Tema sulla fame nel mondo

Tema sulla fame nel mondo A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Tema sulla fame nel mondo: come strutturare e svolgere un tema/saggio breve su questo argomento. Cos'è la fame nel mondo? Come si combatte? Idee e riflessioni

1Fase 0 – Riflessione iniziale

La FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura
La FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura — Fonte: ansa

La fame nel mondo è uno di quei temi enormi, di fronte al quale ci sentiamo pressoché impotenti. Alla parola fame dobbiamo associare quella di ‘risorse’, perché il problema nasce in particolare dal modo in cui esse sono sfruttate. Esiste un’organizzazione come la FAO che si occupa nello specifico di monitorare questo particolare aspetto, studiandolo e proponendo soluzioni ai governi. Esiste anche il World Food Programme che si occupa di progetti per combattere la fame nel mondo.
Prima di accingerti a scrivere questo tema sulla fame nel mondo, hai bisogno di documentarti, ma prima ancora devi riflettere su quello che già sai o credi di sapere perché affrontare un tema del genere richiede grande lucidità, animo sensibile e buona documentazione. Il questionario che vedi di seguito ti aiuterà a entrare in argomento, evitandoti il rischio di scrivere di pancia. Le riflessioni che emergeranno sono preziose, ma dovrei confrontarla con la documentazione che via via riuscirai a trovare.  

  1. Cosa so della fame nel mondo?
  2. A quali fenomeni o eventi associo il tema della fame nel mondo?
  3. Chi è stato a parlarmene più volte e chi l’ultima volta? 
  4. Ne sapeva più di me?
  5. Ero d’accordo con quanto affermava, o in disaccordo?
  6. In quella discussione ho solo ascoltato oppure ho preso una posizione?
  7. Ho letto qualcosa in proposito? Se sì, da dove?
  8. Quali sono le conseguenze del fenomeno?
  9. Qual è la geografia della fame nel mondo? Quali paesi interessa maggiormente?

2Fase 1 – Lettura dei documenti forniti dal docente o ricerca su internet

L'ingente problema della fame nel mondo
L'ingente problema della fame nel mondo — Fonte: ansa

Il concetto di “fame” è intuitivo e ha a che fare con la gestione delle risorse a disposizione: l’esempio della torta da dividere in più persone in parti uguali, ma sappiamo che l’egoismo dell’uomo può portare qualcuno a tagliare le fette in modo poco equo. La fame è anche un’arma. Sappiamo dai libri di storia che quando si voleva conquistare una città, la si assediava così da prenderla per fame, tagliando i ponti con gli approvvigionamenti. La fame inibisce qualsiasi attività, rallenta qualunque azione. Quando tra una pubblicità e l’altra compare quella di una raccolta fondi a favore magari dei bambini africani che soffrono la fame, ci è più facile credere che il nostro apporto sia inutile; che non sta a noi porre un rimedio; che sono problemi lontani, da sopravanzare. Eppure qualcosa dentro di noi brucia.

Sottovalutare la povertà significa non cogliere la sfida che essa ci propone: una sfida alla nostra intelligenza, al nostro cuore, alla nostra sensibilità, poiché apparteniamo (e proprio la globalizzazione dovrebbe ricordarcelo) alla grande famiglia umana. In Europa, oggi, come in America, non conosciamo la fame, anche se essa ha riguardato le nostre storie a causa di epidemie e carestie. Se le risorse ci sono, perché questo problema resta? Evidentemente una parte dell’economia non è rivolta all’uomo, ma all’economia stessa, come una macchina impazzita che si tenta di domare. Perché la fame può essere strumentalizzata, e intesa quindi anche come uno strumento di ricatto a livello internazionale, perché le persone affamate possono contrattare beni preziosi pur di avere una manciata di cibo in cambio. La fame rappresenta uno strumento di coercizione e probabilmente, nei piani più esecrabili sebbene forse inconsapevoli dell’economia mondiale, essa tiene sotto scacco i paesi meno sviluppati. Viviamo in un periodo in cui qualunque risorsa, acqua compresa, può essere mercificata secondo i dettami della globalizzazione. I motivi storici della fame nel mondo sono molteplici ed è difficile affrontarli in modo congruo in così breve spazio. Partiamo da quanto ha detto Papa Francesco in occasione Della Giornata Mondiale dell’Alimentazione caduta nell’anniversario della fondazione della FAO il 16 ottobre del 2015. Nella loro semplicità, esse individuano alcuni punti fondamentali che vale la pena di toccare. 

Le parole di Papa Francesco alla FAO contro la fame nel mondo
Le parole di Papa Francesco alla FAO contro la fame nel mondo — Fonte: ansa

La Giornata Mondiale dell'Alimentazione pone in primo piano tanti nostri fratelli che, nonostante gli sforzi compiuti, soffrono la fame e la malnutrizione, anzitutto per l'iniqua distribuzione dei frutti della terra, ma anche a causa di un mancato sviluppo agricolo. Viviamo un'epoca in cui l'affannosa ricerca del profitto, la concentrazione su interessi particolari e gli effetti di politiche ingiuste rallentano le azioni all'interno dei Paesi o impediscono una cooperazione efficace in seno alla comunità internazionale. In questo senso, rimane molto da fare per quanto riguarda la sicurezza alimentare, che appare ancora come un obiettivo lontano per molti. Questo doloroso scenario, Signor Direttore Generale, rende ancora più urgente il ritorno all'ispirazione che portò alla nascita di codesta Organizzazione e ci impegna a trovare i mezzi necessari per liberare l'umanità dalla fame e promuovere un'attività agricola capace di soddisfare le effettive necessità delle diverse aree del pianeta. Si tratta di un obiettivo certamente ambizioso, ma improrogabile, che va perseguito con rinnovata volontà in un mondo dove cresce il divario nei livelli di benessere, nei redditi, nei consumi, nell'accesso all'assistenza sanitaria, nell'istruzione e per quanto concerne una maggiore speranza di vita. Siamo testimoni, spesso muti e paralizzati, di situazioni che non è possibile legare esclusivamente a fenomeni economici, poiché sempre di più la disuguaglianza è l'effetto di quella cultura che scarta ed esclude tanti nostri fratelli e sorelle dalla vita sociale, non considera le loro capacità e arriva a ritenere superfluo il loro apporto alla vita della famiglia umana.
(Da askanews)

Una della più note ambientaliste attuali è Vandana Shiva, 62enne indiana che ha fondato nel 1987 il movimento Navdanya ("nove semi"), vincitrice del prestigioso Right Livelihood Award, guida della crociata globale contro la multinazionale Monsanto, si è costruita un immenso seguito, con alleati italiani come Slow Food e Terra Madre. L’attivista indiana si è occupata particolarmente del rapporto tra globalizzazione e agricoltura, e quindi delle attuali cause della povertà nel mondo e della malnutrizione. In particolare emergono alcuni punti fondamentali: l’ingresso delle multinazionali in zone coltivate da piccoli proprietari terrieri ha innescato un processo per così dire di espropriazione delle terre, ossia: «L’agricoltura a forte densità di capitale nelle mani delle grandi aziende si diffonde in regioni dove i contadini erano certo poveri, ma godevano di autosufficienza alimentare. Nelle regioni in cui è stata introdotta l’agricoltura industriale, l’aumento dei costi rende praticamente impossibile la sopravvivenza dei piccoli contadini» (da La globalizzazione e l’agricoltura del terzo mondo). Il suo attacco alle multinazionali le ha causato una battaglia mediatica molto violenta, il cui obiettivo era screditarla dato che le sue tesi screditano a sua volta l’operato delle multinazionali stesse. Insomma, una vera e propria guerra. Riporto uno stralcio di una sua intervista che vede la Monsanto implicata nella gestione monopolizzata del cotone. 

Foto di Vandana Shiva, una delle più importanti attiviste contro la fame nel mondo
Foto di Vandana Shiva, una delle più importanti attiviste contro la fame nel mondo — Fonte: ansa

Il New Yorker contesta la sua affermazione secondo cui i brevetti della Monsanto impediscono ai contadini di conservare le sementi. Una legge sui diritti degli agricoltori, varata nel 2001, tutela il loro diritto di conservare e riutilizzare i semi. E, secondo l'articolo, i costi scendono e i raccolti sono più ricchi. «Prima che arrivasse la Monsanto le semenze locali di cotone costavano da 5 a 10 rupie il chilo. Il monopolio costruito dalla Monsanto ha fatto salire i prezzi a 3.555 rupie il chilo di cui 1.200 sono royalties. Laddove la Monsanto ha dovuto ridurre i prezzi, per esempio nell'Andra Pradesh, è successo grazie alle nostre pressioni sull'antitrust locale. Anche la legge del 2001 non nasce per caso, io ero stata designata tra gli esperti del ministero dell'Agricoltura. Ma la lotta non finisce mai. Pensi che in questo momento la Pepsi Cola sta penetrando nel business delle mense scolastiche in India. Altro che alimentazione equilibrata, chilometro zero. Un colosso americano del junk-food vuole decidere cosa mangiano i bambini indiani. È in pericolo la nostra sovranità alimentare. Dietro le campagne ideologiche come questo articolo del New Yorker s'intravede un altro obiettivo. Monsanto vuole conquistare l'Africa. Perciò devono diffondere il mito che i loro Ogm hanno reso ricchi i contadini indiani».
(Dall’intervista di Federico Rampini a Vandana Shiva, La Repubblica, 3 ottobre 2014)  

L’analisi della Shiva è davvero molto profonda e mette in luce, come per altri aspetti ha fatto anche Zygmunt Bauman, ciò che la globalizzazione porta di negativo: ossia che contenga in sé strategie di mercato legali ma immorali, poiché frutto di accordi internazionali non sempre orizzontali che vanno a discapito delle parti più deboli della comunità mondiale. Leggiamo ancora un suo appunto:

Per i suoi sostenitori, la globalizzazione sarebbe un processo evolutivo naturale e inevitabile che, inserendoci nelle maglie del villaggio planetario, genererebbe crescita e prosperità per tutti. I popoli del Terzo Mondo potrebbero accedere al lavoro e migliorare il loro livello di vita solo integrandosi nei mercati mondiali. In realtà, la globalizzazione non è un processo naturale di inclusione, ma un progetto planetario di esclusione, che canalizza le risorse e il sapere dei poveri del Sud verso il mercato mondiale, privando i suoi abitanti dei loro sistemi di produzione per uso alimentare, negando loro così i loro mezzi di esistenza e i loro modi di vita tradizionali. Le regole del commercio mondiale, come sono enunciate dall’accordo agricolo e dall’accordo sui diritti di proprietà intellettuale legati al commercio del WTO (ADPIC, o TRIPS in inglese), tendono essenzialmente a permettere il furto mimetizzato sotto una fraseologia aritmetica e giuridica. In questa sottrazione di vasta portata, le aziende escono vincenti, mentre i popoli e la natura sono i grandi perdenti. Il fine generale del WTO, cioè la promozione della “concorrenza liberale”, favorisce una duplice funzione. In primo luogo, trasformare tutti gli aspetti della vita in merci. La cultura, la biodiversità, il cibo, l’acqua, i mezzi di esistenza, i bisogni e i diritti: tutto è ridotto e trasformato in mercato. In secondo luogo, giustificare la distruzione della natura, della cultura e dei mezzi di esistenza con le leggi della concorrenza. I responsabili politici se la prendono con le regole etiche ed ecologiche che permettono la conservazione della vita, definendole ostacoli “protezionistici” al commercio. In realtà, il WTO non riduce il protezionismo: sostituisce la protezione delle persone e della natura con quella delle grosse imprese.
(estratto da Vandana Shiva, La globalizzazione e l’agricoltura del terzo mondo, Arianna Editrice, consultabile online)

La situazione oggi, nonostante alcuni importanti miglioramenti, è ancora drammatica: 795 milioni di persone soffrono la fame e una persona su nove non ha cibo a sufficienza per condurre una vita normale. «A livello mondiale, il rischio maggiore per la salute degli individui è rappresentato dalla fame e dalla malnutrizione, più che dall’azione combinata di AIDS, malaria e turbercolosi», riporta il sito del WFP, che prosegue elencando le cause:

Spunti per scrivere un tema sulla fame nel mondo
Spunti per scrivere un tema sulla fame nel mondo — Fonte: ansa

Le principali cause della fame sono i disastri naturali, i conflitti, la povertà endemica, l’assoluta scarsità di infrastrutture per l’agricoltura e lo sfruttamento eccessivo dell’ambiente. La fame non significa solamente mancanza reale di cibo. Essa si manifesta anche in forme più nascoste. La mancanza di micronutrienti, ad esempio, espone le persone a contrarre più facilmente le malattie infettive, impedisce un adeguato sviluppo fisico e mentale, riduce la produttività nel lavoro e aumenta il rischio di morte prematura. La fame non colpisce solamente gli individui ma mina anche le potenzialità  economiche dei Paesi in via di sviluppo. Gli economisti stimano che ogni bambino il cui sviluppo mentale e fisico sia compromesso dalla fame e dalla denutrizione ha minori capacità di generare reddito, nel corso della sua vita. L'Obiettivo di Sviluppo per il Millennio di dimezzare la proporzione del numero degli affamati, conclusosi nel 2015, è stato registrato per 72 su 129 dei paesi monitorati, con i Paesi in via di sviluppo che, nel loro complesso, lo hanno mancato per un certo margine. A proseguire il lavoro degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, le Nazioni Unite hanno introdotto i Global Goals – conosciuti anche con il nome di Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals): 17 obiettivi contenuti in un grande piano d’azione sottoscritto da 193 Paesi membri dell’ONU che si impegnano a raggiungerli entro il 2030.
(dal sito del WFP)

Un altro grave problema che angustia la nostra società è quello dello spreco del cibo che, in effetti, rappresenta il vero paradosso del tema della fame nel mondo. Le risorse ci sono, ma non vengono distribuite in modo adeguato, soprattutto, vengono spesso buttate per mancato utilizzo. Buttate, esattamente. Inoltre non può non stridere il dato sull’obesità nei paesi occidentali che contrasta la denutrizione di quelli del sud del mondo. Qualcosa di profondamente sbagliato sta accadendo e sta anche a noi (correggendo le nostre abitudini alimentari ad esempio, ad esempio mangiando meno carne che in termini di produzione costa moltissimo) cercare di invertire la rotta. Leggiamo questo stralcio di Laura Puppato

Se oggi dovessi descrivere la nostra società ai miei nonni o bisnonni, una cosa, credo, non riuscirei a spiegare. Oggi spendiamo molto più denaro e fatica in diete e cure, rispetto a quanto ne usiamo per procurarci da mangiare. Forse il più grande successo (ma solo in Occidente) dell’ultimo secolo è l’aver debellato la fame, ma negli ultimi decenni siamo andati incontro ad un problema antitetico, siamo all’overdose di cibo. Proprio la nutrizione costituisce una delle contraddizioni più aberranti della nostra epoca, a fronte di 842 milioni di persone che soffrono la fame, ci sono circa 1 miliardo e mezzo di obesi. Dati come questo hanno spinto Riccardo Valentini (premio Nobel per la Pace 2007 con l’IPCC) a riflettere sulla necessità di modificare l’attuale sistema di produzione e di consumazione del cibo. La ricetta di Valentini non si basa su qualche ideologia ambientalista o terzomondista, ma su una constatazione di natura economica: l’attuale sistema è inefficiente e non sostenibile nel lungo periodo, tanto da poter divenire causa di una crisi alimentare profonda nei prossimi decenni. È necessario dunque agire per risolvere i tre paradossi del sistema della produzione alimentare attuale: un terzo della produzione mondiale viene buttata (quantità quadrupla rispetto a quella che servirebbe a relegare la “fame nel mondo” nei libri di storia), una grande percentuale di territorio viene usata per produrre biocarburanti o foraggio per bestiame e la già ricordata compresenza di obesi e persone che soffrono la fame. Sulla base di queste considerazioni è nata la bozza del Protocollo di Milano (di cui Valentini è relatore), ovvero una traccia da condividere con i cittadini, per vincolare i governi ad adottare alcune azioni concrete, che costituiscano un circolo virtuoso tra produzione, tutela dell’ambiente, nutrizione, salute ed educazione, ma anche democrazia.
(Di Laura Puppato, su internazionale.it

Le soluzioni quindi possono essere molteplici e riguardano tanto gli Stati quanto i singoli cittadini. Si tratta, infatti, di lavorare insieme nel macrocosmo e nel microcosmo, perché ogni iniziativa risulta importante. Manca intanto il sostegno dei paesi più sviluppati a quelli in via di sviluppo sotto forma di azioni umanitarie efficaci e studiate sul lungo periodo, unite ad esempio anche a nuove politiche sulle relazioni sociali e sulla protezione delle fasce sociali più deboli, le meno protette di fronte a disastri naturali e crisi economiche (oltre che ovviamente alle guerre). Non bisogna perdere poi il legame tra i piccoli produttori e i mercati: questa è la sfida più difficile perché le multinazionali tendono ovviamente a far scomparire questa fascia di produttori che invece è la più varia e multiforme. Anche scommettere sulle pari opportunità tra uomo e donna è una scelta vincente, poiché significa mettere le donne nella condizione di lavorare per mantenere la propria famiglia e quindi garantirne l’accesso al cibo. Inoltre:

Secondo l‘Ifad [Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo], se si vuole combattere la povertà e la fame e costruire società inclusive e sostenibili per tutti, i governi devono puntare su politiche inclusive che coinvolgano le popolazioni povere ed emarginate delle aree rurali dei paesi in via di sviluppo, con investimenti mirati che possano migliorare gli effetti di una rapida trasformazione strutturale in termini di equità nella distribuzione dei benefici da essa generati. Ma quali sono gli investimenti e le riforme a cui dare priorità? «Ad esempio interventi finalizzati a promuovere la nascita di industrie agroalimentare moderne», si legge nel rapporto, «creare posti di lavoro e favorire l’accesso ai servizi finanziari, visto che 2 miliardi di persone nel mondo non ne hanno ancora accesso e il 73% dei poveri non ha nemmeno un conto corrente bancario».
(Monica Straniero, su Vita.it, 15/09/2016) 

Dino Impagliazzo, un cittadino qualunque che ha tentato di combattere la fame nel mondo con i propri mezzi
Dino Impagliazzo, un cittadino qualunque che ha tentato di combattere la fame nel mondo con i propri mezzi — Fonte: ansa

Un aspetto comune resta comunque la volontà di cambiare e sentire il tema della fame nel mondo come un nostro problema. Non serve vedere un filmato sull’Africa per capire come essa sia presente anche a poche centinaia di metri da casa nostra. A questo proposito è bene citare la straordinaria iniziativa di un anziano pensionato di Roma, Dino Impagliazzo, che inizialmente da solo, preparando qualche decina di pasti da distribuire in giro ai poveri della città, è finito nel giro di qualche anno a coinvolgere un quantitativo di persone incredibile, riuscendo ad allestire una mensa funzionante per i senzatetto da centinaia di pasti al giorno interamente con cibi altrimenti destinati allo spreco. Per risolvere un problema, occorre capire che esso ci riguarda. 

3Fase 2 – La scaletta

Una struttura ci vuole. Usa le prime righe del tuo tema come introduzione, per poi esporre l’argomento ed approfondirlo criticamente, fino a tirare le tue conclusioni. Dunque:

  1. Introduzione.
  2. Esponi il tema “fame nel mondo”.
  3. Approfondisci il tema “fame nel mondo” declinandolo secondo le varie problematiche che sei in grado di cogliere.
  4. Prospettive nel quotidiano.
  5. Proposte d’intervento e conclusioni.

4Fase 3 – Stesura del testo

4.1Introduzione

A seconda del tuo gusto puoi scegliere di fare riferimento a un particolare avvenimento inerente al tema della fame nel mondo, oppure letteralmente “fondere” l’introduzione e la presentazione dell’argomento. Scegli bene anche lo stile da utilizzare: se procedi a frasi brevi, darai risalto all’aspetto più emozionale; con periodi più lunghi, invece, porrai l’attenzione sul ragionamento.

4.2Presentazione dell'argomento

Adesso devi riprendere in mano il foglio di brutta con il piccolo questionario. Usalo per mettere in luce la disinformazione che spesso ruota attorno al fenomeno, ma che tu, grazie a validi spunti critici, stai per superare. L’importante è far capire al lettore in che modo parlerai della fame nel mondo.

4.3Elaborazione dell'argomento

Beninteso, sei libero di esprimere tutte le idee che vuoi, ma devi sempre appoggiarti a dati statistici e ad articoli: devi evitare il sì perché sì e il no perché no. Comincia a sviscerare le cause del fenomeno che stai esaminando. All’interno degli articoli che trovi nei commenti, puoi trovare tante strade per interpretare correttamente il fenomeno: ricordati di citarli. Una volta che avrai inquadrato il fenomeno da tanti punti di vista, proponi delle soluzioni che abbiamo buon senso: che siano cioè attuabili.

4.4Conclusioni

Come scrivere un tema sulla fame nel mondo
Come scrivere un tema sulla fame nel mondo — Fonte: ansa

Sei adesso alle conclusioni. Rileggi bene il tuo testo. Quali soluzioni hai proposto per incidere positivamente sulla fame nel mondo? In gran parte le conclusioni e le soluzioni coincidono. Quindi poi chiudere indicando una strada da seguire sia per le Istituzioni, sia per i comuni cittadini. Proponi anche attività da svolgere in classe, magari, per poter scendere sempre più a fondo nella questione.

5Le guide per svolgere gli altri temi

Devi svolgere altri temi? Di seguito trovi le guide di Studenti.it con tutti i consigli per sviluppare un elaborato che stupisca i professori: