalizzazione sta portando grandi vantaggi soprattutto ai membri dell’élite finanziaria? I benefici del libero flusso di beni e capitali attraverso i confini nazionali sono già stati, per la maggior parte, realizzati e quello che si prospetta all’orizzonte, se si procedesse oltre nel processo di globalizzazione, è che i vantaggi sono ormai controbilanciati da enormi costi dovuti a disoccupazione, riduzione di salari, pensioni perse e comunità urbane che si stanno spopolando. Per far sì che il beneficio procurato dai mercati globali possa essere equamente distribuito, servirebbero strutture globali di governance che di fatto non esistono e alla cui realizzazione la maggioranza degli uomini di potere si opporrebbe.
(B. Codenotti, Il paradosso della globalizzazione

Ricordiamoci soprattutto che queste problematiche sollevate poc’anzi non possono essere affrontate con soluzioni superficiali: non esistono risposte semplici a domande complesse. Il fatto che la globalizzazione abbia investito tutti gli aspetti della nostra vita, e in particolare le nostre relazioni, fa sì che ci troviamo in un’epoca in cui nessuno riesce a capire realmente chi ha le redini del gioco; è un’epoca in cui l’orizzonte di libertà delle persone sembra essersi affievolito. Vale la pena di chiudere con un ultimo spunto di Bauman che riguarda la paura del mondo globale:

Possiamo profetizzare che, a meno di essere imbrigliata e addomesticata, la nostra globalizzazione negativa, che oscilla tra il togliere la sicurezza a chi è libero e offrire sicurezza sotto forma di illibertà, renderà la catastrofe ineluttabile. Se non si formula questa profezia, e se non la si prende sul serio, l'umanità ha poche speranza di renderla evitabile. L'unico modo davvero promettente di iniziare una terapia contro la crescente paura che finisce per renderci invalidi è reciderne le radici: poiché l'unico modo davvero promettente di continuarla richiede che si affronti il compito di recidere quelle radici. Il secolo che viene può essere un'epoca di catastrofe definitiva. O può essere un'epoca in cui si stringerà e si darà vita a un nuovo patto tra intellettuali e popolo, inteso ormai come umanità. Speriamo di poter ancora scegliere tra questi due futuri.
(da Paura liquida, Conclusione; p. 220)

Dunque, abbiamo molto materiale per scrivere un tema sulla globalizzazione, ma la tua ricerca è appena agli inizi. Indagare il proprio mondo è la cosa più difficile perché è difficile rendere visibile e significativa la banalità di un’esperienza quotidiana; per cui, in bocca al lupo.  

3Fase 2 – La scaletta

Per il tuo tema sulla globalizzazione - e, in generale, per tutti gli elaborati - una struttura ci vuole. Usa le prime righe del tuo tema come introduzione, per poi esporre l’argomento ed approfondirlo criticamente, fino a tirare le tue conclusioni. Dunque:  

  1. Introduzione.
  2. Esponi il tema globalizzazione.
  3. Approfondisci il tema globalizzazione declinandolo secondo le varie problematiche che sei in grado di cogliere.
  4. Prospettive nel quotidiano.
  5. Proposte d’intervento e conclusioni.

4Fase 3 – Stesura del testo

4.1Introduzione

Come scrivere un tema sulla globalizzazione
Come scrivere un tema sulla globalizzazione — Fonte: istock

A seconda del tuo gusto puoi scegliere di fare riferimento a un particolare avvenimento inerente al tema, oppure letteralmente “fondere” l’introduzione e la presentazione dell’argomento, utilizzando la definizione del fenomeno “globalizzazione” come introduzione alla parte centrale del testo (terzo punto della scaletta). Scegli bene anche lo stile da utilizzare: se procedi a frasi brevi, darai risalto all’aspetto più emozionale; con periodi più lunghi, invece, porrai l’attenzione sul ragionamento. 

4.2Presentazione dell'argomento

Adesso devi riprendere in mano il foglio di brutta con il piccolo questionario. Usalo per mettere in luce la disinformazione che spesso ruota attorno al fenomeno, ma che tu, grazie a validi spunti critici, stai per superare. L’importante è far capire al lettore in che modo parlerai del tema della globalizzazione.  

4.3Elaborazione dell’argomento

Beninteso, sei libero di esprimere tutte le idee che vuoi, ma devi sempre appoggiarti a dati statistici e ad articoli: devi evitare il sì perché sì e il no perché no. Comincia a sviscerare le cause del fenomeno che stai esaminando, quello della globalizzazione. In questa fase della stesura devi scendere nel concreto della problematica. Una volta che avrai inquadrato il tema della globalizzazione da tanti punti di vista, proponi delle soluzioni che abbiamo buon senso: che siano cioè attuabili. 

4.4Conclusioni

Sei adesso alle conclusioni. Rileggi bene il tuo testo. Quali soluzioni hai proposto per incidere positivamente su questo fenomeno? In gran parte le conclusioni e le soluzioni coincidono. Quindi poi chiudere indicando una strada da seguire sia per le Istituzioni, sia per i comuni cittadini.

5Le guide per svolgere i temi

Devi svolgere altri temi? Di seguito trovi le guide di Studenti.it con tutti i consigli per sviluppare un elaborato che stupisca i professori: