Tema sull'eutanasia e l'accanimento terapeutico

Tema sull'eutanasia e l'accanimento terapeutico A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Tema sull'eutanasia e l'accanimento terapeutico: considerazioni e riflessioni su questa tematica, con tutti i pro e i contro, per scrivere un tema/saggio breve

1Fase 0 – Riflessione iniziale

Corrado Manni, anestesista
Corrado Manni, anestesista — Fonte: ansa

Con il tema dell'eutanasia, siamo di fronte all’insondabile mistero della vita e della morte. È uno di quegli argomenti in cui è facile cadere vittime di pressappochismi e pregiudizi, almeno finché se ne parla in generale, come se in fondo questo argomento fosse solo un problema della giurisprudenza e non ci toccasse davvero da vicino. Che sia necessaria una regolamentazione pare cosa quasi ovvia, ma non lo è per tutti e non allo stesso modo. L’eutanasia, è un argomento di grande attualità in un momento in cui la nostra cultura sembra rifiutare qualsiasi incontro con il mistero della morte; a questa si oppone un concetto simmetrico, l’accanimento terapeutico, che ugualmente pone degli interrogativi di liceità. Scrive il prof. Corrado Manni (Direttore emerito di Anestesia e Rianimazione del Policlinico “A. Gemelli” di Roma):

Non è raro trovare medici che ritengono che la morte dei propri pazienti sia espressione di un insuccesso terapeutico. Questa convinzione determina più o meno coscientemente un comportamento finalizzato a ritardare con tutti i mezzi possibili il momento del decesso. Ciò si verifica quando la morte è ritenuta a torto la complicanza finale di una patologia e non il naturale termine della vita. Oggi più che mai si sente il bisogno di ricuperare il significato vero della morte, un significato nascosto da modelli di vita eccessivamente materialistici ed edonistici. Il rifiuto della morte non appartiene soltanto al medico, ma a tutti i cittadini. Oggi si assiste ad una eccessiva medicalizzazione delle fasi terminali della vita. Il morente viene quasi sempre ospedalizzato, abbandonato dal suo ambite e dai suoi affetti familiari. Il motivo apparente è quello di favorire le cure atte a salvare la vita; il motivo reale è in molti casi quello di evitare di rimanere coinvolti in un momento così doloroso. E’ evidente che il rifiuto della morte può indurre all’accanimento terapeutico, così come il rifiuto della sofferenza può favorire una scelta di eutanasia.

2Fase 1 – L’argomento: spunti e articoli da considerare

Non credo si possa fare un paragone con l’antichità, magari prendendo Seneca e Petronio, condannati a morte da Nerone, che si suicidarono dissanguandosi a poco a poco, fraternamente assistiti dagli amici, perché erano stati appunto condannati a morte da Nerone. Certo evitarono di essere trucidati dai pretoriani, ma il discorso rischierebbe qui di prendere una deriva troppo particolare. L’eutanasia e l’accanimento terapeutico (in fondo l’altro lato della medaglia) sono problemi che si sono manifestati in tutta la loro potenza dal Novecento in poi, con un crescendo ulteriore negli ultimi tre decenni quando il tema fu riproposto all’attenzione di tutti. L’apripista fu il mondo anglosassone a partire dagli anni ’30, quando nacquero le prime associazioni, poi incrementatesi nel dopoguerra. Oggi le associazioni di tutto il mondo sono riunite nella World Federation of Right to Die Societies (Federazione Mondiale delle Società per il Diritto di Morire). Nel 1974 alcuni umanisti, tra cui scienziati, filosofi e premi Nobel, lanciarono il manifesto A Plea for Beneficent Euthanasia, che riscosse molti consensi. La principale attività di queste associazioni consiste nel sensibilizzare l’opinione pubblica e, soprattutto, governi e parlamenti, sulla necessità di raggiungere stadi più progrediti nel riconoscimento dei diritti del malato terminale. Cerchiamo, comunque, di delimitare meglio il campo “eutanasia” e “accanimento terapeutico”: 

  • L'eutanasia attiva consiste nel causare o accelerare la morte mediante l’intervento diretto del medico tramite l’utilizzo di farmaci letali. La scelta può essere direttamente presa dal paziente o dai suoi famigliari (magari avvalendosi di una sorta di “testamento biologico”, non ancora del tutto riconosciuto dalla legislazione italiana).
  • Il suicidio assistito è invece l'atto mediante il quale un malato, per sua precisa volontà, assistito dal medico, si procura una rapida morte. Il medico ha così il compito di prescrivere i farmaci necessari al suicidio e lo consiglia riguardo alle modalità di assunzione. Manca, dunque, l'atto diretto del medico che somministra in vena i farmaci al malato.
  • Il termine eutanasia passiva indica la morte del malato determinata dalla sospensione del trattamento farmacologico, o dall'astensione del medico dal compiere degli interventi che potrebbero prolungare la vita stessa. Questo processo è strettamente legato concetto di “astensione terapeutica”.
  • L’accanimento terapeutico può essere definito in questo modo, tramite un documento del Comitato Nazionale per la Bioetica (Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana, Roma 1996) dove si legge: «Trattamento di documentata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunga la presenza di un rischio elevato e/o una particolare gravosità per il paziente con un’ulteriore sofferenza, in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulti chiaramente sproporzionata agli obiettivi della condizione specifica». In questa definizione sono presenti tre elementi principali:
    1. la documentata inefficacia e quindi l’inutilità (o, nei termini della letteratura bioetica anglosassone, la futility);
    2. la gravosità del trattamento;
    3. l’eccezionalità dei mezzi terapeutici.
Sit-in a favore dell'eutanasia
Sit-in a favore dell'eutanasia — Fonte: ansa

Possiamo però immaginare che nella forma in cui la conosciamo oggi, cioè chiedere di farsi uccidere, per non soffrire (eutanasia attiva), o lasciar morire una persona che non ha speranza di guarigione, anche senza il suo consenso, perché magari non è neanche più lucida (eutanasia passiva), siano accadute molte volte lontano dai riflettori, senza sbandieramenti, perché si era in un territorio estraneo alla legge: si può togliere la vita a una persona con il suo consenso? È una domanda quasi paradossale poiché contraria all’istinto di conservazione proprio di ogni uomo. Ma l’eutanasia c’è, si applica sottobanco, questo è certo; si applica anche di frequente, visto che le mozioni per legalizzare l’eutanasia sono state molte in Italia, senza risultato, così come in molti altri paesi, su tutti bastino Belgio, Olanda e Svizzera, dove è legale già da diverso tempo. Definito il campo, occorre capire come muoversi in questo sentiero scosceso, perché, come sostiene Manni, «La medicina consente, oggi, di modificare profondamente la naturale evoluzione della fase terminale della vita. In particolare, la rianimazione ha conseguito risultati tali da indurre ad una ridefinizione dello stesso concetto di morte aprendo nuove speranze per il recupero di molti pazienti in condizioni critiche ad una vita degna di essere vissuta.» (da Accanimento terapeutico: definizione e aspetti scientifici).

Due spunti importanti: la tecnologia, che raggiunge vette sempre più alte, che permette quindi di allungare la vita e di curare malattie prima incurabili, e la “vita degna di essere vissuta”, perché è della dignità dell’uomo che stiamo parlando, quasi andando a riprendere un antico valore come l’humanitas latina. Ridefinire questi concetti è la vera sfida di oggi, non solo ovviamente in campo medico: si tratta di capire quand’è che la vita non è più vita, ma diventa qualcos’altro, causando la spersonalizzazione del paziente in mero caso clinico, degradandolo così a essere rappresentato solo dalla sua malattia. In sostanza, quindi, riprendendo sempre Manni: 

L’obiettivo del medico deve essere quello di difendere la vita dell’uomo rispettando la sua complessità psicosomatica e spirituale. Il rischio è quello di un tecnicismo che assoggetta l’uomo e lo riduce a mera espressione del proprio potere. Di fatto, la possibilità di ritardare con ogni mezzo e ad ogni costo il momento della morte può facilmente determinare un atteggiamento di accanimento terapeutico; così come il desiderio di interrompere le sofferenze che inevitabilmente accompagnano le fasi terminali della vita può indurre ad una richiesta di astensionismo terapeutico. Ciò ci lascia intravvedere la estrema complessità del problema e la difficoltà anche per il medico più esperto a fornire risposte esaurienti e soprattutto a proporre modelli operativi sufficienti per evitare in ogni caso scelte terapeutiche errate. Perché sia l’accanimento che l’abbandono terapeutico contrastano con gli indirizzi del codice di deontologia medica e con i fondamentali valori etici. (Corrado Manni, Accanimento terapeutico, cit.)

Proseguiamo nella riflessione cercando una definizione di malato terminale, perché è qui che si gioca la questione. Chi è il malato terminale? La definizione medica è la seguente: «Malato inguaribile, con ridotta aspettativa di vita, bisognevole di assistenza, per il quale non è più possibile attuare terapie eziologiche, ma sono necessari trattamenti sintomatici o palliativi». Quindi è un momento in cui la medicina deve lasciare che la vita faccia il suo corso compiendosi nella morte, garantendo che questo trapasso avvenga nel modo migliore, in particolare salvaguardando la dignità della persona malata. A questo punto, si entra nel campo delle terapie del dolore o palliative, che alleggeriscono il carico di sofferenza e aumentano così la qualità della vita. Si può essere quasi tutti d’accordo che in questa fase insistere con terapie strumentali leda la dignità del malato e la qualità della sua vita.

Attivisti pro vita, contro l'eutanasia e l'aborto
Attivisti pro vita, contro l'eutanasia e l'aborto — Fonte: ansa

E l’eutanasia? È questo il momento in cui essa potrebbe intervenire per aggirare la fase agonica. Il problema è che non è mai così facile prevedere con assoluta esattezza quando questa incorrerà. Questo, tuttavia, è un aspetto già più risolvibile: di gran lunga peggio è invece trovarsi davanti agli stati vegetativi persistenti o a condizioni fisiche che privano la persona di un qualunque tipo di indipendenza, rendendole estremamente difficoltose tutte le azioni di interazione sociale, conducendo una vita ai limiti dell’impossibile (come per chi è affetto da SLA). Davanti a questi casi sembra di muoversi in un campo minato, non solo per la mancanza di una precisa legislazione in merito (almeno nel caso italiano), ma anche per il fatto che si deve prendere una scelta tutt’altro che facile sia quando a chiederlo è la stessa persona malata, sia quando essa non può più comunicare (come nello stato vegetativo persistente). Ci sono quindi padri e madri che devono decidere se praticare l’eutanasia su un loro figlio in coma profondo da anni. È una scelta che farebbe impallidire chiunque. C’è anche il caso di persone stanche di soffrire e di condurre una vita menomata, che vogliono decidere, in piena libertà e in coscienza, quando concludere la propria avventura terrena.

A questo proposito, la risposta della fede religiosa diventa decisiva per molti ed è focalizzata sull’esperienza del dolore che nel mondo cristiano in particolare diventa espressione misteriosa dell’amore di Dio, mentre per un laico il dolore può non avere particolare rilievo, se non quello di essere un impedimento alla propria realizzazione. Il discorso tocca delle corde molto intime, perché niente è più intimo delle convinzioni di vita di ciascuno. Purtroppo manca una regolamentazione e questa mancanza ha il suo peso perché favorisce la clandestinità del fenomeno, come ha evidenziato il celebre oncologo Umberto Veronesi:

Eluana Englaro, uno dei più famosi casi di eutanasia in Italia
Eluana Englaro, uno dei più famosi casi di eutanasia in Italia — Fonte: ansa

«Tutti parlano di una soluzione ma al povero Mario Monicelli, che aveva chiesto ripetutamente in ospedale una puntura letale per un trapasso dolce, è stata negata e si è buttato dalla finestra: questa è civiltà? (…) L’eutanasia deve essere volontaria. In Olanda la legge non è superficiale ma molto severa. Il suicidio assistito è punito e l’eutanasia è una deroga che si ha di fronte a un malato con buone condizioni di facoltà mentali in fin di vita con forti dolori, che chiede ripetutamente l’iniezione. Viene concessa, eventualmente, dopo la riunione di tre esperti… ci sono diecimila persone che ogni anno la chiedono e solo tremila che riescono perché le procedure sono impegnative e spesso i malati muoiono prima».
(tratto dal Corriere della sera, 24/11/2014)

Nel mondo tutti gli Stati hanno affrontato questo problema o lo stanno affrontando e in molti (oltre alla sopraccitata Olanda) hanno creato una legislazione in merito. Non sono poi così tanti, in verità, segno che non è certamente solo una questione giuridica. L’arretratezza dell’Italia viene quasi automaticamente attribuita alla vicinanza del Vaticano, poiché la Chiesa Cattolica è fermamente contraria all’interruzione volontaria della vita di un malato terminale (la vita è dono di Dio). Questa posizione così netta certo non favorisce alcun dialogo. Ma forse il problema, almeno giudicando da quanti Stati ancora considerano omicidio l’eutanasia, è certamente più complesso. Si parla, infatti, di deriva o di “pendio scivoloso”. Gli oppositori dell’eutanasia sostengono infatti che, una volta legalizzata, si rischi di scivolare verso situazioni via via incontrollabili proprio per l’impossibilità detta sopra di determinare sempre e in ogni caso univocamente il decorso della malattia. C’è poi il caso delle persone che non sono coscienti o di cui non è possibile stabilire la coscienza: come ci si dovrebbe comportare? Quindi occorre una legge che eviti di trovarsi di fronte a casi limite in cui i confini siano troppo sfumati, tali da non capire come sia meglio procedere. Tuttavia l’eutanasia chiede di trovare una sua dimensione legislativa soprattutto per il fatto che essa sia praticata nella clandestinità; il che è sempre un male perché così non si tutela nessuno. Procedendo oltre, vediamo almeno alcuni tra i casi più famosi: su tutti vale la pena ricordare Eluana Englaro e Piergiorgio Welby, che hanno spaccato a metà l’opinione pubblica, mostrando altresì quanto fosse difficile muoversi nella zona grigia tra eutanasia e accanimento terapeutico con le attuali leggi italiane. Welby desiderava trovare non solo comprensione, ma giustizia e riconoscimento. Scrisse una lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, di cui vale la pena leggere alcuni passi:  

Piergiorgio Welby nel suo letto
Piergiorgio Welby nel suo letto — Fonte: ansa

«Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio ... è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà.» (…) «La morte non può essere “dignitosa”; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia “dignitosa” è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos’è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: “Ostico, lottare. Sfacelo m’assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m’accerchia senza spiragli. Non esiste approdo"».

Le parole risuonarono ovunque e ovunque suscitarono una discussione profonda. Alla fine, pur con mille difficoltà e nel tumulto mediatico che sempre accompagna questi casi, il tutto si è risolto spegnendo le macchine: Eluana non ha ricevuto più il nutrimento e l’idratazione necessaria alla vita; a Welby è stato staccato il respiratore artificiale. La Chiesa non concesse la celebrazione del rito religioso a Welby. La morte di Eluana fu ancora più drammatica poiché ci fu la lotta del suo papà, estenuato da 17 anni in cui ha avuto la figlia inerte in un letto, per ottenere l’eutanasia, volendo però restare nella legalità: fu una battaglia di giurisprudenza davanti a quel corpo muto. Il problema dello stato vegetativo è che non si può stabilire con certezza se e quanto durerà. È un’attesa che può essere senza fine. Questi due casi appartengono all’abbandono terapeutico (in seguito ad accanimento) o all’eutanasia? È una zona grigia. Fatto sta che diventarono casi mediatici e politici perché era in gioco la possibilità di trovare una legge.

DJ Fabo, ultimo caso di eutanasia
DJ Fabo, ultimo caso di eutanasia — Fonte: ansa

Un altro caso che ha colpito recentemente l’attenzione dell’opinione pubblica è stato quello di Dj Fabo, rimasto tetraplegico e cieco dopo un incidente in auto nel 2014. Inutili le cure e inutili anche gli appelli di DJ Fabo che ha chiesto un rapido iter burocratico per introdurre una legge sull’eutanasia. Di nuovo, si riaccende la discussione: ma DJ Fabo, per morire, sceglie di andare in Svizzera. Uno degli esempi che ugualmente può colpire, non noto al grande pubblico, è quello di Marco Bettiol. Questo ragazzo, nato sanissimo, manifestò ben presto i sintomi di una malattia mai del tutto compresa dai medici che gli ha procurato una paralisi degli arti superiori e inferiori, lasciandolo imprigionato nel suo corpo, senza che si potesse sapere se e quanto fosse cosciente, se non intuendolo dallo sguardo. È una vita degna di essere vissuta? I suoi genitori lottarono perché fosse così, anche se inizialmente quasi alla cieca. 

Ebbene, finalmente trovato l’accesso alla parola attraverso una tastiera speciale, queste le sue prime parole, per la madre: «Carissima mamma, raffinato fiore del mio giardino, luce e gioia del mio sguardo. È il primo anno che posso parlarti dopo otto di silenzio e ti dico che il mio cuore è gonfio d’amore per te. Coglieremo insieme i frutti che la vita ci darà, dolci o amari. Con tanto amore. Marco.» E al papà: «A mio papà, delicato e tenero amico, / sempre compagno del mio mondo / fatto di gioie e di momenti incerti /ma soprattutto di amore. / Tanti auguri papà. / Marco.» Marco ha cercato di vivere anche con tutti i suoi limiti, di amare le persone al suo fianco anche se agli occhi di molti la sua vita potrebbe essere definita “non degna di essere vissuta”. Certo, lui è stato particolarmente incoraggiato dalla fede, ma quello che si vuole far capire è un altro aspetto: che la vita è misteriosa, tanto da non lasciarsi intrappolare da nessuna giurisprudenza. Forse aveva ragione Kant a mettere in relazione la legge morale dentro di noi e il cielo stellato sopra di noi, sottolineando quanto intimamente apparteniamo al grande mistero dell’esistenza. Questo dovrebbe sempre incantarci e guidarci nel nostro percorso accidentato, giocando bene la nostra partita. 

3Fase 2 – La scaletta

Come scaletta per il tema sull'eutanasia e l'accanimento terapeutico posso consigliarti la solita e tradizionale, anche se scolastica. 

  1. Introduzione.
  2. Presentazione dell’argomento.
  3. Discussione degli articoli ed elaborazione dell’argomento.
  4. Conclusioni.

4Fase 3 – La stesura

4.1Introduzione

Abbiamo diverso materiale per scendere nel fondo del problema e tirare fuori un tema su eutanasia e accanimento terapeutico con riflessioni interessanti. Comincia sempre con l’introdurre la questione: è un argomento complesso quindi devi fare una panoramica iniziale. Puoi fare riferimento a fatti di cronaca per poi procedere con le tue riflessioni. 

4.2Presentazione dell'argomento

Definisci meglio l’ambito della tua discussione. Se stai svolgendo un testo argomentativo (cosa molto probabile) è il momento in cui devi presentare la tua tesi, dando un chiaro indirizzo che sia facilmente riconoscibile dal lettore. In questa occasione devi poi puntualizzare meglio alcune cose: se ti riferisci al particolare della realtà italiana, o stai facendo un discorso più generale, che riguarda tutti i paesi. Puoi scegliere. L’importante è che indichi il tuo campo d’azione.

4.3Elaborazione dell’argomento

Come scrivere un tema sull'eutanasia e l'accanimento terapeutico
Come scrivere un tema sull'eutanasia e l'accanimento terapeutico — Fonte: istock

Nella parte centrale del tuo tema sull'eutanasia e l'accanimento terapeutico devi argomentare e dimostrare le tue idee. Per farlo hai bisogno di tutti gli spunti critici necessari: riprendi in mano gli appunti iniziali presi con il questionario e cerca di capire quali nodi del problema restano coperti dalla superficie. Magari proprio tu, all’inizio, non avevi ben chiare le idee e invece adesso, dopo aver esaminato la documentazione, hai molto di più da dire. Questa differenza tra quel che si crede di sapere e quel che, invece, adesso hai compreso, può essere decisiva per sviluppare l’argomento. L’obiettivo è rendere ancora più chiaro questo problema: se lo sarà per te, lo sarà anche per chi legge, e lo sarà anche per quelle persone con cui prossimamente avrai occasione di confrontarti. Inoltre, ricorda sempre che devi riuscire a far parlare i documenti, perché altrimenti le tue idee non troveranno un valido appoggio: utilizzali senza fare copia incolla, senza neanche semplicemente parafrasarli. Devi ragionarci sopra, bene, con calma, utilizzando ogni elemento che ritieni opportuno. Cerca sempre di stabilire un confronto diretto con la realtà ed evita, se possibile, di scendere troppo nel personale. Questo per il semplice fatto che, se porrai attenzione in quello che scrivi, c’è già tutta la tua persona.

4.4Conclusioni

Le conclusioni devono sempre portare con sé la speranza di un miglioramento. Devi quindi raccogliere quello che finora hai detto e tirare delle linee che vadano avanti. Il tuo elaborato è una responsabilità. Con il tuo tema sull'eutanasia e l'accanimento terapeutico hai l’occasione di far circolare le tue soluzioni e la tua visione del problema. Per concludere, cerca sempre di orientare il tuo tema verso una prospettiva.

5Le guide per svolgere gli altri temi

Devi svolgere altri temi? Di seguito trovi le guide di Studenti.it con tutti i consigli per sviluppare un elaborato che stupisca i professori: