Tema sulla ricerca della felicità

Tema sulla ricerca della felicità A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Tema sulla ricerca della felicità: la guida per scrivere un testo espositivo o un saggio breve su questo argomento, con tanti spunti e riflessioni

1Fase 0 – Riflessione iniziale

Come scrivere un tema sulla felicità
Come scrivere un tema sulla felicità — Fonte: istock

Esiste una parola così abusata come felicità? Sfuggente e al tempo stesso banale, così evidente ma non sappiamo precisamente cosa sia e, quindi, neanche dove trovarla: prendi un bel foglio per la brutta copia e comincia a buttare giù, parola per parola, tutto quello che associ all’idea di felicità: immagini, situazioni, momenti particolari, emozioni, persone, ricordi, sogni. Tutto. Alla fine di questo brainstorming, avrai davanti a te un quadro variegato di te stesso e della tua idea di felicità. Osservalo bene e comincia a pensare in che modo puoi ordinarlo. Ora cercheremo degli spunti critici su cui riflettere.  

2Fase 1 – Lettura dei documenti forniti dal docente e ricerca su internet

Credo che nessuno alla domanda “Vuoi essere triste o felice?”, risponderebbe “Triste”. Eppure quando ci fanno la domanda “Sei felice?”, esitiamo sempre a rispondere e spesso ci affidiamo a un diplomatico “sì, dai, abbastanza”. Sappiamo poco di quel che significa essere triste e ancora meno di quel che significa essere felice. La felicità è un mistero e oggi la nostra società sembra volerci obbligare a essere felici a tutti i costi proponendoci dei modelli sterili di realizzazione perlopiù basati sul possesso. Cose già viste, a ben pensarci. Gli dei dell’antica Grecia erano belli, immortali ed eternamente giovani; passavano la vita ad amoreggiare, ridere e trastullarsi in banchetti (anche a farsi la guerra, di tanto in tanto). Tutti oggi firmerebbero per una vita così perché la immaginiamo perfetta. I modelli di felicità presenti nelle pubblicità, proprio per il fatto che il marketing gioca con la nostra insoddisfazione, propongono sempre uomini e donne belli, affermati, sempre giovani. La realtà, però, è molto più complessa: ma questi desideri ci spingono a lavorare per ottenere quegli obiettivi. Spesso, una volta ottenuti, ci sentiamo vuoti e insoddisfatti. E torniamo al punto di partenza

Dove possiamo trovare la felicità? Ognuno deve trovare le sue risposte. Per un attimo, tuttavia, cerchiamo di osservare meglio la realtà che ci circonda. Guardandoci intorno, infatti, possiamo cogliere più facilmente l’infelicità delle persone: nella metro gli sguardi bassi, le teste tra le mani, la stanchezza. Persone costrette a lavori malpagati, con orari impossibili. Oppure pensiamo alle persone in fila al supermercato: hanno fretta di andarsene da uno dei posti più alienanti di cui si possa fare esperienza. È impossibile non chiedersi il senso di tutto questo. La vita adulta non fa che acuire questo disagio: David Foster Wallace in un bellissimo discorso tenuto nel 2005 ai giovani diplomandi del Kenyon College (Ohio), diceva appunto che sta a noi capire il problema del mondo in cui viviamo. Scegliere a cosa pensare e come orientarci: e la felicità riguarda questo «perché i banali luoghi comuni possono essere questione di vita o di morte», (Foster Wallace).  Per avere un sorriso puro davanti al mistero della vita, per cercare di essere se non felici, almeno non disperati, per capire come muoverci in questa infaticabile ricerca, dobbiamo imparare a pensare. Un altro importante pensiero è quello di Zygmunt Bauman, che utilizza l’immagine dell’orizzonte per farci comprendere come la felicità sia quasi inafferrabile.  

Foto di David Foster Wallace
Foto di David Foster Wallace — Fonte: ansa

«La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida. L’incertezza è l’habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all’incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità. È per questo che una felicità “autentica, adeguata e totale” sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci a esso.»
(Zygmunt BAUMAN, L’arte della vita, trad. it., Bari 2009)

Significa che passando da una sfida all’altra l’uomo è sempre in cammino verso un obiettivo, ma non è un obiettivo da raggiungere nel silenzio più totale: chiede in modo quasi angosciante di essere condiviso con qualcuno e, soprattutto, esso deve costituire un valore: deve portarci al capolavoro. In quel capolavoro non ci siamo solo noi, ma tutte le persone che ci sono state e magari sono ancora al nostro fianco. La felicità diventa un viaggio condiviso giacché, a ben pensarci, è molto difficile essere felici nell’isolamento più totale. Per essere felici occorre tradire il nostro individualismo per donarci agli altri.

Foto del professore Stefano Zamagni
Foto del professore Stefano Zamagni — Fonte: ansa

«Il tradimento dell’individualismo sta tutto qui: nel far creder che per essere felici basti aumentare le utilità. Mentre sappiamo che si può essere dei perfetti massimizzatori di utilità anche in solitudine, per essere felici occorre essere almeno in due. La riduzione della categoria della felicità a quella della utilità è all’origine della credenza secondo cui l’avaro sarebbe, dopotutto, un soggetto razionale. Eppure un gran numero di interazioni sociali acquistano significato unicamente grazie all’assenza di strumentalità. Il senso di un’azione cortese o generosa verso un amico, un figlio, un collega sta proprio nel suo essere gratuita. Se venissimo a sapere che quell’azione scaturisce da una logica di tipo utilitaristico e manipolatorio, essa acquisterebbe un senso totalmente diverso, con il che verrebbero a mutare i modi di risposta da parte dei destinatari dell’azione. Il Chicago man – come Daniel McFadden ha recentemente chiamato la versione più aggiornata dell’homo œconomicus – è un isolato, un solitario e dunque un infelice, tanto più egli si preoccupa degli altri, dal momento che questa sollecitudine altro non è che un’idiosincrasia delle sue preferenze. [...] Adesso finalmente comprendiamo perché l’avaro non riesce ad essere felice: perché è tirchio prima di tutto con se stesso; perché nega a se stesso quel valore di legame che la messa in pratica del principio di reciprocità potrebbe assicuragli.»
(Stefano ZAMAGNI, Avarizia. La passione dell’avere, Bologna 2009)

La felicità è una scelta, una strada da percorrere: non è il contrario della tristezza, quanto la consapevolezza della fragilità che abita in ognuno e la capacità di amare questa fragilità come il bene più prezioso in ognuno. Uno dei film che affronta il problema della felicità è al centro del film Into the wild, che racconta la storia di Christopher McCandless, un ragazzo che appena dopo la laurea intraprese un viaggio in solitario nelle lande desolate dell’Alaska dove trovò la morte accidentalmente. Anche lui era in cerca della felicità, al punto che ci ha lasciato nei suoi diari alcune riflessioni molto interessanti. 

C'è tanta gente infelice che tuttavia non prende l'iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l'animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l'avventura. La gioia di vivere deriva dall'incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso... Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un'esistenza non convenzionale...
(Christopher McCandless) 

Quante volte capita che ci comportiamo in alcuni modi solo per assecondare quello che le persone vogliono da noi: ci sentiamo soffocare, ma resistiamo all’apnea senza battere ciglio: semplicemente perché si deve fare così e non c’è altra ragione al mondo. Certo esistono degli impegni che si prendono, dei lavori che si deve fare per poter vivere. Tuttavia vivere la propria vita come schiavi senza assaporare la propria libertà, senza neanche il coraggio di sognarla una libertà, era quanto Christopher voleva evitare. La sua soluzione, drastica, è stata quella di mettersi perennemente in viaggio. Passava la vita leggendo e viaggiando, vivendo alla giornata, assaporando ogni momento, simile al perdigiorno descritto da Eichendorff, uno scrittore del Romanticismo tedesco. Questa è la poesia che l’autore ha posto in esergo al suo libro. 

A chi Dio vuole mostrare una giusta benevolenza,
Quelli lui manda nel vasto mondo,
A quelli lui vuole far conoscere le sue meraviglie
Nelle montagne e nei boschi e nell'acqua e nei campi.
I pigri, che rimangono sdraiati a casa,
Non sono ristorati dall'alba rossa,
Loro conoscono solo l'accudimento dei bambini,
Le pene la fatica e l'affanno per il pane.
I ruscelletti scendono dalle montagne,
Le allodole frullano via in alto per divertimento
Quanto non vorrei con loro cantare
A squarcia gola e un cuore più puro?
Il caro Dio io lo lascio solo governare;
Il ruscelletto, le allodole, la foresta e i campi
E la terra e il cielo vuole conservare,
Ha anche predisposto le mie cose nel modo migliore.

Non diverso da quello che dice proprio Christopher McCandless

«Ma ti sbagli se pensi che le gioie della vita vengano soprattutto dai rapporti tra le persone. Dio ha messo la felicità dappertutto e ovunque, in tutto ciò in cui possiamo fare esperienza. Abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di guardare le cose». 

Tuttavia, come suo testamento, Chriss scrive: «La felicità è reale solo quando condivisa». Quindi possiamo capire che per quanto ci sforziamo di trovarla all’interno di noi, essa si trova nella relazione tra noi e gli altri: per cui è sia dentro che fuori di noi.
Anche Leopardi ha cercato per tutta la sua vita di essere felice e oggi frotte di studenti dicono “Accidenti prof, quanto è depresso Leopardi”, e su Facebook è comparsa addirittura la pagina “Giacomo Mainagioia Leopardi”. In una lettera al suo disperatissimo amore Fanny Targioni Tozzetti, scrisse: «...e rido della felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta d'individui non felici». (Lettera del 5 dicembre 1831). Leopardi guardava talvolta con sarcasmo, talvolta con compassione le fragili illusioni dell’umanità, sempre intento a rincorrere l’orizzonte inafferrabile della felicità. Eppure alcune delle riflessioni più belle sulla felicità vengono proprio da lui, noto pessimista. Leopardi disse che «L'immaginazione [...] è il primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell'uomo, tanto più l'uomo sarà felice».    

Parlavamo prima dell’orizzonte lontano che l’uomo cerca di raggiungere ma non ci riesce, ma intanto condivide il cammino con gli altri, in amicizia, e qui c’è già la radice della felicità. L’immaginazione è allora lo strumento che abbiamo per poter raggiungere l’irraggiungibile, attraverso cui possiamo cambiare la realtà intorno a noi, con cui possiamo creare e sentirci vivi. Con l’immaginazione possiamo non tanto cambiare la realtà davanti a noi, ma avere nuovi occhi per guardarla: avere uno sguardo poetico, nuovo, non viziato da alcuna abitudine. Pensa se facessimo così anche con le persone… se le vedessimo nuove ogni giorno. Dopo aver riflettuto su questo, torniamo al problema del dolore e della sofferenza. Per i poeti anche la tristezza è un valore da difendere perché ci avvicina a un sentire nuovo e autentico; ci avvicina se non alla felicità effimera, a una consapevolezza più grande, porta per una più grande felicità poiché si rivela meglio il nostro destino. In un passo molto profondo, Rainer Maria Rilke, un grandissimo poeta, parla del tristezza a un suo allievo. 

Foto del poeta Rainer Maria Rilke
Foto del poeta Rainer Maria Rilke — Fonte: ansa

«Io credo che quasi tutte le nostre tristezze siano momenti di tensione, che noi sentiamo come paralisi perché non udiamo più vivere i nostri storditi sentimenti. Perché siamo soli con l’intruso in noi; perché per un istante ogni cosa consueta e familiare ci è sottratta; perché siamo nel pieno di una transizione, dove non è possibile arrestarsi. Per questo la tristezza passa: il nuovo in noi, il sopraggiunto, si è introdotto nel nostro cuore, è penetrato nella sua camera più interna, e non è neppure lì – è già nel sangue. E noi non conosciamo cosa fosse. Facile sarebbe indurci a credere che non sia accaduto nulla; eppure noi ci siamo trasformati, come si trasforma una casa in cui è entrato un ospite. Noi non sappiamo dire chi sia giunto, né forse lo sapremo mai, ma molti segni sembrano indicare che il futuro si introduce in noi in questo modo, per trasformarsi in noi ben prima del suo avvento. Per questo è così importante essere solitari e attenti, quando si è tristi: perché l’istante in apparenza vuoto e fermo in cui il nostro futuro accede a noi, è tanto vicino alla vita di quell’altro momento chiassoso e casuale in cui esso, come da fuori, sopravviene. Più siamo quieti, pazienti e aperti quando siamo tristi, tanto più profondo e tanto più sicuro entra in noi il nuovo, tanto meglio lo acquisiamo, tanto più sarà il nostro destino, e a lui ci sentiremo, il giorno che «accadrà» (cioè uscirà da noi incontro agli altri), affini e prossimi nell’intimo».
(Rainer Maria Rilke, da Lettere a un giovane poeta, pp. 82-83).

In ultimo possiamo parlare di un grande filosofo Friedrich Nietzsche, uno degli uomini più disperati che io abbia mai avuto l’occasione di affrontare. Ma anche lui, come ognuno di noi, voleva arrivare alla verità e consacra la disperazione

Foto di Friedrich Nietzsche, filosofo tedesco (1844 - 1900)
Foto di Friedrich Nietzsche, filosofo tedesco (1844 - 1900) — Fonte: ansa

«Superate, ve ne prego, uomini superiori, le piccole virtù, le piccole assennatezze, i riguardi minuscoli, il brulichio delle formiche, il benessere miserabile, la ‘felicità del maggior numero’ - ! E piuttosto di rassegnarvi, disperate. E, in verità, io vi amo, uomini superiori, perché oggi non sapete vivere! Così, infatti, voi vivete – nel modo migliore!»
(F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, parte IV, Dell’uomo superiore, p. 335).  

Eravamo partiti proprio dal capire che cos’è la realtà, cos’è la ricchezza vera. Alla fine in questo superiore distacco abbiamo trovato una certa concordanza in diversi pensatori. Ora gli spunti mi sembrano tanti e forse troppi. Sta a te, adesso.

3Fase 2 – La scaletta

Disponiamo la nostra scaletta sfruttando tutti gli elementi finora emersi (comprese le tue riflessioni preliminari). Parti sempre con l’introdurre l’argomento per poi sviluppare il resto. Quindi:

  1. Introduzione.
  2. Presentazione dell’argomento.
  3. Elaborazione dell’argomento.
  4. Conclusioni.

Per il punto 3 puoi operare un’ulteriore ripartizione. Ad esempio:

  • 3.1) La mia idea di felicità.
  • 3.2) Cosa cercare in quell’orizzonte lontano
  • 3.3) La solitudine e la felicità, etc. per poi arrivare alle conclusioni.

4Fase 3 – La stesura

4.1Introduzione

L’introduzione ti aiuta ad avvicinarti gradualmente all’argomento. Puoi scegliere perciò di partire da uno dei documenti (è un espediente molto usato), oppure da alcune immagini o situazioni connesse al tema che stai trattando per poi arrivare a delinearlo completamente nel punto successivo. Se riprendi in mano i tuoi appunti preliminari, puoi scegliere anche una delle tue risposte per cominciare a scrivere.

4.2Presentazione dell’argomento

È il momento in cui occorre delineare il tuo campo di azione, presentando l’argomento nella sua complessità, segnalando al lettore quali saranno i punti che andrai a toccare. Inoltre, nel caso di un saggio breve o testo argomentativo, è il momento in cui è necessario presentare con chiarezza la tesi. Qual è la tua idea sulla felicità?

4.3Elaborazione dell’argomento

Come scrivere un tema/saggio breve sulla felicità
Come scrivere un tema/saggio breve sulla felicità — Fonte: istock

Sono molti i punti da toccare per un tema del genere, quindi devi necessariamente ordinarli. Non avere fretta parti da quello che ti sembra più opportuno. L’argomento deve essere chiaramente elaborato in funzione della tua visione del problema. Ricordati di citare i documenti, di commentarli, di analizzare. Non fare mai dei copia-incolla troppo lunghi: non servono. Tocca a te scendere nel profondo della questione. Questo rende l’elaborazione del tema il momento più delicato, ma anche il più bello, del tuo lavoro.

4.4Conclusioni

Una volta terminato il punto 4.3, devi concludere. Se hai svolto un tema argomentativo è il momento in cui devi riconfermare la tua tesi (ossia l’idea di fondo che volevi dimostrare). Cerca, inoltre, di dare prospettiva al problema, facendo intendere che ci sarebbe ancora molto da dire.

Come in Peter Pan, si può volare solo se abbiamo un pensiero felice: “Qual è il tuo?

5Le guide per svolgere i temi

Devi svolgere altri temi? Di seguito trovi le guide di Studenti.it con tutti i consigli per sviluppare un elaborato che stupisca i professori: