Tema svolto sulla compassione per la prima prova maturità 2017

Di Vincenzo Lisciani Petrini.

Tema espositivo-argomentativo sulla compassione che potrebbe diventare traccia per la prima prova maturità 2017

Fase 0 - Riflessione iniziale

Compassione significa partecipare al dolore di chi soffre, una partecipazione che nelle società di oggi sembra spesso assente. Uomini e istituzioni assistono indifferenti e a volte infastiditi, ai drammi dei migranti, alle immagini di guerra e distruzione. La distanza sembra anestetizzare le persone, rende i problemi lontani e quindi meno importanti. Esiste ancora la compassione?

Partiamo da uno spunto del grande romanziere Milan Kundera:

Milan Kundera
Milan Kundera — Fonte: ansa

Nelle lingue derivate dal latino la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecipiamo al dolore di chi soffre. È per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza: designa un sentimento ritenuto mediocre, di second'ordine, che non ha molto a che vedere con l'amore. Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice sofferenza (passio) bensì dal sostantivo "sentimento", la parola viene usata con significato quasi identico. Avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a qualcuno la sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo. (Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, p. 10)

L'indifferenza alle notizie di cronaca

Attualmente, pur essendo tutti in comunicazione attraverso i processi messi atto dai social, non abbiamo una grande stima di questo sentimento, proprio come dice Kundera (in tempi anche abbastanza lontani da oggi). È come se preferissimo ignorare quanto vivono gli altri, per far sì che il loro mondo non ci possa investire con tutto il suo carico di novità e di particolarità. È, dunque, un’attenzione su cui di solito facciamo economia.

La compassione al tempo dei social network
La compassione al tempo dei social network — Fonte: getty-images

Il semplice chiedere “Come stai?” è diventato più un modo di iniziare una conversazione banale che un vero interessamento a chi abbiamo di fronte. Questo nel nostro microcosmo, ma le cose cambiano fino a un certo punto quando vediamo un telegiornale o leggiamo terribili notizie di cronaca. Anche lì domina un’assordante indifferenza che può essere rotta solo dalla violenza emotiva attraverso cui l’informazione stessa ci viene data. Si cerca l’impatto frontale con storie piene di dolore, tragedie senza scampo, paura di guerre, insomma tutto quello che può sconvolgere la nostra indifferenza. Siamo davvero arrivati a questo punto?

Tornando al mondo social che oggi domina del tutto le nostre vite, possiamo osservare con una certa facilità che i legami con gli altri sono labilissimi e che basterebbe poco, giusto un clic, per spezzarli. Così, i sentimenti: sono diventati fragili e fragile è anche la voglia di ascoltarsi, di capirsi e di riscoprirsi nell’amicizia più profonda.  Inoltre essa può valicare tempo e spazio: i poeti raccontano storie e vicende per spingerci proprio a tale sentimento, spesso cercando di far capire cosa sia il dolore.

La filosofa statunitense Martha Nussbaum
La filosofa statunitense Martha Nussbaum — Fonte: ansa

L’Iliade si chiude con i funerali del troiano Ettore, il nemico dei Greci e commovente era stato il suo addio alla moglie Andromaca. Scrive Martha Nussbaum: «Certamente la compassione fa sì che i Troiani diventino in qualche modo familiari, in modo tale che i Greci possano vedere in loro la propria vulnerabilità, e possano provare terrore e pietà, come se si trattasse di loro parenti. Tuttavia è facile che la familiarizzazione si spinga ben oltre: essi diventano davvero noi, e noi siamo quelli che umanamente soffrono» (Compassion and Terror, Dedalus, autunno 2003). Il troiano Enea è definito da Virgilio “pio”, incline alla pietà, un sentimento molto simile alla compassione. Un sentimento che sarà basilare nella teologia cristiana.

Fase 1 – Lettura dei documenti forniti dal docente o ricerca su internet

Alcuni spunti di riflessione

Uno dei valori da riscoprire per comprendere la compassione è l’humanitas degli antichi romani, poi riscoperta da Petrarca e proposta come linea guida dell’Umanesimo. Una delle sintesi più eloquenti di questo concetto la troviamo nella famosa commedia di TerenzioHeautontimorumenos”, ossia “Il punitore di sé stesso”, quando Cremete dice a Menedemo: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto», che possiamo tradurre: «Sono un uomo per cui niente di ciò che è dell’uomo mi è estraneo». Questa frase suona molto simile a «non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui». Eppure detta solo così, perderemmo una parte del significato poiché proprie dell’uomo sono anche gioia, felicità, esultanza. Rischiamo di perdere tutto il positivo del contatto umano e della bellezza di condividere la vita in ogni suo aspetto. Non solo il dolore, quindi, non solo la sofferenza.

Il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman
Il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman — Fonte: getty-images

Il vero punto focale è avere il cuore puro quando ci accostiamo a chi sta aprendo il suo cuore dal momento che potremmo incappare nell’invidia (magari per una gioia che ci viene raccontata) o nel paternalismo più ipocrita (quando ci viene raccontata una sofferenza). Per questo Kundera dice che la passione nella sua natura intrinseca è il supremo dei sentimenti: essa indica l’unificazione dei due cuori, la perfetta unione, divenendo uno dei picchi più alti dell’amore. E noi amiamo il mondo che ci circonda? Siamo in grado di provare questo sentimento così disprezzato? Focalizziamo ancora meglio il panorama affettivo odierno, con alcune riflessioni di Bauman:

I "legami umani" in un mondo che consuma tutto sono un intralcio? "Sono stati sostituiti dalle "connessioni". Mentre i legami richiedono impegno, "connettere" e "disconnettere" è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza". (Da un’intervista di Raffaella De Santis a Zygmunt Bauman su Repubblica.it del 20/11/2012)

Social network
Social network — Fonte: istock

Per farsi degli amici offline è difficile perché chiede un lavoro e una rinuncia all’indifferenza, rinuncia che costa un’enorme fatica, un impegno costante e un’esposizione tanto alle fragilità dell’altro quanto alle proprie. Su questa linea il pensiero di un’altra grande pensatrice, Martha Nussbaum: «Possiamo provare com-passione solo fino a quando crediamo che la persona sofferente condivide con noi vulnerabilità e possibilità», (da Compassion and Terror, p. 16). Perché è difficile far lavorare in noni quotidianamente il mondo dell’altro e questo appare vero tanto nel nostro piccolo microcosmo, tanto nel macrocosmo, ossia quando non ci preoccupiamo di quel che accade nel mondo poiché non direttamente connesso alle nostre piccole sfide quotidiane. Ma il discorso è ancora più interessante quando poniamo l’accento sugli effetti di questa indifferenza all’altro, che rende interscambiabili tutti i nostri legami, in particolare quelli di coppia.

Dice sempre Bauman:

Cos'è che ci spinge a cercare sempre nuove storie? "Il bisogno di amare ed essere amati, in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza. L'amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame".
Paura del legame, che la nostra fragilità e quella dell’altro diventino le pietre angolari di un rapporto, che l’emozione di incontrare l’altro prenda la forma di un sentimento stabile. Eppure la possibilità del nuovo ci lusinga e questa lusinga è mercificabile perché appartiene alla sfera dei nostri desideri. Bauman ha riflettuto a lungo proprio su questo concetto di “liquidità” del nostro mondo, declinando quindi questo principio dal campo economico a quello affettivo.

Abbiamo finito per trasformare i sentimenti in merci. Come possiamo ridare all'altro la sua unicità? "Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l'opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L'amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l'altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l'amore. Non troveremo l'amore in un negozio. L'amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana".

Che posto ha la compassione nei social network?
Che posto ha la compassione nei social network? — Fonte: istock

Forse accumuliamo relazioni per evitare i rischi dell'amore, come se la "quantità" ci rendesse immuni dell'esclusività dolorosa dei rapporti. "È così. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l'illusione di avere tante "seconde scelte", che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante. Muoversi da un luogo all'altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere. "L'amore esclusivo" non è quasi mai esente da dolori e problemi  -  ma la gioia è nello sforzo comune per superarli".

Passiamo ad alcune scene letterarie che esprimono la compassione quasi come un’epifania. Una delle più celebri la troviamo nel famoso romanzo di Dostoevskij, L’idiota. In una delle scene più forti e toccanti, il principe Myškin scopre il cadavere di Nastas'ja, uccisa da Rogožin stesso con il pugnale che aveva mostrato al principe precedentemente. Una persona totalmente buona da risultare pazzo, il principe, che piange le lacrime che Rogožin non può versare. L’acqua delle lacrime diviene per una via cara a Dostoevskij elemento catartico di rigenerazione e di perdono, nato però dalla compassione profonda del principe verso l’assassino della donna che amava. In una lettera del 1867 indirizzata allo scrittore Apollon Nikolaevič Majkov, Dostoevskij descrisse il nucleo poetico del romanzo a cui stava lavorando:
« Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto.»

Fëdor Dostoevskij
Fëdor Dostoevskij — Fonte: getty-images

"Il principe sobbalzò sulla sedia in preda a un nuovo terrore. Quando Rogožin tacque di nuovo e di colpo, il principe si chinò in silenzio verso di lui, gli si sedette accanto e col cuore in tumulto e il respiro affannoso prese a scrutarlo. Rogožin non si voltava, sembrava addirittura che si fosse dimenticato di lui. Il principe lo guardava in attesa. Il tempo passava, cominciava ad albeggiare. Rogožin di tanto in tanto si metteva a borbottare forte, bruscamente, gridava, rideva. Il principe allora tendeva la mano tremante verso di lui e gli accarezzava la testa, i capelli, le guance… più di quello non poteva fare! Incominciò di nuovo a tremare forte e gli sembrò che la forza abbandonasse di nuovo le gambe. Una sensazione completamente nuova gli tormentava il cuore con un’angoscia infinita. Frattanto si era fatto giorno. Si allungò sul cuscino, privo di forze ormai, disperato, avvicinò il suo viso a quello pallido e immobile di Rogožin. Le lacrime sgorgavano dai suoi occhi e bagnavano le guance di Rogožin, ma forse allora non era più cosciente delle sue lacrime e non ne sapeva nulla…"(F. Dostoevskij, L’idiota, IV, 11)

"Le lacrime sgorgavano dai suoi occhi e bagnavano le guance di Rogožin": questo è il passo più importante, di natura cristologica, dal momento che contiene in sé l’elemento cristiano del perdono e della rigenerazione. Simile al perdono del buon ladrone, ma soprattutto simile all’acqua che sgorga dal costato di Cristo

Sulla stessa linea di Dostoevskij abbiamo un altro grande scrittore, ossia Raymond Carver, che ha basato molti dei suoi racconti proprio sulle epifanie nate dalla compassione, ossia nel provare lo stesso sentimento dell’altro. Un finale simile a quello de L’idiota lo abbiamo nel racconto «Di’ alle donne che usciamo» in cui protagonisti sono Jerry e Bill, due amici ormai sposati, che decidono di passare una giornata “come ai vecchi tempi”, andando in cerca di ragazze, bevendo, giocando a biliardo. Ne viene fuori una rincorsa ariostesca a due ragazze, rincorsa che finisce in modo tragico: Jerry stupra una delle due ragazze e poi la uccide con un sasso in un raptus di follia. Proprio quando ciò accade, Bill, che nel frattempo si era perso alla ricerca dell’altra ragazza, irrompe nella scena a delitto già consumato. Jerry ha ancora in mano la pietra.

Li vide entrambi nello stesso momento: Jerry in piedi dall’altra parte della ragazza con la pietra in mano. Bill si sentì rimpicciolire, diventare sottile e leggero. Nello stesso tempo aveva la sensazione di dover combattere contro un forte vento che gli schiaffeggiava le orecchie. Voleva liberarsene e scappare, scappare, ma c’era qualcosa che gli veniva incontro. Man mano che quella forma avanzava verso di lui, le ombre delle rocce sembravano muoversi intorno e sotto di essa. Il terreno pareva essersi spostato dalla strana angolazione di quella luce. Senza un ragione, gli vennero in mente le due bici in attesa ai piedi dell’altura, vicino alla loro macchina, come se toglierne una potesse cambiare questa situazione, far sì che quella ragazza smettesse di ripresentarglisi nel momento in cui aveva messo piede sulla cima. Ma ora Jerry era lì davanti a lui, perduto nei vestiti come se dentro non avesse più un osso. Bill avvertì tutta la terribile vicinanza dei loro corpi, separati solo da un braccio. Poi la testa di Jerry piombò sulla spalla di Bill. Bill sollevò una mano e come se la distanza che ora li separava meritasse perlomeno questo gesto, cominciò a dare all’altro dei colpetti sulla schiena, a carezzarlo, mentre le lacrime gli sgorgavano dagli occhi. (R. Carver, Di’ alle donne che usciamo, in Principianti, Einaudi, p. 121)

Questo passo è davvero quasi una citazione della scena precedente. Le carezze, le lacrime… insomma la compassione diventa il ponte che lega due mondi estremamente distanti e ormai inconciliabili. I due mondi, le due situazioni diventano un unico mondo in questa situazione. Ma quel che fa Bill è resistere alla tentazione di fuggire.

Roger Waters, ex leader dei Pink Floyd
Roger Waters, ex leader dei Pink Floyd — Fonte: ansa

Questa è la compassione, forse, resistere al tentativo di fuggire e di essere “Piacevolmente insensibili” come direbbe Roger Waters, ex-leader dei Pink Floyd nella canzone Comfortably Numb, nell’album The Wall. Quando gli altri si allontanano resta la nostra solitudine e il nostro muro impedisce i veri contatti con l’esterno: e quindi capiamo che impedire il contatto con l’esterno è chiudere un ponte che può essere percorso in due direzioni. Chiuderci dal contatto con gli altri esclude noi stessi dal beneficio di sentirci amati nella totalità del nostro essere.

Avendo parlato di scene cristologiche non possiamo non citare almeno un episodio evangelico in cui la compassione, intesa come apertura al mondo dell’altro e alla sua storia, è protagonista.

1 Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. 2 Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. 3 Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, 4 gli dicono: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio.

5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?". 6 Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. 7 E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". 8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10 Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". 11 Ed essa rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le disse: "Neanch'io ti condanno; va’ e d'ora in poi non peccare più". (Giovanni, 8,1-11).

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Ecco ancora una volta la sospensione del giudizio e l’accogliere il mondo dell’altro, senza fuggire, senza rifugiarci dietro un muro che impedisce di cogliere il dolore dell’altro. Ma la compassione non è solo condivisone del dolore: Raymond Carver descrive una momento di condivisione gioiosa ed entusiasmante nel racconto Cattedrale. Un cieco, lontano amico della moglie del protagonista è ospite a cena. Tra moglie e marito c’è maretta e il silenzio si fa pesante. La presenza di questo cieco (non vedente) permette al protagonista invece, con grande sorpresa, di aprire gli occhi in modo nuovo verso la realtà. Ma deve fare uno sforzo: disegnare una cattedrale, incidendola su cartoncino e carta stagnola, per mostrarla al cieco. Il cieco gli chiede di resistere al gioco che gli propone, alla sfida: questo ci ricorda che l’altro ci mette in discussione, ci sfida appunto. Ci chiede del tempo per rivelarsi. Poi ecco che con grande sorpresa arriva il capolavoro:

– Che cosa state facendo? Ditemelo, voglio sapere. [dice la moglie, n.d.r.]

Non le ho risposto.

Il cieco ha detto: – Stiamo disgnando una cattedrale. Ci stiamo lavorando insieme, io e lui. Premi più forte, – ha detto, rivolto a me. – Sì, così. così va bene, – ha aggiunto. – Certo. Ce l’hai fatta, amico. Si capisce bene, adesso. Non credevi di farcela, eh? Ma ce l’hai fatta, ti rendi conto? Adesso sì che vai forte. Capisci cosa voglio dire? tra un attimo qui avremo un vero capolavoro. Come va il braccio? – ha chiesto. – Ora mettici un po’ di gente. Che cattedrale è senza la gente?

Mia moglie ha chiesto: – Ma che succede? Robert, che cosa stai facendo? Si piò sapere che succede?

– Tutto a posto, – le ha detto lui. – e adesso chiudi gli occhi, – ha aggiunto, rivolto a me.

L’ho fatto. Li ho chiusi proprio come ha detto lui.

Prima prova maturità 2017
Prima prova maturità 2017 — Fonte: istock

– Li hai chiusi? – ha chiesto. – Non imbrogliare.

– Li ho chiusi – ho risposto io.

– Tienili così, – ha detto. Poi ha aggiunto: – Adesso non fermarti. Continua a disegnare.

E così abbiamo continuato. Le sue dita guidavano le mie mentre la mano passava su tutta la carta. Era una sensazione che non avevo mai provato prima in vita mia. Poi lui ha detto: – Mi sa che ci siamo. Mi sa che ce l’hai fatta, – ha detto. – Da’ un po’ un’occhiata. Che te ne pare?

Ma io ho continuato a tenere gli occhi chiusi. Volevo tenerli chiusi ancora un po’. Mi pareva una cosa che dovevo fare.

– Allora? – ha chiesto. – La stai guardando?

Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non stare dentro a niente.

– È proprio fantastica, – ho detto.

Si chiude qui il racconto e l’omonima raccolta di racconti del grande scrittore americano. Disegnare la cattedrale significa quindi costruire una relazione autentica con gli altri, ossia costruire lo spazio di una verità che ci accomuna e che ci avvolge. Uno spazio che è un tempo e un tempo, che è uno spazio. Chiudiamo con nota del grande Hillman che parla di come si deve imparare a percepire l’altro e per altro possiamo intendere anche tutto il mondo che ci circonda, con la sua carica di contraddizioni, violenze, gioie e illusioni. Ciò che guardiamo nasconde la complessità dietro una superficie apparentemente leggibilissima.

Non c'è niente di ovvio in una faccia e niente di semplice in una superficie. Il presunto nascosto è anch'esso in vista e suscettibile di essere notato, anzi è una parte di ciò che qualsiasi evento offre a chi sa guardare. [...] A volte questo visibile invisibile è indicato come lo spirito del luogo, la qualità di una cosa, l'anima di una persona, l'atmosfera di una scena , lo stile di un'opera d'arte. [...] Né i nostri concetti né l'occhio che guarda attraverso di essi hanno sufficiente tirocinio nell'arte dell'immaginazione, nell'arte percettiva della lettura delle immagini. Quando cerchiamo di vedere per mezzo di tipologie, categorie, classi, sistemi diagnostici, siamo incapaci di vedere come stanno questa o quella persona. I tipi di qualunque genere offuscano l'unicità. [...]

I nostri fallimenti in amore, nelle amicizie, in famiglia sono spesso riconducibili a fallimenti della percezione immaginativa. Quando non guardiamo con l'occhio del cuore, allora sì l'amore è cieco, perché in quei casi non sappiamo vedere l'altro come portatore [...] di verità immaginativa. Può esserci il sentimento ma non la vista; e come la vista si appanna, così si appannano la simpatia e l'interesse. Ci sentiamo soltanto irritati, e ricorriamo a concetti diagnostici e tipologici. [...] La percezione immaginativa richiede grande pazienza. Come dicevano gli alchimisti dei loro complicati, frustranti esperimenti: <<Nella tua pazienza è la tua anima>> ( J. Hillman, "Il Codice Dell'Anima"). Pazienza ha la stessa radice di compassione. 

Si tratta quindi di capire che non soltanto l’altro è portatore di una storia ma anche di un modo tutto suo di interpretarla, cioè di leggere gli altri e sé stesso. Questo lo pone in conflitto con noi, a meno che questa lettura dell’altro non diventi una costante che finisce con l’aiutarci a leggere meglio la nostra stessa vita. In fondo tornando ai nostri amati Greci, Eschilo diceva proprio «pathei mathos» nell’Agamennone. Ossia: «attraverso il dolore, si impara». Ma se ricordiamo bene, ogni passione dell’altro, oltre la nostra, è un modo per imparare a conoscere la realtà che ci circonda.

Dice sempre Dostoevskij: «io sono convinto che l’uomo non rinuncerà mai alla vera, autentica sofferenza… Giacché la sofferenza è la vera origine della coscienza…  In realtà io continuo a pormi una domanda oziosa: che cos’è meglio, una felicità da quattro soldi o delle sublimi sofferenze? Dite su, che cos’è meglio?», Ricordi del sottosuolo

Fase 2 – La scaletta

Una struttura ci vuole. Usa le prime righe del tuo tema come introduzione, per poi esporre l’argomento ed approfondirlo criticamente, fino a tirare le tue conclusioni. Dunque:

  1. Introduzione: non deve essere troppo lunga, ricorda. Puoi far riferimento a un recente fatto di cronaca, ad esempio
  2. Esponi il tema della compassione. Delimita bene l'argomento di cui ti andrai a occupare. Evita che il tema stesso apra troppi discorsi collaterali che non c'entrano.
  3. Approfondisci il tema della compassione declinandolo secondo le varie problematiche che sei in grado di cogliere. Questa sarà la fase più lunga dell'elaborato, in cui devi riflettere, ragionare e citare articoli e spunti critici.
  4. Prospettive nel quotidiano: dopo averne parlato in generale, la seconda parte della tua riflessione deve riguardare la quotidianità, il modo in cui le persone nella loro vita vivono la compassione.
  5. Proposte d’intervento e conclusioni.

Fase 3 – Stesura del testo

Ora si entra nella fase operativa della stesura del testo. Dopo esserti documentato e aver fatto la scaletta, puoi iniziare a sviluppare il contenuto, seguendo lo schema di seguito.

Introduzione

A seconda del tuo gusto puoi scegliere di fare riferimento a un particolare avvenimento inerente al tema, oppure letteralmente “fondere” l’introduzione e la presentazione dell’argomento, utilizzando la definizione di questo sentimento come introduzione alla parte centrale del testo (terzo punto della scaletta).

Presentazione dell'argomento

Adesso devi riprendere in mano il foglio di brutta con il piccolo questionario. Usalo per mettere in luce la disinformazione che spesso ruota attorno al fenomeno, ma che tu, grazie a validi spunti critici, stai per superare. L’importante è far capire al lettore in che modo parlerai di questo fenomeno: sii chiaro sul taglio che vuoi dare.

Elaborazione dell’argomento

Beninteso, sei libero di esprimere tutte le idee che vuoi, ma devi sempre appoggiarti a spunti critici. Comincia a sviscerare la natura del sentimento che stai esaminando e come esso viene percepito e vissuto nell’attualità e nel passato. All’interno degli articoli che trovi nei commenti, puoi trovare tante strade per interpretare correttamente il fenomeno: ricordati di citarli.

Conclusioni

Sei adesso alle conclusioni. Rileggi bene il tuo testo. Quali soluzioni hai proposto per incidere positivamente su questo fenomeno? Come si potrebbe riscoprire la compassione? In gran parte le conclusioni e le soluzioni coincidono. Proponi qualcosa di attuabile. Se sei poi così pessimista da non avere in mente nessuna soluzione… ahimè!

TUTTE LE TRACCE SVOLTE PER LA MATURITA'

Preparati alla prima prova della maturità con le nostre tracce svolte: