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Le scuole aquilane e la denuncia di Report: dove sono i soldi per ricostruire le scuole?

Domenica 30 ottobre la trasmissione Report ha mandato in onda un servizio sull´utilizzo dei finanziamenti destinati alla ricostruzione delle scuole aquilane post sisma

di Valentina Vacca 2 novembre 2011
Dove sono finiti i soldi per ricostruire le scuole danneggiate dal terremoto del 2009? Perchè sono stati destinati ad istituti che non ne avevano bisogno o, peggio, che proprio non esistevano più? Dove sono i fondi, come sono stati spesi? Se lo è chiesto Milena Gabanelli nella trasmissione del 30 ottobre di Report.

La trasmissione di Rai 3 ha denunciato come circa 221 milioni di euro che dovevano essere destinati alla ricostruzione degli edifici scolastici di L'Aquila siano stati in realtà impiegati (o figurano impiegati?) per altri edifici ai quali il sisma non terremoto_abruzzoha causato nessun danno; questo il caso ad esempio della scuola elementare di Ortona o della scuola media "IV novembre" di Castel del Monte, una scuola che in realtà non esiste più.

E le scuole di L'Aquila, quelle che avrebbero bisogno di numerosi interventi e alle quali questi soldi dovevano essere destinati? Sono rimaste a secco, a marcire tra pezzi di mura e cornicioni crollati nel 2009 e hanno usufruito in realtà di poco meno di 3 milioni di euro contro i 220 milioni che in realtà spettavano loro. E i restanti 218 milioni che fine hanno fatto?



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4
Commenti

Forza giovedì, 3 novembre 2011

Gnocca

Meno male che Silvio c'è!!!

n° 1
w la gafi venerdì, 4 novembre 2011

R: Gnocca

kakkio davvero!!

w la gufa venerdì, 4 novembre 2011

R: R: Gnocca

Sempre meglio della "premiata ditta autodemolitori" che ha devastato Roma.

di Francesca Marrucci venerdì, 4 novembre 2011

R: R: R: Gnocca

Uno spettro si aggira per l’Europa. Ha fatto danni un po’ dovunque, ma in Italia s’è lasciato dietro anche morti. Torna la stagione dei black blocks (meglio scriverlo con la K), forti di una primavera di scontento mai placata nel nostro Paese, che si è ulteriormente rafforzata grazie alla crisi globale e le scelte scellerate dei governi degli ultimi anni.
Le cose nel mondo non vanno bene, o almeno non vanno bene per la stragrande maggioranza della popolazione, privata gradualmente ma inesorabilmente dei diritti fondamentali: lavoro, istruzione, salute, e quindi dignità e possibilità di sopravvivere. Al letargo rassegnato delle generazioni over50 che in altre epoche furono ispiratrici di rivoluzioni, risponde la consapevolezza ferita e, appuntoindignata dei giovani, che si sono finalmente resi conto che il futuro è diventato più che incerto, il futuro è diventato certamente difficilissimo.

Le giovani generazioni, il meccanismo lo conoscono, primo perché lo studiano nelle università o nei loro stessi posti di lavoro (quando ce li hanno), secondo perché vivono sulla loro pelle le conseguenze di questo sistema. La storia anche qui la conosciamo bene, ed ha delle parole chiave già tristemente patrimonio comune: precarietà a vita, insicurezza, disoccupazione, nessuna pensione, nessuna tutela, cassa integrazione (quando si è fortunati).
Allora, finalmente, cominciano a lamentarsi, cominciano a scalciare, cominciano a considerare l’idea che non deve essere per forza così, che la rassegnazione è la morte della speranza e della vita. E in tutto il mondo s’alzano in piedi e forse per la prima volta nella loro giovane vita, dicono NO, dicono che vogliono di meglio da chi li rappresenta ai governi, che vogliono rassicurazioni sul loro futuro, che hanno diritto ad una vita, a diritti e ad un futuro anche se non sono figli di papà.

Allora benvengano i ragazzi che scendono in piazza, che si accampano nei luoghi chiave del potere, per reclamare un futuro, una speranza.
Ma mentre questi, pacificamente, gridano al mondo la loro rabbia e la loro richiesta di cambiamento, di alternativa, arrivano loro. I BB, i Black Blocks, la Banda Bassotti dei movimenti di protesta. Gli imbecilli.
E che si dica e a gran voce: delinquenti, imbecilli e loro sì, schiavi del sistema, che con le loro ‘guerre’ contro chi non si sa (la povera gente che vive nelle vie in cui sfilano i cortei? Gli altri manifestanti? I poliziotti o i Carabinieri che guadagnano due lire al mese?) ottengono il più funzionale dei risultati: la protesta e la proposta del movimento non passa, passano solo i loro atti violenti. La verità è che la loro guerra è solo contro chi prova a cambiare le cose, a reclamare i propri diritti.
Chissà se se ne rendono conto. Non lo so. Dalle cose che scrivono e dalle dichiarazioni che rilasciano mi sembrano dei pazzi esaltati, lucidi solo in una cosa: tecniche di guerriglia urbana. Il resto sono titoli di giornali ripetuti a pappagallo, slogan utopici, niente proposte: sono superflue, l’importante è sfasciare tutto. In cosa consista il tutto, se rappresenti davvero un obbiettivo di ‘sistema’ (come una banca) o quello che capita (come un’auto in sosta, un supermercato, un gruppo di manifestanti), poco importa. Braccare un blindato con 6 carabinieri dentro e cercare di farli morire bruciati non può passare per un atto di protesta. E’ tentata strage. Se qualcuno la definisce diversamente, ne è complice.


Gli scontri con le forze dell’ordine ci devono essere, è quasi una parola d’ordine, perché in un clima di tensione e pericolo, anche le forze dell’ordine diventano parte del gioco, il giocatore avversario che permette al gioco della guerra di funzionare. E allora la violenza diventa la padrona e caratterizza anche i comportamenti di chi ti dovrebbe tutelare. Anche se sabato, il modus operandi delle forze dell’ordine è stato diverso (tranne alcune deprecabili eccezioni), come ammesso dagli stessi partecipanti, il problema rimane lo stesso: si cercava palesemente la guerriglia.
Mai vorrei fare il poliziotto o il carabiniere in queste situazioni. Ci sono cose più grandi di noi, create ad hoc da altri, in cui noi non contiamo più. Ci sono momenti in cui un ragazzo pacifico come Carlo Giuliani si trova a tirare un estintore e uno come Mario Placanica, carabiniere di leva, a sparargli in faccia. Non ci fosse stata quella piazza, in quel momento, magari questi due sarebbero persino potuti essere amici. Se c’è chi si auspica che quella piazza e quei momenti persistano è un terrorista.
Questa è gente vigliacca, che si maschera, che ha come unico scopo distruggere quello che gli altri cercano di costruire, perché è più comodo che tutto resti così, anzi che tutto degeneri in un clima sempre più esasperato. Perché nella disperazione e nel disordine anche i falliti a cui è rimasto solo un passamontagna ed un sanpietrino da tirare, possono persino emergere. Quindi: casino! Perché tutto deve rimanere così, niente deve cambiare.
In un mondo visto da dietro un passamontagna nero, la speranza non trova posto.
Però mi rifiuto di rassegnarmi anche a questa idea: che le speranze, le proposte, siano asfissiate dal fumo nero di un’auto in fiamme, siano distrutte da una lapidazione senza senso.

Perché non vogliamo più vedere le scene come al G8 di Genova dove i boy scouts provavano a fermarli e venivano presi a sprangate. Non può funzionare così.

Un importante passo è stato fatto sabato, per la prima volta: c’è stata reazione interna contro questi imbecilli. In queste ore sul web si susseguono le pubblicazioni di foto e video dei partecipanti alla manifestazione che mirano a far riconoscere questa gente. Ecco, questa è una prima, seria risposta. Ma dev’essere solo l’inizio. Poi ci si deve attrezzare veramente. Perché si deve continuare a protestare, a chiedere cambiamenti, e non si può permettere a 10 imbecilli vestiti di nero dentro e fuori, di rubarci l’unica possibilità di avere un futuro ed una speranza.

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