Francesca Accardo, preside dell'Istituto Comprensivo Reina di Chiusa Sclafani, in provincia di Palermo,
rischia una multa di 500 euro perché nel suo ufficio non è esposto il crocifisso. Lo scorso venerdì il sindaco del paese,
Francesco Di Giorgio, ha emanato una ordinanza con la quale si stabiliva di "
mantenere il crocifisso nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici del comune di Chiusa Sclafani, come espressione dei fondamentali valori civili e culturali dello Stato italiano". Nella circolare era anche specificato che la Polizia Municipale avrebbe provveduto a controllare "entro 15 giorni l'osservanza dell'ordinanza", applicando
"ai trasgressori la sanzione di 500 euro".
Nella mattinata di ieri, due rappresentanti della Polizia Municipale si sono recati presso la scuola per controllare che l'ordinanza fosse stata attuata nell'istituto.
I vigili hanno trovato il Crocifisso regolarmente esposto in tutte le classi e negli uffici amministrativi, tranne che nell'ufficio della preside, che, a riguardo, ha dichiarato: "Avrei anche potuto non farli entrare, ma come rappresentante delle istituzioni ho pensato che non fosse corretto. Quando sono entrati nella mia stanza mi hanno fatto notare che il crocifisso mancava. Non riesco a spiegarmi i motivi del provvedimento e penso che adesso possano anche farmi la multa:
nessuno ha toccato i crocifissi nelle aule e nelle altre stanze e, francamente, non mi ero neppure accorta che nel mio ufficio mancava".
La preside ha inoltre aggiunto: "
Penso di vivere in un paese democratico, non in una dittatura: vorrei continuare a lavorare serenamente come ho fatto in questi anni". La preside è ora intenzionata a denunciare l'accaduto al Ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini e a Guido Di Stefano, direttore dell´Ufficio scolastico regionale.
La croce nelle scuole questione di politica?
La croce è un simbolo e un simbolo di enorme rilevanza e
come tale esprime aspetti profondi di tante culture in cui il cristianesimo ha
giocato un ruolo fondamentale. Ma una cosa è la presenza di un simbolo
depositato nell’arte, nell’iconografia, nelle nostre chiese, sugli edifici
storici delle nostre città, nei racconti che la richiamano nei gesti delle
nostre preghiere, altra cosa è imporre un simbolo negli edifici pubblici. La
prima cosa riguarda la cultura, la seconda riguarda la politica. La prima è iscritta
indelebilmente e incancellabilmente nella nostra memoria culturale, l’altra
dipende dalle decisioni di un partito politico, di una legge, è opera
massificante di una circolare ministeriale. Soprattutto, è frutto delle
decisioni di chi detiene il potere pro-tempore.
Non si crea cultura profonda e unificante con decisioni imposte dall’alto di un
potere politico, che magari compie questo atto per ottenere un sostegno in più
da gerarchie ecclesiastiche che a loro volta hanno bisogno di un sostegno politico.
La croce di Cristo è un simbolo che non ha bisogno di sostegno politico. Gesù è
stato messo a morte dai romani con il supplizio della croce che era segno
d’infamia. La fede cristiana si è affermata a partire da una sconfitta
simbolizzata dalla croce, senza sostegno politico. Pretendere oggi che la croce
si affermi mediante il sostegno di una decisione politica è grottesco ed è in
radicale contrasto con il messaggio di Gesù. La fede cristiana ha vinto perché
Gesù ha scelto la strada dell’abbassamento e dell’umiliazione, ha scelto la
croce. Non ha voluto imporre la croce agli altri. Il potere politico fin da
Costantino ha cercato invece di usare il cristianesimo a fini di potere:
Costantino ha pensato “in hoc signo vinces”. Ha pensato che la croce è un segno
che permette la vittoria sugli altri, che permette la loro distruzione.
Vi sono due idee di cristianesimo opposte l’una all’altra: la prima vede
l’identità cristiana nella capacità di comprendere e accogliere ogni altra
identità, mostrando l’amore universale di Dio e insegna - con Gesù - l’amore
dei nemici. La seconda vede il cristianesimo come un segno identitario CONTRO
gli altri, che differenzia dagli altri e che insegna a difendersi dagli altri.
Temo che oggi molti di coloro che vogliono le croci nelle scuole vogliano
un’identità “contro” gli altri. Il loro parlare della croce come un simbolo
culturale universale sembra una finzione e una tattica.
La storia dell’uso di questo simbolo dovrebbe in segnarci
qualcosa. La croce è diventata simbolo prevalente di Gesù soprattutto
nell’Occidente latino per influsso francescano. Il francescanesimo originario
voleva mettere al centro dell’identità cristiana la necessità
dell’autoumiliazione come imitazione di Gesù.
Agli inizi del cristianesimo la croce subita da Gesù rimase
a lungo un segno di infamia. Per questo Paolo predicava Cristo crocifisso:
perché solo se si è sconfitti con infamia, si può risorgere. Ma col tempo il
simbolo della croce assunse significati diversi. Credo che la conoscenza degli
studi storici esistenti ci farebbe bene. Boris Ulianich, antico professore di
Storia del Cristianesimo a Napoli ha curato tre grossi volumi sulla storia del
simbolo della croce in duemila anni di storia.
STORIA per SARA
Il velo della Bibbia: «Ogni donna che prega o profetizza a testa scoperta, reca un affronto al suo capo , infatti sarebbe come se essa fosse rasata. Pertanto se una donna non vuole mettersi il velo, si tagli addirittura i capelli! Ma, se per una donna è vergognoso tagliarsi i capelli o essere rasata, si copra col velo. L’uomo invece, non deve velarsi il capo, essendo egli immagine e riflesso di Dio; mentre la donna è riflesso dell’uomo.» Bibbia, Levitico
Il velo del cristianesimo paolino: «Di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l'uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L'uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell'uomo. E infatti non l'uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l'uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza.»
San Paolo, Prima lettera ai Corinzi, XI
Lapidazione: "Quando una fanciulla vergine è fidanzata, e un uomo, trovandola in città, pecca con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città e li lapiderete così che muoiano: la fanciulla, perché essendo in città non ha gridato, e l'uomo perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così toglierai il male da te." Bibbia, Deuteronomio XXII, 23
"Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via." Bibbia, Siracide IX, 10
"Una madre, in quanto sposata, otterrà in cielo un posto inferiore a quello della figlia in quanto vergine."
Sant'Agostino, padre della chiesa cristiana cattolica
"Le donne non dovrebbero essere illuminate o educate in nessun modo. Dovrebbero, in realtà, essere segregate poiché sono loro la causa di orrende ed involontarie erezioni di uomini santi." Sant'Agostino, padre della chiesa cristiana cattolica
"La donna non è fatta a immagine e somiglianza di Dio. È nell'ordine della natura che le mogli servano i loro mariti ed i figli i loro genitori, e la giustizia di ciò risiede nel principio che gli inferiori servano i superiori... È la giustizia naturale che vuole che i meno capaci servano i più capaci. Questa giustizia diventa evidente nel rapporto tra gli schiavi ed i loro padroni, che eccellono in intelletto, ed eccellono in potere.” Sant'Agostino, padre della chiesa cristiana cattolica, Questioni sull'Eptateuco, Libro I, § 153.
“Non può esserci dubbio che è più consono all'ordine della natura che l'uomo domini sulla donna, piuttosto che la donna sull'uomo. Questo è il principio che emerge quando l'apostolo (Paolo) dice, «La testa della donna è l'uomo» e, «Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti». Anche l'apostolo Pietro scrive: «Sara obbediva ad Abramo, chiamandolo padrone»"
Sant'Agostino, padre della chiesa cristiana cattolica, Sulla Concupiscenza, Libro I, cap. 10.
"Adamo è stato condotto al peccato da Eva, non Eva da Adamo. È giusto, quindi, che la donna accolga come padrone chi ha indotto a peccare." Sant'Ambrogio, padre della chiesa cristiana cattolica
“Vi sono tre ragioni per le quali diciamo che è l'uomo l'immagine di Dio e non la donna. Prima fra tutte: così come c'è un solo Dio e da lui tutte le cose sono nate, così un uomo è stato creato per primo e da lui sono stati nati tutti gli altri. Perciò è questa entità che è a somiglianza di Dio, vale a dire cioè che come tutte le cose procedono da Dio, così tutti gli altri uomini procedono da quest'uomo. In secondo luogo, così come dal corpo di Cristo mentre era addormentato nella morte sulla croce è derivata l'origine della chiesa cioè l'acqua ed il sangue attraverso i quali si esprimono i sacramenti con i quali vive la chiesa ed ha la sua origine e diviene sposa di Cristo, così dal fianco di Adamo mentre dormiva nel paradiso è stata formata la sua sposa quando le fu presa una costola, dalla quale Eva venne creata. In terzo luogo: così come Cristo è capo della Chiesa e governa la Chiesa, allo stesso modo il marito è capo della moglie e la regola e la governa. E' per queste ragioni che solo l'uomo è ad immagine di Dio, e non la donna. E per queste ragioni l'uomo non deve avere come la donna un segno di soggezione, ma un segno di libertà e di preminenza.”
Uguccio, Summa, C. 33, q. 5, cap. 13.
"La donna è un tempio costruito su una cloaca. Tu, donna, sei la porta del diavolo, tu hai circuìto quello stesso che il diavolo non osava attaccare di fronte. È a causa tua che il figlio di Dio ha dovuto morire; tu dovrai fuggire per sempre in gramaglie e coperta di cenci." Tertulliano, teologo cristiano
"Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, l'ignominia, io dico, del primo peccato, e l'odio insito in lei, causa dell'umana perdizione.
Non sai che anche tu sei Eva? La condanna di Dio verso il tuo sesso permane ancora oggi; la tua colpa rimane ancora.
Tu sei la porta del Demonio!
Tu hai mangiato dell'albero proibito!
Tu per prima hai disobbedito alla legge divina!
Tu hai convinto Adamo, perchè il Demonio non era coraggioso abbastanza per attaccarlo!
Tu hai distrutto l'immagine di Dio, l'uomo!
A causa di ciò che hai fatto, il Figlio di Dio è dovuto morire!”
Tertulliano, teologo cristiano, De Cultu Feminarum, libro 1, cap 1.
"Non permetto alla donna di insegnare, né di comandare all’uomo, ma se ne stia silenziosa. Infatti Adamo fu plasmato per primo, poi Eva; e non fu sedotto Adamo prima, ma la donna essendo stata sedotta cadde nella trasgressione." San Paolo, Lettere a Timoteo
"Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea." San Paolo, Prima lettera ai Corinzi, XIV, 34-35
"Le donne siano soggette ai propri mariti come al signore, perché il marito è il capo della donna come Cristo è il capo della chiesa."
San Paolo, Lettera agli Efesini
“L'Apostolo vuole che la donna sia manifestamente inferiore, in ordine che la Chiesa di Dio è pura.”
Ambrosiaster, Sulla prima lettera a Timoteo 3,11.
“In verità, le donne sono di razza debole, indegne di fiducia, di mediocre intelligenza.” Epifanio, Panarion 79, §1.
“Entrambe, la natura e la legge, mettono la donna in condizione subordinata rispetto all'uomo.” Sant'Ireneo, Frammento n° 32
"Se gli uomini potessero vedere quel che si nasconde sotto la pelle, la vista delle donne causerebbe solo il vomito. Se rifiutiamo di toccare lo sterco anche con la punta delle dita, come possiamo desiderare di abbracciare una donna, creatura di sterco?" Sant'Odone, abate di Cluny
"La donna è male sopra ogni altro male, serpe e veleno contro il quale nessuna medicina va bene. Le donne servono soprattutto a soddisfare la libidine degli uomini."
San Giovanni Crisostomo, cui è particolarmente devoto Herr Joseph Alois Ratzinger, papa Benedetto XVI°
"Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole (n.d.r.: mestruazioni). L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatrè giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione. Ma, se partorisce una femmina sarà immonda due settimane come al tempo delle sue regole; resterà sessantasei giorni a purificarsi del suo sangue."
Bibbia, Levitico
“Cosicchè si vede come causata da una natura particolare (dell'azione del seme maschile), una donna non sia altro che una mancanza, o una caso negativo. Per il potere attivo dello sperma, esso cerca sempre di produrre qualcosa di completamente uguale a sè stesso, cioè un maschio. Se invece viene generata una donna, questo può accadere perchè il seme è debole, o perchè la materia (fornita dalla femmina) è inadeguata, oppure per l'azione di fattori esterni come l'azione dei venti meridionali che rendono umida l'aria.” San Tommaso d'Aquino, Summa Teologica, 1, q. 92, art 1
“..sul conferimento degli Ordini (ad una donna), essa non potrà riceverli, perchè dal momento che un sacramento è un segno, non solo la cosa, ma anche la significazione della cosa è richiesta in tutte le azioni sacramentali; ... Di conseguenza, poichè non è possibile nel sesso femminile significare una eminenza di grado, dato che la donna è in uno stato di soggezione, segue che una donna non può ricevere gli Ordini sacramentali.” San Tommaso d'Aquino, Summa Teologica, Suppl., q. 39, art 1.
“Le donne non possono ricevere l'ordinazione, perchè l'ordinazione è riservata ai membri perfetti della chiesa, da quando ad altri uomini è stata affidata la distribuzione della grazia. Le donne non sono membri perfetti della chiesa, lo sono solo gli uomini. Aggiungi a questo che le donne non sono ad immagine di Dio, ma solo gli uomini”. Guido de Baysio, Rosarium, c. 27, q. 1, cap. 23.
“È conveniente che le donne non posseggano il potere delle chiavi perchè esse non sono ad immagine di Dio, ma solo l'uomo è gloria ed immagine di Dio. Questo perchè la donna deve essere assoggettata all'uomo e servirlo come una schiava, e non può esserci altra strada.” Antonio de Butrio, Commentaria, II, fol. 89r.
“Se «la testa della donna è l'uomo» ed è questo ad essere designato al sacerdozio, non sarebbe giusto abolire la creazione, ed abbandonare il capo per andare verso le estremità. Perchè la donna è il corpo dell'uomo, tratto dalla sua costola e sottomesso a lui, da cui è stata separata per la generazione dei figli. È lui, si è detto a lei, «che sarà il tuo padrone». È l'uomo la parte più importante della donna, essendo il suo capo. Se in base a queste premesse, non le permettiamo d'insegnare, come le si potrebbe accordare, a disprezzo della natura, di esercitare il sacerdozio? Giacchè è l'empia ignoranza dei greci che li ha spinti a ordinare sacerdotesse per divinità femminili. È escluso che questo avvenga nella legislazione di Cristo. Se fosse stato necessario essere battezzati da donne, il Signore sarebbe stato senza dubbio battezzato dalla propria madre e non da Giovanni. E quando ci ha inviati a battezzare, avrebbe mandato con noi delle donne a questo scopo. Ma in nessun luogo, nessuna disposizione nessuno scritto, ha deliberato qualcosa del genere; Egli conosceva bene ciò che è conforme alla natura perchè contemporaneamente egli era il creatore della natura e l'autore della legislazione.” Costituzioni Apostoliche, III, n° 9.
"Quando una donna abbia flusso di sangue, cioè il flusso nel suo corpo, la sua immondezza durerà sette giorni; chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera. Ogni giaciglio sul quale si sarà messa a dormire durante la sua immondezza sarà immondo; ogni mobile sul quale si sarà seduta sarà immondo. Chiunque toccherà il suo giaciglio, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell'acqua e sarà immondo fino alla sera. Chi toccherà qualunque mobile sul quale essa si sarà seduta, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell'acqua e sarà immondo fino alla sera. Se l'uomo si trova sul giaciglio o sul mobile mentre essa vi siede, per tale contatto sarà immondo fino alla sera. Non ti accosterai a donna per scoprire la sua nudità durante l'immondezza mestruale. Se uno ha un rapporto con una donna durante la sua immondezza mestruale e ne scopre la nudità, quel tale ha scoperto la sorgente di lei ed essa ha scoperto la sorgente del proprio sangue; perciò tutti e due saranno eliminati dal loro popolo." Bibbia, Levitico
L'aborto nella Bibbia: "Se uno avesse cento figli e vivesse molti anni e molti fossero i suoi giorni, se egli non gode dei suoi beni e non ha neppure una tomba, allora io dico: meglio di lui l'aborto, perché questi viene invano e se ne va nella tenebra e il suo nome è coperto dalla tenebra." Bibbia CEI, Qoelet (ex Ecclesiaste), VI, 3
Lo stupro (NON dei maschi!) benedetto da Dio e da una carogna di padre padrone: "Chiamarono Lot e gli dissero: «Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!». Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé, disse: «No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all'ombra del mio tetto»." Bibbia, Genesi XIX, 5-8
Il cognato e la vedova del fratello: "Quando i fratelli abiteranno insieme e uno di loro morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si mariterà fuori, con un forestiero; il suo cognato verrà da lei e se la prenderà in moglie, compiendo così verso di lei il dovere del cognato." Bibbia, Deuteronomio XXV, 5
"Trovo che amara più della morte è la donna, la quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge ma il peccatore ne resta preso." Bibbia CEI, Qoelet (ex Ecclesiaste) VII, 26
Guai a lesbiche, gay e trans: "La donna non si metterà un indumento da uomo né l'uomo indosserà una veste da donna; perché chiunque fa tali cose è in abominio al Signore tuo Dio." Bibbia, Deuteronomio XXII, 5
Guai alla donna che osa toccare il sacro fallo! "Se alcuni verranno a contesa fra di loro e la moglie dell'uno si avvicinerà per liberare il marito dalle mani di chi lo percuote e stenderà la mano per afferrare costui nelle parti vergognose, tu le taglierai la mano e l'occhio tuo non dovrà averne compassione." Bibbia, Deuteronomio, XXV, 11
La dispersione del sacro seme maschile (onanismo): "Er, primogenito di Giuda, si rese odioso al Signore e il Signore lo fece morire. Allora Giuda disse a Onan: «Unisciti alla moglie del fratello, compi verso di lei il dovere di cognato e assicura così una posterità per il fratello.» Ma Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua; ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra, per non dare una posterità al fratello. Ciò che egli faceva non fu gradito al Signore, il quale fece morire anche lui." Bibbia, Genesi XXXVIII, 7
"Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà». All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: “Non ne devi mangiare”, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perchè da essa sei stato tratto: tu sei polvere e polvere tornerai!» Bibbia, Genesi III
Tutti a riposo tranne la moglie: "... ma il settimo giorno tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te." Bibbia, Esodo XX
E te pareva...: "Motivo di sdegno, di rimprovero e di grande disprezzo è una donna che mantiene il proprio marito."
Bibbia, Siracide XXV, 20
"Se la figlia di un sacerdote si disonora prostituendosi, disonora suo padre; sarà arsa con il fuoco. Il sacerdote, quello che è il sommo tra i suoi fratelli, sul capo del quale è stato sparso l’olio dell’unzione e ha ricevuto l’investitura, indossando le vesti sacre, non dovrà scarmigliarsi i capelli né stracciarsi le vesti." Bibbia, Levitico, XXI
R: STORIA per SARA
Quindi tu non sai che il Cristiano non si rifa all'antico testamento 8è preso a modello solo da ebrei e mussulmani) ma al Nuovo testamento di cui fanno parte i Vangeli , le lettere (tutte di San Paolo , San Pietro ; San Giacomo )gli Atti degli apostoli , l'apocalisse
Quindi ti ti giungerà nuova questa lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini (NUOVO TESTAMENTO BIBIA!!che viene spesso presi in esame da chi organizza per le parrocchie i corsi di preparazione al matrimonio cristiano )
Voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata.
Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo.
Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola.
Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito.
Parola di Dio
Non conosci neanche tutti i miracoli che Cristo ha compiuto con le donne (vatti a leggere il miracolo detto dell'emorroissa) e Cristo disse "Chi è senza peccato scagli la prima pietra(in riferimento a quelli che volevano lapidare la donna adultera ) in più dice "Va neanche io ti condanno " e non sai neanche che Cristo quando è risorto è apparso prima a 2 donne e poi , hai discepoli tanta è l'importanza che Cristo dava alle donne
Continuate ad attarvi su cose di cui non sapete nulla ..e poi fate figuracce
R: STORIA per SARA
Ah, certo... Perché le cose che ho scritto sotto invece si riferiscono all'Antico Testamento e non a ciò che ha realmente compiuto il cristianesimo in tutto il mondo di volta in volta conosciuto basandosi sul Nuovo Testamento... Già già già...
R: STORIA per SARA
LA CHIESA CATTOLICA ...
Mette in pericolo la vita di quelle numerose donne che si sottopongono ad aborti in condizioni abominevoli nei paesi in cui tale atto è considerato come un crimine, a causa delle pressioni della Chiesa. Tali pressioni, naturalmente, mettono in pericolo la dignità e la libertà delle donne.
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E’ protagonista di aberranti scandali sessuali, come la pedofilia e le violenze sulle donne.
Come afferma il teologo e psicanalista tedesco Eugen Drewermann, nel giornale “IL MANIFESTO” dell’8 MAGGIO 2002 …
“I preti pedofili sono per lo più il frutto di una educazione e di una condizione di vita repressiva e autoritaria che ha impedito lo sviluppo equilibrato della loro personalità e li mantiene in condizione di nevrosi di vario tipo … il fenomeno della pedofilia del clero nelle sacrestie, nei seminari, negli istituti, nelle scuole è vasto … molto più vasto di quanto emerga … il matrimonio dei preti potrebbe attenuare il fenomeno della pedofilia ecclesiastica ma non risolverebbe fino a fondo il problema dogmatico e simbolico relativo al discredito del corpo e della sessualità ...”. Se sommiamo tutti i risarcimenti che la Chiesa statunitense ha pagato alle vittime americane (n° 11.500) della pedofilia ecclesiastica, fino al 2005, arriviamo 1,06 miliardi di dollari. L’entità dei risarcimenti è in continuo aumento … Le vittime della pedofilia soffrono in genere per anni e decenni a livello psicologico a causa dell'umiliazione subita. Alcuni esperti stimano che negli Stati Uniti 2000 dei 51.000 preti cattolici sono stati accusati di abuso sessuale di minori negli ultimi vent'anni. (Hanauer Anzeiger, 13.7.98). Tale cifra costituisce più o meno il 4 per cento, senza tener conto delle cifre non rese pubbliche! Il Prof. Hubertus Mynarek valuta che la cifra di preti pedofili in Germania vada più o meno dal 3 al 5 per cento. (Akte 97, 14.9.99). Lo stesso accade anche in altri paesi, compresa l'Italia. "IRLANDA, SCANDALO PRETI PEDOFILI - Un'inchiesta scopre oltre 350 casi di abusi dagli anni '40. DUBLINO - Sono almeno cento i preti cattolici sospettati di aver commesso abusi sessuali su minori nella regione di Dublino dagli anni '40 a oggi. Le vittime già identificate sono 350. Sono le sconvolgenti conclusioni di un'indagine condotta dall'Arcidiocesi di Dublino ... I preti sospettati di pedofilia sono più del 3% ... l'Arcivescovo (Diarmuld Martin) nel 2003, ha detto alla stampa irlandese che l'Arcidiocesi sarà costretta a vendere le sue proprietà per poter pagare i risarcimenti alle vittime di abusi ... I costi di risarcimento raggiunge i 5,9 milioni di euro ... ma il bilancio finale è senza dubbio destinato a salire, rivela il rapporto ...". (Repubblica 09/03/06)
Riguardo invece alle violenze sulle donne, c’è un interessante riconoscimento di colpa del Vaticano …“Preti che molestano suore, preti che abusano di suore, preti che costringono ad abortire le monache con cui hanno avuto rapporti sessuali. Emergono dagli archivi della Chiesa le denunce su un fenomeno che abbraccia i cinque continenti e che sino ad ora è stato soffocato sotto la coltre del silenzio … Le denunce sono precise e firmate con nome e cognome … La Santa Sede conferma l’esistenza di casi si abusi sessuali subiti da religiose da parte di sacerdoti o missionari …”. (Repubblica, 20 marzo 2001). "Il 40% delle religiose U.S.A. ha subito abusi sessuali da parte di preti e suore. Sarebbero almeno 34mila su un totale di circa 85mila le suore vittime di abusi sessuali negli Stati Uniti, una cifra pari circa al 40%. Lo rivela un sondaggio del 1996 rimasto finora sconosciuto, finanziato in parte da alcune congregazioni religiose ed effettuato da un gruppo di ricercatori della Saint Louis University ...". http://www.cdbchieri.it/rassegna_stampa/sondaggio_religiose_usa.htm
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Esalta la sofferenza e i sensi di colpa: si nasce già colpevoli attraverso il peccato originale … Inoltre, basti vedere come i cristiani adorano Gesù: raffigurato nella sofferenza e in croce … In passato, il codice morale ecclesiastico vietava addirittura di avere piacere durante il rapporti sessuali, oppure proibiva la masturbazione ...
Molti comportamenti estremi, conseguenza di questi insegnamenti, si evidenziano maggiormente in alcune feste paesane (anche in Italia del sud), nel periodo di Pasqua, quando degli uomini si lasciano flagellare a sangue o si fanno inchiodare sulla croce, raffigurando così la passione di Gesù …
Come affermano molti psicologi, gli insegnamenti ecclesiastici sono molto pericolosi perché denigrano l’essere umano, lo rendono complessato e creano in lui squilibri psico-fisici. La scienza dimostra ogni giorno che la ricerca del piacere e l’amore verso sé stessi è importante per uno sviluppo equilibrato della propria personalità. Più una persona vive nella sofferenza e nei sensi di colpa, più è portata ad atti violenti e squilibrati. Disturbi psichici causati dall'insegnamento della Chiesa: Secondo gli studi dell'università di Würzburg, l'omonima città è un "baluardo del suicidio" (Main-Post, 3.7.99). Gli studiosi partono dal presupposto che "l'ambiente di Würzburg conservativo e con una forte impronta cattolica" renderebbe la vita particolarmente difficile, per non dire possibile, alle persone che hanno problemi sociali. Uno studio condotto a Berlino ha dimostrato che un sesto di tutti i tossicodipendenti che sono ricorsi a consulenze mediche per persone stanche di vivere soffre di neurosi "ecclesiogene" (ovvero causate dalla chiesa). (Süddeutsche Zeitung, 27.10.98) Non solo i semplici membri della Chiesa. ma anche gli stessi parroci e sacerdoti soffrono a causa dell'immagine di un Dio punitore e incalcolabile come viene presentata dalla Chiesa e ulteriormente rafforzata da Lutero. Dal sette al dieci percento sono alcolizzati o assuefatti a barbiturici.(Volksblatt Würzburg, 19.7.99)
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Disprezza e discredita il corpo, esaltando la sua mortificazione (come abbiamo già visto nel precedente punto) in virtù di una sorta di predestinazione alla santità. Porta le persone alla vergogna del proprio corpo, legandovi sentimenti di indecenza, di immoralità e di peccato... - Vittorio Giorgini: In Italia lo Stato Vaticano gode, non solo di grandi e ingenti proprietà immobiliari e territoriali, ma anche del beneficio di una fortissima influenza culturale come, per esempio, tutta la toponomastica, segnando il territorio con nomi di santi, di spiriti santi, di SS. Annunziate e Santi Sepolcri, etc. etc. imponendo la propria dimensione linguistica nel costume comune. Non parliamo poi dell’architettura che ha riempito borghi, campagne e città, di chiese, cappelle, cattedrali e della pittura che si è appropriata di tutto il visuale così come anche la scultura visuale, sacra, immaginaria, illusoria, mistica, sottraendo l’importante testimonianza della vita della popolazione mostrando soltanto l’aspetto del sacro. Per non dire poi anche della letteratura e gran parte della musica. Il Vaticano si è anche appropriato della morale e anche molti laici dimenticano che la morale di cui le chiese si sono impossessate è derivata dall’esperienza civile e fissata in norme e leggi comuni. Poi, con il tempo, le trasformazioni dovute alle successive vicende hanno obbligato le religioni a rinnovarsi.
La storia ci insegna che, con il progredire della conoscenza dai tempi più primitivi, anche il pensiero si è “evoluto” e che è proprio questa evoluzione che ha trasformato le religioni. Le società primitive e le loro divinità sono oggi considerate barbariche con le loro superstizioni e simboli. Anche la Bibbia, nei suoi Testamenti, ha subito cambiamenti proprio in seguito alle suddette evoluzioni, infatti analisi ed osservazioni oggettive dimostrano chiaramente come l’eresia cristiana del giudaismo altro non sia che di derivazione pre-socratica e post-socratica con tutte quelle influenze di tipo dionisiaco, suffista etc. con molte tracce delle sue precedenti radici (molto prima della radici giudeo –cristiane). -
Vangelo di Tommaso. Gesù: "Mi faranno apparire amante del dolore e della sofferenza ... niente di più falso! Sono venuto ad indicarvi la strada della gioia ...".
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Colpevolizza la sessualità e il piacere.
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Pratica una sorta di atrofia umana, dovuta alle assurde privazioni (come l’astinenza totale del suo clero, l’astinenza prima del matrimonio, o il divieto all’auto-erotizzazione …), fuori da ogni naturalità.
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Alcuni passi dei suoi Scritti Sacri (Bibbia) incitano alla disparità tra uomo e donna e alla violenza. Questi sono alcuni esempi ...
“Voi, mogli, siate sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore”. (Colossesi 3:18)
“Se di una sposa non si è trovata prova di verginità deve essere lapidata e deve morire perché ha commesso una vergognosa follia”. (Deut 22:20,24)
“Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio”. (1Corinti 11:5,6)
“Chi profana il sabato deve essere messo a morte”. (Es 31:14)
“Nel caso che un uomo e una donna non rispettino il patto con dio devono essere lapidati fino alla morte”. (Deut 17:12)
“Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l'adultero e l'adultera dovranno esser messi a morte"”. (Levitico 20:10)
“Occhio per occhio, dente per dente”. (Lev 24:12)
“Secondo la legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue e senza spargimento di sangue non esiste perdono”. (Ebrei 9:22)
“Dio è una persona virile di guerra”. (Es 15:3) “Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile … Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna”. (Marco 9:43,49) L’ONU dovrebbe istituire un comitato internazionale di censura degli scritti religiosi per conformarli ai Diritti dell’Uomo e vietare tutti quei passaggi che sono contrari ad essi.
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La Chiesa Cattolica fa riferimento ai propri Scritti Religiosi ... Mauro Pesce, storico del Cristianesimo e autore di "Le parole dimenticate di Gesù", spiega: <I quattro Vangeli "canonici" (redatti fra il 70 e il 95 d.C.) furono scritti, in realtà, da persone che non avevano conosciuto direttamente Gesù ... Gli studiosi moderni hanno evidenziato che i Vangeli canonici sono in gran parte invenzioni narrative per collegare detti autentici di Gesù o comunque ritenuti tali dalle prime comunità cristiane ... Una cosa è molto probabile: se molte parole dei Vangeli apocrifi e canonici furono pronunciate certamente da Gesù, altre nacquero nei diversi movimenti ebreo-cristiani e vennero poi attribuite a lui anche se non le aveva mai pronunciate>.
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Pratica omertà e ostruzionismo diplomatico, come nel caso delle numerose e misteriose morti in Vaticano e dei numerosi scandali sessuali …
http://www.fisicamente.net/index-799.htm
L’avvocato Shea, per di più, ha citato in giudizio il Pontefice Ratzinger per aver coperto molestie sessuali quando ancora era Cardinale … Purtroppo, il procedimento è stato bloccato a causa dell’immunità diplomatica riconosciutogli dal Governo americano, in particolare, voluta dal Vice Ministro della Giustizia, Peter Keisler. Tale immunità, sarebbe una violazione della Costituzione statunitense, che proibisce leggi che proteggano in modo specialeconfessioni o organizzazioni religiose.
Un altro esempio ... (Le notizie del Corriere, 20 settembre 2005): "La Chiesa cattolica inglese avrebbe versato alle vittime di violenze e abusi sessuali delle somme in denaro, un vero e proprio prezzo del "silenzio", per evitare che con le loro denunce l'istituzione non venisse trascinata in uno scandalo clamoroso come quello che ha colpito il mondo cattolico americano. La sensazionale denuncia la fa oggi il Times di Londra ..."http://www.rai.it/news/articolonews/0,9217,38203,00.html
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Ha accumulato gran parte della sua immensa fortuna attraverso i saccheggi delle vittime dei suoi genocidi e persecuzioni.
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Vittorio Giorgini: In Italia lo Stato Vaticano gode, non solo di grandi e ingenti proprietà immobiliari e territoriali, ma anche del beneficio di una fortissima influenza culturale come, per esempio, tutta la toponomastica, segnando il territorio con nomi di santi, di spiriti santi, di SS. Annunziate e Santi Sepolcri, etc. etc. imponendo la propria dimensione linguistica nel costume comune. Non parliamo poi dell’architettura che ha riempito borghi, campagne e città, di chiese, cappelle, cattedrali e della pittura che si è appropriata di tutto il visuale così come anche la scultura visuale, sacra, immaginaria, illusoria, mistica, sottraendo l’importante testimonianza della vita della popolazione mostrando soltanto l’aspetto del sacro. Per non dire poi anche della letteratura e gran parte della musica. Il Vaticano si è anche appropriato della morale e anche molti laici dimenticano che la morale di cui le chiese si sono impossessate è derivata dall’esperienza civile e fissata in norme e leggi comuni. Poi, con il tempo, le trasformazioni dovute alle successive vicende hanno obbligato le religioni a rinnovarsi.
La storia ci insegna che, con il progredire della conoscenza dai tempi più primitivi, anche il pensiero si è “evoluto” e che è proprio questa evoluzione che ha trasformato le religioni. Le società primitive e le loro divinità sono oggi considerate barbariche con le loro superstizioni e simboli. Anche la Bibbia, nei suoi Testamenti, ha subito cambiamenti proprio in seguito alle suddette evoluzioni, infatti analisi ed osservazioni oggettive dimostrano chiaramente come l’eresia cristiana del giudaismo altro non sia che di derivazione pre-socratica e post-socratica con tutte quelle influenze di tipo dionisiaco, suffista etc. con molte tracce delle sue precedenti radici (molto prima della radici giudeo –cristiane).
E’ stata complice silenziosa del Nazismo …
prova a smentire questa
19/03/2009 15:39
VATICANO
La “minaccia” della Chiesa cattolica e l’Aids
di Bernardo Cervellera
Il condom non risolve il flagello dell’Aids, anzi lo peggiora: lo dice il papa, ma anche la ricerca scientifica. I dati del Sud Africa, Uganda Thailandia, Filippine. Dietro gli attacchi al pontefice, la lobby neocoloniale della rivoluzione sessuale, portata avanti da frange dell’Onu e Ue.
Roma (AsiaNews) - “Non si può risolvere il flagello con la distribuzione di preservativi: al contrario, il rischio è di aumentare il problema”. Da giorni questa frase di Benedetto XVI viene accusata di insensibilità verso la tragica epidemia che colpisce molte parti del mondo, ma soprattutto l’Africa.
Il ministro olandese Bert Koenders ha detto che le parole del pontefice sono “estremamente pericolose e molto gravi” e che il papa “rende le cose più difficili”; il ministero francese degli esteri ha detto che i commenti di Benedetto XVI sono “una minaccia alla salute pubblica e al dovere di salvare vite umane”; il ministro tedesco della sanità ha giudicato “irresponsabile” il privare del preservativo i “più poveri dei poveri”.
Tanto (falso) umanitarismo di rappresentanti di governi europei è anzitutto irrazionale e per nulla scientifico. La stessa agenzia Onu per la lotta all’Aids ha dovuto confessare – in uno studio del 2003 - che il condom fallisce in almeno il 10% dei casi. Altri studi dimostrano che le percentuali di fallimento nel fermare l’epidemia raggiungono anche il 50%. In Thailandia, il dott. Somchai Pinyopornpanich, vicedirettore generale del dipartimento per il controllo delle malattie a Bangkok, afferma che si ammala di Aids il 46,9% di uomini che usano il preservativo e il 39,1% delle donne.
Anche l’affermazione del papa che “il rischio è di aumentare il problema” è confermato dalle statistiche. Paesi come il Sud Africa, che hanno abbracciato in pieno la campagna sul “sesso sicuro” con l’uso del condom, sostenuta dall’Onu, l’Unione europea e varie organizzazioni non governative, hanno visto uno spaventoso incremento della diffusione dell’Aids. Al contrario, Paesi dove si spingeva alla responsabilità, all’astinenza e alla fedeltà, hanno visto una riduzione dell’epidemia.
Valga per tutti lo studio del dott. Edward Green del Centro sulla popolazione e lo sviluppo di Harvard che ha verificato il programma ABC (Abstinence; Be faithful; Condom, cioè astinenza, fedeltà, preservativo) applicato in Uganda dal 1986 e che, dal 1991, ha visto un declino delle infezioni dal 21% al 6%. Non va dimenticato che Green era un sostenitore del “sesso sicuro” con il condom e invece è divenuto un sostenitore dell’astinenza e della fedeltà nei rapporti di coppia.
Molti studi – anche quelli promossi dall’Onu – hanno dimostrato che le nazioni che più hanno fatto uso di preservativi sono pure quelli con le maggiori percentuali di infetti da Aids. Norman Hearst, medico ed epidemiologo dell’università della California, uno studioso del settore, ha ammesso una volta: “La promozione di condom in Africa è stata un disastro”.
E tanto per vedere la “pericolosità” dell’influenza cattolica sulla diffusione dell’Aids, basta citare il caso delle Filippine, Paese cattolico all’85% dove la percentuale di malati di Aids è dello 0,01%.
Lo stesso New York Times, che in questi giorni ha attaccato il papa per la sua frase “pericolosa”, ha dovuto ammettere la vittoria sull’Aids nelle Filippine, dovuta alla moralità tradizionale, basata sull’astinenza e sulla fedeltà. In un articolo del 20 aprile 2003 definiva l’arcipelago filippino come un luogo in cui “un bassissimo uso dei condom e una bassissima percentuale di infezioni da Hiv sembrano andare mano nella mano. Gli sforzi di prevenzione dell’Aids sono spesso focalizzati sull’uso del preservativo, ma qui non sono facilmente reperibili – e in maggioranza disprezzati – in questa nazione di cattolici conservatori”.
Davanti a tutti questi dati ci si può domandare come mai personalità dell’Onu, dell’Ue e organizzazioni “umanitarie” continuino a sbandierare la necessità dell’uso dei condom e bastonano la Chiesa cattolica per la sua sottolineatura sull’importanza dell’educazione, dell’astinenza e della fedeltà nei rapporti di coppia.
È possibile che lo facciano per guadagnare? Che abbiano tutti delle azioni nelle ditte che producono preservativi? Forse no. Credo che questo accanimento sul condom e contro la Chiesa cattolica e il papa siano solo un’ultima edizione di una forma di neocolonialismo. Anzitutto – come ha detto un missionario del Pime in Africa da decenni – si pensa che l’uomo africano non possa essere educato alla responsabilità e per questo ridurre il “sesso sicuro” alla tecnica è la risposta più facile.
E non bisogna dimenticare che eliminando la responsabilità e la fedeltà dal rapporto di coppia si spinge a un uso strumentale il corpo della donna africana, e non solo. Avviene così che i più accaniti femministi, sventolando i condom, divengano i propugnatori di un nuovo schiavismo.
Ma il neocolonialismo più pericoloso è quello di far passare con la lotta all’Aids una rivoluzione pansessuale, dove manchi qualunque riferimento ideale e rimangano ferme solo due cose: l’autonomia e il narcisismo della rivoluzione sessuale e la cura contro l’Aids. Da anni l’Onu e l’Ue stanno cercando di promuovere un documento chiamato “Linee guida sull’Aids e diritti umani” in cui si suggerisce che se in ogni nazione non si cambiano le leggi sulla sessualità, l’Aids non potrà essere sconfitto. Le “Linee guida internazionali” chiedono una completa libertà sessuale dove vengano riformate le leggi che “proibiscono atti sessuali (compresi adulterio, sodomia, fornicazione e incontri di commercio sessuale) fra adulti consenzienti e in privato”, ma anche con minori (pedofilia). In tal modo le Linee guida salvano quegli atteggiamenti che sono causa della diffusione dell’Aids, ma si premuniscono chiedendo che ogni nazione metta a disposizione medicine e cure. Esse richiedono la legalizzazione internazionale del matrimonio omosessuale; l’aborto possibile ovunque e per ogni donna; ma suggeriscono che contraccettivi, condom e cure anti-Aids siano distribuiti a tutti, anche a minori usati nel commercio sessuale, (cfr. http://data.unaids.org/Publications/IRC-pub07/jc1252-internguidelines _en.pdf).
La lotta mondiale all’Aids a colpi di condom è in realtà la lotta per questa ideologia.
R: prova a smentire questa
Critiche storiche
L'analisi della storia della Chiesa in Europa ha portato molti studiosi ad accusare la stessa Chiesa di quelli che sono adesso definiti come crimini contro l'umanità commessi nei secoli passati.
La Chiesa riconosce alcune di queste azioni e omissioni, tanto che nel 2000 Papa Giovanni Paolo II ha pubblicamente domandato perdono "per i peccati dei cattolici attraverso i secoli". Tuttavia, con alcune eccezioni, anche se non mancano critiche anche sulla c.d. Giornata del perdono (la più ricorrente è che il papa ha chiesto perdono a Dio e non alle vittime, e che parlando degli errori della Chiesa cattolica, ha usato il termine "talora" in contrapposizione al "sempre" degli errori altrui), la Chiesa Cattolica non fornisce solitamente "posizioni ufficiali" riguardo alle vicende storiche.
Crociate
L'indizione di "guerre sante" da parte di papi è stata oggetto di molte critiche, sia per quanto riguarda le crociate in Terra Santa, sia per quanto concerne la lotta ai movimenti eretici (come quello cataro).
Indice dei libri proibiti
Fino al Settecento la Chiesa ostacolò la diffusione di idee che si scontrassero con la propria dottrina proibendo la pubblicazione, la diffusione e la lettura di alcune opere letterarie e scientifiche. Di tale politica furono vittime eminenti scienziati come Galileo Galilei, dall'inizio del 2006 gli atti del suo processo sono disponibili nel sito dell'archivio segreto vaticano. Nell'Indice finirono anche poeti e letterati come Giacomo Leopardi e studiosi di diritto come Cesare Beccaria, che pure non furono perseguitati ma furono tuttavia ostacolati e censurati.
Inquisizione
Nel Medioevo la Chiesa istituì tribunali ecclesiastici per l’individuazione e la punizione degli eretici, facendo uso di strumenti di tortura e sanzionando pene carcerarie e condanne a morte a persone accusate di apostasia o di stregoneria.
In generale, la riflessione storica sull’Inquisizione non può comunque prescindere dall’inquadrarne l’azione nel contesto del diritto dell’epoca, che ammetteva la tortura e non distingueva chiaramente tra reato e peccato, tanto che le condanne a morte venivano eseguite dal braccio secolare. Riguardo quest’ultimo punto, va anche detto che, non essendo minimamente presa in considerazione l’ipotesi che potessero esistere altre religioni ufficiali all’interno di un regno, il diritto ecclesiastico si sovrapponeva sostanzialmente a quello secolare.
Antisemitismo
La Chiesa cattolica è stata accusata di aver creato il sentimento antisemita dipingendo attraverso i secoli gli ebrei come «gli assassini di Cristo» e «deicidi»; la bolla Cum nimis absurdum di Paolo IV (1555), istituì i ghetti all’interno delle città per isolare la popolazione di origine ebraica dai restanti cittadini e per spingerli alla conversione.
Abolito temporaneamente, durante la Prima (1798) e la Seconda Repubblica Romana (1849), nei periodi in cui il papa non poté esercitare il potere temporale su Roma, fu soltanto dopo il 20 settembre 1870, col ritorno di Roma all’Italia, che fu definitivamente chiuso il ghetto, l’ultimo rimasto in Europa Occidentale.
Tuttavia, a dispetto dell’emancipazione concessa loro dallo Stato unitario, e della loro successiva integrazione (vi furono ebrei di spicco non solo nell’arte o nelle scienze, ma anche in politica, dal ministro delle finanze Sidney Sonnino al sindaco di Roma Ernesto Nathan), la promulgazione delle leggi razziali fasciste del 1938 andò contro tutto il lungo processo iniziato fin dall’Unità d’Italia. Nell’occasione, comunque, diversi esponenti di spicco della Chiesa italiana si schierarono a favore della promulgazione delle leggi razziali. Agostino Gemelli (peraltro socialista prima di prendere i voti e fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, all’epoca della promulgazione delle leggi razziali da poco tempo presidente della Pontificia Accademia delle Scienze), ad esempio, che compare nell’elenco dei 360 firmatari del Manifesto degli scienziati razzisti del 25 luglio 1938, le commentò così: «Vediamo attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo». Va anche notato tuttavia che la matrice antisemita di Gemelli era strettamente religiosa. Non risulta, infatti, alcuna manifestazione di antisemitismo da parte di Gemelli nel corso della sua attività professionale o in seno all’Università Cattolica, nella quale non si riscontrarono episodi di razzismo o di avversione nei confronti di ebrei.
Anche la Civiltà Cattolica si espresse a favore della promulgazione delle leggi («Un colpo non meno vigoroso è stato inflitto agli ebrei dal Consiglio dei ministri nella tornata del 2 settembre»).
Quando nel 1943 il Governo Badoglio I le abrogò, padre Pietro Tacchi Venturi (come Gemelli e altri intellettuali cattolici già tra gli aderenti al Manifesto della razza), in rappresentanza del Vaticano, dichiarò che «, secondo i principî e le tradizioni della Chiesa cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate (quelle sui convertiti e sui matrimoni misti) ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma».
Anche da tali posizioni discende l’accusa, mossa alla Chiesa cattolica e in particolare a Pio XII, di aver tenuto una condotta blanda e indulgente mentre si consumava la tragedia dell’Olocausto, non avendo l’allora pontefice stigmatizzato mai espressamente la condotta della Germania nazista ideatrice e pianificatrice della nota Soluzione finale della questione ebraica.
La Chiesa cattolica emise encicliche di condanna relativamente a entrambe le maggiori ideologie totalitarie del XX secolo, il nazismo di Hitler e il comunismo di Lenin e Stalin. Durante la seconda guerra mondiale, tuttavia, il Papa si astenne dal pronunciare discorsi di condanna netti e, forse per preservare la neutralità della Santa Sede, scelse sempre un linguaggio diplomatico nelle dichiarazioni ufficiali. Nel contempo, non va dimenticata l’isolata azione di numerosi sacerdoti che, come Angelo Rotta, fornirono agli ebrei dei falsi certificati di battesimo con l'intento di proteggerli.
Recentemente, gli incontri ecumenici con i rappresentanti della fede ebraica hanno disteso i rapporti tra le due religioni e Giovanni Paolo II ha pubblicamente riconosciuto alcune colpe della Chiesa verso coloro definiti «fratelli maggiori»; riguardo al periodo della seconda guerra mondiale si attende il desecretamento degli atti contenuti nell’Archivio segreto vaticano che per gli anni fino al febbraio 1939 doveva avvenire entro il 2006.
Critiche alla morale cattolica
Morale sessuale
Controllo/regolazione delle nascite e lotta all'AIDS
La Chiesa dissuade i propri fedeli dall’utilizzo di metodi non naturali per il controllo delle nascite, quali gli anticoncezionali in favore dell’astinenza periodica e del matrimonio monogamico. Ha inoltre affermato che i profilattici non sono prevenzioni totalmente affidabili nei confronti delle malattie sessualmente trasmissibili, e che l’idea del "sesso facile" potrebbe contribuire in parte a diffondere l’AIDS; al contrario, l’astinenza e la fedeltà sarebbero viceversa certamente efficaci; come esempio viene citato spesso il successo nella riduzione dell’epidemia di AIDS in Paesi africani con forti minoranze cattoliche quali l’Uganda rispetto ad altri in cui la presenza cattolica è di pochi punti percentuali e l’epidemia si mostra più virulenta.
Tra le varie situazioni in cui la Chiesa cattolica si è espressa apertamente contro l'uso dei profilattici, anche in programmi di prevenzione dell'AIDS, viene spesso ricordata la Fourth World Conference on Women svoltasi a Pechino, in Cina nel 1995, dove la delegata vaticana Mary Ann Glendon (presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e docente di legge all'Università di Harvard) affermò:
(EN)
« The Holy See in no way endorses contraception or the use of condoms, either as a family planning measure or in HIV/AIDS prevention programmes. » (IT)
« La Santa Sede non appoggia in alcun modo la contraccezione o l'uso dei profilattici, sia come sistema di pianificazione familiare sia nei programmi per la prevenzione dell'HIV/AIDS. »
(Mary Ann Glendon, capo della delegazione vaticana alla Fourth World Conference on Women )
Va peraltro sottolineato che - al di là e indipendentemente dai divieti di principio posti dalla Chiesa cattolica - gli stessi operatori umanitari impegnati nella lotta all’AIDS in Africa ammettono da tempo le difficoltà nell’impostare una prevenzione sanitaria in tal senso: «Contrastare l’Aids in Africa significa fare i conti con tradizioni culturali e comportamenti radicati, come una vita sessuale precoce e promiscua, mentre l’utilizzo del profilattico come strumento di prevenzione, salvo rare eccezioni, è pressoché inesistente»; ciononostante, uno studio condotto dalla (cattolica) Georgetown University di Washington D.C. sostiene che i c.d. “metodi naturali” basati sul riconoscimento della fertilità, propagandati dalla Chiesa, non offrono comunque protezione dalle malattie sessualmente trasmissibili. Riguardo altresì l’efficienza dei metodi anticoncezionali, i metodi naturali basati sul riconoscimento della fertilità, come quelli appoggiati dalla Chiesa, oppure il coito interrotto, essendo più complessi da applicare, non prevengono le gravidanze indesiderate in modo altrettanto efficace dei sistemi basati sugli ormoni o sull’uso del profilattico: l’indice di Pearl (che rappresenta il numero di gravidanze ogni 100 donne che hanno usato un determinato metodo anticoncezionale per un anno) per tali metodi varia mediamente dal 25% per l’uso normale all’1%-9% - a seconda del sistema - per un uso metodico, e per il coito interrotto dal 19% per l’uso normale al 4% per l’uso metodico, valori paragonabili a quelli del diaframma (17%/6%), ma maggiori di quelli del profilattico (11%/3%) e molto maggiori dello IUD (0,8%/0,6%) e della pillola (2%-1%/0,5%-0,1% a seconda del tipo).
Il fatto che sino al 1970 il Vaticano possedesse il pacchetto di maggioranza dell'istituto farmacologico Serono, produttrice della pillola anticoncezionale Luteolas è stato inoltre additato come segno di incoerenza dell'operato della Chiesa cattolica rispetto alle proprie posizioni dottrinali in merito al controllo delle nascite.
È da notare che altre confessioni cristiane, come la chiesa luterana, non considerano peccato l'utilizzo di anticoncezionali o l'avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Altre, come la chiesa Valdese, non solo non sono contrarie all'uso dei profilattici nei Paesi con elevata diffusione di malattie sessualmente trasmissibili, ma mettono in atto campagne di distribuzione degli stessi, come hanno dichiarato nella campagna 2007 per l'Otto per mille, e anche all'interno della Chiesa cattolica si alzano periodicamente voci, suppur minoritarie, favorevoli all'uso e alla distribuzione dei profilattici nelle situazioni di elevato rischio di contagio.
Omosessualità
Come già l'ebraismo, la Chiesa non ritiene morali gli atti omosessuali, pur non condannando le persone di orientamento omosessuale che non pratichino questa loro naturale inclinazione. Esponenti politici di spicco, anche (ma non solo) appartenenti alla comunità LGBT, sostengono che l’atteggiamento della Chiesa cattolica e di alcuni suoi aderenti rispetto agli omosessuali non sarebbe tuttavia di tolleranza e accettazione, ma di omofobia e istigazione alla discriminazione.
Già nel 1986 la Congregazione per la Dottrina della Fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica per la cura pastorale delle persone omosessuali si era chiaramente espressa in questi termini:
« "Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevoli e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei Pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev'essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni". »
Nonostante, come detto, la Chiesa sostenga ufficialmente che la condanna riguarda non tanto la persona omosessuale bensì l’omosessualità de facto in quanto insieme di atti «intrinsecamente disordinati», i direttivi di altre Chiese cristiane non cattoliche operanti in Italia hanno altresì preso posizione contro i fenomeni di omofobia e hanno espresso solidarietà «ai fratelli e sorelle omosessuali», stigmatizzando in un comunicato stampa anche il clima ostile creato intorno agli omosessuali stessi.. Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay, nel commentare positivamente tale posizione pubblica dell’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi e avere ricordato come da anni l'associazione da lui presieduta stia indicando proprio tale organizzazione quale destinataria dell’Otto per mille, ha sottolineato, testualmente, «…quale distanza abissale vi sia tra le parole pronunciate dal Sinodo valdese e il silenzio (quando va bene) o gli insulti provenienti dalla Chiesa cattolica italiana nei confronti delle persone LGBT».
Morale della vita umana
Aborto
La Chiesa cattolica, analogamente ad altre confessioni, ritiene l'aborto assimilabile a un omicidio, e contestualmente biasima legislazioni e manipolazioni scientifiche (come la sperimentazione embrionale) che favoriscano, promuovano o sostengano tale pratica. Questa posizione è avversata da chi non ritiene l'aborto riconducibile all'omicidio e rivendica la libertà di scelta della donna; e inoltre da chi, appellandosi all'indipendenza dello Stato dalla Chiesa, lamenta l'atteggiamento di questa come ingerenza clericale nella gestione della cosa pubblica.
Controllo politico delle nascite
La Chiesa cattolica ritiene «contrario alla dignità della persona umana» che uno Stato o un’organizzazione imponga per legge o favorisca il controllo delle nascite con la pratica di aborti, sterilizzazioni o metodi contraccettivi non naturali; tale opposizione, sostenuta sia dai laici cattolici nei movimenti politici che dalla stessa Santa Sede negli organismi internazionali quali l’Organizzazione delle Nazioni Unite, è ritenuta causa di sovrappopolazione, povertà e sottosviluppo nei Paesi poveri.
Mentre molti abitanti di Paesi sottosviluppati ritengono che avere molti figli sia garanzia di prestigio, ricchezza e sicurezza economica nella vecchiaia, i sostenitori del controllo delle nascite ritengono che la presenza di molti bambini in stato di indigenza spinga alla diffusione del lavoro minorile e all’eccessiva richiesta di cibo che innescano a loro volta un circolo vizioso che porta ad abbassamento dei salari e ulteriore povertà.
In risposta, molti cristiani cattolici dichiarano che il pianeta è in grado di provvedere abbastanza risorse per tutti, che le stime di crescita demografica della popolazione mondiale si abbassano di anno in anno e che una minore densità di popolazione non causa ricchezza, ma è piuttosto la ricchezza e in particolare l’istruzione che contribuisce alla riduzione o minore crescita della popolazione; inoltre, come detto, i metodi forzati di controllo delle nascite sono considerati «inumani» dalla Chiesa.
Pena di morte
Come anche nel passato, la pena di morte non è espressamente esclusa dall'odierna dottrina cattolica :
pur non essendo prevista per alcun reato già dal 1967 la pena di morte è infatti stata formalmente rimossa dall'Articolo 4 del Libro II della Legge fondamentale della Città del Vaticano (che risale al 7 giugno 1929) solo il 12 febbraio 2001, su iniziativa di papa Giovanni Paolo II; la norma faceva infatti precedentemente riferimento indiretto alla pena di morte indicando che «La pena comminata contro chi nel territorio della Città del Vaticano commette un fatto contro la vita, la integrità o la libertà personale del Sommo Pontefice è quella indicata nell'articolo 1 della legge del Regno d'Italia 25 novembre 1926 n. 2008»: tale norma comminando per l'appunto la pena di morte per i reati ivi previsti;
il catechismo della Chiesa Cattolica, del 1997, indica che «L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani.». La commissione di dodici cardinali e vescovi alla quale, nel 1986, era stato affidato l'incarico di redigere la prima stesura di tale catechismo, pubblicata nel 1992, era presieduta dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, attuale papa Benedetto XVI.
il concetto viene ripreso nel documento del 2005 intitolato "Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa" dove si indica che: «Seppure l'insegnamento tradizionale della Chiesa non escluda la pena di morte "quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani" i metodi non cruenti di repressione e di punizione sono preferibili in quanto "meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e più conformi alla dignità della persona umana".»
nel giugno 2004, Ratzinger inviò, in qualità di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, una lettera al cardinale Theodore Edgar McCarrick - arcivescovo di Washington - e all’arcivescovo Wilton Daniel Gregory - presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d'America - nella quale affermava che può tuttavia essere consentito fare ricorso alla pena di morte.
Eutanasia
La Chiesa è contraria sia all'eutanasia intesa come suicidio assistito sia all'eutanasia intesa come terminazione della vita di persone incoscienti che si suppongono non avere una speranza di vita accettabile. Questa posizione deriva dal valore assoluto attribuito dai cattolici alla vita umana intesa come dono di Dio.
Chi difende il suicidio assistito ritiene la posizione della Chiesa una limitazione della libertà dell'uomo, che nella sua autodeterminazione può decidere di terminare la sua esistenza. Chi difende l'eutanasia ritiene che sia un atto di pietà far morire velocemente chi sta soffrendo.
STORIA per SARA
Aborto e Bioetiqua
La vita è sacra e tutti gli esseri umani - soprattutto i più deboli - hanno diritto alla vita. La Chiesa perciò non può accettare l'aborto. Essa condanna l'alto, che è sbagliato, ma non le persone. Dio è perdono e misericordia infinita. Difendendo il bambino che deve nascere, la Chiesa difende l'uguaglianza del diritto di ogni essere umano alla Vita. Per la Chiesa, le leggi che liberalizzano l'aborto violano questo principio basilare di ogni democrazia e costituiscono un abuso di potere. Sono, d'altra parte, le uniche leggi che vengono votate da persone alle quali non saranno mai applicate. Sono leggi molto gravi perché creano uno spazio giuridico per il crimine - la soppressione di un innocente senza difesa - e perché pervertono il significato di bene e di male all'interno della società. Per la maggior parte delle persone, infatti, quello che viene permesso dalla legge è bene.
È vero, peraltro, che alcune donne possono essere angosciate a causa di una gravidanza indesiderata - dovuta per esempio ad una violenza - ma l'aborto non fa che aggravare questa situazione già disperata. Esistono altre soluzioni. Lottando contro l'aborto, la Chiesa vuole difendere la donna, la cui dignità è la prima ad essere colpita in questi casi. Sempre al fine di preservare la dignità umana, la Chiesa si oppone alla fecondazione in vitro, all'inseminazione artificiale, all'«affitto» dell'utero, e così via. Così come la contraccezione e l'aborto, che ne è la logica conseguenza - bisogna pur rimediare in qualche modo agli errori della contraccezione! - questi metodi derivano dalla volontà di separare l'atto sessuale dalla procreazione. Si vuole da una parte impedire le nascite e, dall'altra, provocarne sotto stretto controllo. Ciò significa aprire la porta ad ogni tipo di abuso. Noti scienziati, come il professor Testard - e anche non credenti - hanno già denunciato le possibili e devastanti conseguenze. Il problema fondamentale posto da queste tecniche, è di ridurre il corpo umano a pura materia senza considerare più la persona. La Chiesa incoraggia, piuttosto, le ricerche che mirano a risolvere i problemi della sterilità rispettando pienamente l'intimità dell'unione sessuale dei coniugi.
Il messaggio che la Chiesa rivolge al mondo contemporaneo è esigente, così come il messaggio di Cristo nel Vangelo. E' un messaggio coerente e vuole difendere la dignità dell'uomo, di ogni uomo, di tutto l'uomo. «Per conoscere l'uomo, l'uomo vero, integrale... » (Paolo VI).
R: STORIA per SARA
Ministeri ecclesiali
Celibato ecclesiastico
I ministri della chiesa cattolica sono obbligati al celibato. Questa regola vale per i sacerdoti di rito latino, che sono la maggioranza. Si possono sposare i sacerdoti cattolici di rito orientale.
L'imposizione del celibato ai preti viene criticata sotto diversi aspetti:
La repressione della sessualità costituirebbe una forma di violenza sui preti
Essendo (in teoria) completamente privati dell'esperienza della sessualità, dei rapporti di coppia e della paternità, I preti non sarebbero in grado di comprendere adeguatamente l'impatto di queste esperienze nella vita della gente comune, e questo renderebbe la chiesa strutturalmente inadeguata a dettare norme di comportamento in tale campo ai propri fedeli.
Il desiderio sessuale represso troverebbe talvolta sfogo in comportamenti inaccettabili, tra cui anche la pedofilia.
Sacerdozio femminile
In tempi recenti, un gruppo di teologi donna che sostengono la necessità di introdurre riforme nell’ordinamento ecclesiastico ha iniziato a porre con sempre maggiore insistenza la richiesta di prendere in esame la possibilità di ammettere il sacerdozio femminile. La loro posizione ufficiale è che, fatto salvo il riconoscimento dell'autorità dottrinale del papa, è loro dovere far presente che questi commette un errore rifiutando loro l'ammissione al sacramento sacerdotale.
La posizione della Chiesa cattolica è che le donne non possono essere sacerdoti o vescovi perché questi sono considerati successori degli Apostoli e nella Celebrazione Eucaristica agiscono in persona Christi, cioè come se fosse Cristo, che essendosi incarnato come uomo non può essere rappresentato da una donna; inoltre, la storia millenaria della Chiesa non ha mai visto l’ordinazione di donne (argomento oggetto di dispute). Le difficoltà incontrate dai fautori delle posizioni "progressiste" sono dovute al fatto che per la Chiesa cattolica la tradizione ripetuta nei secoli (o Magistero universale) ha valore normativo infallibile.
Nel 1994, in una lettera apostolica, Karol Wojtyła chiuse ogni possibilità di prendere ulteriormente in esame l'ipotesi di sacerdozio femminile:
« Benché la dottrina circa l’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini sia conservata dalla costante e universale Tradizione della Chiesa e sia insegnata con fermezza dal Magistero nei documenti più recenti, tuttavia nel nostro tempo in diversi luoghi la si ritiene discutibile, o anche si attribuisce alla decisione della Chiesa di non ammettere le donne a tale ordinazione un valore meramente disciplinare.
Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli (cfr. Lc 22,32), dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa. »
A tale pronunciamento dottrinale fu opposta la considerazione che per nove secoli le donne furono ordinate diaconi e che, per quanto essa possa essere considerata un’eccezione, smentirebbe comunque il citato pronunciamento secondo il quale la Chiesa non avrebbe avuto alcuna facoltà di dare tali ordini a una donna. Tuttavia bisogna precisare che il Primo concilio di Nicea affermò che quelle donne non ricevevano un'ordinazione, mantenendo così lo stato laicale e che non svolgevano i compiti riservati ai presbiteri ma solo alcuni (come il battesimo alle donne, o il portare l'Eucarestia agli ammalati), che la Chiesa oggi paragona a quelli dei "ministri straordinari dell'Eucaristia".
Anche allo stesso interno della Chiesa cattolica è sorto un dibattito riguardo tale pronunciamento, che parrebbe implicare il ricorso all’infallibilità papale e la dichiarazione di un dogma che chiuderebbe la discussione sul tema (la dichiarazione di dogmi ha spesso rappresentato una conferma della pratica preesistente); tuttavia l’Ufficio Stampa vaticano ha esplicitamente dichiarato che la dichiarazione non è dogmatica. La formulazione lascerebbe apparire un disaccordo tra l'allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger, ma il teologo statunitense Francis A. Sullivan riporta che, sebbene tale formulazione somigliasse a un pronunciamento solenne, «il card. Ratzinger ci assicurò che Wojtyła non si era espresso ex-cathedra». È, comunque, da notare che altre religioni di ceppo giudaico-cristiano ammettono il sacerdozio femminile: tra i Valdesi vi sono pastori donna, e anche alcune correnti riformate dell’ebraismo hanno accolto con favore i primi rabbini di sesso femminile.
Ordinazione di omosessuali
Nel 2005, la Congregazione per l'educazione cattolica ha emesso un'istruzione «circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri». Ecco i passi salienti:
« Questo Dicastero, d'intesa con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ritiene necessario affermare chiaramente che la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione , non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. »
(Congregazione per l'educazione cattolica, cit.)
« Qualora, invece, si trattasse di tendenze omosessuali che fossero solo l'espressione di un problema transitorio, come, ad esempio, quello di un'adolescenza non ancora compiuta, esse devono comunque essere chiaramente superate almeno tre anni prima dell'Ordinazione diaconale. »
(Congregazione per l'educazione cattolica, cit.)
Abusi sessuali su minori da parte del clero
Nel 2002 un grave scandalo coinvolse la Chiesa cattolica negli Stati Uniti quando vennero alla luce alcuni crimini sessuali e abusi su minori compiuti da alcuni sacerdoti, i quali erano stati in via riservata spostati di sede, senza denunciare i fatti né senza prendere contromisure adeguate. Lo scandalo ha portato alle dimissioni del cardinale Bernard Francis Law dell’arcidiocesi di Boston.
È altresì del settembre 2006 la messa in onda nel Regno Unito da parte della BBC di un documentario in cui si denuncia la sistematica copertura garantita da Joseph Ratzinger, all’epoca ancora cardinale, in casi di abusi sessuali su minori commessi da sacerdoti. Nel documentario si apprende di numerosi casi di abusi attribuiti al clero nonché, tra l’altro, che sette ecclesiastici della Chiesa cattolica sono rifugiati in Vaticano e rifiutano l’estradizione negli Stati Uniti per non sottoporsi ai processi che li vedono accusati di gravi abusi. L’arvicescovo di Birmingham, Vincent Nichols, ha definito «totalmente fuorviante» il documentario. La BBC aveva citato un documento vaticano del 1962 - dal nome Crimen Sollicitationis - che parrebbe fornire indicazioni ai vescovi su come coprire i casi di abusi su minori perpetrati da sacerdoti. Ma ad avviso dell’arcivescovo Nichols, che ha parlato a nome dei vescovi cattolici d’Inghilterra e Galles, «il documentario fornisce un’interpretazione errata di due documenti del Vaticano, per collegare la figura del Papa all’orrore degli abusi sessuali». Nel citato documentario sono tuttavia evidenziati casi di pedofilia da parte di preti in cui non furono presi espliciti provvedimenti legali da parte dell'autorità ecclesiastica, nonostante questa ne fosse esplicitamente a conoscenza. Tale documentario non ebbe grande risalto in Italia fino ai primi mesi del 2007. Già il 31 ottobre 2006, tuttavia, la trasmissione italiana Le Iene aveva mandato in onda un servizio in cui un’inviata dalla trasmissione, fingendosi una madre cattolica, chiedeva consiglio ad alcuni sacerdoti della Lombardia su come agire a seguito di presunte molestie sessuali che il suo bambino avrebbe subito dal parroco della sua chiesa di quartiere. Dal servizio è emerso che, dei 6 sacerdoti intervistati, solamente un seminarista ha consigliato alla donna di rivolgersi alla polizia se la faccenda si fosse rivelata fondata, mentre tutti gli altri suggerivano di non informare il padre del bambino, assolutamente di non rivolgersi alla polizia o alla magistratura e, al massimo, andare a parlare con un superiore del parroco incriminato. Alla domanda della sedicente mamma se tale ultimo provvedimento avrebbe comportato una punizione nei confronti del sacerdote autore dell’abuso, i preti intervistati si sono limitati a dire che un ricorso a un superiore avrebbe probabilmente avuto l’effetto di trasferire semplicemente il parroco a un’altra diocesi. Il servizio suscitò numerose polemiche. I curatori del programma miravano a mettere in luce una condotta da essi ritenuta diffusa tra i sacerdoti, mentre le contestazioni di parte avversa furono altresì incentrate sull’uso ritenuto scorretto di una telecamera nascosta.
Tra il 1959 e il 1986, in Alaska, dodici sacerdoti e tre volontari gesuiti, hanno violentato minorenni eschimesi. A partire dal 2002, centodieci vittime hanno deciso di denunciare gli abusi e la provincia gesuita dell'Oregon, competente per l'Alaska, ha accettato in accordo extragiudiziale di risarcire danni per 50 milioni di dollari.
Ingerenze nella vita pubblica
Nei paesi a maggioranza cattolica, in primis in Italia, la chiesa esercita una forte influenza sulla vita pubblica, sulla politica e sull'informazione. Molti ritengono che tale influenza sia superiore al peso elettorale della popolazione cattolica ed alla reale adesione dei credenti alle prese di posizione della chiesa. È istruttivo il confronto con la Spagna, dove i vescovi vengono regolarmente invitati a presentarsi alle elezioni se vogliono che l'azione dello stato si informi alle loro richieste.
Finanziamenti pubblici
La chiesa cattolica italiana gode di finanziamenti pubblici e agevolazioni fiscali che sono considerati illegittimi alla luce del divieto di aiuti di Stato.
Peccato e Reato
Molte prese di posizione politica della chiesa cattolica richiedono che le azioni governative e legislative siano basate sulla morale cattolica. I non cattolici criticano questa pretesa chiedendo che si distingua la sfera morale, dove è definito il concetto di peccato, da quella legale, e che ciò che è peccato per la chiesa cattolica non debba essere per forza considerato reato dallo stato.
R: STORIA per SARA
LA CHIESA CATTOLICA ...
Ha ucciso, perseguitato, bruciato vivi e torturato (vedi link a fianco) milioni di individui, solo per il fatto di avere un pensiero differente ... La S. Inquisizione, la Caccia alle Streghe, la Persecuzione degli eretici e le Crociate, sono solo alcuni esempi ... Solo per portare alcune cifre: con le Crociate, nel periodo che va dall'11° al 13° secolo ci furono 22 milioni di morti, tra i quali migliaia di ebrei teteschi. Con l'Inquisizione, nel peridodo che va dal 13° al 18° secolo ci furono quasi 10 milioni di morti, innumerevoli altre persone furono torturate, maltrattare e terrorizzate. Nei primi 150 anni, dopo la conquista dell'America da parte degli spagnoli, 100 milioni di persone morirono "in nome di Dio". Si tratta del più grande genocidio di tutti i tempi (Il teologo Boff, Publik-Forum, 31.5.91).Anche in tempi più recenti, verso la metà del XX° secolo, tra il 1941 e il 1943, in Croazia vennero uccisi 750.000 Serbi ortodossi. Il clero cattolice ebbe una grande parte di responsabilità e il genocidio fu approvato con il silenzio dal Vaticano ... (cfr. Hubertus Mynarek, "La nuova inquisizione"). Quelli riportati sono solo alcuni esempi ... Vogliamo parlare di torture? Tra le torture praticate dalla Chiesa c'era IL TOPO: tortura applicata a streghe ed eretici. Un topo vivo veniva inserito nella vagina o nell'ano con la testa rivolta verso gli organi interni della vittima e spesso, l'apertura veniva cucita. La bestiola, cercando affannosamente una via d'uscita, graffiava e rodeva le carni e gli organi dei suppliziati. Chissà come i disgraziati riuscissero a sopportare il terrore provocato alla sola vista del topo che da li a poco sarebbe entrato nel proprio corpo. Un'altra tortura era IL TRIANGOLO: altro terribile strumento di tortura analogo alla "pera" e all'"impalamento". L'accusato veniva spogliato e issato su un palo alla cui estremità era fissato un grosso oggetto piramidale di ferro. La presunta strega veniva fatta sedere in modo che la punta entrasse nel retto o nella vagina. Alla fine alla poveretta venivano fissati dei pesi alle mani e ai piedi. Un'altra ancora era LA RUOTA: In Francia e Germania la ruota era popolare come pena capitale. Era simile alla crocifissione. Alle presunte streghe ed eretici venivano spezzati gli arti e il corpo veniva sistemato tra i raggi della ruota che veniva poi fissata su un palo. L'agonia era lunghissima e poteva anche durare dei giorni. E naturalmente, c'erano diverse altre torture ... Le scuse che ha espresso pubblicamente il Papa in mondovisione, il 12 marzo del 2000, per i numerosi crimini della Chiesa, costituiscono un riconoscimento di colpa. Queste scuse non sono sufficienti. Come la Germania ha dovuto risarcire le numerose vittime del nazismo, così la Chiesa dovrà risarcire le sue numerose vittime.
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Denigra la donna, non permettendole di officiare messa. In realtà, come afferma Remo Cacitti (Docente del cristianesimo antico all’Università di Milano), Gesù aveva portato una grande rivoluzione che contrastava la cultura maschilista dell’epoca: aveva dato alle donne posizioni di primo ordine, come sacerdotesse e responsabili delle prime comunità cristiane.
Tutte le donne cattoliche, oggi, dovrebbero essere offese da questo atteggiamento. Oltretutto, si ignora la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Uguaglianza delle Donne e della Parità dei Diritti (Messico 1975).
La Chiesa Cattolica ha riconosciuto che anche la donna aveva un’anima solo nel XV secolo …<Donne prete scomunicate dal vaticano: La scomunica delle donne prete e’ un atto di "razzismo religioso"
Comunicato stampa del Centro Studi Teologici di Milano.
di prof. Giovanni Felice Mapelli
Grave la decisione del vaticano- a fronte di tante belle parole sulla "dignità della donna" si calpesta di fatto la sua specificità e si esclude la femminilità dai carismi e dai ministeri ordinati. Non ci sono ragioni teologiche per escludere oggi le donne dal ministero se non nel pervicace maschilismo interpretativo delle scritture- con Ratzinger non c’é dialogo ma sordità. >
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E' una delle causa della diffusione del virus dell'HIV, vietando l'uso del preservativo. Ciò ha causato la morte di molte persone, soprattutto in Brasile e in Africa … Scandalosa è stata la dichiarazione del cardinale Geraldo Majella Agnelo, Presidente della Conferenza Episcopale Brasiliana, in cui dichiarava:
“ricerche scientifiche mostrano che c’è una percentuale significativa di infezioni, anche con il preservativo”.
Falsa dichiarazione smentita in seguito da un rapporto della Commissione Europea. Nel 1995, in Kenya, autorità cattoliche e musulmane bruciavano pubblicamente dei preservativi. Anche nel 1996, Jean-Marie Untaoni, Comparoè, Arcivescovo di Ouagadougou, nel Burkina-Faso, lanciava slogan contro i preservativi. Malgrado le pressioni internazionali, il Vaticano non ha mai corretto le proprie dichiarazioni criminali ed il numero di persone infettate dall’AIDS aumenta ogni giorno …
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Discrimina l’omosessualità, facendola apparire come una malattia. Papa Ratzinger ha affermato: “le relazioni omosessuali contrastano con la legge naturale e sono anche nocive per il retto sviluppo della società umana …”. Questa discriminazione ha fatto soffrire e fa tutt’ora soffrire milioni di individui, i quali si sentono colpevoli, depressi e ostacolati a vivere secondo i loro gusti e le loro tendenze naturali. Oggi, sono sempre di più gli studiosi che affermano che l’omosessualità è solo uno dei tanti aspetti della sessualità; quindi rientra nella normalità.
La Chiesa, per condannare l’omosessualità, fa inoltre appello al valore della famiglia, intesa come uomo e donna. avvale del valore della famiglia, la cellula della società, per condannare l’omosessualità.
La vera cellula della società non è la famiglia, ma l’essere umano. I valori ecclesiastici sono disumani e barbari verso l’essere umano, in quanto vanno contro la sua natura, la sua dignità e la sua libertà, schematizzandolo all’interno di paletti primitivi e oscurantisti. Non si può schematizzare la famiglia …
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Condanna le minoranze religiose, considerandole “forme aberranti di sentimento religioso”, come ha affermato Papa Woityla. Questa discriminazione non tiene conto della diffida emanata dal Parlamento Europeo di Strasburgo sull’uso pubblico della parla “Setta” e “Settario”, poiché anticostituzionale e in contrasto con il diritto alla libertà di scelta religiosa e politica di ogni individuo. Tale emanazione onora il diritto alla libertà e alla rispettabilità di ogni essere umano, contribuendo a non alimentare l’odio religioso. Alle autorità statali si consiglia altresì di evitare di fare la differenziazione tra sette e religioni. Inoltre, secondo l'Articolo 9 dell'ECHR, dello stesso rapporto, agli stati viene proibito distinguere tra diversi credi e creare una scala di credi …
(Rapporto 1999 del Consiglio d'Europa in materia di sette - Relazione del Comitato per gli Affari Legali e i Diritti Umani. Rapporto a cura di Adrian Nastase, 13 Aprile 1999. Il 22 Giugno dello stesso anno il presente documento è stata adottato all'unanimità dal Consiglio d'Europa) (http://xenu.com-it.net/txt/europa4.htm)
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E’ invadente nelle scelte che dovrebbero essere laiche. Ad esempio, pretende che nelle scuole pubbliche italiane (Paese laico per Costituzione), vengano esposti i propri simboli. Impone quindi la propria presenza, giustificandosi che i propri valori farebbero ormai parte della cultura. In realtà, il rispetto di ciascun individuo è certamente più importante di qualsiasi storia o cultura. In uno Stato laico, nessuna religione deve avere privilegi rispetto ad un’altra.
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Osteggia la ricerca scientifica (cellule staminali, clonazione, ecc.), come è sempre accaduto durante la sua storia … Se fosse stato per la Chiesa, ancora oggi non avremmo avuto gli antibiotici, le operazioni chirurgiche, l’elettricità, l’aereo … e il sole girerebbe intorno alla Terra. Il peggior nemico dell’oscurantismo è la scienza, è per questo che la Chiesa ha sempre ostacolato le nuove rivoluzioni scientifiche …
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Gode di inauditi privilegi a discapito dei cittadini italiani. Grazie l’8 per mille, la Chiesa, ogni anno, riceve circa 1036 milioni di euro, aggiungendoli a un patrimonio di circa 97,3 miliardi di euro. < Non bastava l'8 per mille e il suo perverso meccanismo di moltiplicazione dei soldi, non bastava l'esonero dell'ICI esteso anche alle strutture commerciali della chiesa, non bastava l'assunzione in ruolo di migliaia di insegnanti di religione nelle scuole pubbliche e dei cosiddetti assistenti religiosi negli ospedali pubblici, non bastava il massiccio finanziamento alle scuole private, i privilegi concessi agli oratori e addirittura il 7% degli introiti delle opere di urbanizzazione secondaria che i comuni sono tenuti a versare alle diocesi, no non bastava.
Dall'ultimo numero di MicroMega apprendo con sconcerto e vana indignazione anche l'esistenza di queste "quisquilie": Il Vaticano, in base ai Patti lateranensi, non ha mai pagato una lira per il consumo dell'acqua, consumo, si badi bene, che ammonta a ben 5 milioni di metri cubi annui, la maggior parte utilizzati per irrigare i megagalattici giardini vaticani. Ma non basta. Fino agli anni 70 le acque di scarico, sacre sicuramente ma inquinanti altrettanto sicuramente, confluivano direttamente nel Tevere, poi furono costruiti i depuratori, ma il comune di Roma non ha mai ricevuto il pagamento del costo del servizio che, nel 1999 aveva raggiunto la bella cifretta di 44 miliardi di lire. Quando l'azienda municipalizzata ACEA è stata quotata in Borsa, gli azionisti hanno giustamente richiesto il pagamento degli "arretrati vaticani. Ma a quel punto il ministero dell'economia dell'epoca è "provvidenzialmente" intervenuto accollandosi l'onere del pagamento ed ottenendo in cambio l'assicurazione che il servizio di smaltimento acque sarebbe stato per il futuro regolarmente pagato (costo attuale 2 milioni di euro l'anno). E allora, a questo punto, avranno finalmente pagato i nostri eroi porporati? Macchè, altro colpo di bacchetta magica legislativa. Un emendamento alla legge finanziaria 2004 proposto dal senatore di Forza Italia Mario Ferrara, fa decadere anche questi oneri. L'emendamento, comma 13 dell'art. 3 prevede lo stanziamento di 25 milioni di euro per l'anno 2004 e di 4 milioni di euro per il 2005 per dotare il Vaticano di un sistema di depurazione proprio. E poi c'è chi non crede ai miracoli!!!!!!!!!!!!!!
Altra quisquilia. Cinquanta milioni di euro sono stati stornati dal fondo speciale per il disinquinamento delle acque di Venezia e versati direttamente nelle casse della curia patriarcale. La "santa" decisione è stata presa nel febbraio 2004 dal presidente della regione Veneto Giancarlo Galan (forza Italia). Già l'anno prima la proposta era stata approvata all'unanimità nella riunione per la salvaguardia di Venezia, tenutasi a palazzo Chigi e presieduta dal presidente del Consiglio. Altra quisquilia ancora. Nella finanziaria 2005 al comma 206 è previsto un finanziamento di un milione di euro "allo scopo di promuovere il potenziamento della strumentazione tecnologica e l'aggiornamento della tecnologia impiegata nel settore della radiofonia". Per quanto riguarda i soggetti che possono beneficiarne si rimanda al comma 190 della finanziaria precedente. E, guarda guarda, si scopre che le uniche due emittenti a possedere i requisiti per godere del cospicuo regalino sono Radio Padania libera e Radio Maria il cui progetto editoriale è"diffondere il messaggio evangelico in comunione con la dottrina e le indicazioni pastorali della Chiesa Cattolica e nella fedeltà al Santo Padre, usando tutte le potenzialità del mezzo radiofonico..." Io mi chiedo: se le varie signore e i vari signori Rossi, Bianchi e Neri che tirano la cinghia per arrivare a fine mese, che pagano l'affitto o l'ICI più il mutuo, che pagano fino all'ultimo euro bollette di acqua, gas, luce, ecc. fossero capillarmente e dettagliatamente informati di tutte queste porcherie, continuerebbero a dare l'8 per mille alla chiesa cattolica ed a votare politici che, con accondiscendenza purtroppo bi-partisan, continuano a convogliare fiumi di soldi pubblici nelle voraci tasche vaticane? >http://www.nessunacensura.com/blog.php?id=11
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E’ stata protagonista di inauditi scandali finanziari, come nel clamoroso caso della Banca del Vaticano: lo IOR. Di proprietà del Papa, la Banca, sin dal proprio inizio, è stata più volte coinvolta nei peggiori scandali, corruzione e intrighi.
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Nell'Unione Europea c'è stato un dibattito, su sollecitazione dei cristiani, in quanto pretendevano il riconoscimento della loro religione nella Carta Costituzionale Europea.
Volevano un riconoscimento ufficiale del fatto che l'Europa è nata dal Cristianesimo e che il Cristianesimo è a fondamento della nuova Europa!
In realtà, l'Europa è nata liberandosi dall'orrore cristiano.
Il simbolo della croce è stato il simbolo delle persecuzioni, delle torture e dei peggiori crimini …
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Sottopone degli esseri umani inconsapevoli a riti o atti, come il battesimo, senza che questi possano decidere con il proprio libero arbitrio. Ciò rappresenta una grande mancanza di rispetto verso l’individuo.
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Pratica un vero e proprio condizionamento mentale attraverso l’insegnamento del catechismo, rivolto a bambini che non hanno ancora la capacità di decidere consapevolmente la propria religione.
R: STORIA per SARA
CHIESA CATTOLICA
UN GIORNO,
UN TRIBUNALE COME QUELLO DI NORIMBERGA, CHE HA CONDANNATO I CRIMINI DEL NAZISMO,
CONDANNERA' LA CHIESA CATTOLICA PER AVER COMMESSO
CRIMINI CONTRO L'UMANITA'.
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Durante la seconda guerra mondiale,
molte persone hanno esaltato
il nazismo come fosse un'ideologia sacra,
con il tempo, queste persone si sono ricredute,
prendendo consapevolezza di essere state
complici silenziosi di crimini e aberrazioni ...
Alla stessa maniera, molti cattolici di oggi arriveranno
alla medesima consapevolezza ...
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La Chiesa Cattolica non ha mai sottoscritto la CARTA UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO: un documento creato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 10 Dicembre del 1948. I trenta articoli di cui si compone, sanciscono i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali, culturali di ogni persona. Una Carta che promuove e garantisce il rispetto, la dignità e la libertà di ogni essere umano, con lo sforzo di far conoscere tali diritti attraverso l’educazione e l’insegnamento. Ciò, per portare altresì alla buona convivenza alla pace e alla fratellanza tra i popoli.
Molti insegnamenti che diffonde la Chiesa Cattolica sono contrari alla CARTA UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO …
E’ importante denunciare apertamente i valori cattolici. Valori che denigrano l’essere umano e lo imprigionano nei meandri dell’oscurantismo.
I valori cattolici bloccano certamente lo sviluppo dell’essere umano e della società intera … Oggi, tantissimi cattolici si sentono frustrati e complessati. Hanno bisogno di una scossa che faccia loro comprendere di non aver paura di alzarsi in piedi e dire BASTA … !!!
Come ha fatto Gesù ai suoi tempi.
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Gli storici del cristianesimo ci parlano di un Gesù polemico, contestatore, provocatore, le cui parole erano “colpi di staffile”…
Cosa direbbe o farebbe Gesù a questa Chiesa se oggi Egli ritornasse sulla Terra?
“Gesù fa una sferza di cordicelle e caccia tutti dal Tempio … Gettò a terra il denaro e rovesciò i tavoli …”. (Giovanni 2,15)
“Guardatevi dagli scribi e dai farisei … riceveranno una condanna più severa”. (Luca 20,45)
Di seguito, Gesù si riferisce agli scribi e ai farisei …(MATTEO 23)
Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange.
Amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe
e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì'” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì'”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli.
E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo.
E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi.
Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l'oro o il tempio che rende sacro l'oro?
Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto mentre all'interno sono pieni di rapina e d'intemperanza.
Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi netto!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume.
Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti,
e dite: Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti;
e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti.
Ebbene, colmate la misura dei vostri padri!
Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna?
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E’ importante rompere il muro di omertà e denunciare questi fatti, permettendo alla gente di aprire gli occhi e di proteggersi dai tanti squilibri che militano tra le fila del clero …
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RIFIUTATE DI ESSERE COMPLICI SILENZIONI DI GENOCIDI, GUERRE, MASSACRI, DISCRIMINAZIONI E PERSECUZIONI
DISSOCIATEVI DA TUTTI I CRIMINI CHE LA VOSTRA RELIGIONE HA COMMESSO, E CONTINUA A COMMETTERE, IN NOME DI DIO.
LIBERATEVI DAI SENSI DI COLPA, DAL CONTROLLO E DALLE SOFFERENZE CHE LA VOSTRA RELIGIONE VI IMPONE.
SBATTEZZATEVI !!!
(potete trovare un modello del vostro atto di apostasia su: apostasie.org)
BASATE LA VOSTRA SPIRITUALITA’ SULL’AMORE E SULL'ACCETTAZIONE DI TUTTI GLI ESSERI UMANI.
R: STORIA per SARA
Alcuni dei crimini commessi dalla chiesa cattolica
Quello che segue è un elenco meramente dimostrativo, e assolutamente non esaustivo, di tutti i crimini commessi. (Elenco curato da Pierino Marazzani)
782 4.500 sassoni sono decapitati su ordine di Carlo Magno per aver rifiutato il battesimo cattolico.
965 24 ribelli romani sono condannati a morte su ordine di papa Giovanni XIII a Roma.
1096 800 ebrei sono massacrati dai cattolici a Worms in Germania.
1096 700 ebrei sono massacrati dai cattolici a Magonza in Germania.
1098 4.000 ungheresi sono massacrati dai crociati in marcia verso la Palestina.
1099, 15 luglio 40.000 ebrei e musulmani sono massacrati dai crociati a Gerusalemme.
1145 120 ebrei sono massacrati dai cattolici a Colonia e Spira in Germania.
1146 100 ebrei sono massacrati dai cattolici a Sully e Ramerupt in Francia.
1171 18 ebrei sono arsi vivi a Blois in Francia.
1191 2.700 prigionieri di guerra musulmani sono decapitati dai crociati in Palestina.
1191 100 ebrei sono massacrati a Bray-sur-Seine in Francia.
1208 20.000 catari e loro fattori sono massacrati dai crociati a Beziers nel sud della Francia.
1219 5.000 catari e loro fautori sono massacrati dai crociati a Marmande nel sud della Francia.
1244, 16 marzo 250 catari e valdesi sono arsi vivi per ordine dell'Inquisizione nel sud della Francia.
1278 267 ebrei sono impiccati a Londra a seguito di false accuse di omicidio rituale ai danni dei cattolici.
1278, 13 febbraio 200 catari e valdesi sono arsi vivi nell'arena di Verona per ordine dell'Inquisizione.
1310 28 ribelli di Massafiscaglia (FE) sono giustiziati dai mercenari pontifici.
1370 20 ebrei sono arsi vivi dai cattolici a Bruxelles.
1377, 3 febbraio 2.500 abitanti di Cesena sono massacrati dai mercenari pontifici in quanto ribelli antipapali.
1391 4.000 ebrei sono massacrati dai cattolici a Siviglia in Spagna.
1397 100 valdesi di Graz in Austria sono impiccati e bruciati per ordine dell'Inquisizione.
1400 30 cittadini romani sono condannati a morte per ordine del governo pontificio in quanto ribelli.
1405 12 cittadini romani sono massacrati dai mercenari pontifici guidati dal nipote di papa Innocenzo VII.
1416 300 donne accusate di stregoneria sono arse nel comasco per ordine dell'Inquisizione cattolica.
1485 49 persone sono giustiziate per ordine dell'Inquisizione a Guadalupe in Spagna.
1485 41 donne accusate di stregoneria sono bruciate a Bormio per ordine dell'Inquisizione.
1486 31 ebrei sono giustiziati a Belalcazar in Spagna per ordine dell'Inquisizione.
1505 14 donne accusate di stregoneria sono ammazzate a Cavalese su ordine del vicario del vescovo di Trento.
1507 30 persone accusate di stregoneria sono bruciate a Logrono in Spagna per ordine della Santa Inquisizione.
1513 15 cittadini romani sono massacrati dalle guardie svizzere del papa.
1514 30 donne accusate di stregoneria sono bruciate a Bormio per ordine dell'Inquisizione.
1518 80 donne accusate di stregoneria sono bruciate in Valcamonica per ordine dell'Inquisizione.
1545, aprile 2.740 valdesi sono massacrati dai cattolici in Provenza.
1559 15 protestanti sono arsi vivi a Valladolid in Spagna su ordine dell'Inquisizione.
1559 14 protestanti sono arsi vivi a Siviglia in Spagna su ordine dell'Inquisizione.
1561, giugno 2.000 valdesi sono massacrati dai cattolici in Calabria (Guardia Piemontese, San Sisto e Montalto).
1562 300 persone accusate di stregoneria sono arse a Oppenau in Germania.
1562 63 donne accusate di stregoneria sono bruciate a Wiesensteig in Germania su ordine dell'Inquisizione.
1562 54 persone accusate di stregoneria sono bruciate a Obermachtal in Germania su ordine dell'Inquisizione.
1567 17.000 protestanti delle Fiandre sono massacrati dagli spagnoli.
1572, 24 agosto 10.000 protestanti (Ugonotti) sono massacrati dai cattolici a Parigi e nel resto della Francia (nota come la Strage di San Bartolomeo).
1573 5.000 servi della gleba croati in rivolta sono massacrati per ordine del vescovo cattolico Jurai Draskovic.
1580 222 ebrei sono condannati al rogo per ordine dell'Inquisizione in Portogallo.
1620, 29 luglio 600 protestanti sono trucidati dai cattolici in Valtellina.
1655, aprile 1.712 fedeli valdesi sono massacrati dai cattolici.
1680 20 ebrei sono condannati al rogo a Madrid per ordine dell'Inquisizione.
1686, maggio 2.000 valdesi sono massacrati dai cattolici penetrati nelle loro valli alpine per sterminarli.
1691 37 ebrei sono bruciati a Maiorca in Spagna per ordine dell'Inquisizione.
1697 24 protestanti sono giustiziati dai cattolici a Presov in Slovacchia.
7 luglio 2004
R: STORIA per SARA
La Chiesa cattolica
“e i suoi crimini”
La chiesa, il vaticano cosa hanno dato all’umanità, e quanto dalla e della parola di Dio hanno predicato e messo in atto.
Noi abbiamo trovato il mondo in questo modo, ma se ci soffermiamo a pensare e a vedere con un occhio critico, ci rendiamo conto che la Chiesa ha una vera e propria Gerarchia.
Più vicino alla gente comune abbiamo i monaci coloro che rinunciano ai beni terreni vivendo la propria spiritualità.
I diaconi che assistono i preti e possono sostituirli solo in parte.
I presbiteri quindi i nostri conosciuti Don.
Vice parroco, supporta il parroco.
Il parroco che presiede una parrocchia.
Il vescovo ausiliare che supporta il vescovo.
Il vescovo che presiede una diocesi.
Il patriarca nominato vescovo capo.
Il primate arcivescovo di un città particolarmente importante.
L’arcivescovo metropolita che presiede una provincia ecclesiastica.
L’arcivescovo maggiore che è a capo di una chiesa cattolica sui iuris.
L’arcivescovo che presiede una arcidiocesi.
Il cardinale classificato in: cardinale vescovo-presbitero-protodiacono-diacono tutte queste figure eleggono il nuovo papa e collaborano con esso.
Il papa vescovo di Roma capo della chiesa e il camerlengo che sostituisce il papa quando è fuori sede, o in attesa di un nuovo papa.
Che ruolo e compito hanno tutte queste figure, rappresentano Dio?
Non ditemi che man mano che il livello gerarchico aumenta assumono un ruolo e carica imposta in buona sostanza dall’uomo e non da Dio, ci si avvicina sempre più allo stesso Dio?
Trovo assurdo, inconcepibile e vergognoso lo stato di gestire, e rappresentare Dio, tutte persone che speculano sulla buona fede della gente, proprio come parassiti con un animale.
Gesù ci ha insegnato con la sua umiltà, ad amare il prossimo come noi stessi, e di spogliarci di tutte le nostre ricchezze ed averi per dividerlo con chi non ha avuto la possibilità di averli.
Il vaticano è lo uno tra gli stati più ricchi del mondo! Le sue ricchezze sono incalcolabili e potrebbero davvero salvare tante vite…..
L’unica categoria da ammirare sono i frati missionari, i quali anche con il rischio della propria vita, aiutano i poveri e i malati.
Ma tutto il resto, cosa fanno? In cosa si rendono utili? Quale è il loro servigio.
Il papa che dovrebbe essere il primo discepolo di Dio e come tale dare esempio oltre la messa in piazza San Pietro cosa fa!
A cosa serve un anello del papa? Per abbellire la propria mano….quando in realtà potrebbe sfamare tanta gente.
Gesù diceva: ogni volta che pregate Dio è messa, in qualsiasi luogo.
Perché la chiesa ha tantissime chiese, ricchi di affreschi,oro e quant’altro.
In che modo ha ottenuto tutte le ricchezze che possiede!
Avrete sentito parlare delle “Sante Crociate”, il genocidio perpetrato cristianamente dai cattolici per la cosiddette “guerre sante”.
Ne vogliamo citare qualcuna?
"Crociata dei Pezzenti" del 1096, che causò la strage di 4 mila persone (tutti cristiani!) nella città ungherese di Zemun, saccheggiata dai bravi cattolici solo per scopi di "approvigionamento", nonché feroci saccheggi, nel corso dei quali vennero arrostiti, sugli spiedi, dei bambini.
la Crociata dell'Oca Santa (si credeva che l'animale fosse direttamente ispirato da Dio) dove vennero trucidati e stuprati migliaia di ebrei, ritenuti responsabili della morte del Figlio dio Dio.
La Crociata dei Principi si distinse per la strage a Costantinopoli, per la strage dei Turchi ad Antiochia, per la strage di Maarat an-Numan (donne e bambini superstiti venduti come schiavi), per la strage di Gerusalemme del 14 e 15 luglio 1099, nel corso della quale 60 mila persone, tra le quali anche gli ebrei, vennero trucidati. Si stima che solo la prima Crociata costò la vita ad oltre un milione di persone.
Francamente mi sorge un dubbio, tra i comandamenti che Dio diede a Mosè, esiste un comandamento che dice: NON UCCIDERE.
L’esercito della Santa crociata, si impadroniva di tutto l’oro e delle ricchezze delle città saccheggiate, alla faccia della religione!
E la Santa inquisizione? Drammatico il potere legislativo ed esecutivo in mano a dei carnefici, che ordinavano massacri e gente allo spiedo, qualora non si fossero convertiti al cattolicesimo, o semplicemente perché avevano un modo di pensare e cultura diversi.
Dei veri e propri crimini sull’umanità, si parla tanto degli eventi orripilanti dei nazisti e dei sovietici, poco si dice dello sterminio degli Armeni, grazie alle criminali leggi razziali, imposte dai cattolici; gli ebrei furono costretti ad essere rinchiusi nei ghetti e dovevano rientrarci prima del tramonto.
Per non parlare dell’abuso della credulità popolare ,una sorta di giacimento su cui la chiesa cattolica ha fondato le sue ricchezze e potere.
La chiesa cattolica ha speculato sulle indulgenze cosiddette a pagamento: Tu peccatore hai bestemmiato, hai commesso peccati accoppiandoti con un bestia, insomma per aver il perdono di Dio si doveva pagare.
Come può sorgere il dubbio sulla Sacra sindone, la circostanza vuole che tale Sacro telo sia risultato composto - in seguito al triplice esame del radiocarbonio C-14 eseguito dai centri specializzati di Zurigo (Svizzera), Oxford (Inghilterra) ed Arizona (USA) - da un filato di lino raccolto tra il 1260 e il 1390 dopo Cristo.
E il sangue di San Gennaro? Continua a fluidificarsi ciclicamente in modo miracoloso dinanzi a folle di fedeli, tra l’altro San Gennaro è stato ufficialmente cancellato dalla chiesa cattolica perché non è mai esistito, per giunta non è permesso a nessuno prelevare un campione del sangue per poterlo analizzare.
Non voglio prolungarmi ma in definitiva Dio è Dio, e la chiesa è una s.p.a niente che rispecchi la volontà ed il volere di Dio.
valori!?!?
"mantenere il crocifisso nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici del comune di Chiusa Sclafani, come espressione dei fondamentali valori civili e culturali dello Stato italiano".
Mi piacerebbe sapere di QUALI valori...
Delle crociate?
Di tutte le persone torturate, minacciate e uccise?
Di tutte le truffe quando ingannando le persone vendendo false reliquie?
Dello Stato Pontificio che occupava mezza Italia?
Del potere politico che con grande fatica ha lasciato?
Di tutte le ricchezze che ha acquisito nel corso della storia?
Cavoli che bella tradizione! Veritiera d'altronde, basta vedere che ladri ci governano.
R valori!?!?
La vera storia delle Crociate
I crociati non erano persone che aggredivano senza essere provocati, non erano avidi predoni, o colonizzatori medievali, come riportato in alcuni libri di storia.
Thomas Madden, professore associato e preside della facoltà di storia dell’Università di St. Louis (Missouri) e autore di “A Concise History of the Crusades”, sostiene che i crociati rappresentavano una forza difensiva che non approfittava delle proprie imprese al fine di guadagnarci in ricchezze terrene o in acquisizioni territoriali. Madden ha ripercorso con ZENIT il quadro sui miti più diffusi relativi ai crociati, a fronte dei recenti accertamenti che li destituiscono di fondamento.
Quali sono gli errori storiografici più comuni sulle crociate e su chi vi prendeva parte?
Madden: Alcuni dei miti più comuni e le ragioni della loro infondatezza sono i seguenti:
Mito n. 1: Le crociate erano guerre di aggressione non provocate, contro un mondo musulmano pacifico.
Questa affermazione contiene quanto di più sbagliato ci possa essere. Dai tempi di Maometto, i musulmani avevano tentato di conquistare il mondo cristiano. Ed avevano ottenuto anche notevoli successi. Dopo alcuni secoli di continue conquiste, gli eserciti musulmani dominavano l’intero nord-Africa, il Medio Oriente, l’Asia Minore e gran parte della Spagna.
In altre parole, per la fine dell’XI secolo, le forze islamiche avevano conquistato due terzi del mondo cristiano. La Palestina, casa di Gesù Cristo; l’Egitto, luogo di nascita del cristianesimo monastico; l’Asia Minore dove San Paolo aveva gettato i semi delle prime comunità cristiane - queste non erano la periferia della Cristianità, ma il vero cuore. E gli imperi musulmani non terminavano lì. Essi continuarono a spingersi verso Occidente, verso Costantinopoli, oltrepassandola e varcando i confini della stessa Europa. Le aggressioni non provocate erano quindi tutte dalla parte dei musulmani. Ad un certo momento, ciò che rimaneva del mondo cristiano avrebbe per forza dovuto difendersi o in caso contrario soccombere alla conquista islamica.
Mito n. 2: I crociati indossavano croci, ma erano in realtà interessati unicamente a conquistarsi ricchezze e terreni. I loro pii propositi erano solo una copertura sotto la quale si nascondeva una rapace avidità.
Gli storici, tempo fa, ritenevano che in Europa si era verificato un aumento demografico che aveva portato ad avere un numero eccessivo di nobili cadetti, addestrati nell’arte bellica cavalleresca, ma privi di terreni feudali da ereditare. Le crociate quindi erano viste come una valvola di sfogo che spingeva questi uomini bellicosi lontano dall’Europa, verso terre da conquistare a spese di qualcun’altro.
La storiografia moderna, assistita dall’avvento dei database computerizzati, ha fatto crollare questo mito. Noi sappiamo oggi che erano piuttosto i primogeniti d’Europa a rispondere all’appello del Papa del 1095, e a partecipare alle successive crociate. Andare in crociata implicava enormi spese. I signori erano costretti a vendere o a ipotecare le proprie terre per radunare i fondi necessari. Gran parte di loro, inoltre, non aveva interesse a costituire un regno oltre mare. Più o meno come i soldati di oggi, i crociati medievali erano fieri di fare il proprio dovere, ma altrettanto desiderosi di tornare a casa.
Dopo i successi spettacolari della prima crociata, con la conquista di Gerusalemme e di gran parte della Palestina, praticamente tutti i crociati tornarono a casa. Solo una minima parte di loro rimase indietro al fine di consolidare e governare i nuovi territori.
Anche il bottino non era granché. Infatti, sebbene i crociati sognassero vaste ricchezze nelle opulente città orientali, praticamente nessuno di loro riuscì anche solo a recuperare le spese sostenute all’inizio. Tuttavia i soldi e la terra non rappresentavano il motivo per cui avventurarsi nelle crociate. Essi andavano ad espiare i peccati per guadagnarsi la salvezza mediante le buone opere in una terra lontana. Essi sostenevano spese e fatiche perché credevano che, andando in soccorso ai loro fratelli e sorelle cristiani in Oriente, avrebbero accumulato ricchezze dove la ruggine e la tarma non corrodono. Avevano ben presente l’esortazione di Cristo secondo cui chi non prenderà su di sé la propria croce non sarà degno di lui. Essi ricordavano anche che “nessuno ha un amore più grande di chi dà la propria vita per gli amici”.
Mito n. 3: Quando i crociati conquistarono Gerusalemme nel 1099, essi massacrarono tutti gli uomini, donne e bambini della città, fino ad inondare le strade di sangue.
Questa è una delle storie preferite da chi vuole dimostrare la natura malvagia delle crociate.
Certamente è vero che molte persone a Gerusalemme furono uccise dopo che i crociati conquistarono la città. Ma questo deve essere considerato nel contesto storico del tempo. In ogni civiltà europea o asiatica dell’epoca, era normale ed accettato moralmente che una città che aveva resistito alla cattura ed era stata presa con la forza, apparteneva ai vittoriosi. E questo non comprendeva solo gli edifici e i beni, ma anche le stesse persone che l’abitavano. È per questo che ogni città o fortezza doveva valutare attentamente se poteva permettersi di contrastare l’assediante. Se no, era più saggio negoziare i termini della resa.
Nel caso di Gerusalemme, la difesa fu tentata fino alla fine. Si calcolava che le formidabili mura della città avrebbero tenuto a bada i crociati fino all’arrivo di una forza proveniente dall’Egitto. Ma si sbagliarono. E quando la città cadde, essa fu saccheggiata. Molti furono ammazzati, ma molti altri furono riscattati o lasciati liberi.
Secondo il criterio moderno questo può sembrare brutale. Ma un cavaliere medievale potrebbe far notare che un numero molto maggiore di uomini, donne e bambini innocenti vengono ammazzati mediante le tecniche moderne di guerra, rispetto al numero di persone che potrebbe cadere sotto la spada nell’arco di uno o due giorni. È utile osservare che in quelle città musulmane che si arresero ai crociati, le persone erano lasciate indisturbate. Venivano requisite le loro proprietà ed essi erano lasciati liberi di professare la propria fede.
Mito n. 4: Le crociate erano una forma di colonialismo medievale rivestito di orpelli religiosi.
È importante ricordare che nel Medio Evo l’Occidente non era una cultura potente e dominante che si avventurava in una regione primitiva e arretrata. Era l’Oriente musulmano ad essere potente, benestante e opulento. L’Europa era il Terzo mondo.
Gli Stati crociati, fondati in seguito alla prima crociata, non erano nuovi stanziamenti di cattolici in un mondo musulmano estraneo alle colonizzazioni britanniche dell’America. La presenza cattolica negli Stati crociati era sempre molto ridotta, solitamente inferiore al 10% della popolazione. Essi ricoprivano il ruolo di governanti e di magistrati, e altri erano commercianti italiani e membri degli ordini militari. La stragrande maggioranza della popolazione degli Stati crociati era musulmana.
Non erano quindi colonie nel senso di piantagioni o fabbriche, come nel caso dell’India. Erano degli avamposti. La finalità ultima degli Stati crociati era di difendere i luoghi santi in Palestina, specialmente in Gerusalemme, e di fornire un ambiente sicuro per i pellegrini cristiani in vista in quei luoghi.
Non vi era un Paese di riferimento per gli Stati crociati, con cui questi intrattenessero rapporti economici, né gli europei traevano vantaggio economico da tali Stati. Al contrario, le spese delle crociate finalizzate al mantenimento dell’Oriente latino, gravavano fortemente sulle risorse europee. Come avamposto, gli Stati crociati mantenevano un’impostazione militare. Mentre i musulmani combattevano tra di loro, gli Stati crociati erano al sicuro, ma una volta che i musulmani si unirono, furono in grado di far cadere le fortificazioni, catturare le città e nel 1291 espellere del tutto i cristiani.
Mito n. 5: Le crociate furono fatte anche contro gli ebrei.
Nessun Papa ha mai lanciato una crociata contro gli ebrei. Durante la prima crociata un folto gruppo di malfattori, non associati all’esercito principale, discese nei paesi della Renania e decise di depredare e ammazzare gli ebrei che vi risiedevano. Questo fu causa, in parte di pura avidità, ma in parte derivava anche da un’errata concezione per cui gli ebrei, in quanto responsabili della crocifissione di Cristo, sarebbero stati legittimi bersagli della guerra.
Il Papa Urbano II e i successivi Papi condannarono fortemente questi attacchi contro gli ebrei. I vescovi locali e gli altri ecclesiastici e laici tentarono di difendere gli ebrei, anche se con scarso successo. Analogamente, durante la fase iniziale della seconda crociata, un gruppo di rinnegati uccise molti cristiani in Germania, prima che San Bernardo riuscisse a raggiungerli e a fermarli.
Queste realtà erano un disdicevole effetto collaterale derivante dall’entusiasmo delle crociate, ma non erano lo scopo delle crociate. Per usare un’analogia moderna, durante la seconda guerra mondiale alcuni soldati americani commisero crimini mentre si trovavano oltre oceano. Essi furono arrestati e puniti per tali crimini, ma il motivo per cui erano entrati in guerra non era di commettere crimini.
R: R valori!?!?
Nel sito dell’A.D.ES. più volte citato esiste un ‘elenco delle foibe’, che riproduce quello che M. Pirina inserì in “Genocidio…”. In esso si legge:
“Foiba di Vines1 – Recuperate dal Maresciallo Harzarich dal 16/10/1943 al 25/10/1943 ottantaquattro salme di cui cinquantuno riconosciute. In questa
foiba, sul cui fondo scorre dell’acqua, gli assassinati dopo essere stati torturati, furono precipitati con una pietra legata con un filo di ferro alle mani.
Furono poi lanciate delle bombe a mano nell’interno. Unico superstite, Giovanni Radeticchio, ha raccontato il fatto.” (grassetto nostro).
Sorvoliamo ancora una volta sulle (almeno) due evidenti ‘enormità’ che l’autore è riuscito ad inserire in queste poche righe: 1) la ‘disinvolta’ e
occultata sovrapposizione di date e di eventi riferiti (il recupero documentato delle salme nel ’43 con il racconto dell’unico ‘superstite’ del ’45); 2) la
nuova sorprendente ‘esclusione’ del povero Udovisi (alcuni anni dopo le sue prime interviste!). Concentriamoci invece ora sui dati morfologici (luogo,
dimensioni, ecc.) utili al riconoscimento della foiba "che doveva essere la mia tomba" (e forse anche quella di U….).
Dai documenti esaminati si ricavano le seguenti informazioni. La foiba si trova su "una collinetta… La cavità aveva una larghezza di circa 10 metri
e una profondità di 15 fino alla superficie dell’acqua". Anche l’acqua era profonda, tanto che "cadendo non toccai il fondo" . L’acqua profonda è l’unico
elemento rilevato anche da Pirina : "…caddi illeso nell’acqua della foiba. Nuotando… ho potuto arenarmi".
Nelle descrizioni di U. le immagini si drammatizzano molto, come sempre, ma l’unica ‘precisazione’ (per così dire) riguarda la ‘roccia bianca’ che,
nonostante la genericità (gli affioramenti di calcare bianco sono normali sul Carso) sembra essere un elemento importante per stabilire la somiglianza con
la ‘famosa’ foiba di Vines. Attenzione: solo somiglianza! In alcuni punti U. sembra escludere che si tratti della stessa foiba; in altri lo suggerisce ma lo
lascia in dubbio: le ambiguità sono sparse a piene mani (‘magistralmente’, direbbero i maligni) nelle sue testimonianze.
Riportiamo i brani salienti. "…ecco lì una buca grande, enorme, e capii dove eravamo: ecco, la foiba di Vines richiamata prima che nel ’43 fu l’
inizio di tutto quanto questo massacro: questa era quasi uguale… mi trovai dentro all’acqua. Non avrei mai immaginato che sotto ci fosse quest’acqua" ;
"…era come una roccia bianca, ecco questa roccia bianca, c’era la foiba… questo terribile buco che avevo già visto ; la foiba di Vines dove abbiamo
tirato fuori tanti cadaveri, questa foiba profonda oltre 120 metri…questa enorme bocca, questa non enorme, questa grande bocca, nera, con
questa roccia bianca… e caso strano, io che conoscevo Vines, che sapevo la profondità… ero piombato dentro l’acqua: era una foiba piena d’acqua…" . In
un’altra ‘variante’ il bianco è solo quello dell’alba: "…laggiù in fondo verso est si vedeva una striscia appena appena bianca. E ci hanno messo sull’orlo di
questa voragine… credevo di precipitare per chissà quanto e mi son trovato dentro l’acqua… sentendomi trascinare a fondo…" . Altre descrizioni: "…terreno
in pendenza… c’è una roccia ai miei piedi, bianca, che scende in verticale e si perde in una grande fossa scura, voragine già conosciuta in altra parte, non
lontano da qui… l’acqua si chiude su di noi. Mi sento trascinare giù verso il fondo." ; "Ho guardato dentro alla foiba, ma non vedevo niente, perché era
mattina presto. Giù in fondo si scorgeva solo un piccolo riflesso chiaro … Dopo un volo di 15-20 metri... sono piombato
dentro l’acqua. Venivo trascinato sempre più giù…" . Nella citazione di Oliva (anch’essa ambientata senza incertezze "a Fianona" non esiste alcun
cenno né della roccia bianca né dell’acqua: anche queste ‘spariscono’, come già il filo di ferro (si veda al punto 3 del tema 2).
In conclusione, si trattava proprio della grande foiba di Vines, dove nel settembre del ’43 l’acqua, se c’era, era solo sul fondo, mentre nel maggio
del ’45 formava un gran bacino o fiume sotterraneo profondo oltre 100 metri? Forse (vedere opinione dei geologi) ciò è possibile, ma sarebbe davvero
eccezionale. Tuttavia un posto così famoso e documentato era facilmente (troppo?) riconoscibile con un semplice sopralluogo, anche molti anni dopo. Nessuno
lo ha fatto. Più problematica sarebbe l’identificazione di un’altra foiba nella zona di Arsia/Vines, con l’imboccatura ‘quasi uguale’ a quella del ’43, dove
il regime dell’acqua fosse compatibile con le descrizioni che abbiamo letto. Ciò farebbe crollare tutte le versioni che collocano (o suggeriscono di
collocare) la foiba nei pressi di Fianona (una ventina di km. più a nord in una zona con diverse caratteristiche – verificare), compresa quella di Pirina,
l’unica in cui appaiono i nomi degli ‘infoibati’, corrispondenti (solo parzialmente) alle indicazioni autorevoli di Papo. Viceversa, se accettiamo Fianona
come scenario, dando credito a Pirina e all’ultimo Udovisi , dobbiamo rinunciare anche alla ‘somiglianza’ con la foiba di Vines: perfino l’equipe di
Minoli, con tutta la buona volontà e i mezzi disponibili, non è riuscita a trovarne una che rispondesse ai requisiti, e si è dovuta accontentare di una
‘foiba minore’, senza assumersi la responsabilità di collegarla con la storia di U. (cfr. tema 1). L’insanabile contraddizione non si risolve nemmeno se
accettiamo le ‘correzioni’ suggerite in qualche versione: per esempio, che il bianco provenisse solo dal chiarore dell’alba o dal riflesso dell’acqua sul
fondo; che la bocca apparisse più grande di quel che in effetti era, ecc..
Alla disperata, possiamo ricorrere all’ipotesi suggerita piuttosto esplicitamente da G. Oliva (cfr. e ), cioè che i due protagonisti in
realtà ‘scamparono’ a foibe diverse, in luoghi (e forse giorni) diversi. Ma ciò ci costringerebbe a ‘buttare a mare’ tutte le altre versioni, da quelle
‘riportate’ da Pirina a quelle raccolte dalla viva voce di Udovisi. Insomma, non c’è scampo: siamo costretti a contestare radicalmente la credibilità degli
eroici martiri e dei loro interpreti.
Intervallo.
A questo punto, in termini del tutto espliciti, affermiamo con certezza che quella foiba non esiste, anzi non può esistere, né a Vines, né a Fianona,
né altrove. Se, per assurdo, qualcuno affermasse di averla trovata e ce la mostrasse, ciò proverebbe con evidenza che alcune testimonianze fornite sono false
o contraffatte, e dunque gli stessi testimoni non sono credibili. Ciò significa in sostanza che l’intero impianto della storia ‘non sta in piedi’
logicamente, perché ogni ipotesi plausibile risulta contraddittoria..
Forse l’unica persona almeno parzialmente ‘ingenua’ fra tutti i protagonisti di queste vicende è proprio il nostro Giovanni R., di cui hanno storpiato
perfino il cognome. Forse ignaro di tutto, forse ricattato, forse comprato, forse veramente uscito da una brutta esperienza a causa di suo cugino e deciso a
vendicarsi, fornì il suo ‘resoconto’ a chi glielo chiese e poi se ne andò (o forse fu mandato) in Australia, forse riconoscente, forse deluso o timoroso,
forse desideroso di dimenticare o di essere dimenticato, comunque in cerca di miglior fortuna. E là visse, speriamo serenamente, fino alla fine dei suoi
giorni. Tutto il resto è una montatura, organizzata (bisogna riconoscere) con determinazione ed intelligenza – dove anche l’evidente ‘carenza di
coordinamento’ non è casuale né imprevista.
Però non si possono ignorare le domande che certamente si sta ponendo chi ci ha seguito fin qui senza pregiudizi, nel nostro tentativo di fare un po’
di luce su queste oscure oscenità,. E’ possibile che sia proprio tutto un imbroglio? Com’è potuto succedere che dei simili falsari non siano stati smentiti
per tutto questo tempo, e addirittura siano riusciti a farsi accreditare come i ‘depositari della verità storica’ sulle foibe? A quale scopo lo avrebbero
fatto?
Non siamo in grado di rispondere in modo esauriente, ma possiamo evidenziare alcuni elementi notevoli e avanzare qualche ipotesi.
Intanto, non è tutto un imbroglio: c’è un ‘nucleo di verità’ storica incontestabile. Ma intorno ad esso alcuni ‘specialisti dell’informazione’, col
fine ultimo di stravolgere la memoria storica a favore di posizioni politiche altrimenti insostenibili, hanno costruito un ‘castello’ di ‘enormità’
volutamente incredibili e confuse, infarcite di vittimismo e di scene ‘a tinte forti’, ripetute in tutte le occasioni con una serie di ‘variazioni’ in
apparenza casuali, in sostanza contraddittorie, ma efficaci per ‘colpire al cuore e allo stomaco’, disorientare, provocare reazioni emotive e scoraggiare
ogni tentativo di verifica razionale. Il pubblico ignaro e in buona fede rimane frastornato e coinvolto, non può credere di essere manipolato in modo così
cinico e spudorato, preferisce ‘bere’ quanto gli viene propinato come sacrosanta verità. Si tratta di una ‘tecnica’ ben collaudata per condizionare l’
opinione pubblica (risalente già a Mussolini, ma ne sa qualcosa anche il nostro attuale presidente del Consiglio, o meglio il suo staff Mediaset). L’
operazione è più efficace se il ‘messaggio’ viene confermato in sedi autorevoli e continuamente amplificato, fino a farlo diventare così ‘potente’ da
costringere all’isolamento e al silenzio chi osasse dubitarne. Così la ‘menzogna evidente’ diventa verità ‘rivelata’.
Chi non è convinto è pregato di tornare un momento all’inizio di questo ‘tema’, alla citazione sulla foiba di Vines. Può osservare che la prima frase
riporta notizie circoscritte, documentate da fonti storiografiche certe (al di là delle interpretazioni sulle cause e sulle circostanze di quei fatti). Le
altre sono false, aggiunte appositamente per contribuire ad alimentare e ingigantire la ‘leggenda’ delle foibe a scopo di propaganda politica. Ma ciò risulta
evidente solo a coloro che, come noi, con pazienza e ostinazione, abbiano verificato al di là di ogni dubbio le assurdità di quelle frasi. Gli altri sanno
solo che ‘qualcosa di vero c’è’, restano colpiti dalla forza delle immagini evocate, simpatizzano naturalmente per le vittime, pensano che ‘qualche
esagerazione’ sia perdonabile, e che ogni sforzo di contestare la veridicità di quelle testimonianze sia quanto meno il segno di una ossessiva malfidenza, se
non di torbidi interessi o peggio di ‘collusione coi carnefici’. Tutto sommato, chi osa contestare l’opinione ormai comunemente condivisa, per quanto
evidenti siano le sue ragioni rischia comunque il linciaggio morale.
I guai più grossi purtroppo succedono quando dei professionisti noti, presso la comunità scientifica e il pubblico più accorto, per il rigore delle
loro ricerca e la serietà delle comunicazioni, invece di produrre gli ‘anticorpi’ necessari a combattere il virus propagandistico diffuso da questi
‘truffatori della memoria storica’, cominciano (per motivi che non intendiamo indagare qui) a tollerarlo e poi pian piano ad assimilarlo, fino a diventarne
essi stessi, più o meno coscientemente, dei propagatori. Allora il morbo diventa endemico e le conseguenze sul corpo sociale possono essere catastrofiche. Il
nostro è un grido di allarme. Speriamo che non sia troppo tardi.
Tema 5: IL SALTO E LA SALVEZZA
Dopo le rivelazioni precedenti, dovremo dunque interrompere qui il nostro tentativo di produrre un documentario sul tema degli scampati alle foibe, e
rinunciare a scrivere la conclusione della storia? No, cara/o coraggiosa/o lettrice/lettore che non ci ha ancora abbandonato: non possiamo deluderLa così.
Lei merita anzi un bel premio.
Faremo scegliere a Lei il finale della storia. Ovviamente nel quadro delle possibilità suggerite dalla documentazione. Noi, come sempre, Le
presenteremo tutte le alternative e le ‘varianti’ più significative. Lei potrà ‘assemblare’ a Suo piacere gli elementi, ed immaginare la sequenza che più Le
aggrada: lo spazio per la fantasia non manca. Se poi Lo desidera, potrà farci pervenire le Sue conclusioni. Così potrà diventare co-autrice/autore e
partecipare alle fortune (quali che siano) di questo ‘documentario sperimentale’. Sarebbe certo un’esperienza rischiosa ma avvincente.
Diamo per scontato, dunque, che i due protagonisti hanno fatto il salto nella voragine e sono sopravvissuti. Si tratta di decidere come ciò sia
avvenuto; cioè in qual modo essi, già ridotti in condizioni pietose per le torture subite, dopo gli spari, la caduta nel vuoto per molti metri e altri
(eventuali) accidenti, siano riusciti a riemergere e/o risalire fino all’imboccatura ed infine ad allontanarsi con le proprie gambe.
Come sono legati sul bordo della foiba.
A- entrambi hanno le mani legate dietro la schiena con filo di ferro;
A1: Giovanni (torniamo a chiamarlo così perché ci sta simpatico) ha inoltre un grosso sasso (peso a scelta fra 10 e 20 kg.) appeso ai polsi
(A1.a: qualcuno forse ha "il masso legato al collo" );
A2: il filo di ferro "all’incavo del gomito" di U. è scivolato "lungo il braccio, fino al polso" ;
A3: sono ancora legati insieme agli altri della fila di sei con un unico filo di ferro .
B- Giovanni e il ten. U. sono in due gruppi diversi sull’orlo di due foibe diverse ; B1: U. non è legato, o non se ne ricorda .
La scena del salto.
A- U. si butta quando cominciano gli spari "prima di essere colpito da un proiettile" ;
A1.a: quando sente "il loro urlaccio di guerra" "in slavo “Morte al fascismo, libertà ai popoli”" ,
oppure A1.b: mentre "il mortale crepitio delle armi è assordante, vedo la fiamma uscire da uno dei mitragliatori… mi sento spingere… mi butto" .
A2: "Tutti quanti precipitammo" ;
A2.a: "gli altri (mi) sono venuti dietro" ma "sono precipitato insieme a tutti quanti gli altri" , o meglio, senza ambiguità, "siam precipitati tutti
quanti in gruppo" ; A2.b: Giovanni fu costretto "ad andare da solo dietro U., già sceso nella foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di
moschetto… Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra" .B- Giovanni (versione Oliva – Petacco): "Uno di noi (non si sa chi, ndr)… si gettò urlando nel vuoto , di sua iniziativa. Un partigiano allora, in piedi
col mitra puntato su di una roccia laterale, ci impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro…" Poi, solo dopo essere "tornato a
galla… vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra" .C- Udovisi: C1 precipita "sopra un alberello che sporgeva" ;
C1.a: questo è causa della sua salvezza ;
oppure C1.b: "subito si strappa" , "è crollato con me" ;
C2, egli cade direttamente in acqua: "dopo un volo di 15 – 20 metri, non so, sono piombato dentro l’acqua" , "credevo di precipitare per chissà quanto e
(invece) mi son trovato dentro l’acqua" .
Ma in che modo si salvano?
Fin qui, è vero, non abbiamo dato elementi per giustificare la salvezza dei due giovani commilitoni. Il caso sembra disperato, come in un classico
‘thriller’. Se ancora non bastasse, possiamo aggiungere una o due bombe a mano (già accennate nel tema 4), gettate dagli assassini "per finirci tutti" .
Una "scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia" , mentre "un’altra …è esplosa dalla parte opposta a dove
eravamo noi" e ovviamente senza gravi conseguenze, "(forse qualche piccola scheggia ci ha toccato, niente di male " . Ormai è proprio ora di
qualche ‘colpo di scena’ risolutivo. Ecco l’occasione per scatenare la fantasia. Intanto "il prodigio: il proiettile, anziché colpirmi, spezzò il filo di
ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il sasso era rotolato lontano" "Così caddi illeso nell’acqua della foiba.
Nuotando, con le mani legate dietro la schiena ho potuto arenarmi". Giovanni ha esaurito le sue
risorse. Dobbiamo capire da soli come sia poi "riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni, poiché
i polsi cedettero prima del filo di ferro" .
U. invece si fa aiutare dall’acqua, dal sangue e da tutto quello che può per liberarsi a fatica del fil di ferro: "quest’acqua… mi ha salvato in quanto il
sangue che usciva… è diventato… una specie di saponaria" ; "sentendomi trascinare a fondo" "sempre più giù" "che mi mancava il respiro"
"ho cercato di forzare e mi son sentito libero dagli altri" , "forse sarà stata uno spuntone di roccia, una pallottola, non lo so" , ma
certo è anche "l’istinto di conservazione" che lo fa dimenare "con tutta la poca forza rimasta" . Com’è come non è, fatto sta che anch’egli riuscì a
liberarsi una mano e cominciò a risalire. Questi giovani italiani d’Istria sapevano sopportare inenarrabili sofferenze…
Ora però arriva il vero ‘colpo di genio’ (beninteso, sempre opzionale). Visto che le modalità del ‘salvataggio’ di Giovanni sono poco credibili, l’
alternativa di U. è… di tirarlo su per i capelli! Non stiamo scherzando: "mentre cerco di annaspare… la mia mano ha incontrato qualcosa come… una zolla d’
erba… non era una zolla d’erba erano capelli… li presi e tirai con me; un altro, lo portai con me." . Il fatto è confermato quattro volte da U.: non ci
devono essere dubbi che in tal modo egli riuscì "a salvare un amico" . Tanto è vero che Minoli, subito dopo, commenta entusiasta:
“Graziano Udovisi è dunque salvo: l’unica persona che si è salvata fra quelle migliaia…” (?!). Al cronista Minoli forse possiamo perdonare qualche ‘svista’;
che ne dite?1
Udovisi invece (una volta almeno) ricorda bene il nome dell’amico salvato: "Ninni: Raddeticchio Giovanni, detto Ninni" . E’ proprio un peccato che
nelle sue testimonianze, prima di andarsene in Australia , l’amico da lui salvato in circostanze così tragiche non gli abbia mai espresso
riconoscenza, anzi non si sia nemmeno ricordato di averlo visto uscire dalla foiba . Ma noi promettiamo di rispettare la scelta che riscuoterà
le maggiori adesioni, quale che sia!
Epilogo (cioè, epiloghi alternativi).
A1- "Attendemmo tutto il giorno e decidemmo di uscire" ;
A2- "ascoltiamo se giunge qualche suono di voce o rumore di passi… Con fatica ci arrampichiamo e ci rannicchiamo in quel breve spazio" .
B- U. è solo, forse aggrappato all’alberello sporgente: "i cadaveri mi cascavano addosso. Poi, quando tutti i rumori cessarono… raggiunsi la superficie.
.
C1- "Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per 4 giorni e 4 notti consecutive, celato in una buca".
Poi Giovanni tornò "nascostamente... a Sissano (ma) per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di
essere veramente salvo" ;
C2: "Rimasi così nella foiba per un paio d’ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba" .
Mentre scorrono i titoli di coda e i ringraziamenti agli eminenti studiosi che hanno contribuito a realizzare questo documentario, appare e si fa sempre più
grande sullo schermo la parola AMEN.
i comunisti
Il comunismo e la religione
Il p.c.i. non può attualmente prendere una posizione di lotta aperta contro la Chiesa e il clero. Assume perciò una posizione opportunista e falsa verso la religione. Troppo forte è il movimento cattolico italiano, troppo grande è ancora l'influenza della religione sulle masse.
Il p.c.i. ha preso più volte posizioni antireligiose, ma mai di carattere orientativo per le masse operaie. La lotta antireligiosa è condotta con molta cautela. Insieme ai problemi economici e politici, il partito comunista riesce a far penetrare fra le masse l'idea della responsabilità della Chiesa per l'attuale momento politico ed economico. In questo modo le masse vengono aizzate contro il clero, contro la Chiesa, contro il Papa.
Ecco come il comunismo italiano presenta la Chiesa nei suoi rapporti economici: «La Chiesa è la più grande potenza finanziaria del mondo; la Chiesa è proprietaria di banche, di società anonime; primeggia nei più grandi trust internazionali».
«Il Papa ha le mani sporche di sangue, è responsabile di conflitti sociali, di guerre e guerriglie» (discorso dell'on. Laura Diaz, a Ortona a Mare, 13-6-48).
Si accusa la Chiesa come la proprietaria di immobili adibiti a postriboli (discorso dell'on. Velio Spano a Torino, 3-3-1950).
È evidente che con tale propaganda, fatta lentamente alla base comunista, il P.C.I. riesce a creare tra le masse una atmosfera di odio contro la Chiesa.
In questo punto l'Emilia ha un primato: cinquantadue sacerdoti assassinati, dei quali parecchi dopo la liberazione. Inoltre vi è stato un assalto alla Parrocchia di Ceretolo, in provincia di Bologna, facendo saltare con dinamite parte della canonica. In questa occasione rimase ucciso un bimbo e ferito il parroco. Questo fatto è rimasto oscuro, e non si è potuto scoprire gli esecutori dell’attentato nè i mandanti. A S. Giovanni in Persiceto, in Provincia di Bologna, è stato assassinato Giuseppe Fanin, dirigente provinciale delle ACLI bolognesi. Gli assassini sono quattro comunisti, fra cui il segretario della sezione del luogo, Bonfiglioli. Il fatto è avvenuto il 4-11-1948 .
L'aggressione del parroco dei SS. Filippo e Giacomo, in Bologna, è un altro fattaccio provocato dall’odio religioso, seminato volutamente da parte di qualcuno bene identificabile. Questo povero sacerdote di 80 anni, che io ho conosciuto, non era certo il nemico degli operai, ma l'amico di tutti, a qualunque partito appartenessero, buoni o cattivi. La furia malvagia e assassina di certa gente si è ugualmente abbattuta su di lui, benché malandato e ottantenne . Povero il mio buon parroco! Quel giorno che vi picchiarono io ero ancora dall'altra parte e forse ne gioii; ma non so, non ricordo. Voi mi avete già perdonato nel caso avessi avuto tanto vile e basso sentimento, così come avete perdonato ai vostri percuotitori.
La politica antireligiosa del p.c.i., pur non essendo ufficiale e dichiarata, esiste, e si muove in un modo sibillino su un terreno fertile, quale quello economico-politico.
La politica comunista è falsa anche per quanto riguarda la libertà religiosa concessa agli iscritti. L’articolo 2 dello statuto sancisce la libertà religiosa. Ma due righe dopo si demolisce questa libertà. Ogni membro del partito è tenuto ad accettare il programma politico e lo statuto del partito. Il programma comunista (variabile secondo le circostanze e i luoghi) è ben noto, mentre non è conosciuta da molti la sua dottrina che anima tale programma. Soprattutto non è conosciuta da quei cattolici (o che si dicono tali) che militano nel partito comunista, o simpatizzano, dando ad esso il loro voto.
I cattolici iscritti al partito comunista sanno che questi non può tollerarli interamente, appunto perchè cattolici?
Non hanno ancora capito che il partito si serve di essi oggi, e che domani faranno la fine che hanno fatto tutti i credenti dei paesi comunisti?
I cattolici iscritti al comunismo dovrebbero porsi queste domande: «Ègiusto che io cattolico appartenga ad un partito, in cui sono tollerato per metà? — è giusto che io, cattolico, appartenga ad un partito la cui dottrina è atea? — è giusto che dopo aver constatato l'odio e la lotta del partito contro la Chiesa, io possa, da credente, continuare a vivere nel partito comunista?».
Che un credente sia tollerato per metà in seno al p.c.i. è dimostrato da un articolo apparso su Vie Nuove il 12-8-1951. In questo articolo è detto che le condizioni lasciate dal partito per le credenze religiose, non debbono essere una riserva per l'accettazione del programma e dello statuto del partito.
Riguardo poi alla seconda domanda, che cioè la dottrina comunista sia atea, è risaputo da tutti. Un cattolico iscritto al p.c.i. non sarà certamente d’accordo con la seguente affermazione di Lenin: «La nostra propaganda comprende necessariamente anche la propaganda dell'ateismo» (da Università Comunista, lezione 11.ma, pagina 13).
«Bisogna liquidare risolutamente ogni tentativo di combattere i pregiudizi religiosi, mediante misure amministrative, come per esempio la chiusura delle Chiese, delle moschee, delle sinagoghe, delle case di preghiera.... La propaganda antireligiosa deve assumere un carattere esclusivamente materialista» (Da Università Comunista, pag. 20, lez. 11.ma).
Anche quando si accenna ad una certa tolleranza (la tolleranza della mano tesa), appare sempre evidente il motivo antireligioso, come in queste parole dell’on. Secchia: «Anche il problema dell’atteggiamento dei comunisti di fronte alla religione non è sempre impostato come si dovrebbe. Nel partito non si fa un sufficiente lavoro di educazione. Noi non dobbiamo abbandonarci all’anticlericalismo di vecchio tipo. Dobbiamo, però, diffondere i principi fondamentali della nostra dottrina, dobbiamo dare ai nostri quadri, ai nostri compagni una educazione marxista, leninista.... Non dovrebbero essere tollerate certe forme di ipocrisia e di opportunismo di compagni atei, non credenti, i quali si sposano in Chiesa o contribuiscono con i loro atteggiamenti pratici alla rinascita di manifestazioni religiose». (Da Università Comunista, pag. 44: lezione 11.ma).
Il comunismo italiano vuole, come il comunismo di ogni altro paese, mettere in pratica la dottrina marxista-leninista, la quale prima di tutto spazza via la religione, definita «oppio del popolo». Lenin infatti afferma molto chiaro il suo pensiero sulla religione. Egli dice: «Bisogna affidare alle masse il vario materiale della propaganda atea. Bisogna istruire queste masse sui vari problemi della vita, bisogna andare incontro ad esse con tutti i modi per distrarle dal sonno religioso». (Da «Sotto la bandiera del marxismo», Marzo 1922).
Un cattolico quindi, credente in Dio, non può trovarsi d’accordo con la politica atea del comunismo. Anche se un cattolico viene accettato nelle file di un partito comunista, è tollerato per metà, non essendovi riconosciuto come cattolico.
Nè un cattolico può appartenere al comunismo nella speranza di un miglioramento economico.
I comunisti aspirano al miglioramento economico delle classi lavoratrici, o almeno tale è il fine che essi dicono di voler raggiungere.
Ma essi con la loro concezione economica non potranno mai raggiungere tale fine.
Il comunismo spazza via tutti i capitalisti privati, ma crea un altro capitalismo, quello di Stato, al quale nessun operaio può sfuggire. Questo capitalismo è ben più terribile di quello privato, perché mentre un danno arrecato al capitalismo privato rimane limitato ad esso soltanto, un danno invece arrecato al capitalismo dello stato comunista diventa un delitto perseguibile dalla legge, perchè contro lo stato.
Ed inoltre il sistema dello stato capitalista toglie ogni libertà di lavoro. Esso determina a ciascuno, o dovrebbe determinare secondo la sua teoria, il proprio campo di lavoro. Rende inoltre impossibile al lavoratore ogni possibilità di contratto di categorie, dovendo tutto determinare lo stato. E quindi secondo la dottrina comunista non hanno ragione di esistere né gli scioperi, né alcuna manifestazione di protesta, sia pure giustificata.
Non sarà quindi l'idea di Dio e della religione ma piuttosto la concezione marxista del lavoro che, come diceva Lenin, «addormenta i sentimenti sociali, sostituendo ciò che è morto a ciò che è vivo, recando in sé l'idea della schiavitù, della peggiore schiavitù, di una schiavitù senza domani» (Da U. C. lezione 11.ma pag. 7).
No, compagni comunisti, Dio non addormenta nessuno. Il Vangelo predicato da Gesù Cristo smentisce quanto dice Lenin. L’opera della Chiesa, passata e presente, e particolarmente l'opera nuova «per un mondo migliore» voluta dal S. Padre, smaschera tutte le vostre nefande bugie.
Dio, Gesù, la Chiesa, hanno chiamato e chiamano e chiameranno sempre gli operai, i poveri a lottare per rivendicare una vita migliore, a reclamare la giusta mercede. Gesù così ha predicato contro i ricchi: «Vi dico in verità che difficilmente un ricco entrerà nel Regno dei cieli... è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno dei cieli» (Matt. 19, 23-24).
E S. Giacomo così apostrofa i ricchi: «O ricchi piangete, urlate a motivo delle miserie che verranno sopra di voi. Le vostre ricchezze si sono imputridite e le vostre vesti sono state rose dalle tignole: l'oro e l'argento vostro è arrugginito e la loro ruggine sarà una testimonianza contro di voi, e come fuoco divorerà le vostre carni» (Epis. 5, 1-3).
Oggi la chiesa con la parola del Papa ha richiamato ancora tutti i ricchi ad essere più cristiani e a dimostrarlo con le opere. L’ottimo P. Gesuita P. Lombardi è la voce potente che fa latrare il comunismo italiano e sta mettendo in crisi le federazioni più rosse. In un articolo apparso su «La Lotta», organo della Federazione provinciale del p.c.i. di Bologna, è evidente la tremarella che ha preso i capi del p.c.i., dopo le riuscitissime conferenze di P. Lombardi. I compagni, giocando col falso, vogliono con insulti e frasi da trivio nascondere alla massa che legge solo la stampa comunista la riuscita spettacolare delle conferenze periferiche e di città, che P. Lombardi ha tenuto. Vogliono nascondere alla massa il vero contenuto di. queste conferenze, per un «mondo migliore». Essi affermano che P. Lombardi predica l'odio, «per portare acqua al mulino dei ricconi sfondati attraverso l'intontimento e l'incretinimento della gente per fare un mondo migliore per i capitalisti».
Mentono, sapendo di mentire, questi bugiardi, persecutori del popolo e istigatori alla violenza e all’odio di classe, sobillatori e disfattisti contro gli organi dello Stato.
P. Lombardi non predica l'odio, nè la rassegnazione inerte di fronte alle ingiustizie, ma l'amore e l'aiuto cristiano, non un mondo migliore per i capitalisti, ma un richiamo ai ricchi ad essere più cristiani e a dare di più ai poveri, anche essi figli di Dio. Egli chiama i poveri a rivendicare la loro giusta mercede.
Bugiardi, spudorati! Volete a tutti i costi mantenere nell’oscurantismo i lavoratori accusando di oscurantismo gli altri che invece predicano la verità.
Siete dunque voi oscurantisti, falsi e protervi.
I lavoratori onesti impareranno presto a conoscervi meglio e a liberarsi dal peso della vostra deleteria politica.
Essi diranno con me: Vieni, o Gesù, Luce e Verità
R: i comunisti
Ti hanno già risposto sopra, cara mia: qualcun altro che ti conosce meglio di me ha fatto quello che ti sei rifiutata di fare tu nonostante insistenti e reiterati inviti di tutti quanti in questa pagina...
Valori?!
Visto la tua grande abilità di fare copia e incolla, sai anche copiare qualcosa riguardo alle torture, alle ucciosioni di coloro che erano definiti eretici?! Sai copiare anche qualcosa riguardò la vendita delle indulgenze?
E comunque il problema non è nella religione in senso stretto
ma della Chiesa che nel corso dei secoli ci ha mangiato sopra!
Nessuno mette in dubbio ciò che ha fatto Gesù , secondo il mio modesto parere, nessuno può insegnare una cosa come la fede, chi vuole la deve cercare dentro di se e che ritrovatala, sia vescovo, prete,sacerdote di se stesso!
valori!?!?
Gesù è stato il più grande rompiscatole della storia. E’ venuto sulla Terra sconvolgendo tutte le convinzioni e le convenzioni sulle quali il mondo si era accomodato:
• che alcuni uomini fossero liberi e altri schiavi;
• che gli uomini e le donne non avessero pari dignità;
• che i malati e i poveri potessero essere abbandonati a se stessi;
• che gli imperatori e i potenti potessero essere adorati come dèi;
• che lo Stato potesse imporre in quali dèi credere;
• che la fede potesse essere identificata con le leggi dello Stato;
• che la fede potesse essere ridotta a pratiche esteriori
• che (e questa la rottura più clamorosa) la morte fosse la conclusione ovvia della vita umana, perché dopo non c’è più niente, tutt’al più qualche rimasuglio di ombre.
Se uno che ha scombussolato (e scombussola) tutte queste convinzioni e convenzioni non è stato un grandissimo rompiscatole... bhe non so chi avete conosciuto voi!!!
Possiamo constatare benissimo che là dove Gesù non è arrivato le cose continuano ad andare come ai suoi tempi. E là dove la sua vita e il suo messaggio vengono abbandonati, il vecchio modo di concepire la vita torna alla ribalta.
Oggi, purtroppo, ritornano schiavitù, non meno crudeli di quelle antiche.
valori!?!?
C’era una volta, nel Novecento, quando l’Italia era in guerra con i nazisti… non contro, con! I nemici erano gli slavi, i comunisti e i loro alleati angloamericani… Dunque, c’era un giovane istriano, di nome Giovanni Radeticchi. Lo strano cognome era il risultato della ‘italianizzazione’ dell’originario Radetich, che forse suonava meglio. Ma a Giovanni andava bene così, perché lui era un bravo italiano, cresciuto nel rispetto e nell’ammirazione della patria fascista; come tutti i bravi giovani italiani d’Istria, naturalmente. Il suo paese era vicino a Pola: si chiamava Sissano (suo nonno, vissuto sotto l’ Austria, diceva Si?an).
L’otto settembre del ’43 l’Istria cadde in mano ai banditi, cioè ai partigiani slavi, che però all’improvviso erano diventati alleati del Regno d’ Italia, che non era più fascista e aveva fatto la pace con loro. Così diceva la radio; e in effetti i comandi militari italiani erano spariti, i soldati consegnavano spontaneamente le armi; molti se ne andavano addirittura coi partigiani. Perfino suo cugino aveva fatto questa scelta (certo deprecata da Giovanni). Ma era evidente a tutti che la guerra in Istria non era affatto finita, anzi infuriava più che mai: giungevano voci di scontri durissimi e di orrendi massacri. Le colonne tedesche riconquistavano velocemente il territorio del ‘Litorale Adriatico’, mettendo a ferro e a fuoco i covi dei ribelli. Le cose tornarono ‘a posto’ in un mese circa: l’Istria fu sottoposta militarmente all’esercito del 3° Reich, e in subordine all’amministrazione della neo costituita Repubblica di Salò. Giovanni non se ne intendeva di politica, e i tedeschi non gli erano neppure simpatici, ma sapeva che era suo sacro dovere servire la Patria in armi. D’altra parte continuava a sentire racconti, a vedere foto sui giornali e anche film-luce al cinema, su che cosa erano stati
capaci gli slavi e i comunisti, in quei terribili venti giorni quando avevano potuto spadroneggiare per l’Istria: gli orrori delle foibe.
Perciò non ebbe dubbi: si arruolò nella Milizia Difesa Territoriale, formata da italiani al comando di Libero Sauro (figlio del famoso eroe Nazario Sauro). Venne assegnato al 2° Reggimento Istria. La paga era buona, i superiori erano buoni fascisti e patrioti. Non sappiamo quali furono gli ordini che ricevette e che eseguì in quel periodo; ma non c’era mica tanto da discutere: il suo reparto era sotto il diretto controllo delle SS., e chi non rigava dritto era un attimo essere arrestati, internati o deportati.
Venne l’aprile del ’45: i tedeschi si ritiravano, gli slavi di nuovo vittoriosi avanzavano, i partigiani costituivano i Comitati del Popolo… proprio suo cugino era il Presidente del Comitato sloveno di Sissano. Giovanni era terrorizzato: lo avrebbero arrestato, forse torturato… Il pensiero correva alle foibe!
Invece… ma leggiamo ciò che raccontò egli stesso, qualche mese dopo:
"Ero milite del presidio di Marzana, il giorno 29 aprile mi sono presentato ai partigiani. Loro me diseva che i me lascerà libero appena che consegnavo le
armi e infatti i me gà lascià libero e son andà a casa a Sissano." Ebbene, tutto qui? Niente affatto!
Da qui comincia un’altra storia. Cioè, la storia di Giovanni Radeticchi diventa leggenda. O meglio, la sua leggenda si inserisce nella storia…
Insomma, per dirla subito, fu gettato davvero in una foiba… e riuscì a salvarsi! Certo, sennò come lo raccontava ?
Ma andiamo con ordine. D’ora in poi lasceremo che a parlarci siano gli stessi protagonisti, che sono due.
Sì, perché bisogna sapere che un’altra persona, oltre al nostro Giovanni, si salvò miracolosamente dalla triste sorte a cui era destinata. Anche costui era un giovane volontario (19 anni), ufficiale del suo stesso reggimento: il sottotenente Graziano Udovisi - da Udovichich - di Pola. Non solo si conoscevano, ma le spaventose vicende ‘a lieto fine’ dei due appaiono intrecciarsi e congiungersi in modo assolutamente sorprendente, come vedremo.
Per fortuna le loro testimonianze sono state raccolte, riprodotte molte volte e riportate fino a noi da solerti ricercatori e valenti storici.
LE FONTI ESAMINATE
In queste pagine presenteremo tutte le notizie raccolte e pubblicate nei documenti più significativi attualmente disponibili su questa storia, dopo averle analizzate e confrontate per ricavarne la maggior quantità possibile di informazioni corrette su come si svolsero realmente i fatti.
L’impresa, a dire il vero, si è dimostrata più difficile e complicata di quanto si potesse supporre. Sembra che l’enorme impatto emotivo della tragica esperienza vissuta, nonché la varietà di circostanze e tempi in cui essa fu ‘tramandata’, abbiano tirato qualche brutto scherzo alla memoria, sia dei protagonisti sia di chi ne ha raccolto e diffuso le testimonianze. I dati essenziali spesso fanno fatica ad emergere dalle descrizioni delle inaudite sofferenze subite dalle vittime. In casi come questi bisogna dare per scontato un certo livello di incertezza (specialmente dopo tanti anni), e se magari qualcuno ha ‘calcato un po’ la mano’, inserendo dati incoerenti o poco credibili, si può supporre che lo abbia fatto in buona fede.
Resta il fatto che la ‘pura’ ricostruzione dei fatti, orientandosi nella gran quantità di materiale prodotto, non è agevole. E’ necessario premettere l’elenco delle fonti utilizzate e la loro codifica: oltre che essere doverosa per le verifiche, tale operazione preliminare serve a facilitare la comprensione delle analogie e delle differenze fra le molte citazioni dirette (in corsivo), di ciascuna delle quali indicheremo la provenienza.
Abbiamo esaminato nove documenti, divisi in due gruppi: tre attribuiti a Giovanni Radeticchi (esiste qualche ‘variante’ del cognome, che indicheremo); altri sei (di cui tre sicuramente autentici, perché ‘in viva voce’) di Graziano Udovisi . L’ordine progressivo in ciascun gruppo è cronologico, sulla base della provenienza originaria oppure, se questa non è accertata, della prima pubblicazione nota. Tutte le fonti sono pubbliche (si tratta di trasmissioni TV, libri e un sito Internet). Di ciascun documento diamo i dati a noi noti su origine e reperibilità.
"Trieste, 23 luglio 1945 – resoconto di Radeticchi Giovanni scampato dalla morte in una foiba": dattiloscritto (senza intestazioni), di cui Luigi Papo ha esibito la prima pagina (che risulta solo parzialmente leggibile) nell’intervista a Frediano Finucci andata in onda su “LA7 TV” a fine aprile 2003 (“La storia sepolta – foibe” – commentata da Pierluigi Battista). Nonostante alcune ricerche, non sappiamo chi abbia raccolto e trascritto in origine la testimonianza, né abbiamo rintracciato altre copie. Finché il signor Papo o qualcun altro non permetterà di consultare il documento integrale, dovremo accontentarci di quanto si può leggere nella registrazione TV.
Gianni Oliva in “foibe, le stragi negate…” (A. Mondadori 2002, pag. 17-18) riporta (non sappiamo quanto integralmente) la “testimonianza di Giovanni Radetticchio pubblicata per la prima volta il 26 gennaio 1946 sul periodico della D.C. di Trieste ‘La Prora’, e in seguito frequentemente utilizzata”, da lui rinvenuta in ‘Foibe ed esodo’, allegato a ‘Tempi&Cultura’ n.3 1998 p. 44.
"La foiba doveva essere la sua tomba…", su “Genocidio…” (“Adria storia” n. 4, Silentes loquimur 1995; qui il cognome è Radeticchio, il paese Sisano). Marco Pirina non indica l’origine del documento, che comunque dovrebbe risalire alla stessa epoca dei precedenti, dato che il testimone qualche tempo dopo i fatti emigrò in Australia e non si sa nient’altro di lui, se non che morì nel 1990. Lo stesso testo appare nel sito internet gestito dall’ A.D.ES (associaz. Amici e Discendenti Esuli giuliano – dalmati): http//digilander.libero.it/lefoibe/index.htm.
Registrazione video del racconto di Graziano Udovisi, intervistato nella sua abitazione da Marco Dolcetta qualche mese prima dell’ottobre 1991, quando fu trasmessa “in prima esclusiva” e presentata da Giovanni Minoli in una puntata di “Mixer” (RAI 1) dedicata alle foibe. Lo stesso Minoli l’ha riproposta in una puntata di “RAI educational” (RAI 3) sullo stesso tema, il 14 febbraio 2004.
Registrazione video del racconto di Udovisi, presentata da F. Finucci nella stessa trasmissione in cui appare anche . Marco Dolcetta è indicato come coautore di quel programma: si tratta con tutta probabilità di riprese fatte nello stesso periodo di quelle in (1991), con analoghe modalità e nella stessa casa, ma in un altro ambiente (il vestito è simile ma di colore diverso).
Registrazione video del racconto di Udovisi, anche questa fatta nelle stesse circostanze delle due precedenti, in un terzo ambiente e con una terza combinazione di giacca e cravatta. Fu trasmessa (non sappiamo quando) su “Canale 5 Mediaset”. Ci riferiremo a quanto di essa è stato inserito nel sito dell’A.D.ES sopra citato (cfr ).
In “Genocidio…” di M. Pirina (cit., 1995) si trova un’altra versione (anche questa di origine ignota) dei racconti di Udovisi. Essa è trascritta (forse con qualche ‘taglio’) nel sito dell’A.D.ES, citato, col titolo “L’approfondimento. Il racconto del tenente Udovisi”.
Un’ulteriore intervista, ‘concessa’ (all’età di 71 anni) da Udovisi a M. P. Gianni, apparve nel dossier “Il rumore del silenzio”, pubblicato nel 1997 a cura di Azione Giovani. Anche questa è inserita nel sito dell’A.D.ES. (subito prima dell’”approfondimento” tratto da Pirina ), col titolo “Non sono croato ma italiano, e me ne vanto. Un’intervista al tenente Udovisi…”.
Infine, ancora Gianni Oliva (op. cit. pag.18) cita fra virgolette la “testimonianza dell’insegnante Graziano Udovisi, riportata da Arrigo Petacco, ‘L’esodo, la tragedia negata degli italiani d’Istria…’, Milano 1999, pp 126-127”. Non abbiamo notizie sui precedenti di quest’ultima versione.
Tema 1: I TEMPI E I LUOGHI DELLA PRIGIONIA
Riprendiamo la narrazione. Dunque, cos’è accaduto a Giovanni dopo quel 29 aprile? E come si collega la sua storia a quella del ten. Udovisi?
Come promesso, facciamo ‘parlare’ i documenti, sfrondandoli però da tutti i particolari sensazionali che provocherebbero solo reazioni emotive, per concentrarci sulla ricostruzione dei fatti nella loro cruda sequenza. Prima che agli ‘effetti’ di contorno, per quanto importanti, in un documentario bisogna pensare alle notizie essenziali. A tal fine accosteremo le citazioni per ‘temi’, in modo che l’informazione risulti ‘concentrata’. Nei punti controversi riporteremo le varie versioni, senza ‘forzare’ una o l’altra interpretazione.
Per prima cosa vediamo di stabilire dove e quando si svolsero gli episodi di questo ‘calvario’.
Giovanni Radet(t)icchi(o) (in seguito: R.) racconta : "Sono stato tre giorni a casa, poi mi portarono via.. mi portarono a Medellino e là rimasi sei giorni in prigionia, poi mi portarono a Dignano dove restai altri tre giorni.. Il giorno 11 mi portarono verso Barbana ; qui siamo arrivati la notte, e il mattino del 12 siamo partiti verso Arsia ; appena fuori del paese di Barbana" cominciano le percosse. La parte leggibile finisce poco dopo che i prigionieri furono "Arrivati in Arsia...".
In si legge: "Trascorsi giorni di dura prigionia... una mattina, prima dell’alba... fummo condotti... in direzione di Arsia..."; e da lì (lascia intendere G. Oliva), dopo "un chilometro di cammino, ci fermammo ai piedi di una collinetta... Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba".
La versione del racconto riportata da M. Pirina non nomina alcuna delle tappe precedenti, ma ‘salta’ ad un luogo più lontano di Arsia (sulla stessa strada fra Pola e Fiume). Torniamo all’inizio: "Addì 2 maggio 1945, Giulio Premate... venne a prelevarmi... con un camioncino" insieme ad altri.
"Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio" . "Alla sera... dopo 30 ore" proseguirono "per Fianona ... Anche questo tratto di strada a piedi". Dopo un’ultima notte di terribili torture, "prima dell’alba... mi condussero fino all’ imboccatura della foiba".
Il (sotto)tenente Graziano Udovisi (U.) si presentò al comando slavo di Pola spontaneamente, e lì fu arrestato “Il 5 maggio 1945” . Oltre a ciò, nelle pur numerose e drammatiche narrazioni di U. non esistono date o intervalli precisi di tempo: non siamo riusciti a ricostruire un percorso completo.
Accostando ‘per affinità’ le notizie utili1 1 sparse nei vari ‘racconti’, ne emergono anche qui in sostanza due ipotesi in apparenza alternative, corrispondenti in sostanza alle due ‘versioni’ di R. viste qui sopra.
Ipotesi 1 – : "Eravamo in un campo di concentramento... ci siamo portati verso Barbana... da Barbana abbiamo attraversato una zona chiamata (Arsia? Arsa?– il nome è pronunciato con voce incerta1 )... Verso ora tarda... ci portarono fuori da questa che considero una ‘ex’ caserma... ci fecero attraversare la strada dall’altra parte, ci portarono per qualche km. lontano". : "Partiamo da questa caserma, facciamo la strada, non so quanto non so dire saran stati due saran stati tre km., un km. e mezzo... siamo portati in un posto dove... mattino prestissimo... c’era la foiba".
Ipotesi 2 – Nell’intervista ad ‘Azione Giovani’ del ’97 si trova solo un accenno complessivo al "tragitto di trasferimento da Pola a Fianona"; qui nell’ultimo tratto la strada sparisce: "ci portarono fuori, nel bosco... Abbiamo camminato per un viottolo, non so per quanto tempo". Da parte sua G. Oliva (o la sua ‘fonte, A. Petacco) va per le spicce, iniziando così: "Eccoci a Fianona, notte alta. Questa volta ci hanno rinchiuso in una ex caserma... poi... comincia la marcia verso la foiba".
Dai documenti non abbiamo altri riferimenti di tempo e luogo. Ma risultano di grande interesse, a questo proposito, i due importanti suggerimenti‘lanciati’ agli spettatori da G. Minoli (e M. Dolcetta) nella puntata di ‘Mixer’ del ’91 :1) una freccia animata su una cartina dell’Istria accompagna la prima parte del racconto di U., spostandosi prima da Pola a Dignano, poi a Barbana, e fermandosi ad Albona;
2) in chiusura della trasmissione, in coda all’intervista con U., Minoli presenta l’esplorazione, fatta con una microtelecamera, di una “foiba minore”, che si trova (casualmente? Ndr) nei pressi di Fianona. Sul fondo terroso di questa viene mostrato un teschio.
Come avevamo avvertito, si può constatare che non è facile orientarsi fra tutte le versioni riportate. Proviamo a riassumere: fino ad ora, di certo, conosciamo i rispettivi giorni e luoghi dell’arresto dei nostri due protagonisti. Poi, in effetti, l’unico elemento sempre concordante è che l’ultimo cammino dei prigionieri per raggiungere la foiba fatale cominciò “prima dell’alba”. Non possiamo dire né dove né quando con precisione. Forse in direzione di Arsia , oppure dopo l’ultima notte ad Arsia , oppure ancora dopo l’ultima notte a Fianona . Potrebbe anche trattarsi di notti e albe diverse: ciò è chiaramente suggerito nel libro di Oliva .
Ovviamente saremmo molto lieti di poter fornire gli elementi necessari a fugare ogni dubbio e a realizzare un documentario che risolva in modo definitivo le incertezze sul tema. Per quanto dipende da noi promettiamo di rimediare appena possibile. Per ora non ci resta che scusarci e proseguire a dar conto, per chi vorrà ancora seguirci, dei risultati ottenuti fin qui sugli altri ‘temi’ di questa triste storia.
Tema 2: LE TORTURE E GLI AGUZZINI
Su certi argomenti non si dovrebbe ‘lavorare di fantasia’, e noi lo eviteremo, per quanto possibile, nel nostro documentario. Tuttavia si può comprendere (e perdonare) che dopo molti anni chi ricorda esperienze così drammatiche si confonda, come abbiamo appena visto, un po’ per l’età un po’ per le emozioni che si affollano. Inoltre non è escluso che qualcuno possa aver ceduto alla tentazione di ‘spettacolarizzare’ il racconto. Sembra giusto perciò dare più credito alle fonti ‘primarie’ più vicine ai fatti: sia perché i ricordi allora erano ancora ‘freschi’, sia perché era più facile cercare conferme (o smentite) almeno sulle circostanze principali.
E’ il caso del "resoconto di Radeticchi", che porta la data del 23 luglio 1945 . In esso si può leggere (oltre a ciò che abbiamo già visto): "Fu mio cugino a dare l’ordine (dell’arresto), Presidente del comitato sloveno di Sissano". Poi i nove giorni di prigionia a Medellino e Dignano, "a dire il vero finora senza essere maltrattati e mi davano bene da mangiare (quello che mangiavano loro)." Dopo Barbana invece "cominciarono a batterci col calcio del fucile, o con la canna, e davano grandi colpi sulla schiena (? Poco leggibile) perché i ne considerava fascisti. Arrivati in Arsia, là i ne ga cavà (?) so tutto, ciolto le scarpe, i calzoni (?) dandone un paio tutti stracciati (…)". Dobbiamo fermarci qui, in attesa che il sig. Papo o qualcun altro ci permetta di leggere il seguito.
Stando a quanto riporta G. Oliva , già nel ’46 il quadro era notevolmente diverso. Saltata la prima parte, la citazione inizia coi "giorni di dura prigionia, durante i quali fummo selvaggiamente percossi e patimmo la fame"; tutto ciò prima di quella "mattina, prima dell’alba" in cui "fummo condotti in sei, legati insieme con un filo di ferro (…) in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze."
La testimonianza di R. accreditata da M. Pirina è molto più ‘ricca’, sia nel linguaggio usato sia nelle descrizioni (con nomi e cognomi):
"Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati venne a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza (…)" Da qui comincia la descrizione di una serie impressionante di torture e tormenti, che finisce solo con l’uscita dalla foiba.
Udovisi dà scarsissime informazioni di contesto (cfr. tema 1) – per esempio è impossibile sapere da quando abbia condiviso la prigionia con R., e dunque su quali episodi sia possibile il confronto diretto -. In compenso i suoi racconti sono una vera miniera di immagini raccapriccianti: se non fosse una cosa così seria, si potrebbe pensare a uno spettacolo tipo ‘grand guignol’. Ma qui, ripetiamo, non interessano i particolari delle scene ‘ad effetto’, bensì le conferme e le corrispondenze per decidere quali fatti siano ‘sicuramente’ da inserire nella nostra ricostruzione della storia (per chi desidera approfondire i dettagli abbiamo dato le indicazioni dei documenti). Proseguiamo dunque ad esaminare gli episodi principali, ‘enucleati’ e ordinati a partire dai (pochi e incerti, a dire il vero) punti di riferimento.
Distingueremo tre ‘nuclei’ da cui si possono ricavare ‘sequenze’ più o meno coerenti:
1- LE SEVIZIE ‘RICORRENTI’
2- L’ULTIMA NOTTE
3– IL FILO DI FERRO (quest’ultimo suddiviso a sua volta in tre punti: i legami, l’amico straziato, il sasso appeso).
1- LE SEVIZIE ‘RICORRENTI’
Giovanni R., fu picchiato "col calcio del fucile, o con la canna," per la prima volta sulla strada fra Barbana e Arsia; anche nel documento di Pirina egli racconta che "per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto", ma questa volta la strada era quella verso "l’imboccatura della foiba", dopo l’ultima notte a Fianona.
I racconti (trasmessi in TV o trascritti) di Udovisi iniziano ciascuno in un momento diverso del suo dramma. Stranamente, solo a margine dell’ultimo, cioè l’intervista del ’97 , si parla del giorno dell’arresto dell’eroico tenente, “quel terribile sabato 5 maggio 1945… presso il comando slavo” di Pola, e di quel che avvenne subito dopo: “lo legarono… col fil di ferro e lo stiparono in una cella tre metri per quattro, assieme ad altri trenta italiani…
Seminudi, avevano solo un paio di pantaloni addosso”. Ricordiamo che R. fu spogliato solo parecchi giorni dopo (cfr. sopra ). Ma ciò che importa è che G. Oliva (citando A. Petacco) riporta fra virgolette : "Eccoci a Fianona… Venti persone in una stanza tre per quattro" (qui non si fa cenno al filo di ferro, come vedremo anche in seguito). Si può notare che lo stesso U., nel "campo di concentramento" prima di Barbana, ricorda che si trovava "in un gruppo di 15, 16 persone, ancora nuovamente (?) legate…".
"Nel tragitto di trasferimento da Pola a Fianona me ne hanno fatte di tutti i colori" : "mi hanno fatto mangiare della carta, dei sassi, mi hanno sparato vicino alle orecchie…". Più precisamente, sembra , "si son divertiti" nel modo sopra detto "verso Barbana…"; poi, nella ‘zona di Arsia’ "c’è stato un cambio di pattuglia, e siamo stati messi in mano a dei giovani croati"; U. non dice se anche costoro si siano ‘divertiti’ come i giovani dellapattuglia precedente.
Alle ‘variazioni’ sul tema del filo di ferro ci dedicheremo fra poco. Per ora osserviamo che : "Sin dal primo momento di prigionia ci avevano legato le mani dietro la schiena col fil di ferro, per non slegarcele mai più, neanche durante le torture."
2- L’ULTIMA NOTTE
A questo punto R. e U. dovrebbero essere nello stesso luogo, vedere le stesse persone, essere trattati in modo simile, se non uguale. Vediamo se, accostando gli elementi emersi dai vari resoconti, possiamo togliere il condizionale. : "Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci a uno a uno per portarci nella camera delle torture"; : "ci hanno prelevati in sei e portati in un’altra stanza per torturarci tutta la notte"; : "mi spogliarono, rinforzarono le legature ai polsi… Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina… la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio… Prima dell’alba mi legarono con le mani dietro la schiena (ancora? Ndr)…". : "Verso ora tarda mi hanno chiamato fuori, portato in una stanza… Un uomo grande, grosso, gigantesco, erculeo… cominciò a picchiarmi… Ad un tratto sentii una voce urlare ‘maledetti in piedi’…"; : "E quando ci hanno fatto alzare in piedi per portarci fuori entrarono due ufficiali, un uomo e una donna… la quale senza dire una parola mi spaccò la mascella sinistra con il calcio della pistola." : "’presto,… mettetevi in fila’ comanda il grasso, alto caporione… mi si avvicina… mi fa avanzare, estrae la pistola…e picchia con forza il calcio dell’arma all’altezza del mio orecchio già precedentemente leso… Sento la mascella staccarsi…"; : "Ci hanno messi in fila. Eravamo già pronti quando sono entrati tre ufficiali… le divise non le avevo mai viste prima… erano due uomini e poi ho riconosciuto una donna perché aveva i capelli lunghi. Questa donna con un frustino in mano ha cominciato subito a picchiare qualcuno… questa si è posta davanti a me e col calcio della pistola ancora (?) mi ha offeso l’orecchio sinistro. Dopo questo intervento di questi ufficiali ecco che ci rimettono di nuovo in fila…"; : "Poi ci misero in fila e ci portarono fuori… A quel punto altri soldati, ben vestiti, ci portarono fuori, nel bosco, non erano quelli che ci avevano torturato.
Dovevano essere dei militari, qualcuno della banda (?) d’accordo con loro e anche borghesi, partigiani comunisti, erano tutti contro di noi (questo almeno è indiscutibile! Ndr)… Ricordo… due che parlavano in italiano, nel nostro dialetto".
Certo, con tutto quel traffico, al povero maestro in pensione (ex tenente) non risulta facile ricordare quante volte gli spaccarono la mascella sinistra quella notte.
3- IL FILO DI FERRO
Questo è un ‘leit motiv’ ossessivo in cinque delle nove narrazioni , ed è ben presente (sia pure sottinteso o richiamato una sola volta ) nelle due che descrivono solo i momenti finali del dramma1. E’ del tutto assente, invece, sia nel primo Radeticchi – almeno fino ad Arsia -, sia nell’Udovisi di Petacco – Oliva . Quest’ultima citazione, a dire il vero, è molto ‘stringata’ (solo 12 righe a stampa), ma è probabile che il filo di ferro (f.d.f.) qui sia stato ‘trascurato’ per altri motivi, che vedremo in seguito (supponiamo infatti che qualche riga in più non avrebbe influito sul prezzo del libro).
Vale la pena di esporre brevemente questo ‘nucleo tematico’, come appare dagli altri documenti, suddividendolo in tre sottopunti.
3.1: I Legami
Il f.d.f. fu l’unico mezzo usato per legare i prigionieri: durante il tragico tragitto i loro polsi furono sempre , o comunque in più occasioni "legati dietro la schiena col f.d.f.". Ma non basta: furono anche "legati ai polsi due a due" o forse meglio "accostati a due a due e ancora legati, gli avambracci vicini". E ancora "prima dell’alba… fummo condotti in sei, legati insieme con un unico f.d.f. oltre a quello che ci teneva avvinte le mani…". Anche: "prima dell’alba (ci) legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana… fino all’imboccatura della foiba". Su questo Oliva e Pirina sono d’accordo, anche se il primo colloca il fatto verso Arsia e l’altro nei pressi di Fianona.
U. si dilunga nei particolari : "Ci hanno disposti in fila uno dietro l’altro, sempre con le mani dietro la schiena e ulteriormente legati insieme tramite un f.d.f. che scorreva sotto il braccio sinistro di ognuno, per formare una fila dritta…". Come Minoli nel ’91 (cfr. ), risparmiamo ai lettori le descrizioni davanti alla telecamera, analoghe ma ancor più prolisse e contorte
3.2: L’Amico straziato
Nelle sue versioni U. descrive in diversi modi il macabro episodio dell’amico svenuto, a cui fu legato il f.d.f. intorno al collo e che fu fatto trascinare dagli altri della fila. La conclusione è: "Sicuramente l’avrò soffocato" , "certamente è morto nel tragitto, soffocato" , "sicuramente durante il tragitto l’ultimo è morto soffocato dal filo che ci legava l’un l’altro" . Però stranamente (quante stranezze…) l’episodio non compare nell’” approfondimento” tratto da Pirina . La cosa forse si spiega se osserviamo che anche nel racconto di R. riportato dallo stesso Pirina (oltre che in ) questo episodio è del tutto assente, nonostante (o forse proprio per) l’enfasi posta su altri particolari impressionanti: si veda il punto successivo.
3.3: Il Sasso appeso
Siamo davanti alla voragine. Giovanni R. ricorda : "…mediante un f.d.f. ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chilogrammi.";
altra versione : "Mi appesero un grosso sasso del peso di circa dieci kg, per mezzo di f.d.f. ai polsi già legati con altro f.d.f.".
Il sasso però non fu appeso alle mani di U.. Solo una volta egli ne parla – la stessa in cui non parla dell’amico trascinato col f.d.f. al collo -; ma qui il discorso è in terza persona, e c’è un’altra ‘strana’ sostituzione : "”Siamo pronti, il masso è legato al collo (!) dicono alcune voci…". Quando c’è l’amico trascinato morto, invece, non c’è il sasso (quel che è troppo è troppo…): in questi casi (cfr. U1, U2) provvede la regia, che manda in sovrimpressione, per gli spettatori già inorriditi dal racconto, una famosa immagine di repertorio: il disegno di copertina della ‘Domenica del Corriere’ che nel gennaio ’44 ‘illustrò’ un atroce episodio avvenuto in mare, presso Zara: si vedono due persone trascinate a fondo da un enorme pietrone legato al collo. L’effetto è assicurato, ma ciò che a noi appare straziato è la verità storica. Siamo sempre più perplessi: quali fra le scene descritte qui sopra sarebbe corretto inserire nel documentario?
Tema 3: I COMPAGNI DI SVENTURA.
Di tutti i documenti esaminati, uno solo contiene nomi e cognomi di altri sventurati che furono trascinati insieme con Giovanni R. e il ten. Udovisi nel calvario della prigionia, e poi barbaramente trucidati facendoli precipitare nella foiba. Si tratta di quello pubblicato da M. Pirina nel 1995, attribuito a Radeticchio .
I quattro che erano "sul camioncino" al momento dell’arresto (cfr. tema 1), in seguito non vengono più nominati. Anche noi diamo qui l’ultimo rispettoso saluto ai fratelli Frezza e a Giuseppe Benci. "A Pozzo Littorio" (citiamo sempre da Pirina) i carcerieri si accanirono ferocemente contro altri tre amici di R.: "Borsi, Cossi e Ferrarin", facendoli "correre a testa in giù contro il muro" (tralasciamo altre efferatezze). L’episodio è descritto una volta anche da U. , riferito a "persone che non conoscevo, ma sicuramente combattenti come lo sono stato io". Uno dei tre, "Felice Cossi da Sisano", fece anche parte del drappello dei sei che affrontarono il macabro salto nella foiba in quell’alba funesta. Gli altri, oltre a R., erano "Carlo Radolovich da Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada".
Dunque è vero, c’era anche Udovisi; Giovanni R. poco dopo precisa di essere stato costretto "ad andare da solo dietro Udovisi, già sceso nella foiba".
Ma non ricorda affatto di averlo visto risalire con lui: non ne fa più cenno, né in questa né nelle altre ‘versioni’ della sua testimonianza. Da quel momento U. scompare dalla scena, per ricomparire a distanza di ben 46 anni (dopo la morte di R.), come ‘resuscitato’ per concedere le interviste ‘in esclusiva’ al collaboratore di G. Minoli. Nel 1991 il maestro in pensione (ex tenente della Milizia) Graziano Udovisi vive in una casa signorile con un bel parco, circondato dagli affetti familiari. Le prime immagini lo mostrano così, a passeggio con Marco Dolcetta, che “restò in contatto con lui per diversi mesi”. “E’ lui stesso che ha deciso di raccontarci la sua storia”, ci avverte Minoli (cfr. ). Evidentemente fu una storia molto elaborata, tanto da richiedere mesi di riprese, e almeno tre diverse ‘versioni’, fra cui scegliere quella meglio riuscita.
Eh sì, ci vuole pazienza e determinazione per far emergere la verità. Ce lo dice anche il maggiore esperto di foibe, il sig. Luigi Papo: “La verità era stata nascosta a un certo momento, noi però in tutti questi anni abbiamo sempre cercato di portare avanti la verità…” .
Egli infatti possiede la testimonianza ‘originale’ di Radeticchi, e può descrivere con precisione come i carnefici ‘infoibavano’ le loro vittime. “Che fosse vero che questa è la tecnica lo sappiamo perché ci sono stati dei superstiti” .
In realtà il sig. Papo è troppo modesto. Non dice che lui i superstiti li conosceva personalmente. All’epoca era lui il comandante del 2° reggimento ‘Istria’ (vedi ‘prologo’), di cui scrisse anche la storia .
Prima era al comando del presidio della Milizia di Montona; ma fu anche “l’animoso, giovanissimo” fondatore della ‘formazione d’assalto di Montona’, il 3 ottobre del ’43 . La sua brillante carriera nei servizi d’informazione (leggasi: caccia ai partigiani) lo portò a meritarsi un posto d’onore nell’elenco dei 750 criminali di guerra di cui la Jugoslavia chiese l’estradizione, addirittura davanti, in ordine d’importanza, al suo stesso superiore Libero Sauro. Fu proprio lui, per incarico di Junio Valerio Borghese (il ‘principe nero’ comandante della “X MAS”) e dell’on. Luigi Bilucaglia, Federale dei Fasci Repubblicani dell’Istria, che insieme con Maria Pasquinelli e altri redasse un “Elenco degli Italiani Istriani trucidati dagli slavo-comunisti durante il periodo del predominio partigiano in Istria. Settembre - ottobre 1943”. Si può dire che egli stesso sia un ‘reduce dalle foibe” del 1945 1. Infatti fu arrestato dai partigiani nel maggio ‘45 e deportato a Prestranek, in Slovenia, da dove però tornò dopo due mesi e visse un paio d’anni sotto falso nome.
‘Paolo De Franceschi’ (questo lo pseudonimo) nel 1946 era a Roma, dove mise la sua esperienza a disposizione della Croce Rossa internazionale, per reperire informazioni utili allo Schedario mondiale dei Dispersi. Chiamò a collaborare ex ufficiali del suo reggimento, coi quali si interessò in particolare ai caduti, internati ed ‘infoibati’ del ‘litorale adriatico’. Nello stesso periodo fondò il ‘Centro studi adriatici’, che si dedicò a “dettagliate ricerche… su segnalazioni provenienti dagli ambienti dell’esodo istriano” (Oliva, “Foibe…” cit. p. 27) e scrisse la sua prima ‘opera storica’, dal titolo “Foibe” (appunto!). Ma il frutto più ponderoso delle sue fatiche uscì nel 1989: è il volume (a firma ‘Luigi Papo de Montona’, quantunque sia nato a Grado nel 1919)“Albo d’oro. La Venezia Giulia e la Dalmazia nell’ultimo conflitto mondiale”1.
Tutto questo per dire che, se c’è qualcuno che può sapere tutta la verità sugli ‘scampati alla foiba’ del suo reggimento, e sui loro compagni che invece non ebbero questa fortuna, ebbene, costui è l’ex comandante Luigi Papo. Infatti, nel suo “Albo d’oro” troviamo i nomi dei sei prigionieri giunti sull’orlo della foiba quella famosa mattina del maggio ’45, e possiamo sapere con certezza che erano tutti miliziani o ufficiali del 2° reggimento ‘Istria’.
Ciò si poteva supporre: lo stesso U. dice di essersi presentato al comando slavo "solo per salvare qualche mio soldato", senza successo.
Ma ecco un’altra grossa sorpresa: i quattro commilitoni, a quanto afferma Papo, non trovarono la morte insieme: mentre per due di loro, Radolovich e Mazzucca, viene confermata l’ipotesi dell’esecuzione sommaria “il 13/14.5.1945 nei pressi di Fianona”, Felice Cossi fu invece “deportato in Jugoslavia”, e Giuseppe Sabatti fu “infoibato assieme ad altri sei prigionieri nei pressi di Fiume” (cioè a circa 50 km. da Fianona, a 70 da Arsia) !
Ormai dobbiamo ammettere che, al di là delle nostre intenzioni, il documentario si sta trasformando in un ‘giallo’. Sembra quasi che qualcuno (non noi!) voglia ‘depistare’ e far perdere l’orientamento agli ignari lettori/spettatori, come per occultare le tracce di un delitto. Ma noi non disperiamo:
senza trarre conclusioni azzardate, continuiamo a cercare elementi di certezza che possano far luce in questa intricata vicenda.
valori!?!?
> Gesù è stato il più grande rompiscatole della storia. E’ venuto sulla Terra sconvolgendo tutte le convinzioni e le convenzioni sulle quali il mondo si era accomodato: • che alcuni uomini fossero liberi e altri schiavi; • che gli uomini e le donne non avessero pari dignità; • che i malati e i poveri potessero essere abbandonati a se stessi; • che gli imperatori e i potenti potessero essere adorati come dèi; • che lo Stato potesse imporre in quali dèi credere; • che la fede potesse essere identificata con le leggi dello Stato; • che la fede potesse essere ridotta a pratiche esteriori • che (e questa la rottura più clamorosa) la morte fosse la conclusione ovvia della vita umana, perché dopo non c’è più niente, tutt’al più qualche rimasuglio di ombre. Se uno che ha scombussolato (e scombussola) tutte queste convinzioni e convenzioni non è stato un grandissimo rompiscatole... bhe non so chi avete conosciuto voi!!! Possiamo constatare benissimo che là dove Gesù non è arrivato le cose continuano ad andare come ai suoi tempi. E là dove la sua vita e il suo messaggio vengono abbandonati, il vecchio modo di concepire la vita torna alla ribalta. Oggi, purtroppo, ritornano schiavitù, non meno crudeli di quelle antiche.
Mi ricorda un certo Marx...ah no però quello è venuto un paio di millenni dopo!chissà perchè ai discepoli di quello venuto prima danno tanto fastidio i discepoli di quello venuto dopo...forse perchè credono che gli abbia rubato l'idea?boh
anche questo ti ricorda Marx?
C'erano una volta i martiri cristiani, uccisi in odio della fede. C'erano una volta e ci sono ancora, anzi non sono mai stati tanto numerosi come negli ultimi decenni; tra le grandi verità taciute dai libri di testo scolastici, dai mass media, dai giornali vi è infatti quella relativa alla persecuzione contro i cristiani nel secolo XX, che va dall'anno 1900 all'anno 2000 appena trascorso. Persecuzione che purtroppo alligna ancora agli inizi di questo millennio. Ma andiamo con ordine.
Tutti conoscono le persecuzioni subite dalla Chiesa nei primi tre secoli dopo Cristo (da Nerone a Diocleziano, secondo il motto «Christianos esse non licet»), durante le quali diedero la vita per la loro fede in Cristo 7.700 martiri, ma pochi sanno dei 45 milioni e mezzo di martiri cristiani uccisi dai totalitarismi nel solo secolo XX. Alcuni libri o articoli in riviste specializzate, negli ultimi anni, hanno cercato di squarciare il velo di omertà su questa immane carneficina. Tra i vari testi si segnalano, per rigore storico e chiarezza espositiva, I nuovi perseguitati, di Antonio Socci, che cita dati forniti dal prof. David Barrett nella seconda edizione della World Christian Encyclopedia (Vol. I, Oxford Univ Press, marzo 2001), il prezioso e documentato Perseguiteranno anche voi - I martiri cristiani del 20° secolo di Don Massimo Astrusa (Mimep docete, 2005), che costituirà il filo conduttore del presente lavoro, e Il mondo anti-cristiano di Alessandro Gisotti (pubblicato su Ideazione di gennaio-febbraio 2006).
La più grande e sanguinaria persecuzione contro la cristianità è causata dal comunismo, le cui radici teoriche vanno ricercate sia nei dogmi atei e materialisti dei rivoluzionari francesi (il primo genocidio della storia moderna, quello contro la Vandea cristiana, è opera loro), sia nella dottrina di Karl Marx, incentrata sulla costruzione violenta della «dittatura del proletariato». La prima sperimentazione del progetto marxista ebbe luogo in Russia, nel 1917, ad opera di Vladimir Il'Ic Ulianov (1870-1924), detto Lenin, un rivoluzionario antizarista che nel 1915 dovette rifugiarsi in Svizzera da dove, nel 1917, partì, travestito e sovvenzionato dalla massoneria tedesca, verso la Russia, per innescarvi la rivoluzione comunista e conquistarvi il potere. La sua idea fondamentale si rifaceva al principio marxiano secondo cui «la religione è l'oppio dei popoli»; la vittoria del proletariato esigeva prima di tutto la soppressione di ogni idea religiosa. Nei primi anni di comunismo, il futuro vescovo cattolico Leonid Fedorov scriveva al vescovo di Lviv in Ucraina: «Per la Chiesa stanno tornando i tempi di Diocleziano. Non è una esagerazione, ma un dato di fatto... Non avrei mai pensato che ci sarebbe stato chiesto di portare una croce tanto grande».
L'occasione propizia per scatenare apertamente la persecuzione si presentò negli anni 1921-1922 quando una terribile carestia (provocata dallo stesso comunismo, che invece ne incolpò la Chiesa) si abbattè sulla Russia e sull'Ucraina. Lenin procedette allora alla confisca di tutti i beni appartenenti ad ogni confessione religiosa. Le chiese e le cappelle cattoliche, che erano più di 5000, furono ridotte a due. I sacerdoti furono internati in campi di concentramento (antesignani dei Lager tedeschi), che in seguito verranno moltiplicati da Stalin. Questi campi (Solgenicyn ne ha contati più di 300 nel suo libro Arcipelago Gulag, Mondadori, 1973) fecero dell'Unione Sovietica il più grande campo di concentramento mai esistito nella storia dell'umanità: al loro interno morirono decine di milioni di uomini, donne e bambini, colpevoli solo di non rinunciare alla loro fede cristiana o di non condividere l'ideologia collettivista e atea del comunismo.
L'ideologia anti-religiosa propria della rivoluzione comunista portò non solo alla confisca di beni ecclesiastici e allo sterminio di vescovi e sacerdoti, ma soprattutto alla diffusione dell'ateismo tra il popolo e tra i ragazzi delle scuole. E' difficile stabilire con precisione quanti furono i martiri cristiani sotto Lenin; sappiamo solo che Lenin scrisse a Molotov che egli «voleva essere informato ogni giorno del numero dei preti giustiziati». Dopo Lenin prese il potere Stalin, sotto il quale la propaganda antireligiosa e la strage di vite umane si moltiplicarono d'intensità e di numero. Negli anni 1932/'33 il despota georgiano giunse al punto di eliminare la quasi totalità dei contadini russi ed ucraini (i «kulaki») perché possessori di un pezzo di terra; conseguenza naturale fu la più tremenda crisi alimentare mai attraversata in quello Stato. Russia e Ucaina furono così ridotte a un immenso Lager di affamati nel quale morirono dai sei agli undici milioni di persone. La gente giunse a cibarsi di topi e di cortecce d'albero e si ebbero casi di cannibalismo.
I crimini dello stalinismo furono svelati all'umanità da Nikita Krusciov al ventesimo congresso del Partito Comunista Sovietico, nel 1956: le vittime di Stalin avevano superato i venti milioni. Eppure fu proprio Krusciov a scatenare la più violenta persecuzione contro la religione, che fu colpita da numerose leggi ad hoc, in cui si giunse perfino ad ottenere che i figli denunciassero i loro genitori per aver pregato segretamente nella propria casa. Si moltiplicarono le pubblicazioni anti-religiose e le poche chiese rimaste furono trasformate in depositi o addirittura ridotte a strumenti di propaganda atea, come la celebre Basilica della Madonna di Kazan, trasformata in Museo dell'ateismo, che doveva essere obbligatoriamente visitato dagli alunni delle scuole. Vittime di questa lotta antireligiosa furono quei cristiani ortodossi che non vollero collaborare con il Regime, come il santo arcivescovo Ermogen di Kaluga, il cui esempio incoraggiò molti laici ortodossi e cattolici a denunciare pubblicamente la persecuzione e l'asservimento a cui il potere comunista aveva ridotto la Chiesa.
La storia ha dimostrato che la grande epurazione razziale voluta da Adolf Hitler fu in realtà una grande persecuzione religiosa. Il dittatore tedesco affermò in più di un'occasione: «E' una questione decisiva, non è possibile essere cristiani e tedeschi insieme: o si è l'uno o si è l'altro!» Tra il 1933 e il 1936 il pontefice Pio XI inviò ben 34 lettere di protesta al governo del Reich finchè, vedendosi inascoltato, pubblicò il 14 marzo 1937 la grande Enciclica contro il nazismo, Mit brennender Sorge, che iniziava con queste parole: «Con cocente preoccupazione e crescente sgomento osserviamo il doloroso cammino della Chiesa... Chi pone la razza o il popolo o lo stato al di sopra di tutto, anche dei valori religiosi, e li adora idolatricamente, deforma ed inverte l'ordine delle cose create e volute da Dio».
Insieme al Papa insorsero contro il nazismo i vescovi tedeschi, tra cui i cardinali Bertram, Faulhaber, Sculte e soprattutto l'eroico Von Galen, soprannominato «il leone di Munster». Nelle sue prediche domenicali egli denunciò sistematicamente come antiumano ed anticristiano il programma eugenetico di Hitler, diretto ad eliminare tutti gli infermi inguaribili o i minorati mentali. Intanto in Germania e nei Paesi occupati cominciarono a sorgere i campi di concentramento (Lager), dove in pochi anni troveranno martirio e morte milioni di innocenti, tra cui un innumerevole parte di cristiani. Già negli anni 1940-41, nel solo campo di Dachau, erano concentrati diverse migliaia di sacerdoti cattolici, quasi tutti uccisi nel campo o durante i cosiddetti «trasporti invalidi in altri campi», durante i quali venivano segretamente eliminati. Nella spedizione del 31 ottobre 1941 partirono da Kostantinow più di 2.800 sacerdoti, ma a Dachau ne arrivarono solo 130: tutti gli altri erano stati eliminati durante il viaggio.
All'interno dei campi nazisti la peggiore crudeltà era diretta contro le persone religiose, sia cristiane che ebree; a riguardo va rimarcato che il famigerato dottor Schilling aveva organizzato un «centro sperimentale contro la malaria», usando come cavie i sacerdoti, specialmente se polacchi, contro i quali nutriva un odio particolare. Per le guardie dei Lager, «prete e cane» erano sinonimi. I sacerdoti erano sottoposti a lavori pesantissimi ed inutili e spesso morivano per infarto cardiaco. La Polonia fu il tragico simbolo, ad ondate successive, sia della persecuzione nazista che di quella comunista. Nel 1939, in seguito al Patto Molotov-Ribbentropp, il suolo polacco fu invaso da Ovest dalle truppe naziste e da Est da quelle comuniste; il totalitarismo vi rimase fino al 1989 quando, in seguito alla rivolta popolare del sindacato cattolico Solidarnosc, il regime comunista cominciò a crollare.
Secondo calcoli attendibili, 3650 preti e religiosi polacchi finirono nei campi di concentramento nazisti, specialmente in quelli di Dachau e di Auschwitz e di essi più di tre quarti vi morirono per stenti, o vi furono uccisi. Nel campo di Auschwitz i nazisti concentrarono gli ebrei catturati in tutte le nazioni occupate dal Reich e ne fecero una strage immane, eliminandone nelle camere a gas dai quattro ai sei milioni. Fu un vero genocidio. Ad Auschwitz furono uccisi anche più di tre milioni di cattolici polacchi, in gran parte proprio perché cattolici e, fra questi, un quinto di tutti i preti di Polonia. L'olocausto ci fu dunque sia per gli ebrei che per i cristiani.
Circa la persecuzione comunista va detto che già nel 1939 più di mezzo milione di cattolici polacchi erano stati deportati in Siberia e di essi nessuno ha mai più saputo quale fine essi abbiano fatto. Nel 1945, alla fine della guerra, i sovietici invasero nuovamente la Polonia, imponendole il cosiddetto «governo provvisorio» comunista che, oltre a derubarla di quasi tutta la produzione agricola, impose al popolo l'ateismo marxista. Tra gli anni 1945 e 1947 un centinaio di sacerdoti, tra i più attivi in campo religioso e sociale, scomparvero misteriosamente e, molto probabilmente, morirono martiri. Sull'esempio del nazismo, anche il comunismo scatenò una dura repressione legale contro la Chiesa, confiscando le proprietà, le scuole e le opere di carità, trasformandole in Organizzazioni anticristiane. Poi si passò all'arresto dei vescovi che si opponevano al comunismo: nel 1953, in particolare, fu arrestato il cardinale Stefan Wyszynski, insieme a molti vescovi e 900 sacerdoti. Nel 1955 furono incarcerati più di 2000 tra preti e laici che si opponevano all'ateismo di stato. La polizia comunista arrivò all'assurdo trafugando l'icona della Madonna nera di Czestochowa (assurta a simbolo della fede cattolica polacca), per sottrarla alla venerazione dei fedeli!
Quando negli anni '80 il movimento cattolico anticomunista Solidarnosc, forte di 10 milioni di sostenitori, scese nelle piazze in difesa della libertà sociale e religiosa della Polonia, la Madonna Nera era già stata «liberata» dal popolo. E fu proprio in questo clima di fervore e di tensione che l'ateismo comunista «donò» alla Chiesa l'ultimo martire polacco: il sacerdote Jerzy Popieluszko. Nel 1989, grazie proprio alla spinta decisiva di Solidarnosc (supportata da Giovanni Paolo II il Grande), il comunismo sovietico sarebbe crollato come un albero marcio, prima in Polonia e poi negli altri stati del blocco sovietico, anche se le sue radici atee e violente sono rimaste qua e là e affliggono tuttora intere nazioni (Cina, Corea del Nord, Cuba, Vietnam) ove proliferano dittatura, persecuzione, miseria.
Il comunismo sovietico non si limitò a perseguitare i cristiani in patria, ma propagò a tutti gli stati assoggettati all'impero di Mosca il suo livore anti-religioso. A partire dalla Lituania, popolata in gran parte da cattolici, le cui scuole religiose vennero confiscate, l'insegnamento della religione dichiarato «attività anti-sovietica» e perseguito con l'arresto e la deportazione. Le festività religiose furono abolite e i libri religiosi sequestrati e distrutti. La persecuzione colpì duramente e i cattolici lituani scrissero al Papa, nel 1947, la seguente missiva: «Nel solo mese di giugno del 1941 i sovietici hanno arrestato 40.000 lituani: uomini, donne, vecchi e bambini; li hanno caricati su carri bestiame e li hanno deportati in Siberia. Con i nostri occhi abbiamo visto i corpi di chi non riusciva a sopravvivere agli stenti, gettati ai bordi delle strade».
Si calcola che, su una popolazione di quasi 4 milioni di abitanti, un milione e mezzo di lituani sia «sparito» nei Gulag comunisti della Siberia. Analogo «trattamento» fu riservato ai cristiani in Romania, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Germania Est, Albania, Jugoslavia. In tutti questi Paesi i comunisti, una volta impossessatisi del potere, perseguitarono sistematicamente le Chiese, in particolare quella cattolica: tutte le Chiese, le scuole e gli ospedali cattolici venivano confiscati; gli Ordini religiosi dichiarati fuori legge; moltissimi cristiani, specialmente sacerdoti, arrestati, torturati fino alla morte, senza lasciare traccia di sé.
Particolarmente atroce fu la persecuzione in Romania, nelle cui carceri il regime comunista sperimentava metodi di tortura bestiali, specialmente sui giovani studenti cattolici e sui seminaristi rinchiusi in prigione per la loro fede. Nel carcere di Potesti, 130 km ad Ovest di Bucarest, i ragazzi venivano percossi a sangue, poi costretti a pulire i pavimenti imbrattati di sangue e di sporcizia con uno straccio tenuto tra i denti; il cibo era loro servito nello stesso vaso usato per defecare. Chi vomitava era costretto a ingurgitare il proprio vomito. I giovani erano spesso privati del sonno: chi si addormentava veniva svegliato a colpi di tubo di gomma assestati sulle piante dei piedi e, per punizione, veniva costretto a camminare per ore ed ore nel cortile del carcere senza potersi fermare un istante. Questa tortura giungeva quasi sempre a togliere la conoscenza e in qualche caso portava alla morte.
Un seminarista sopravvissuto, Roman Braga, descrisse così la sua esperienza a Pitesti: «Penso che non ci sia nessuna mente al di fuori di quella di Lucifero capace di inventare il "Sistema Pitesti" che teneva sospesi tra la follia e la realtà, tra l'essere e il non essere». Ridotti come robot, i ragazzi erano costretti a rinnegare la loro fede con atti esterni sacrileghi, a cui non potevano più sottrarsi. Tra la gente della cittadina correva questo detto: «Meglio dieci anni a Buchenwald che uno a Pitesti».
In Ungheria si ricorda in particolare l'eroica figura del Cardinale Josef Mindszenty, Primate della Chiesa d'Ungheria dal 1945 al 1974. Il regime lo fece arrestare e sottoporre ad una atroce tortura psichica per 40 giorni consecutivi. Con lui furono arrestati 600 sacerdoti, la cui fine ancor oggi è un mistero; si sa solo che molti di essi furono deportati in Siberia. Le torture finirono con lo spezzare la capacità di resistenza del cardinale, che ammise colpe mai commesse per cui venne condannato all'ergastolo. Nell'ottobre del 1956 fu liberato dai patrioti ungheresi durante la rivolta anti-comunista, rivolta che però fu subito repressa dai carri armati sovietici. Nuovamente braccato dai comunisti, Mindszenty riuscì a rifugiarsi nell'Ambasciata Americana, dove rimase fino al 1971. Prima di spegnersi, nel maggio del 1975, il Cardinale scrisse un libro che tutti dovrebbero leggere: Memorie, il cui contenuto è al contempo terrificante ed edificante per ogni cristiano.
Alto il tributo di sangue pagato anche dalla Cecoslovacchia, di cui si ricordano in particolare i 7000 sacerdoti internati nei campi di lavoro forzato e la splendida figura di Suora Zdenka Schelingova. Sorpresa ad aiutare la fuga dall'ospedale di Bratislava di un sacerdote che doveva essere deportato in Siberia, fu condannata a 16 anni e rinchiusa nel carcere di Praga, dove subì quotidianamente torture disumane: appesa a testa in giù e picchiata per ore ed ore. Ridotta così in fin di vita, morì tre mesi dopo il rilascio. Dal 1968, dopo la cosiddetta «Primavera di Praga» soffocata nel sangue dai carri armati russi, la persecuzione comunista riprese più violenta. Si tentò l'eliminazione totale dei vescovi, mediante uccisione, imprigionamento o deportazione in Siberia. Migliaia di martiri si contano anche in Bulgaria, tra i quali si distingue la nobile figura del vescovo di Russe, il beato mons. Eugenio Bossilkov, giustiziato dopo inumane torture nel 1952.
Decine di migliaia di martiri annovera anche l'Albania (qui un terzo della popolazione è di fede cristiana, essendo la maggioranza di religione musulmana) dove, nel 1944, i comunisti di Hoxha presero il potere con lo scopo di rendere il Paese totalmente ateo. Qui la caccia al sacerdote fu particolarmente imponente, con tanti preti e laici uccisi tra torture inenarrabili. Negli anni Sessanta Hoxha passò dal comunismo filo-sovietico a quello filo-cinese e nel 1967 volle imitare la rivoluzione culturale di Mao: le vittime furono più di 80.000. Nel novembre 1967 il governo di Hoxha dichiarò ogni religione «fuori legge» e inasprì le persecuzioni giungendo ad estremi atroci. Un sopravvissuto a queste crudeltà raccontò: «I prigionieri venivano regolarmente colpiti con pesanti mazze sui piedi. Ad altri venivano immersi i piedi in acqua bollente finchè non si staccava la pelle e quindi venivano strofinati col sale. Ad altri venivano infilati nelle orecchie e nel naso dei fili elettrici ai quali veniva poi immessa la corrente. Ad altri venivano tolti tutti i denti con pinze da meccanico. Altri ancora erano costretti a bere le proprie urine e mangiare i loro escrementi. La furia demoniaco-comunista si scatenò particolarmente contro le religiose che venivano umiliate in ogni modo, anche in pubblico, nelle piazze delle città».
Crollato il comunismo si tracciò il bilancio dell'immane persecuzione: quasi tutti i vescovi albanesi uccisi tra torture dolorosissime; su un totale di 256 preti ne erano rimasti solo 27, mentre decine di migliaia di cristiani risultavano uccisi. Giovanni Paolo II, parlando ai superstiti della persecuzione comunista, affermò: «Voi, cari albanesi, avete conservato la fede nonostante le torture e il martirio a causa della vostra adesione al Vangelo. La Chiesa non potrà mai dimenticarvi».
R: anche questo ti ricorda Marx?
Il crollo del fascismo nel luglio del ’43 e la confusione in cui sprofondarono gli apparati civile e militare dello Stato italiano consentirono alla resistenza jugoslava di rafforzarsi e all’antifascismo italiano di riorganizzarsi.
Fra coloro, tuttavia, che traghettarono nelle settimane successive l’Italia fra gli Alleati c’erano proprio quei militari che avevano avuto alcune delle responsabilità più gravi per i crimini di guerra perpetrati nelle campagne militari balcaniche (fra di essi lo stesso Roatta).
Non fu di conseguenza casuale la scelta di non liberare dalle carceri i prigionieri politici sloveni e croati: i generali che sostituirono Mussolini alla testa dell’Italia non avevano alcuna intenzione di allentare la presa militare sui territori occupati.
Gli ordini che impartirono erano chiari: “(…) ogni movimento dev’essere inesorabilmente stroncato in origine (…) non si tiri mai in aria, ma a colpire come in combattimento”. La repressione ai danni delle masse che manifestarono durante i quarantacinque giorni precedenti all’armistizio fu durissima: vittime si contarono a Udine, Gorizia, Cormons, Pola e Fiume, città al centro dei territori che di fatto vennero consegnati ai tedeschi dai capi militari italiani.
Nell’Istria interna, invece, le truppe italiane furono costrette a cedere di fronte al moto insurrezionale di cui fu protagonista la popolazione povera della regione: si trattò di una mobilitazione impetuosa che consegnò per alcune settimane il potere ai Comitati Popolari di Liberazione e che spezzò, fino alla controffensiva tedesca di fine settembre, i meccanismi di oppressione sui quali lo Stato italiano aveva costruito il controllo di quei territori.
La ribellione si alimentò di motivazioni sociali e nazionali: i contadini poveri di nazionalità croata riconquistarono la libertà per pochi giorni, e scatenarono tutta la propria rabbia nei confronti del potere dominante italiano; gli insorti si convinsero di essere giunti alla resa dei conti definitiva con i fascisti e nelle campagne si moltiplicarono le violenze ai danni di quanti venivano identificati come collaboratori del regime che si stava disgregando.
Caddero vittime dell’insurrezione popolare i gerarchi locali, i notabili dei vari paesi e tanti degli italiani che furono ritenuti corresponsabili dello sfruttamento pluridecennale di quelle terre (proprietari terrieri e commercianti, innanzitutto).
Gli organismi insurrezionali non riuscirono a mantenere un controllo costante del corso, a tratti caotico, della ribellione; non mancarono certo casi di giustizia applicata sommariamente: quello che d’altra pare si manifestava in forme anche arbitrarie era un sentimento di rivalsa nei confronti di un regime che per anni aveva costretto le popolazioni a comprimere le innumerevoli ragioni della propria rabbia.
Le stime più accreditate calcolano in circa 500 le vittime di quest’ondata insurrezionale, anche se nelle cavità carsiche esplorate (nelle foibe), furono recuperati i resti di circa 300 corpi.
Nei giorni dell’insurrezione, intanto, il Consiglio di Liberazione croato per l’Istria aveva proclamato, con toni fortemente nazionalistici, l’annessione della regione alla Croazia: si trattò di una decisione unilaterale del movimento partigiano croato, che non teneva in considerazione le preoccupazioni della popolazione italiana; essa pure aveva contribuito alla lotta contro le truppe di occupazione con parecchi volontari unitisi all’insurrezione.
Tensioni fra i movimenti di liberazione
Questo orientamento della resistenza croata venne confermato dalle decisioni dell’AVNOI di fine novembre: il Consiglio approvò la prospettiva dell’annessione delle province di Gorizia e Trieste e di parte di quella di Udine alla Jugoslavia che sarebbe nata sulle macerie dell’occupazione.
Questa strategia aprì contraddizioni non solo con il debole antifascismo italiano d’ispirazione conservatrice, ma anche con quello più significativo di appartenenza comunista: esse si riflettevano innanzitutto nelle discussioni accese che si svilupparono in relazione all’autonomia operativa delle brigate italiane che si stavano formando, in collaborazione con quelle slovene, per resistere all’offensiva tedesca in corso (che in Istria, è il caso di ricordarlo, ripristinò l’ordine sui cadaveri di 13 mila istriani).
Grazie ad essa i tedeschi avevano potuto costituire, sui territori occupati da Udine a Zara, la Zona d’operazione del Litorale Adriatico: presso tale area operarono, con funzione repressiva, le SS, coadiuvate attivamente dal ricostituito apparato poliziesco fascista, in particolare l’Ispettorato speciale di Pubblica Sicurezza.
Si trattava di una collaborazione favorita dagli ambienti industriali e finanziari triestini, presso i quali l’esigenza di un blocco patriottico in funzione antislava era considerata decisiva; il timore di un esito rivoluzionario della lotta contro l’occupazione tedesca, considerato una possibilità reale vista la forza militare della resistenza jugoslava, condizionò pure le scelte del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, che di fatto non svolse attività di massa e si attestò su posizioni attendiste, nonostante i comunisti s’impegnassero al suo interno per contrastare tale orientamento.
Tale attendismo si fondava su una posizione politica di chiaro orientamento nazionalista: il CLN di Trieste, con l’esclusione dei comunisti, rifiutava di mettere in discussione i confini italiani definiti dai trattati del 1920 e del 1924.
La difesa intransigente delle annessioni realizzate dall’imperialismo italiano dopo la prima guerra mondiale rendeva di fatto impraticabile l’alleanza con la resistenza jugoslava, che rifiutava del tutto legittimamente di ratificare trattati in cui i diritti delle popolazioni slovene e croate erano stati brutalmente calpestati.
Il PCI, pertanto, fece fatica ad orientarsi in maniera chiara in una situazione tanto complessa: i suoi dirigenti più autorevoli (Frausin, Gigante, Kolarich, Pratolongo) non erano intenzionati a mettere in discussione la collaborazione con la resistenza jugoslava, di cui pure criticavano le aspirazioni annessionistiche considerate eccessive, ma contemporaneamente temevano la rottura dell’unità, che reggeva faticosamente, con le forze del CLN di Trieste.
Per questa ragione insistevano sull’esigenza di consolidare la collaborazione militare per cacciare i tedeschi e i fascisti, ma non si esprimevano né sul futuro territoriale della Venezia Giulia né sull’assetto politico che l’avrebbe caratterizzata.
Decisero pertanto di mettere la sordina sulla prospettiva della rivoluzione socialista, verso la quale pure il movimento partigiano stava avanzando, per non essere costretti a rinunciare definitivamente all’accordo con le forze borghesi del CLN, attestate rigidamente su posizioni nazionaliste.
Ciò non impedì a settori significativi del proletariato italiano della regione di schierarsi, di fatto dall’autunno del ’44, a favore dell’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia socialista: ciò naturalmente mise in ulteriore difficoltà il gruppo dirigente comunista, costretto ad equilibrismi diplomatici che non potevano reggere alla prova dei fatti.
La liberazione di Trieste
I dirigenti jugoslavi, d’altra parte, non rinunciarono alla polemica, e approfittarono dell’orientamento incerto del PCI, oltre che dell’attendismo del CLN, per procedere nella costruzione, a Trieste, di basi solide per la propria politica: essa stava entrando in rotta di collisione aperta con le intenzioni che gli Alleati avevano in merito alla sistemazione postbellica della regione.
Soprattutto dopo la liberazione di Belgrado, avvenuta il 20 ottobre del ’44, gli jugoslavi chiarirono la propria intenzione di non rinunciare a Trieste, denunciando l’arrendevolezza dei comunisti italiani, troppo accondiscendenti verso l’influenza che l’antifascismo conservatore esercitava sulla resistenza italiana.
Si trattava di una denuncia fondata, considerato il carattere reazionario assunto dalla politica di unità nazionale praticata nei territori italiani già liberati dall’occupazione tedesca.
Negli stessi mesi i dirigenti comunisti di Trieste cadevano, uno dopo l’altro, vittime dei rastrellamenti tedeschi: i comunisti sloveni, pertanto, riuscirono a rafforzare la propria influenza sul proletariato giuliano, a maggior ragione dopo la rottura, avvenuta nel settembre, fra CLN e PCI.
La stessa federazione del PCI fu egemonizzata dalla politica degli sloveni, che agli operai della città proponevano di fatto un orientamento rivoluzionario.
Contemporaneamente l’OF riuscì nell’operazione finalizzata ad allontanare da Trieste e da Gorizia le formazioni partigiane italiane: esse vennero definitivamente passate alle dipendenze dell’Armata jugoslava e vennero schierate altrove nei momenti decisivi della liberazione. Il PCI dell’Alta Italia accettò le decisioni dell’OF che prevedevano la subordinazione di tutte le operazioni militari delle unità italiane al comando operativo sloveno, anche se non ne ratificò gli obiettivi annessionistici.
La contesa per Trieste era di fatto aperta: gli jugoslavi, infatti, che già avevano rifiutato di riconoscere la validità degli accordi per la spartizione fra gli Alleati del loro Paese, schierarono le proprie formazioni attorno al capoluogo giuliano (all’insaputa degli stessi comunisti di Trieste) e, dopo che erano fallite le trattative con il CLN per la liberazione della città, vi entrarono con le proprie Divisioni alla fine dell’aprile del ’45, anticipando di alcuni giorni i neozelandesi dell’VIII Armata britannica.
A Trieste, come negli altri territori della Venezia Giulia, l’Esercito di Liberazione jugoslavo agiva nella convinzione che si dovesse procedere in tempi rapidi alla trasformazione dell’assetto sociale che aveva favorito il consolidarsi del fascismo.
Nei primi giorni di maggio i partigiani procedettero all’arresto di quanti figuravano all’interno degli elenchi dei collaborazionisti compilati in precedenza: coloro che venivano fermati dovevano essere rapidamente processati per poter essere poi trasferiti a Lubiana dove avrebbero dovuto essere sottoposti a procedimenti regolari.
Nonostante le direttive esplicite impartite dai vertici dell’Esercito di Liberazione (“Prelevare i reazionari e condurli qui, qui giudicarli - là non fucilare”), non mancarono le esecuzioni sommarie, motivate da un’indignazione popolare difficilmente contenibile.
Il malcontento di operai e contadini, a Trieste come nel resto della Venezia Giulia, raggiunse, nei confronti dei sospetti di collaborazionismo, una furia vendicativa che oltrepassò in più occasioni le pur dure direttive di repressione politica (non nazionale) della resistenza jugoslava.
Tali direttive, messe in atto dalla IV Armata, ebbero certamente un carattere radicale: le fucilazioni ordinate furono parecchie e gli italiani intenzionati ad opporsi risolutamente al nuovo potere non furono trattati tanto meglio dei collaborazionisti; altrettanta, d’altra parte, era stata la determinazione con la quale erano stati fatti passare per le armi gli sloveni, i croati e i serbi che avevano collaborato, negli altri territori liberati dalla resistenza, con gli occupanti.
Alcune valutazioni conclusive
Una riflessione ragionata sul computo delle vittime, comunque, non può che ridimensionare il clamore drammatico con cui le vicende della liberazione jugoslava della Venezia Giulia sono state trattate: furono infatti circa 600 gli arrestati e i deportati di Trieste che sparirono nelle settimane successive alla cacciata dei tedeschi, 400 circa quelli di Gorizia, e cifre simili possono essere riferite anche agli altri centri principali della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, per un complesso di circa 2-3 mila dispersi; solo una parte di essi, tra l’altro, finì ingoiata dalle foibe ad esecuzione avvenuta, visto che in parecchi morirono presso le carceri o in campi di concentramento.
Se ci si sofferma, inoltre, sulle vicende biografiche dei dispersi, ci si rende conto che nella maggior parte dei casi si trattava di agenti di Pubblica Sicurezza, di finanzieri, di miliziani, di volontari della Repubblica Sociale, di militari e di carabinieri; i civili non rappresentarono che una parte delle vittime.
Non si tratta affatto di “macabra contabilità”: di fronte alle campagne di menzogne che giungono persino a parlare di decine di migliaia di infoibati, definire l’ordine di grandezza del complesso delle vittime delle operazioni di repressione messe in atto dall’Esercito di Liberazione jugoslavo, consente di comprendere che quella fase fu caratterizzata da un tipo di violenza ricorrente nelle situazioni rivoluzionarie.
Considerare con orrore, con l’enfasi peraltro utilizzata dal segretario del PRC, il terremoto politico che sconvolse la Venezia Giulia nelle settimane successive alla liberazione, significa chiudere gli occhi sul procedere per forza di cose turbolento di un processo rivoluzionario che convinse parecchi operai e contadini della possibilità di stravolgere finalmente i tradizionali rapporti di forza.
Inorridire di fronte al tentativo, praticato allora, di utilizzare la violenza insurrezionale per accorciare i tempi di un trapasso di poteri così radicale non serve a nulla.
Altri sono i ragionamenti con cui i comunisti devono rileggere queste vicende: c’è bisogno infatti di un impegno nuovo nell’analisi di quei fatti, un impegno in grado di valutare le conseguenze dell’infezione nazionalista da cui non furono immuni le due lotte di liberazione; un impegno in gradi di definire i costi della rinuncia, praticata dai movimenti partigiani, alla prospettiva dell’internazionalismo; un impegno in grado d’individuare i risultati dell’abbandono dei principi dell’indipendenza di classe da parte delle organizzazioni comuniste segnate dal prevalere dello stalinismo.
Un impegno che evidentemente a Bertinotti non interessa, ma a cui i marxisti sono fermamente intenzionati a dedicarsi.
R: anche questo ti ricorda Marx?
> C'erano una volta i martiri cristiani, uccisi in odio della fede. C'erano una volta e ci sono ancora, anzi non sono mai stati tanto numerosi come negli ultimi decenni; tra le grandi verità taciute dai libri di testo scolastici, dai mass media, dai giornali vi è infatti quella relativa alla persecuzione contro i cristiani nel secolo XX, che va dall'anno 1900 all'anno 2000 appena trascorso. Persecuzione che purtroppo alligna ancora agli inizi di questo millennio. Ma andiamo con ordine. Tutti conoscono le persecuzioni subite dalla Chiesa nei primi tre secoli dopo Cristo (da Nerone a Diocleziano, secondo il motto «Christianos esse non licet»), durante le quali diedero la vita per la loro fede in Cristo 7.700 martiri, ma pochi sanno dei 45 milioni e mezzo di martiri cristiani uccisi dai totalitarismi nel solo secolo XX. Alcuni libri o articoli in riviste specializzate, negli ultimi anni, hanno cercato di squarciare il velo di omertà su questa immane carneficina. Tra i vari testi si segnalano, per rigore storico e chiarezza espositiva, I nuovi perseguitati, di Antonio Socci, che cita dati forniti dal prof. David Barrett nella seconda edizione della World Christian Encyclopedia (Vol. I, Oxford Univ Press, marzo 2001), il prezioso e documentato Perseguiteranno anche voi - I martiri cristiani del 20° secolo di Don Massimo Astrusa (Mimep docete, 2005), che costituirà il filo conduttore del presente lavoro, e Il mondo anti-cristiano di Alessandro Gisotti (pubblicato su Ideazione di gennaio-febbraio 2006). La più grande e sanguinaria persecuzione contro la cristianità è causata dal comunismo, le cui radici teoriche vanno ricercate sia nei dogmi atei e materialisti dei rivoluzionari francesi (il primo genocidio della storia moderna, quello contro la Vandea cristiana, è opera loro), sia nella dottrina di Karl Marx, incentrata sulla costruzione violenta della «dittatura del proletariato». La prima sperimentazione del progetto marxista ebbe luogo in Russia, nel 1917, ad opera di Vladimir Il'Ic Ulianov (1870-1924), detto Lenin, un rivoluzionario antizarista che nel 1915 dovette rifugiarsi in Svizzera da dove, nel 1917, partì, travestito e sovvenzionato dalla massoneria tedesca, verso la Russia, per innescarvi la rivoluzione comunista e conquistarvi il potere. La sua idea fondamentale si rifaceva al principio marxiano secondo cui «la religione è l'oppio dei popoli»; la vittoria del proletariato esigeva prima di tutto la soppressione di ogni idea religiosa. Nei primi anni di comunismo, il futuro vescovo cattolico Leonid Fedorov scriveva al vescovo di Lviv in Ucraina: «Per la Chiesa stanno tornando i tempi di Diocleziano. Non è una esagerazione, ma un dato di fatto... Non avrei mai pensato che ci sarebbe stato chiesto di portare una croce tanto grande». L'occasione propizia per scatenare apertamente la persecuzione si presentò negli anni 1921-1922 quando una terribile carestia (provocata dallo stesso comunismo, che invece ne incolpò la Chiesa) si abbattè sulla Russia e sull'Ucraina. Lenin procedette allora alla confisca di tutti i beni appartenenti ad ogni confessione religiosa. Le chiese e le cappelle cattoliche, che erano più di 5000, furono ridotte a due. I sacerdoti furono internati in campi di concentramento (antesignani dei Lager tedeschi), che in seguito verranno moltiplicati da Stalin. Questi campi (Solgenicyn ne ha contati più di 300 nel suo libro Arcipelago Gulag, Mondadori, 1973) fecero dell'Unione Sovietica il più grande campo di concentramento mai esistito nella storia dell'umanità: al loro interno morirono decine di milioni di uomini, donne e bambini, colpevoli solo di non rinunciare alla loro fede cristiana o di non condividere l'ideologia collettivista e atea del comunismo. L'ideologia anti-religiosa propria della rivoluzione comunista portò non solo alla confisca di beni ecclesiastici e allo sterminio di vescovi e sacerdoti, ma soprattutto alla diffusione dell'ateismo tra il popolo e tra i ragazzi delle scuole. E' difficile stabilire con precisione quanti furono i martiri cristiani sotto Lenin; sappiamo solo che Lenin scrisse a Molotov che egli «voleva essere informato ogni giorno del numero dei preti giustiziati». Dopo Lenin prese il potere Stalin, sotto il quale la propaganda antireligiosa e la strage di vite umane si moltiplicarono d'intensità e di numero. Negli anni 1932/'33 il despota georgiano giunse al punto di eliminare la quasi totalità dei contadini russi ed ucraini (i «kulaki») perché possessori di un pezzo di terra; conseguenza naturale fu la più tremenda crisi alimentare mai attraversata in quello Stato. Russia e Ucaina furono così ridotte a un immenso Lager di affamati nel quale morirono dai sei agli undici milioni di persone. La gente giunse a cibarsi di topi e di cortecce d'albero e si ebbero casi di cannibalismo. I crimini dello stalinismo furono svelati all'umanità da Nikita Krusciov al ventesimo congresso del Partito Comunista Sovietico, nel 1956: le vittime di Stalin avevano superato i venti milioni. Eppure fu proprio Krusciov a scatenare la più violenta persecuzione contro la religione, che fu colpita da numerose leggi ad hoc, in cui si giunse perfino ad ottenere che i figli denunciassero i loro genitori per aver pregato segretamente nella propria casa. Si moltiplicarono le pubblicazioni anti-religiose e le poche chiese rimaste furono trasformate in depositi o addirittura ridotte a strumenti di propaganda atea, come la celebre Basilica della Madonna di Kazan, trasformata in Museo dell'ateismo, che doveva essere obbligatoriamente visitato dagli alunni delle scuole. Vittime di questa lotta antireligiosa furono quei cristiani ortodossi che non vollero collaborare con il Regime, come il santo arcivescovo Ermogen di Kaluga, il cui esempio incoraggiò molti laici ortodossi e cattolici a denunciare pubblicamente la persecuzione e l'asservimento a cui il potere comunista aveva ridotto la Chiesa. La storia ha dimostrato che la grande epurazione razziale voluta da Adolf Hitler fu in realtà una grande persecuzione religiosa. Il dittatore tedesco affermò in più di un'occasione: «E' una questione decisiva, non è possibile essere cristiani e tedeschi insieme: o si è l'uno o si è l'altro!» Tra il 1933 e il 1936 il pontefice Pio XI inviò ben 34 lettere di protesta al governo del Reich finchè, vedendosi inascoltato, pubblicò il 14 marzo 1937 la grande Enciclica contro il nazismo, Mit brennender Sorge, che iniziava con queste parole: «Con cocente preoccupazione e crescente sgomento osserviamo il doloroso cammino della Chiesa... Chi pone la razza o il popolo o lo stato al di sopra di tutto, anche dei valori religiosi, e li adora idolatricamente, deforma ed inverte l'ordine delle cose create e volute da Dio». Insieme al Papa insorsero contro il nazismo i vescovi tedeschi, tra cui i cardinali Bertram, Faulhaber, Sculte e soprattutto l'eroico Von Galen, soprannominato «il leone di Munster». Nelle sue prediche domenicali egli denunciò sistematicamente come antiumano ed anticristiano il programma eugenetico di Hitler, diretto ad eliminare tutti gli infermi inguaribili o i minorati mentali. Intanto in Germania e nei Paesi occupati cominciarono a sorgere i campi di concentramento (Lager), dove in pochi anni troveranno martirio e morte milioni di innocenti, tra cui un innumerevole parte di cristiani. Già negli anni 1940-41, nel solo campo di Dachau, erano concentrati diverse migliaia di sacerdoti cattolici, quasi tutti uccisi nel campo o durante i cosiddetti «trasporti invalidi in altri campi», durante i quali venivano segretamente eliminati. Nella spedizione del 31 ottobre 1941 partirono da Kostantinow più di 2.800 sacerdoti, ma a Dachau ne arrivarono solo 130: tutti gli altri erano stati eliminati durante il viaggio. All'interno dei campi nazisti la peggiore crudeltà era diretta contro le persone religiose, sia cristiane che ebree; a riguardo va rimarcato che il famigerato dottor Schilling aveva organizzato un «centro sperimentale contro la malaria», usando come cavie i sacerdoti, specialmente se polacchi, contro i quali nutriva un odio particolare. Per le guardie dei Lager, «prete e cane» erano sinonimi. I sacerdoti erano sottoposti a lavori pesantissimi ed inutili e spesso morivano per infarto cardiaco. La Polonia fu il tragico simbolo, ad ondate successive, sia della persecuzione nazista che di quella comunista. Nel 1939, in seguito al Patto Molotov-Ribbentropp, il suolo polacco fu invaso da Ovest dalle truppe naziste e da Est da quelle comuniste; il totalitarismo vi rimase fino al 1989 quando, in seguito alla rivolta popolare del sindacato cattolico Solidarnosc, il regime comunista cominciò a crollare. Secondo calcoli attendibili, 3650 preti e religiosi polacchi finirono nei campi di concentramento nazisti, specialmente in quelli di Dachau e di Auschwitz e di essi più di tre quarti vi morirono per stenti, o vi furono uccisi. Nel campo di Auschwitz i nazisti concentrarono gli ebrei catturati in tutte le nazioni occupate dal Reich e ne fecero una strage immane, eliminandone nelle camere a gas dai quattro ai sei milioni. Fu un vero genocidio. Ad Auschwitz furono uccisi anche più di tre milioni di cattolici polacchi, in gran parte proprio perché cattolici e, fra questi, un quinto di tutti i preti di Polonia. L'olocausto ci fu dunque sia per gli ebrei che per i cristiani. Circa la persecuzione comunista va detto che già nel 1939 più di mezzo milione di cattolici polacchi erano stati deportati in Siberia e di essi nessuno ha mai più saputo quale fine essi abbiano fatto. Nel 1945, alla fine della guerra, i sovietici invasero nuovamente la Polonia, imponendole il cosiddetto «governo provvisorio» comunista che, oltre a derubarla di quasi tutta la produzione agricola, impose al popolo l'ateismo marxista. Tra gli anni 1945 e 1947 un centinaio di sacerdoti, tra i più attivi in campo religioso e sociale, scomparvero misteriosamente e, molto probabilmente, morirono martiri. Sull'esempio del nazismo, anche il comunismo scatenò una dura repressione legale contro la Chiesa, confiscando le proprietà, le scuole e le opere di carità, trasformandole in Organizzazioni anticristiane. Poi si passò all'arresto dei vescovi che si opponevano al comunismo: nel 1953, in particolare, fu arrestato il cardinale Stefan Wyszynski, insieme a molti vescovi e 900 sacerdoti. Nel 1955 furono incarcerati più di 2000 tra preti e laici che si opponevano all'ateismo di stato. La polizia comunista arrivò all'assurdo trafugando l'icona della Madonna nera di Czestochowa (assurta a simbolo della fede cattolica polacca), per sottrarla alla venerazione dei fedeli! Quando negli anni '80 il movimento cattolico anticomunista Solidarnosc, forte di 10 milioni di sostenitori, scese nelle piazze in difesa della libertà sociale e religiosa della Polonia, la Madonna Nera era già stata «liberata» dal popolo. E fu proprio in questo clima di fervore e di tensione che l'ateismo comunista «donò» alla Chiesa l'ultimo martire polacco: il sacerdote Jerzy Popieluszko. Nel 1989, grazie proprio alla spinta decisiva di Solidarnosc (supportata da Giovanni Paolo II il Grande), il comunismo sovietico sarebbe crollato come un albero marcio, prima in Polonia e poi negli altri stati del blocco sovietico, anche se le sue radici atee e violente sono rimaste qua e là e affliggono tuttora intere nazioni (Cina, Corea del Nord, Cuba, Vietnam) ove proliferano dittatura, persecuzione, miseria. Il comunismo sovietico non si limitò a perseguitare i cristiani in patria, ma propagò a tutti gli stati assoggettati all'impero di Mosca il suo livore anti-religioso. A partire dalla Lituania, popolata in gran parte da cattolici, le cui scuole religiose vennero confiscate, l'insegnamento della religione dichiarato «attività anti-sovietica» e perseguito con l'arresto e la deportazione. Le festività religiose furono abolite e i libri religiosi sequestrati e distrutti. La persecuzione colpì duramente e i cattolici lituani scrissero al Papa, nel 1947, la seguente missiva: «Nel solo mese di giugno del 1941 i sovietici hanno arrestato 40.000 lituani: uomini, donne, vecchi e bambini; li hanno caricati su carri bestiame e li hanno deportati in Siberia. Con i nostri occhi abbiamo visto i corpi di chi non riusciva a sopravvivere agli stenti, gettati ai bordi delle strade». Si calcola che, su una popolazione di quasi 4 milioni di abitanti, un milione e mezzo di lituani sia «sparito» nei Gulag comunisti della Siberia. Analogo «trattamento» fu riservato ai cristiani in Romania, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Germania Est, Albania, Jugoslavia. In tutti questi Paesi i comunisti, una volta impossessatisi del potere, perseguitarono sistematicamente le Chiese, in particolare quella cattolica: tutte le Chiese, le scuole e gli ospedali cattolici venivano confiscati; gli Ordini religiosi dichiarati fuori legge; moltissimi cristiani, specialmente sacerdoti, arrestati, torturati fino alla morte, senza lasciare traccia di sé. Particolarmente atroce fu la persecuzione in Romania, nelle cui carceri il regime comunista sperimentava metodi di tortura bestiali, specialmente sui giovani studenti cattolici e sui seminaristi rinchiusi in prigione per la loro fede. Nel carcere di Potesti, 130 km ad Ovest di Bucarest, i ragazzi venivano percossi a sangue, poi costretti a pulire i pavimenti imbrattati di sangue e di sporcizia con uno straccio tenuto tra i denti; il cibo era loro servito nello stesso vaso usato per defecare. Chi vomitava era costretto a ingurgitare il proprio vomito. I giovani erano spesso privati del sonno: chi si addormentava veniva svegliato a colpi di tubo di gomma assestati sulle piante dei piedi e, per punizione, veniva costretto a camminare per ore ed ore nel cortile del carcere senza potersi fermare un istante. Questa tortura giungeva quasi sempre a togliere la conoscenza e in qualche caso portava alla morte. Un seminarista sopravvissuto, Roman Braga, descrisse così la sua esperienza a Pitesti: «Penso che non ci sia nessuna mente al di fuori di quella di Lucifero capace di inventare il "Sistema Pitesti" che teneva sospesi tra la follia e la realtà, tra l'essere e il non essere». Ridotti come robot, i ragazzi erano costretti a rinnegare la loro fede con atti esterni sacrileghi, a cui non potevano più sottrarsi. Tra la gente della cittadina correva questo detto: «Meglio dieci anni a Buchenwald che uno a Pitesti». In Ungheria si ricorda in particolare l'eroica figura del Cardinale Josef Mindszenty, Primate della Chiesa d'Ungheria dal 1945 al 1974. Il regime lo fece arrestare e sottoporre ad una atroce tortura psichica per 40 giorni consecutivi. Con lui furono arrestati 600 sacerdoti, la cui fine ancor oggi è un mistero; si sa solo che molti di essi furono deportati in Siberia. Le torture finirono con lo spezzare la capacità di resistenza del cardinale, che ammise colpe mai commesse per cui venne condannato all'ergastolo. Nell'ottobre del 1956 fu liberato dai patrioti ungheresi durante la rivolta anti-comunista, rivolta che però fu subito repressa dai carri armati sovietici. Nuovamente braccato dai comunisti, Mindszenty riuscì a rifugiarsi nell'Ambasciata Americana, dove rimase fino al 1971. Prima di spegnersi, nel maggio del 1975, il Cardinale scrisse un libro che tutti dovrebbero leggere: Memorie, il cui contenuto è al contempo terrificante ed edificante per ogni cristiano. Alto il tributo di sangue pagato anche dalla Cecoslovacchia, di cui si ricordano in particolare i 7000 sacerdoti internati nei campi di lavoro forzato e la splendida figura di Suora Zdenka Schelingova. Sorpresa ad aiutare la fuga dall'ospedale di Bratislava di un sacerdote che doveva essere deportato in Siberia, fu condannata a 16 anni e rinchiusa nel carcere di Praga, dove subì quotidianamente torture disumane: appesa a testa in giù e picchiata per ore ed ore. Ridotta così in fin di vita, morì tre mesi dopo il rilascio. Dal 1968, dopo la cosiddetta «Primavera di Praga» soffocata nel sangue dai carri armati russi, la persecuzione comunista riprese più violenta. Si tentò l'eliminazione totale dei vescovi, mediante uccisione, imprigionamento o deportazione in Siberia. Migliaia di martiri si contano anche in Bulgaria, tra i quali si distingue la nobile figura del vescovo di Russe, il beato mons. Eugenio Bossilkov, giustiziato dopo inumane torture nel 1952. Decine di migliaia di martiri annovera anche l'Albania (qui un terzo della popolazione è di fede cristiana, essendo la maggioranza di religione musulmana) dove, nel 1944, i comunisti di Hoxha presero il potere con lo scopo di rendere il Paese totalmente ateo. Qui la caccia al sacerdote fu particolarmente imponente, con tanti preti e laici uccisi tra torture inenarrabili. Negli anni Sessanta Hoxha passò dal comunismo filo-sovietico a quello filo-cinese e nel 1967 volle imitare la rivoluzione culturale di Mao: le vittime furono più di 80.000. Nel novembre 1967 il governo di Hoxha dichiarò ogni religione «fuori legge» e inasprì le persecuzioni giungendo ad estremi atroci. Un sopravvissuto a queste crudeltà raccontò: «I prigionieri venivano regolarmente colpiti con pesanti mazze sui piedi. Ad altri venivano immersi i piedi in acqua bollente finchè non si staccava la pelle e quindi venivano strofinati col sale. Ad altri venivano infilati nelle orecchie e nel naso dei fili elettrici ai quali veniva poi immessa la corrente. Ad altri venivano tolti tutti i denti con pinze da meccanico. Altri ancora erano costretti a bere le proprie urine e mangiare i loro escrementi. La furia demoniaco-comunista si scatenò particolarmente contro le religiose che venivano umiliate in ogni modo, anche in pubblico, nelle piazze delle città». Crollato il comunismo si tracciò il bilancio dell'immane persecuzione: quasi tutti i vescovi albanesi uccisi tra torture dolorosissime; su un totale di 256 preti ne erano rimasti solo 27, mentre decine di migliaia di cristiani risultavano uccisi. Giovanni Paolo II, parlando ai superstiti della persecuzione comunista, affermò: «Voi, cari albanesi, avete conservato la fede nonostante le torture e il martirio a causa della vostra adesione al Vangelo. La Chiesa non potrà mai dimenticarvi».
Marzia e giurista hanno ragione:non sei in grado di pensare con la tua testa e per difendere ciò che i tuoi padroni che ti hanno fatto il lavaggio del cervello ti hanno plagiato a credere non sai fare altro che copincollare da siti assolutamente parziali e schierati che però non ti sono di alcun aiuto quanto si tirano in ballo le atrocità commesse dalla chiesa cristiana e cattolica che sono numericamente maggiori di tutte quelle delle varie ideologie di destra e sinistra messe assieme.
R: R: anche questo ti ricorda Marx?
Invece di sparare cazzate prova a smentire... magari visto che ci sei studiati pure il massacro delle foibe, studia cosa fecero i cinesi in piazza Tienamen , studia i crimini compiuti da Mao e quelli di Fidel Castro a Cauba e poi parliamo di quanto è bello il comunismo...così come ce lo voglio far vedere nei libri di scuola , ma la gente non è stupida come credete voi comunisti e sopratutto inizia a conoscere la verità
R: R: R: anche questo ti ricorda Marx?
> Invece di sparare @#?*%$ate prova a smentire... magari visto che ci sei studiati pure il massacro delle foibe, studia cosa fecero i cinesi in piazza Tienamen , studia i crimini compiuti da Mao e quelli di Fidel Castro a Cauba e poi parliamo di quanto è bello il comunismo...così come ce lo voglio far vedere nei libri di scuola , ma la gente non è stupida come credete voi comunisti e sopratutto inizia a conoscere la verità
ADESSO VOGLIO CHE CHI DI DOVERE MI DICA PERCHE' CAXXO E' STATO CANCELLATO IL MIO MESSAGGIO CHE HO SCRITTO IERI IN QUASI MEZZ'ORA ED IL SUO SPAM INVECE VIENE LASCIATO TRANQUILLAMENTE!!! Adesso ci riprovo, vedete di NON FARMI INCAXXARE un'altra volta! Allora, mi sto rivolgendo a te, ora: lo so che quel che a te rode è che SAI benissimo che la gente si sta facendo meno stupida perché sono sempre di più le persone che prendono le distanze dal Vaticano che ormai, è più che evidente, non rappresenta più Gesù né segue i suoi ideali se non a parole, lo SAI che il Vaticano sta perdendo consensi anche fra i cattolici stessi, che nell'era di Internet e della libera informazione si sta facendo un'idea sempre più chiara di che cosa sia e di ciò che realmente ha fatto e fa. Il fatto che quando vieni accusata, a ragione, di non essere in grado di replicare a chi ti chiede riguardo al computo dei morti mietuti dalla chiesa in 2 millenni, superiore alla somma di quelli di tutti i totalitarismo del XX secolo messi assieme, quel che fai è rigirare la frittata andando ad accusare il comunismo (chissà perché non il nazismo né il fascismo?magari sono amici compiacenti!) come a dire "Ma anche voi ne avete fatti di morti!", questo non fa che farti sfigurare ancora di più agli occhi di tutti. Quel che hai pensato quando sei stata sbugiardata da altre persone in questa pagina è "Che cosa posso fare per difendere il mio Signore? Non sono in grado di replicare a niente, perché quel che dicono è tutto vero e perché il mio cervello non n'è in grado sia per il fatto che mi è stato insegnato a non pensare con la mia testa ma a ripetere a pappagallo il plagio di Confusione e Disperazione sia per il fatto che mi sono stati fatti talmente tanti lavaggi del cervello che ormai non è proprio più in grado di funzionare! Allora appoggiamoci ad altri che sono migliori di me nell'esporre la mia tesi che non ha proprio attinenza con l'oggetto dell'articolo, andiamo a copiare da siti quali "ilcannocchiale" "protestantesimo" "annuncisolidali" "graficapastorale" "mariadinazareth" così da zittire tutti quelli che hanno pareri diversi (nel miglior applicazione del concetto di "democrazia")"... La differenza fra noi e te sta proprio qua: noi non abbiamo bisogno di andare a copiare da altre parti per esporre le nostre idee e smentirti, perché siamo in grado di usare la nostra testa e siamo informati in modo eclettico, mentre tu non sei altro che una plagiata dal cervello lavato che non ha proprio i mezzi per ribattere. Lo sai che a Cuba sono stato ed esiste una libertà di culto al pari che nei paesi occidentali più progrediti? Sono sempre celebrate le messe e chi vuole si sposa in chiesa, poi ci sono anche santere ed adepti della macumba, religioni minori: come vedi tutti sono liberi di credere e praticare quel che vogliono! La Cina: il tuo errore è portarlo come esempio di comunismo, ma mi viene il dubbio che tu non sappia neanche che cosa significhi questa parola... Dimmi: uno stato con economia di mercato, dal capitalismo selvaggio stile USA, con un enorme divario fra ricchi e poveri, e che non garantisce neanche un'istruzione né una sanità gratuite, si può definire comunista solo perché ha la bandiera rossa? Non devi ammetterlo a me, ma a te stessa. Infine, per quanto riguarda le foibe, vedo che c'è già stato chi ti ha, come dice lui, "pwnato" nella maniera più assoluta. Perché non provi tu a smentire, piccola ochetta col cervello da gallina? Fossi in te eviterei ulteriori brutte figure, ma come ho detto non hai la materia prima (la materia grigia) per arrivarci... Continua ad auto-sput-ta-nar-ti risparmiandoci la fatica! GRAZIE!
e io ho avuto l'onore di vedere la Russia, l'Albania, la Bosnia , la Polonia,
Comunismo e stati socialisti in breve
Il comunismo è un sistema sociale che abolisce la proprietà privata dei mezzi di produzione, le classi sociali e lo Stato. In quanto tale, uno "stato comunista" è un ossimoro. Diversi stati hanno comunque dato al partito comunista uno status speciale nelle loro leggi e costituzioni, sostenendo al contempo di essere indirizzati verso il conseguimento del comunismo in tempi più o meno lunghi (Nikita Khrushchev, ad esempio, fece la previsione che il comunismo sarebbe stato raggiunto in Unione Sovietica per il 1980, ovvero un quarto di secolo dopo).
Il termine "stato comunista" è stato coniato e utilizzato in occidente per riferirsi a tali stati. Sono questi stati socialisti (in cui un partito marxista-leninista è al governo e la costituzione o le leggi sono tali che rendono impossibile allontanarlo dal governo) ad essere il bersaglio delle critiche presentate di seguito.
Critica generale degli stati socialisti del XX secolo
Censura, emigrazione e politica estera
Molti stati socialisti hanno praticato la censura del dissenso. Il livello di censura variò notevolmente tra stati e periodi storici differenti.
La censura più rigida è stata praticata dagli inflessibili regimi stalinisti e maoisti, quali l'Unione Sovietica sotto Stalin (1927-53), la Cina durante la Rivoluzione culturale (1966-76), e la Corea del Nord nel corso di tutta la sua esistenza (1948-oggi). Solitamente, gli stati socialisti di nuova costituzione mantenevano o rafforzavano il livello di censura presente in tali nazioni prima della presa del potere. In effetti, gli stessi comunisti erano stati molto spesso il bersaglio della censura precedente. Come risultato, dopo essere saliti al potere, essi sostenevano di voler combattere la vecchia classe governante usando le sue stesse armi, allo scopo di impedirgli di inscenare una contro-rivoluzione.
Una estesa rete di informatori civili - sia volontari che reclutati con la coercizione - veniva usata per raccogliere informazioni per il governo e per riportare i casi di dissenso. Alcuni stati socialisti classificavano i critici interni del sistema come affetti da malattie mentali, quale ad esempio la schizofrenia a progresso lento - che veniva riconosciuta solo negli stati socialisti - e li incarcerava in ospedali psichiatrici. Ai lavoratori non era permesso far parte di sindacati liberi. Diverse sollevazioni interne vennero represse dalla forza militare, come la rivolta di Tambov, la rivolta di Kronstadt, e le Proteste di Piazza Tienanmen del 1989.
Gli stessi stati socialisti, così come i loro sostenitori, spesso sostengono che censura e limitazioni simili sono spiacevoli ma necessarie. Essi argomentano che, specialmente durante la Guerra Fredda, gli stati socialisti vennero assaliti dalla propaganda capitalista esterna e infiltrati da servizi segreti di potenti nazioni capitaliste, come ad esempio la CIA. In quest'ottica, restrizioni e soppressione del dissenso erano viste come misure difensive contro la sovversione.
Alcuni hanno sostenuto che, anche se la censura era praticata negli stati socialisti, l'estensione di quest'ultima è stata enormemente esagerata ad Occidente. Albert Szymanski, ad esempio, nel suo esauriente studio intitolato Human Rights in the Soviet Union, traccia un paragone tra il trattamento dei dissidenti anti-comunisti in Unione Sovietica dopo la morte di Stalin e il trattamento dei dissidenti anti-capitalisti negli Stati Uniti durante il periodo del maccartismo, concludendo che "nel complesso, appare che i livelli di repressione nell'Unione Sovietica nel periodo 1955-1980, furono approssimativamente allo stesso livello di quelli negli USA durante gli anni di McCarthy (1947-56)." Amnesty International stima il numero di prigionieri politici in URSS nel 1979 a poco più di 400.
Sia comunisti che anti-comunisti hanno criticato il culto della personalità di molti leader degli stati socialisti, e la leadership ereditaria della Corea del Nord. Il dissidente comunista Milovan Djilas e altri hanno inoltre sostenuto che una nuova classe di potenti burocrati di partito emerse sotto il potere del partito comunista, e sfruttò il resto della popolazione. Un proverbio ceco osserva: "Sotto il capitalismo, l'uomo sfrutta l'uomo; sotto il comunismo succede il contrario." (si veda anche nomenklatura).
Emigrazione dagli stati socialisti
I critici sostengono che l'emigrazione dagli stati socialisti è prova della disaffezione a quei regimi. Tra il 1950 e il 1961 2.750.000 tedeschi dell'est di trasferirono nella Germania Ovest. Durante la rivoluzione ungherese del 1956 circa 200.000 persone si mossero in Austria quando il confine austro-ungherese venne temporaneamente aperto. Dal 1948 al 1953 centinaia di migliaia di nordcoreani si spostarono a sud, fermati solo quando all'emigrazione venne posto freno dopo la guerra di Corea. Dopo la conquista cinese del Tibet, i demografi cinesi stimarono che 90.000 tibetani andarono in esilio. A Cuba 50.000 membri del ceto medio lasciarono l'isola tra il 1959 e il 1961, dopo che Fidel Castro prese il potere. Una fuoriuscita ancor più grande si ebbe durante l'esodo di Mariel, e molti cubani continuano a tentare di emigrare negli USA ancora oggi. Dopo la vittoria comunista in Vietnam oltre un milione di persone (i famosi boat people) lasciarono il paese via mare durante gli anni 1970 e 1980. Un altro grande gruppo di rifugiati lasciò Cambogia e Laos. Quest'ultimo perse gran parte della sua élite più istruita e il 10% della sua popolazione.
Le restrizioni all'emigrazione da parte degli stati socialisti ricevette una massiccia pubblicità. Il Muro di Berlino fu uno degli esempi più famosi, ma la Corea del Nord impone ancora un veto totale sull'emigrazione e le restrizioni di Cuba sono periodicamente criticate dalla comunità cubano-americana. Durante l'esistenza del Muro di Berlino, sessantamila persone tentarono senza successo di emigrare illegalmente dalla Germania Est e vennero condannate al carcere per aver tentato di "abbandonare la Repubblica". Ci furono circa cinquemila fughe riuscite verso Berlino Ovest e 239 persone morirono nel tentativo di attraversare.
Risposte
Simili restrizioni all'emigrazione sono state in vigore in molti paesi capitalisti prima della fine del XIX secolo. Francia, Spagna e Portogallo limitarono perfino i viaggi dei loro cittadini nelle proprie colonie. I vari principati tedeschi, prima del XVIII secolo, permettevano solo l'emigrazione verso le terre slave ad est, e molti di essi misero al bando l'emigrazione dal XVIII secolo alla metà del XIX. Le autorità austriache non permisero ai cittadini comuni di spostarsi oltre i confini dell'impero, prima degli anni 1850. Mentre molti paesi europei rilassarono o addirittura eliminarono completamente le loro restrizioni all'emigrazione per l'inizio del XX secolo - principalmente a causa dell'esplosione demografica - ci furono alcune eccezioni. Romania, Serbia, e soprattutto la Russia zarista richiesero ai loro cittadini di ottenere un permesso ufficiale all'emigrazione fino alla I guerra mondiale. Durante la guerra, tutte le nazioni europee reintrodussero rigide restrizioni alla migrazione, sia temporanee che permanenti.
I critici trovano una falla in questo ragionamento, notando che le future nazioni non-comuniste collocate nelle aree di cui sopra, non ebbero politiche di emigrazione così stringenti durante la Guerra Fredda, mentre gli stati socialisti li avevano.
Le restrizioni imposte dagli stati socialisti all'emigrazione dei loro cittadini non furono più intense di quelle imposte dai paesi capitalisti (o comunque non-comunisti) in passato. In Polonia, ad esempio, il governo comunista mantenne le stesse leggi sull'emigrazione che erano state in vigore nella Polonia capitalista a partire dal 1936. Comunque, gli stati socialisti (in particolare Germania Est, Cuba, Vietnam e Corea del Nord) regolarono l'emigrazione molto più della maggior parte dei paesi capitalisti occidentali nel periodo post II guerra mondiale. La ragione data per questo aspetto fu che abbisognavano di quanta più forza lavoro possibile per la ricostruzione del dopoguerra e lo sviluppo economico. Essi non negavano che in altri stati esisteva una migliore qualità della vita, ma sostenevano di trovarsi nel processo di raggiungere tali standard.
Degli stati socialisti, solo Albania e Corea del Nord imposero sempre un veto totale sull'emigrazione. Per la maggior parte degli stati socialisti, l'emigrazione legale fu sempre possibile, anche se spesso difficile. Alcuni di questi stati rilassarono significativamente le leggi sull'emigrazione a partire dagli anni 1960. Ogni anno, durante gli anni 1970, decine di migliaia di cittadini sovietici emigrarono legalmente.
Imperialismo
Gli stati socialisti erano fondati su una politica di anti-imperialismo militante. Lenin considerava l'imperialismo come "lo stadio più alto del capitalismo" e, nel 1917, dichiarò il diritto incondizionato all'autodeterminazione e alla secessione per le minoranze nazionali della Russia. Tuttavia per i critici già nell'anno successivo vennero attaccati paesi baltici, e non molto tempo dopo anche Ucraina e Polonia ma i fautori sostengono che l'intervento era in aiuto ai comunisti locali quindi non era una questione di minoranza nazionali. Successivamente, durante la Guerra Fredda, gli stati socialisti diedero assistenza militare, e in alcuni casi intervennero direttamente, in favore dei movimenti di liberazione nazionale che combattevano per l'indipendenza dagli imperi coloniali, in Asia e in Africa.
Ad ogni modo, i critici hanno accusato l'Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese di essere a loro volta imperialiste, e hanno quindi concluso che la loro politica estera era ipocrita (talvolta imperialista e talvolta anti-imperialista, a seconda dei loro interessi nella situazione particolare).
In particolare, l'URSS attaccò e reintegrò le nazioni da poco divenute indipendenti di Armenia, Georgia e Azerbaijan una volta finita la guerra civile russa. Stalin conquistò gli stati baltici durante la II guerra mondiale e creò degli stati satellite nell'Europa Centrale e Orientale.
Dopo la rivoluzione la Cina riconquistò il Tibet, che aveva fatto parte dell'Impero Cinese durante la dinastia Qing. Le forze sovietiche intervenivano in tre occasioni contro governi o sollevazioni anti-sovietici in altri paesi: la rivoluzione ungherese del 1956, la primavera di Praga e l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Sovietici e cinesi, così come i loro alleati, sostennero che questi erano tutti episodi di liberazione più che di conquista.
Perdita di vite
L'accusa più severa mossa contro gli stati socialisti è che essi furono responsabili di milioni di morti. La vasta maggioranza di queste morti si sostiene siano avvenute sotto i regimi di Josif Stalin in Unione Sovietica e di Mao Zedong in Cina. Per questo molti critici si concentrano su questi due regimi in particolare, anche se altri hanno sostenuto che tutti gli stati socialisti furono responsabili per un numero di morti ingiustificate. Queste ricadono generalmente in due categorie:
Esecuzioni di persone condannate alla pena capitale per varie accuse, o morti avvenute in prigione.
Morti che non vennero causate direttamente dal governo (le persone in questione non vennero giustiziate e non morirono in prigione), ma sono considerate il risultato accidentale o deliberato di certe politiche governative. Gran parte delle vittime ascritte ai regimi comunisti ricadono in questa categoria, che è quella solitamente soggetta a controversie.
Molti stati socialisti adottarono la pena di morte come forma legale di punizione per gran parte della loro esistenza, con poche eccezioni (ad es., l'Unione Sovietica la abolì dal 1947 al 1950).
I critici sostengono che molti, forse la gran parte, dei prigionieri giustiziati dagli stati socialisti non erano criminali, ma dissidenti politici. La Grande Purga di Stalin alla fine degli anni 1930 (all'incirca 1936-38) viene indicata come il principale esempio di ciò. Anche le foibe in Jugoslavia vennero usate per tali scopi: vedi questione triestina.
Diversi stati socialisti usarono per certi periodi di tempo anche il lavoro forzato come forma di punizione, ed i critici asseriscono che la maggioranza dei condannati ai campi di lavoro - tipo i Gulag - vi vennero inviati per motivi politici e non per motivi criminali. Alcuni dei Gulag erano collocati in ambienti estremamente duri, come la Siberia, il che risultò nella morte di una parte significativa dei detenuti prima che potessero completare i termini della condanna. I Gulag vennero chiusi nel 1960.
Circa le morti non provocate direttamente da ordini governativi, i critici indicano solitamente carestia e guerra come cause immediate di quelle che essi considerano morti ingiuste negli stati socialisti. L'Holodomor e il grande balzo in avanti sono considerate carestie provocate dall'uomo. Questi due eventi da soli assommano la maggioranza delle persone considerate come vittime degli stati socialisti da praticamente tutte le stime.
Stima delle vittime totali
« Il comunismo non è ideologicamente sbagliato per numeri di vittime, dire questo significa giustificarlo, cioè dire "se non ci fossero stati morti il comunismo avrebbe funzionato" »
Molti storici hanno tentato di dare stime del numero totale di persone morte per responsabilità del governo di un certo stato socialista, o di tutti gli stati socialisti nel loro insieme.
Il numero di persone uccise sotto il regime di Stalin in Unione Sovietica è stato stimato tra i 3,5 e gli 8 milioni da G. Ponton, in 6,6 milioni da V. V. Tsaplin, in 9,5 milioni da Alec Nove, in 20 milioni da Il libro nero del comunismo, in 50 milioni da Norman Davies, e in 61 milioni da R. J. Rummel.
Il numero di persone uccise durante il regime di Mao Zedong nella repubblica Popolare Cinese è stato stimato in 19,5 milioni da Wang Weizhi, in 27 milioni da John Heidenrich, tra i 38 e i 67 milioni da Kurt Glaser e Stephan Possony, tra i 32 e i 59 milion da Robert L. Walker, in 65 milioni da Il libro nero del comunismo, e in 77 milioni da R.J. Rummel.
Gli autori de Il libro nero del comunismo hanno inoltre stimato che 9,3 milioni di persone sono morte come risultato delle azioni di altri stati e leader comunisti, ripartite come segue: 2 milioni in Corea del Nord, 2 milioni in Cambogia, 1,7 milioni in Africa, 1,5 milioni in Afghanistan, 1 milione in Vietnam, 1 milione in Europa Orientale, e 150.000 in America Latina. R.J. Rummel ha stimato che 1,6 milioni morirono in Corea del Nord, 2 milioni in Cambogia, e 2,5 milioni in Polonia e in Jugoslavia.
Considerando Wiezhi, Heidenrich, Glaser, Possony, Ponton, Tsaplin, e Nove, gli stati socialisti dell'Unione Sovietica di Stalin e della Cina di Mao hanno una stima di morti totali che oscilla tra 23 e 109 milioni.
Il libro nero del comunismo trova che circa 94 milioni di persone morirono sotto tutti gli stati socialisti, mentre Rummel ritiene che almeno 144,7 milioni persero la vita sotto sei stati socialisti. Da una collezione delle fonti sopra elencate, Matthew White tenta anch'egli di comporre una cifra totale nel suo Historical Atlas of the 20th century, e giunge ad una cifra di 92 milioni.
Secondo quanto disponibile, queste sono le tre cifre più alte per le vittime attribuite al comunismo da qualsiasi storico. Comunque, si deve notare che i totali che comprendono ricerche di Wiezhi, Heidenrich, Glasser, Possony, Ponton, Tsaplin, e Nove non includono altri periodi di tempo oltre ai regimi di Stalin o Mao, e quindi possibile, quando si tengono in conto altri regimi comunisti, raggiungere totali più alti.
Motivi delle discrepanze
I motivi per discrepanze così estreme nel numero delle vittime stimate degli stati socialisti sono duplici:
In primo luogo, tutte queste cifre sono stime derivate da dati incompleti. I ricercatori spesso devono estrapolare e interpretare le informazioni disponibili, allo scopo di giungere alle loro cifre finali.
In secondo luogo, diversi ricercatori lavorano con definizioni differenti di cosa significhi essere uccisi dal proprio governo. Come notato in precedenza, la vasta maggioranza delle presunte vittime degli stati socialisti non morì come conseguenza di ordini diretti del governo, ma piuttosto per le sue politiche, non c'è quindi accordo sul fatto che i governi comunisti debbano essere ritenuti responsabili per la loro morte. Le stime più basse possono calcolare solo le esecuzioni e le morti nei campi di lavoro come casi di uccisioni governative, mentre quelle più alte possono basarsi sull'assunzione che il governo uccise tutti quelli che morirono per guerre, carestie, o per motivi sconosciuti.
Alcuni autori fanno una speciale distinzione tra Stalin e Mao, che tutti concordano essere responsabili per la maggior parte dei crimini contro l'umanità, ma includono poche o nessuna statistica sulle perdite di vite avvenute dopo il loro regime.
Infine, si tratta di un campo fortemente connotato politicamente, con quasi tutti i ricercatori accusati di inclinazioni pro o anti-comuniste.
Alcuni hanno argomentato che è scorretto giudicare gli stati socialisti più duramente di altri regimi su questioni come le carestie, poiché grandi numeri di persone muoiono di fame ancora oggi in tutto il mondo. Ad esempio, alcuni hanno stimato che la fame uccide attualmente ventiquattromila persone ogni giorno.
Alcuni critici sostengono che le morti per fame sono responsabilità di un governo, perché le sue politiche creano un ambiente economico incapace di reagire a tali disastri naturali. Gli oppositori a questo punto di vista rispondono che le carestie odierne, e le morti che ne risultano, possono essere similarmente addossate ad aziende corrotte e/o inefficienti, e all'inseguimento capitalista della globalizzazione.
Alcuni sostengono inoltre che non è corretto giudicare gli stati socialisti più duramente di altri regimi basandosi sul numero totale delle morti occorse, poiché le morti governative non furono limitate solamente a questi stati. Ad esempio, si stima che il colonialismo degli stati europei protezionisti/capitalisti dal XVII al XIX secolo abbia ucciso 50 milioni di persone.
Che queste morti possano essere addossate al modello detto oggi capitalismo è motivo di dibattito.
Facendo riferimento ai dati forniti da il libro nero del comunismo, Noam Chomsky ha osservato che, se si applicasse il metodo di Courtois alla storia dell'India dal 1947 in poi, attribuendo l'alta mortalità alla mancanza di adeguate scelte politiche, si dovrebbe concludere che anche la democrazia in India è stata responsabile di cento milioni di morti .
La risoluzione 1481/06 del Consiglio d'Europa
L'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, nel documento "Sulla necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi del totalitarismo comunista" (risoluzione 1481 del 25 gennaio 2006) dichiara che "la pubblica consapevolezza dei crimini commessi dai regimi totalitari comunisti è molto scarsa. Partiti comunisti sono legali e attivi in alcuni paesi, anche se in alcuni casi non hanno preso le distanze dai crimini commessi dai regimi totalitari comunisti in passato" e che "l'Assemblea è convinta che la consapevolezza della storia sia una delle precondizioni per evitare simili crimini in futuro. Inoltre, il giudizio morale e la condanna dei crimini commessi svolge un importante ruolo nell'educazione delle giovani generazioni. La chiara posizione della comunità internazionale sul passato può essere di riferimento per le sue azioni future."
R: e io ho avuto l'onore di vedere la Russia, l'Albania, la Bosnia , la Polonia,
> Comunismo e stati socialisti in breve Il comunismo è un sistema sociale che abolisce la proprietà privata dei mezzi di produzione, le classi sociali e lo Stato. In quanto tale, uno "stato comunista" è un ossimoro. Diversi stati hanno comunque dato al partito comunista uno status speciale nelle loro leggi e costituzioni, sostenendo al contempo di essere indirizzati verso il conseguimento del comunismo in tempi più o meno lunghi (Nikita Khrushchev, ad esempio, fece la previsione che il comunismo sarebbe stato raggiunto in Unione Sovietica per il 1980, ovvero un quarto di secolo dopo). Il termine "stato comunista" è stato coniato e utilizzato in occidente per riferirsi a tali stati. Sono questi stati socialisti (in cui un partito marxista-leninista è al governo e la costituzione o le leggi sono tali che rendono impossibile allontanarlo dal governo) ad essere il bersaglio delle critiche presentate di seguito. Critica generale degli stati socialisti del XX secolo Censura, emigrazione e politica estera Molti stati socialisti hanno praticato la censura del dissenso. Il livello di censura variò notevolmente tra stati e periodi storici differenti. La censura più rigida è stata praticata dagli inflessibili regimi stalinisti e maoisti, quali l'Unione Sovietica sotto Stalin (1927-53), la Cina durante la Rivoluzione culturale (1966-76), e la Corea del Nord nel corso di tutta la sua esistenza (1948-oggi). Solitamente, gli stati socialisti di nuova costituzione mantenevano o rafforzavano il livello di censura presente in tali nazioni prima della presa del potere. In effetti, gli stessi comunisti erano stati molto spesso il bersaglio della censura precedente. Come risultato, dopo essere saliti al potere, essi sostenevano di voler combattere la vecchia classe governante usando le sue stesse armi, allo scopo di impedirgli di inscenare una contro-rivoluzione. Una estesa rete di informatori civili - sia volontari che reclutati con la coercizione - veniva usata per raccogliere informazioni per il governo e per riportare i casi di dissenso. Alcuni stati socialisti classificavano i critici interni del sistema come affetti da malattie mentali, quale ad esempio la schizofrenia a progresso lento - che veniva riconosciuta solo negli stati socialisti - e li incarcerava in ospedali psichiatrici. Ai lavoratori non era permesso far parte di sindacati liberi. Diverse sollevazioni interne vennero represse dalla forza militare, come la rivolta di Tambov, la rivolta di Kronstadt, e le Proteste di Piazza Tienanmen del 1989. Gli stessi stati socialisti, così come i loro sostenitori, spesso sostengono che censura e limitazioni simili sono spiacevoli ma necessarie. Essi argomentano che, specialmente durante la Guerra Fredda, gli stati socialisti vennero assaliti dalla propaganda capitalista esterna e infiltrati da servizi segreti di potenti nazioni capitaliste, come ad esempio la CIA. In quest'ottica, restrizioni e soppressione del dissenso erano viste come misure difensive contro la sovversione. Alcuni hanno sostenuto che, anche se la censura era praticata negli stati socialisti, l'estensione di quest'ultima è stata enormemente esagerata ad Occidente. Albert Szymanski, ad esempio, nel suo esauriente studio intitolato Human Rights in the Soviet Union, traccia un paragone tra il trattamento dei dissidenti anti-comunisti in Unione Sovietica dopo la morte di Stalin e il trattamento dei dissidenti anti-capitalisti negli Stati Uniti durante il periodo del maccartismo, concludendo che "nel complesso, appare che i livelli di repressione nell'Unione Sovietica nel periodo 1955-1980, furono approssimativamente allo stesso livello di quelli negli USA durante gli anni di McCarthy (1947-56)." Amnesty International stima il numero di prigionieri politici in URSS nel 1979 a poco più di 400. Sia comunisti che anti-comunisti hanno criticato il culto della personalità di molti leader degli stati socialisti, e la leadership ereditaria della Corea del Nord. Il dissidente comunista Milovan Djilas e altri hanno inoltre sostenuto che una nuova classe di potenti burocrati di partito emerse sotto il potere del partito comunista, e sfruttò il resto della popolazione. Un proverbio ceco osserva: "Sotto il capitalismo, l'uomo sfrutta l'uomo; sotto il comunismo succede il contrario." (si veda anche nomenklatura). Emigrazione dagli stati socialisti I critici sostengono che l'emigrazione dagli stati socialisti è prova della disaffezione a quei regimi. Tra il 1950 e il 1961 2.750.000 tedeschi dell'est di trasferirono nella Germania Ovest. Durante la rivoluzione ungherese del 1956 circa 200.000 persone si mossero in Austria quando il confine austro-ungherese venne temporaneamente aperto. Dal 1948 al 1953 centinaia di migliaia di nordcoreani si spostarono a sud, fermati solo quando all'emigrazione venne posto freno dopo la guerra di Corea. Dopo la conquista cinese del Tibet, i demografi cinesi stimarono che 90.000 tibetani andarono in esilio. A Cuba 50.000 membri del ceto medio lasciarono l'isola tra il 1959 e il 1961, dopo che Fidel Castro prese il potere. Una fuoriuscita ancor più grande si ebbe durante l'esodo di Mariel, e molti cubani continuano a tentare di emigrare negli USA ancora oggi. Dopo la vittoria comunista in Vietnam oltre un milione di persone (i famosi boat people) lasciarono il paese via mare durante gli anni 1970 e 1980. Un altro grande gruppo di rifugiati lasciò Cambogia e Laos. Quest'ultimo perse gran parte della sua élite più istruita e il 10% della sua popolazione. Le restrizioni all'emigrazione da parte degli stati socialisti ricevette una massiccia pubblicità. Il Muro di Berlino fu uno degli esempi più famosi, ma la Corea del Nord impone ancora un veto totale sull'emigrazione e le restrizioni di Cuba sono periodicamente criticate dalla comunità cubano-americana. Durante l'esistenza del Muro di Berlino, sessantamila persone tentarono senza successo di emigrare illegalmente dalla Germania Est e vennero condannate al carcere per aver tentato di "abbandonare la Repubblica". Ci furono circa cinquemila fughe riuscite verso Berlino Ovest e 239 persone morirono nel tentativo di attraversare. Risposte Simili restrizioni all'emigrazione sono state in vigore in molti paesi capitalisti prima della fine del XIX secolo. Francia, Spagna e Portogallo limitarono perfino i viaggi dei loro cittadini nelle proprie colonie. I vari principati tedeschi, prima del XVIII secolo, permettevano solo l'emigrazione verso le terre slave ad est, e molti di essi misero al bando l'emigrazione dal XVIII secolo alla metà del XIX. Le autorità austriache non permisero ai cittadini comuni di spostarsi oltre i confini dell'impero, prima degli anni 1850. Mentre molti paesi europei rilassarono o addirittura eliminarono completamente le loro restrizioni all'emigrazione per l'inizio del XX secolo - principalmente a causa dell'esplosione demografica - ci furono alcune eccezioni. Romania, Serbia, e soprattutto la Russia zarista richiesero ai loro cittadini di ottenere un permesso ufficiale all'emigrazione fino alla I guerra mondiale. Durante la guerra, tutte le nazioni europee reintrodussero rigide restrizioni alla migrazione, sia temporanee che permanenti. I critici trovano una falla in questo ragionamento, notando che le future nazioni non-comuniste collocate nelle aree di cui sopra, non ebbero politiche di emigrazione così stringenti durante la Guerra Fredda, mentre gli stati socialisti li avevano. Le restrizioni imposte dagli stati socialisti all'emigrazione dei loro cittadini non furono più intense di quelle imposte dai paesi capitalisti (o comunque non-comunisti) in passato. In Polonia, ad esempio, il governo comunista mantenne le stesse leggi sull'emigrazione che erano state in vigore nella Polonia capitalista a partire dal 1936. Comunque, gli stati socialisti (in particolare Germania Est, Cuba, Vietnam e Corea del Nord) regolarono l'emigrazione molto più della maggior parte dei paesi capitalisti occidentali nel periodo post II guerra mondiale. La ragione data per questo aspetto fu che abbisognavano di quanta più forza lavoro possibile per la ricostruzione del dopoguerra e lo sviluppo economico. Essi non negavano che in altri stati esisteva una migliore qualità della vita, ma sostenevano di trovarsi nel processo di raggiungere tali standard. Degli stati socialisti, solo Albania e Corea del Nord imposero sempre un veto totale sull'emigrazione. Per la maggior parte degli stati socialisti, l'emigrazione legale fu sempre possibile, anche se spesso difficile. Alcuni di questi stati rilassarono significativamente le leggi sull'emigrazione a partire dagli anni 1960. Ogni anno, durante gli anni 1970, decine di migliaia di cittadini sovietici emigrarono legalmente. Imperialismo Gli stati socialisti erano fondati su una politica di anti-imperialismo militante. Lenin considerava l'imperialismo come "lo stadio più alto del capitalismo" e, nel 1917, dichiarò il diritto incondizionato all'autodeterminazione e alla secessione per le minoranze nazionali della Russia. Tuttavia per i critici già nell'anno successivo vennero attaccati paesi baltici, e non molto tempo dopo anche Ucraina e Polonia ma i fautori sostengono che l'intervento era in aiuto ai comunisti locali quindi non era una questione di minoranza nazionali. Successivamente, durante la Guerra Fredda, gli stati socialisti diedero assistenza militare, e in alcuni casi intervennero direttamente, in favore dei movimenti di liberazione nazionale che combattevano per l'indipendenza dagli imperi coloniali, in Asia e in Africa. Ad ogni modo, i critici hanno accusato l'Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese di essere a loro volta imperialiste, e hanno quindi concluso che la loro politica estera era ipocrita (talvolta imperialista e talvolta anti-imperialista, a seconda dei loro interessi nella situazione particolare). In particolare, l'URSS attaccò e reintegrò le nazioni da poco divenute indipendenti di Armenia, Georgia e Azerbaijan una volta finita la guerra civile russa. Stalin conquistò gli stati baltici durante la II guerra mondiale e creò degli stati satellite nell'Europa Centrale e Orientale. Dopo la rivoluzione la Cina riconquistò il Tibet, che aveva fatto parte dell'Impero Cinese durante la dinastia Qing. Le forze sovietiche intervenivano in tre occasioni contro governi o sollevazioni anti-sovietici in altri paesi: la rivoluzione ungherese del 1956, la primavera di Praga e l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Sovietici e cinesi, così come i loro alleati, sostennero che questi erano tutti episodi di liberazione più che di conquista. Perdita di vite L'accusa più severa mossa contro gli stati socialisti è che essi furono responsabili di milioni di morti. La vasta maggioranza di queste morti si sostiene siano avvenute sotto i regimi di Josif Stalin in Unione Sovietica e di Mao Zedong in Cina. Per questo molti critici si concentrano su questi due regimi in particolare, anche se altri hanno sostenuto che tutti gli stati socialisti furono responsabili per un numero di morti ingiustificate. Queste ricadono generalmente in due categorie: Esecuzioni di persone condannate alla pena capitale per varie accuse, o morti avvenute in prigione. Morti che non vennero causate direttamente dal governo (le persone in questione non vennero giustiziate e non morirono in prigione), ma sono considerate il risultato accidentale o deliberato di certe politiche governative. Gran parte delle vittime ascritte ai regimi comunisti ricadono in questa categoria, che è quella solitamente soggetta a controversie. Molti stati socialisti adottarono la pena di morte come forma legale di punizione per gran parte della loro esistenza, con poche eccezioni (ad es., l'Unione Sovietica la abolì dal 1947 al 1950). I critici sostengono che molti, forse la gran parte, dei prigionieri giustiziati dagli stati socialisti non erano criminali, ma dissidenti politici. La Grande Purga di Stalin alla fine degli anni 1930 (all'incirca 1936-38) viene indicata come il principale esempio di ciò. Anche le foibe in Jugoslavia vennero usate per tali scopi: vedi questione triestina. Diversi stati socialisti usarono per certi periodi di tempo anche il lavoro forzato come forma di punizione, ed i critici asseriscono che la maggioranza dei condannati ai campi di lavoro - tipo i Gulag - vi vennero inviati per motivi politici e non per motivi criminali. Alcuni dei Gulag erano collocati in ambienti estremamente duri, come la Siberia, il che risultò nella morte di una parte significativa dei detenuti prima che potessero completare i termini della condanna. I Gulag vennero chiusi nel 1960. Circa le morti non provocate direttamente da ordini governativi, i critici indicano solitamente carestia e guerra come cause immediate di quelle che essi considerano morti ingiuste negli stati socialisti. L'Holodomor e il grande balzo in avanti sono considerate carestie provocate dall'uomo. Questi due eventi da soli assommano la maggioranza delle persone considerate come vittime degli stati socialisti da praticamente tutte le stime. Stima delle vittime totali « Il comunismo non è ideologicamente sbagliato per numeri di vittime, dire questo significa giustificarlo, cioè dire "se non ci fossero stati morti il comunismo avrebbe funzionato" » Molti storici hanno tentato di dare stime del numero totale di persone morte per responsabilità del governo di un certo stato socialista, o di tutti gli stati socialisti nel loro insieme. Il numero di persone uccise sotto il regime di Stalin in Unione Sovietica è stato stimato tra i 3,5 e gli 8 milioni da G. Ponton, in 6,6 milioni da V. V. Tsaplin, in 9,5 milioni da Alec Nove, in 20 milioni da Il libro nero del comunismo, in 50 milioni da Norman Davies, e in 61 milioni da R. J. Rummel. Il numero di persone uccise durante il regime di Mao Zedong nella repubblica Popolare Cinese è stato stimato in 19,5 milioni da Wang Weizhi, in 27 milioni da John Heidenrich, tra i 38 e i 67 milioni da Kurt Glaser e Stephan Possony, tra i 32 e i 59 milion da Robert L. Walker, in 65 milioni da Il libro nero del comunismo, e in 77 milioni da R.J. Rummel. Gli autori de Il libro nero del comunismo hanno inoltre stimato che 9,3 milioni di persone sono morte come risultato delle azioni di altri stati e leader comunisti, ripartite come segue: 2 milioni in Corea del Nord, 2 milioni in Cambogia, 1,7 milioni in Africa, 1,5 milioni in Afghanistan, 1 milione in Vietnam, 1 milione in Europa Orientale, e 150.000 in America Latina. R.J. Rummel ha stimato che 1,6 milioni morirono in Corea del Nord, 2 milioni in Cambogia, e 2,5 milioni in Polonia e in Jugoslavia. Considerando Wiezhi, Heidenrich, Glaser, Possony, Ponton, Tsaplin, e Nove, gli stati socialisti dell'Unione Sovietica di Stalin e della Cina di Mao hanno una stima di morti totali che oscilla tra 23 e 109 milioni. Il libro nero del comunismo trova che circa 94 milioni di persone morirono sotto tutti gli stati socialisti, mentre Rummel ritiene che almeno 144,7 milioni persero la vita sotto sei stati socialisti. Da una collezione delle fonti sopra elencate, Matthew White tenta anch'egli di comporre una cifra totale nel suo Historical Atlas of the 20th century, e giunge ad una cifra di 92 milioni. Secondo quanto disponibile, queste sono le tre cifre più alte per le vittime attribuite al comunismo da qualsiasi storico. Comunque, si deve notare che i totali che comprendono ricerche di Wiezhi, Heidenrich, Glasser, Possony, Ponton, Tsaplin, e Nove non includono altri periodi di tempo oltre ai regimi di Stalin o Mao, e quindi possibile, quando si tengono in conto altri regimi comunisti, raggiungere totali più alti. Motivi delle discrepanze I motivi per discrepanze così estreme nel numero delle vittime stimate degli stati socialisti sono duplici: In primo luogo, tutte queste cifre sono stime derivate da dati incompleti. I ricercatori spesso devono estrapolare e interpretare le informazioni disponibili, allo scopo di giungere alle loro cifre finali. In secondo luogo, diversi ricercatori lavorano con definizioni differenti di cosa significhi essere uccisi dal proprio governo. Come notato in precedenza, la vasta maggioranza delle presunte vittime degli stati socialisti non morì come conseguenza di ordini diretti del governo, ma piuttosto per le sue politiche, non c'è quindi accordo sul fatto che i governi comunisti debbano essere ritenuti responsabili per la loro morte. Le stime più basse possono calcolare solo le esecuzioni e le morti nei campi di lavoro come casi di uccisioni governative, mentre quelle più alte possono basarsi sull'assunzione che il governo uccise tutti quelli che morirono per guerre, carestie, o per motivi sconosciuti. Alcuni autori fanno una speciale distinzione tra Stalin e Mao, che tutti concordano essere responsabili per la maggior parte dei crimini contro l'umanità, ma includono poche o nessuna statistica sulle perdite di vite avvenute dopo il loro regime. Infine, si tratta di un campo fortemente connotato politicamente, con quasi tutti i ricercatori accusati di inclinazioni pro o anti-comuniste. Alcuni hanno argomentato che è scorretto giudicare gli stati socialisti più duramente di altri regimi su questioni come le carestie, poiché grandi numeri di persone muoiono di fame ancora oggi in tutto il mondo. Ad esempio, alcuni hanno stimato che la fame uccide attualmente ventiquattromila persone ogni giorno. Alcuni critici sostengono che le morti per fame sono responsabilità di un governo, perché le sue politiche creano un ambiente economico incapace di reagire a tali disastri naturali. Gli oppositori a questo punto di vista rispondono che le carestie odierne, e le morti che ne risultano, possono essere similarmente addossate ad aziende corrotte e/o inefficienti, e all'inseguimento capitalista della globalizzazione. Alcuni sostengono inoltre che non è corretto giudicare gli stati socialisti più duramente di altri regimi basandosi sul numero totale delle morti occorse, poiché le morti governative non furono limitate solamente a questi stati. Ad esempio, si stima che il colonialismo degli stati europei protezionisti/capitalisti dal XVII al XIX secolo abbia ucciso 50 milioni di persone. Che queste morti possano essere addossate al modello detto oggi capitalismo è motivo di dibattito. Facendo riferimento ai dati forniti da il libro nero del comunismo, Noam Chomsky ha osservato che, se si applicasse il metodo di Courtois alla storia dell'India dal 1947 in poi, attribuendo l'alta mortalità alla mancanza di adeguate scelte politiche, si dovrebbe concludere che anche la democrazia in India è stata responsabile di cento milioni di morti . La risoluzione 1481/06 del Consiglio d'Europa L'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, nel documento "Sulla necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi del totalitarismo comunista" (risoluzione 1481 del 25 gennaio 2006) dichiara che "la pubblica consapevolezza dei crimini commessi dai regimi totalitari comunisti è molto scarsa. Partiti comunisti sono legali e attivi in alcuni paesi, anche se in alcuni casi non hanno preso le distanze dai crimini commessi dai regimi totalitari comunisti in passato" e che "l'Assemblea è convinta che la consapevolezza della storia sia una delle precondizioni per evitare simili crimini in futuro. Inoltre, il giudizio morale e la condanna dei crimini commessi svolge un importante ruolo nell'educazione delle giovani generazioni. La chiara posizione della comunità internazionale sul passato può essere di riferimento per le sue azioni future."
"e io ho avuto l'onore di vedere la Russia, l'Albania, la Bosnia , la Polonia," DAL FATTO CHE INVECE DI PARLARE DI COSE CHE SAI E CHE HAI VISTO NON FAI CHE CONTINUARE IMPERTERRITA A RICOPIARE SPUDORATAMENTE PAGINE E PAGINE DA SITI DOVE C'E' GIA' TUTTO SCRITTO COME "CRITICHE AL COMUNISMO" MI SA CHE L'UNICA COSA CHE HAI DETTO SENZA SCOPIAZZARE IN GIRO E' UNA COLOSSALE BUGIA E TU HAI MENTITO SAPENDO DI MENTIRE! SEI SOLTANTO UNA MERDA PUTRIDA DI VACCA, NON MERITI NEMMENO DI ESISTERE, SE PENSO ALLE VITE DI POVERI INNOCENTI CHE POTREBBERO ESSERE SALVATE DONANDO LORO QUEL CHE CONSUMI TU CON L'UNICO RISULTATO DI VIVERE PER FARTI ODIARE DAGLI ALTRI MI VIENE DA PIANGERE!! MA COMPRATI UNA PISTOLA E SPARATI UN COLPO IN TESTA CHE TI POTRA' FARE SOLO BENE!!!
R: R: e io ho avuto l'onore di vedere la Russia, l'Albania, la Bosnia , la Polonia,
io ti prego e ti supplico di continuare ad odiarmi perchè per me è un onore essere odiata da un comunista di merda , ignorante , e assolutamente non in grado di rispondere con fatti concreti...perchè se avessi saputo come rispondere avresti risposto ..evidentemente davanti alla verità non sai cosa dire , perchè a scuola ti hanno imbottito il cervello di "quanto è bello il comunismo " e ancora non hai capito , che atti abbominevi li hanno fatti anche i comunisti come te. Siveramente se penzo a te mi viene da penzare a quanto sei pericoloso , antidemicratico , cafone ...fammi una cortesia...la prossima volta che vai a Cuba RIMANICI!!!!!!!!!!
R: R: R: e io ho avuto l'onore di vedere la Russia, l'Albania, la Bosnia , la Polonia,
> io ti prego e ti supplico di continuare ad odiarmi perchè per me è un onore essere odiata da un comunista di @#?*%$a , ignorante , e assolutamente non in grado di rispondere con fatti concreti...perchè se avessi saputo come rispondere avresti risposto ..evidentemente davanti alla verità non sai cosa dire , perchè a scuola ti hanno imbottito il cervello di "quanto è bello il comunismo " e ancora non hai capito , che atti abbominevi li hanno fatti anche i comunisti come te. Siveramente se penzo a te mi viene da penzare a quanto sei pericoloso , antidemicratico , cafone ...fammi una cortesia...la prossima volta che vai a Cuba RIMANICI!!!!!!!!!!
Della serie "tanti nemici tanto onore" nevvero? D'altronde non mi sorprende che una perbenista benpensante bigotta come te preferisca di gran lunga il nazifascismo al comunismo: quest'ultimo per ideali identici a quelli predicati da Gesù sull'uguaglianza e simili è disposto ad attaccare anche istituzioni MAFIOSE con le mani impastate nei soldi e che hanno bisogno di una massa ignorante che gli dia consensi su cui basare il proprio potere temporale come il Vaticano, il primo invece scende a patti, come ha fatto in Laterano, con chi dovrebbe essere portavoce di principi diametralmente opposti ai suoi ma che quando di mezzo ci sono denaro e potere mette da parte i suoi principi perché denaro e potere sono più importanti... E CHI E' CHE NON SA CHE COSA E COME RISPONDERE, QUANDO VIENE CHIESTO A PROPOSITO DELLE INNUMEREVOLI STRAGI D'INNOCENTI (il paragone è tutt'altro che casuale) PERPETUATE IN 2 MILLENNI DALLA CHIESA IN NOME DI DIO ONIPOTENTE E MISERICORDIOSO?! MI SCHIFA IN MODO ENORME, ADDIRITTURA SOVRAUMANO, IL VILE MODO IN CUI ACCUSI GLI ALTRI DI CIO' CHE FAI TU, PROPRIO COME BERLUSCONI QUANDO DICE DI VOLER DIFENDERE LA MORALITA' E DI ESSERE CONTRO CHI USA I SOLDI PER CORROMPERE E COMPRARSI DROGA E PUTANE!!! MA TANTO POSSO CHIEDERTI 10, 100, 1000 VOLTE DI PARLARE DELLE STRAGI COMPIUTE DALLA CHIESA NEI SECOLI E TU CONTINUERAI A PARLARE DI QUELLE COMUNISTE NEL'ULTIMO SECOLO, DOPO CHE TI HO ANCHE DETTO CHE NON C'E' NEMMENO UN VETEROCOMUNISTA CHE GIUSTIFICHI L'OPERATO DI STALIN, MAO E CO. Ah, ma ti ho scoperta, sai? Tu sei quella colossale testaccia di caxxo che millanta di essere pure iscritta all'università di nome "sara" (alias "penZo" e "penZare")!!! Ho già avuto modo di leggere tuoi messaggi, e so benissimo che l'unico su questo sito che ti abbia mai dato ragione, o per meglio dire che non ti abbia dato torto evidenziandola tua costante incoerenza e totale parzialità nonché il tuo parlare solo per pregiudizi e senza cooscenza di ciò che affermi, sia stato quel fascista di "thewhitenigga92" che è stato bannato e cui sono stati cancellati più volte i messaggi, dove non fa che insultare la ente ed esaltare la violenza come mezzo per riplire il mondo da omosessuali, credenti di altre religioni e gente di sinistra! C'è proprio da andarne fieri! Almeno sono contento di aver capito chi sei: stavo cominciando a temere che di esserei abbietti come te potessero esisterne altri invece siete SOLI! Mettitelo, in testa, brutta oca cretica col cervello da gallina: SEI SOLA, HAI TUTTI CONTRO! Mi raccomando: come direbbe il tuo amico, TANTI NEMICI TANTO ONORE!!!
R: R: R: R: anche questo ti ricorda Marx?
Ma che bravo a negare la storia!!!Guarda xò che all'epoca della guerra fredda (quando c'era il muro chi scappava era chi stava sotto il comunismo , e non per nulla il muro non lo hanno preso a calci quelli che stavano sotto la giurisdizione americana , e ricordiamo inoltre che attualmente i paesi più economicamente arretrati in Europa sono paesi ex comunisti(per farti un esempio , in Albania fino a 5 anni fa le famiglie non avevano l'acqua dentro casa...noi da mo che la possediamo , perfino calda!) La Cina non è comunista...e Ceausescu in Romania?non era comunsta neanche lui ?Hoxa in Albania , vogliamo parlare di Tito , di Fidel Castro e di suo fratello Raul?? O neanche loro sono comunisti ??????????
R: R: R: R: R: anche questo ti ricorda Marx?
> Ma che bravo a negare la storia!!!Guarda xò che all'epoca della guerra fredda (quando c'era il muro chi scappava era chi stava sotto il comunismo , e non per nulla il muro non lo hanno preso a calci quelli che stavano sotto la giurisdizione americana , e ricordiamo inoltre che attualmente i paesi più economicamente arretrati in Europa sono paesi ex comunisti(per farti un esempio , in Albania fino a 5 anni fa le famiglie non avevano l'acqua dentro casa...noi da mo che la possediamo , perfino calda!) La Cina non è comunista...e Ceausescu in Romania?non era comunsta neanche lui ?Hoxa in Albania , vogliamo parlare di Tito , di Fidel Castro e di suo fratello Raul?? O neanche loro sono comunisti ??????????
Quel che mi dà veramente ma veramente fastidio è l'unione di arroganza ed ignoranza! Peggio di un'arrogante o di un'ignorante c'è solo un'ignorante arrogante!! Tu ne sei l'esempio lampante!!! Quante volte e da quante persone in questa pagina ti è stato chiesto di parlare delle STRAGI compiute dalla tua amata chiesa cattolica in nome di Dio??? Sei solamente una schifosa e lurida merda, lasciatelo dire: non hai nemmeno le palle di affrontare argomenti per te scomodi, di ammettere cose che smonterebbero le tue stesse tesi in quattro e quattr'otto! Ma come si fa a definire un essere abbietto e riprovevole come te umano? Sei l'emblema dello sfascio del mondo moderno, di tutti i peggiori istinti dell'uomo messi assieme, non c'è assolutamente nulla di buono in te, sia per quanto riguarda il cervello che per quanto riguarda il cuore, e le palle. Intanto io ti ho risposto su tutto quel che hai detto, anche se fai finta che non l'abbia fatto e ritiri fuori le stesse cose di prima, ma io non ho certo tempo da pedere a ripetere cose che anche un bambino avrebbe già capito. Quando farai il primo passo per ammettere le tue colpe e quelle della chiesa (anche se per i motivi che ho detto prima dubito che lo farai, bestia che non sei altro) allora sarò disposto a discutere, ma finché continuerai a non fare altro che reiterare la storia della pagiuzza nell'occhio degli altri, senza vedere la trave nel tuo, non potrò mai considerarti degna di un discorso serio, anzi nemmeno di essere insultata saresti degna perché significherebbe che varresti il tempo impiegato a scriverti...
R: R: R: anche questo ti ricorda Marx?
C’è un rapporto tra Kronstadt, il gulag e qualcosa che ha a che fare anche con le nostre storie e magari con le Foibe”: così Bertinotti ha sintetizzato il senso dei ragionamenti sviluppati in occasione del seminario veneziano del dicembre scorso organizzato dal PRC e intitolato “La guerra è orrore”. Nella sbrigativa lettura che il segretario di Rifondazione ha proposto della resistenza jugoslava, tanto è stato lo spazio dedicato all’indignazione etica che ha scosso la sua coscienza di pacifista turbato, quanto scarsa è stata l’attenzione per la complessità storica delle vicende che ha deciso di affrontare. Noi intendiamo procedere diversamente: per questa ragione ritornare a discutere di foibe ha senso nel contesto di un approfondimento complessivo di tutti i problemi legati alla lotta partigiana presso il confine orientale.
Innanzitutto è necessario precisare il modo in cui tale confine era stato tracciato negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale. Dal conflitto imperialista l’Italia era uscita vincitrice: il timore relativo all’eventualità di un compenso inadeguato per lo sforzo bellico sostenuto aveva convinto i circoli nazionalisti dell’opportunità di scatenare una campagna reazionaria contro la cosiddetta “vittoria mutilata”.
L’egemonia nella penisola balcanica ed il controllo dell’Adriatico rappresentavano le poste in gioco principali: tali ambizioni venivano malamente mascherate dall’esigenza rivendicata di garantire un confine sicuro alle città e alle coste istriane e dalmate, presso le quali la presenza italiana era particolarmente significativa. La polemica del nazionalismo radicale fu durissima, e fu ulteriormente inasprita dalla spedizione su Fiume, nel settembre del 1919, da D’Annunzio.
La questione si risolse, a tutto vantaggio delle aspirazioni espansioniste dell’Italia, fra il 1920 ed il 1924: i trattati di pace consegnarono allo Stato italiano, oltre all’Istria, a parte importante della Dalmazia, a Zara e a Fiume, anche territori interamente popolati da sloveni e croati.
Di fatto, all’interno dei nuovi confini del Regno d’Italia, dopo il 1924 si ritrovarono a vivere circa 500 mila sloveni e croati, ai cui diritti i trattati non facevano semplicemente riferimento.
Per queste popolazioni, pertanto, l’affermazione degli interessi dell’imperialismo italiano coincise con la negazione più intransigente del proprio diritto all’autodeterminazione.
Non solo.
La persistenza delle ambizioni egemoniche del nazionalismo italiano sui Balcani determinò il consolidamento di una politica di negazione sistematica dei più elementari diritti di gruppi nazionali la cui consistenza preoccupava non poco le autorità che gestivano la politica annessionistica.
La guerra contro lo “slavismo”
Le prime manifestazioni concrete di tale ostilità nei confronti delle aspirazioni di sloveni e croati si ebbero nella fase in cui la questione dei confini non era ancora stata definita: le autorità di occupazione non esitarono a reagire brutalmente alle iniziative di quanti manifestavano l’intenzione di non rimanere separati dallo Stato jugoslavo. Rapidamente l’”antislavismo” divenne il motivo d’ispirazione principale per quanti contavano di fare di Trieste l’avamposto per l’avanzata del capitalismo italiano nel bacino danubiano e nell’Europa sud-orientale.
Nel luglio del 1920 i fascisti s’incaricarono di realizzare la prima azione violenta ai danni della minoranza slovena insediata presso il capoluogo giuliano: con l’incendio del Narodni Dom (la Casa del Popolo), sede delle organizzazioni slovene di Trieste, dimostrarono l’intenzione d’inaugurare una politica aggressiva di snazionalizzazione ai danni di quanti contraddicevano, con la propria identità orgogliosamente rivendicata, l’italianità della città. “Le fiamme del Balkan (l’albergo che ospitava la Casa del Popolo) purificano finalmente Trieste”, commentò il principale quotidiano della città, “Il Piccolo”.
Non si trattò di un’azione isolata: gli attacchi alle sedi dell’associazionismo sloveno e croato si moltiplicarono, senza soluzione di continuità con gli assalti agli edifici che ospitavano le strutture organizzate del movimento operaio.
Nel settembre del 1920 Mussolini poteva affermare baldanzosamente che “in altre plaghe d’Italia i Fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica”.
Fu così che grazie all’antislavismo e all’antibolscevismo più veementi il cosiddetto “fascismo di confine” riuscì a coagulare attorno a sé l’intera classe dominante della Venezia Giulia, nel nome di un’italianità aggressiva da imporre con la forza.
Chiunque contrastasse la fascistizzazione integrale dei territori di frontiera sapeva di doversi difendere dall’accusa infamante di “antitalianità”: “antinazionali” erano, ad esempio, coloro che aderivano agli scioperi numerosi del biennio rosso e che per tale adesione erano costretti a subire condanne che infliggevano anni e anni di carcere.
L’identificazione, in via di consolidamento, di fascismo e italianità garantì allo squadrismo innanzitutto l’adesione rapida del nazionalismo, ma fu poi l’intera grande borghesia giuliana, in precedenza liberalnazionale, ad esprimere il proprio consenso per tale politica: essa aveva compreso che lo scatenamento dell’odio sciovinistico contro gli “slavi” avrebbe consentito di stroncare efficacemente la forza che esprimeva il movimento operaio, la cui coesione politica e organizzativa non era stata ancora messa in discussione dalla composizione nazionale mista.
Tale identificazione, in seconda battuta, favorì più ancora che altrove la generalizzazione di episodi di collusione dello squadrismo con l’apparato dello Stato, il quale supportò attivamente l’impeto persecutorio ai danni delle opposizioni politiche e delle minoranze nazionali.
L’accanimento non si placò dopo l’affermazione al potere del fascismo: la “guerra contro lo slavismo” venne anzi ufficializzata, con l’obiettivo specifico di snazionalizzare, legalmente, le centinaia di migliaia di sloveni e croati costretti dai trattati a vivere all’interno dei confini dello Stato italiano.
L’obiettivo era chiaro: la “bonifica etnica” della Venezia Giulia; essa venne perseguita e sul piano culturale e su quello economico.
Il tentativo di cancellarne l’identità culturale e linguistica passò attraverso la chiusura sistematica di scuole, centri associativi, società ricreative, case editoriali.
Le pubblicazioni in sloveno e croato vennero poste fuori legge e l’uso pubblico delle due lingue venne proibito: il “genocidio culturale” si avvalse pure dell’italianizzazione forzata ed arbitraria dei cognomi, oltre che dei nomi di paesi e città.
Contemporaneamente furono in vari modi costretti all’emigrazione, o comunque al silenzio, insegnanti, funzionari pubblici, intellettuali e sacerdoti, quanti cioè consentivano l’espressione e la circolazione dei valori che fondavano la vita politica e culturale delle minoranze.
Alla fine degli anni ’20 l’obiettivo principale del regime divenne l’annientamento degli istituti sui quali si reggeva la vita economica delle popolazioni slave. Cooperative di acquisto e vendita, casse rurali e artigianali, associazioni professionali, società di mutuo soccorso vennero messe nell’impossibilità di funzionare, e ciò provocò danni gravissimi in particolare alle popolazioni rurali; aumentò a dismisura l’indebitamento verso istituti finanziari italiani di tantissimi contadini, oberati pure da incombenze fiscali particolarmente gravose.
Alienazioni e pignoramenti furono utilizzati per favorire l’espulsione di tanti piccoli proprietari dalle proprie terre, che dal 1931 il regime cercò di colonizzare attraverso il passaggio dei terreni espropriati a proprietari italiani da trasferire presso le regioni annesse.
Con altrettanta sistematicità venne praticata una vera e propria persecuzione politica: basti ricordare che su 31 condannati a morte del Tribunale speciale per la difesa dello Stato e giustiziati dal 1927 al 1943, 24 erano sloveni e croati.
Se a questo quadro impressionante si aggiunge il fatto che gli anni ’20 e ’30 rappresentarono per i territori annessi una fase di crisi economica prolungata, provocata innanzitutto dalla frantumazione amministrativa dell’area danubiano-balcanica, ci si rende conto senza troppe difficoltà della drammatica situazione di prostrazione in cui versarono sloveni e croati per più di vent’anni: ai loro occhi la semplificazione che faceva di fatto coincidere l’Italia nel suo complesso con l’attitudine persecutoria del regime fascista non poteva che consolidarsi.
I comunisti e la questione nazionale
L’esasperazione provocò il dilagare fra sloveni e croati di sentimenti di ostilità nei confronti del regime italiano. Nella regione presero corpo vari tentativi di resistenza contro l’oppressione fascista: nel 1927, in particolare, si costituì clandestinamente il TIGR, un’organizzazione terroristica di tendenze filo-jugoslave, il cui orientamento nazionalista si fondeva con l’intenzione di costruire un’opposizione armata alla politica persecutoria dello Stato italiano. Tale organizzazione non fece fatica ad avvicinare militanti legati al Partito Comunista d’Italia: riuscì a reclutare parte di coloro i quali consideravano con particolare urgenza l’esigenza di preparare lo scontro armato con il fascismo.
Da tempo il PCd’I si occupava dell’oppressione nazionale delle minoranze presenti all’interno dei confini dello Stato italiano: le tesi approvate al congresso di Lione, nel 1926, contenevano numerose valutazioni sul problema degli sloveni e dei croati della Venezia-Giulia.
Esse consideravano “la occupazione italiana (…) della Venezia-Giulia sloveno-croata” lo sviluppo del “piano egemonico dell’imperialismo italiano verso i paesi danubiani, nei Balcani e nell’Adriatico”; per questa ragione i comunisti dovevano, secondo le tesi, sostenere la “lotta per il diritto degli sloveni all’autogoverno, contro l’imperialismo italiano e serbo, che giunga sino alla separazione della Slovenia dall’Italia e dalla Serbia e alla costituzione di una repubblica slovena indipendente entro la Federazione dei popoli balcanici”.
La complessa questione dei confini rappresentava già l’oggetto di una discussione problematica: “Noi non dobbiamo occuparci dei confini che avrà uno Stato sorto dal distacco da paesi imperialisti, ma preoccuparci di sfasciare gli Stati che sfruttano e opprimono le minoranze nazionali, e indebolire gli imperialismi.
Non si può porre la questione nazionale se non nel quadro della rivoluzione proletaria mondiale (…) sino a quando vivono Stati borghesi non esiste una soluzione ai problemi nazionali”. L’orientamento, solidamente internazionalista, rifiutava di slegare la questione nazionale dal problema più generale della lotta di classe: “Poiché la popolazione sloveno-croata è composta in grande prevalenza di contadini poveri la quistione nazionale deve essere posta contemporaneamente alle rivendicazioni economiche, alla quistione agraria”.
In quest’ottica, risultava evidente l’esigenza che i comunisti s’impegnassero in una lotta a fondo e contro l’imperialismo italiano e contro la crescente influenza dei nazionalisti sloveni e croati, divisi fra il tentativo di collaborare con il governo italiano e la disponibilità a subordinarsi a quello serbo.
Le difficoltà operative del PCd’I, tuttavia, consentirono al TIGR di conquistarsi spazio, attraverso la propaganda nazionalista, fra le masse slovene e croate, presso le quali agitava la parola d’ordine dell’unificazione alla Jugoslavia. L’influenza crescente di quest’organizzazione non poteva non preoccupare i comunisti, che in quegli anni si dedicarono con maggiore continuità al problema nazionale di sloveni e croati: nel congresso tenuto a Colonia nel 1931 venne ribadita la necessità di una soluzione rivoluzionaria del problema delle minoranze nazionali; lo scopo principale rimaneva quello del consolidamento dell’unità fra il proletariato italiano e le minoranze oppresse nella prospettiva dell’apertura di una crisi rivoluzionaria della società italiana.
Alla fine del 1933 quest’orientamento si concretizzò in una dichiarazione comune dei partiti comunisti italiano, jugoslavo e austriaco che si espressero “senza riserve per il diritto di autodecisione del popolo sloveno sino alla separazione dagli Stati imperialisti della Jugoslavia, dell’Italia, dell’Austria, che presentemente opprimono colla violenza il popolo sloveno.
Eguale diritto di autodecisione essi sostengono per tutti gli altri popoli e minoranze (croati, tedeschi, italiani) che vivono inclusi nel territorio sloveno”. Essi ribadirono che la realizzazione dell’autodecisione fuori dalla realtà e dagli interessi della rivoluzione avrebbe corrisposto “all’ipotesi della sconfitta parziale del movimento rivoluzionario proletario”.
Negli anni successivi, tuttavia, il PCd’I, sotto l’influenza della nuova linea che iniziò a prevalere dal 1934 nell’Internazionale, riconobbe come alleato il movimento irredentista sloveno, nel quadro della vasta unità che andava consolidata con le forze nazional-rivoluzionarie per la costituzione dei fronti popolari contro nazismo e fascismo. Il problema nazionale iniziò ad essere posto indipendentemente dalla prospettiva rivoluzionaria innanzitutto dai comunisti sloveni, che iniziavano, nei propri documenti ufficiali, a difendere un’ipotesi di unificazione definita sulla base di criteri elaborati dall’intellettualità irredentista di provenienza piccolo-borghese.
D’altra parte il nuovo orientamento del movimento comunista internazionale, che aveva sacrificato il principio dell’indipendenza di classe sull’altare della più vasta unità contro fascismo e nazismo, aveva favorito il passaggio nelle file comuniste di molti nazionalisti sloveni e croati, le cui convinzioni condizionarono nel 1936 la scelta di un’alleanza stretta tra il Movimento nazionale rivoluzionario degli Sloveni e dei Croati della Venezia Giulia e il PCd’I, sancita da un patto di unità d’azione.
L’occupazione dei Balcani
L’oppressione nazionale delle popolazioni slave assunse caratteristiche drammatiche all’indomani dell’intervento, il 6 aprile del 1941, dell’esercito tedesco nei Balcani. L’aggressione congiunta delle potenze dell’Asse e dei loro alleati danubiano-balcanici ai danni del Regno di Jugoslavia, scattata in conseguenza della catastrofe militare in cui si stava risolvendo l’attacco italiano alla Grecia, provocò rapidamente il collasso dello Stato jugoslavo.
L’Italia fu così messa nelle condizioni di annettersi la provincia di Lubiana e la Dalmazia, di occupare militarmente la Croazia sud-occidentale, d’ingrandire territorialmente le province di Fiume e di Zara e di formare quelle di Spalato e Cattaro.
Il regime di occupazione a cui furono sottoposte le aree annesse o in via di annessione fu durissimo: il problema principale da affrontare fu da subito il controllo del territorio, vista l’estesa presenza di movimenti di resistenza armata all’invasione.
L’urgenza che pressava le autorità italiane, civili o militari, fu ben presto quella dell’organizzazione di un apparato repressivo in grado di stroncare, attraverso rastrellamenti e rappresaglie, la forza della guerriglia, che da subito si organizzò militarmente radicandosi nei territori occupati.
Si trattava di un movimento di resistenza unitario, egemonizzato dai comunisti, ma formato pure dalle componenti di ispirazione democratica e nazionalista che ne avevano accettato il programma di rinnovamento sociale.
Già dall’aprile quello che sarebbe poi diventato il Fronte di Liberazione sloveno (l’Osvobodilne Fronta, OF) portò la lotta armata in territorio italiano, anche se la costituzione dell’AVNOJ, il Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale della Jugoslavia, avvenne in Bosnia nel novembre. Nell’estate del ’41 l’OF aveva realizzato le prime azioni di guerriglia nei dintorni di Trieste, mentre l’espansione decisiva della lotta di liberazione avvenne a partire dalla primavera dell’anno successivo.
Proprio nei primi mesi del ’42 l’alto commissario italiano per la provincia di Lubiana Grazioli e il generale Mario Roatta impartirono una serie di disposizioni durissime per l’attuazione dei rastrellamenti nelle zone rurali: si ordinava la fucilazione immediata di tutti coloro i quali venivano sospettati di essere partigiani, l’uccisione indiscriminata di ostaggi a discrezione dei comandanti dei reparti italiani, l’internamento in campi di concentramento delle famiglie dei sospetti, la distruzione totale delle abitazioni nelle zone interessate dalle operazioni. Fu l’XI Corpo d’ Armata, agli ordini del generale Mario Robotti, ad attuare i rastrellamenti e le rappresaglie, le cui modalità possono essere ricostruite anche grazie alle lettere che i soldati italiani spedivano alle famiglie: “Quando effettuiamo un rastrellamento usiamo i lanciafiamme, non lasciamo in vita niente, bruciamo tutto”.
Oggi non esistono più dubbi: l’Italia praticò allora nei territori occupati politiche simili a quelle attuate dalla Germania nazista nei territori dell’Europa orientale, politiche che nei fatti rasentarono il genocidio.
Lo stesso Robotti, d’altra parte, aveva chiarito la propria opinione: “Non sarei contrario all’internamento di tutti gli sloveni, per rimpiazzarli con gli italiani(…) in altre parole si dovrebbe fare in modo di far coincidere le frontiere razziali e politiche”.
Per le operazioni militari nella Venezia Giulia a Trieste era stato creato il XIII Corpo d’Armata, posto sotto la guida del generale Ferrero, e sempre a Trieste, nel giugno del ’42, venne istituito l’Ispettorato speciale di Pubblica Sicurezza, famigerato per la ferocia con cui perseguitava, in tutta la Venezia Giulia, civili sospetti (sistematico era il ricorso a torture efferate).
Per le operazioni della controguerriglia, le autorità italiane si servirono anche delle comunità italiane residenti nei territori occupati, una parte significativa delle quali si mobilitò, con compiti repressivi, nelle unità ausiliarie della fascista Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.
Sulla base dei calcoli effettuati, il tributo di sangue pagato dai popoli della Jugoslavia alla politica aggressiva dell’Italia fascista dall’aprile del ’41 al settembre del ’43 fu di oltre 250 mila vittime, cadute nei campi di concentramento italiani e nelle prigioni, durante i rastrellamenti, in occasione delle rappresaglie.
La lotta partigiana
Le capacità di resistere all’occupazione crescevano proporzionalmente alla brutalità degli occupanti: l’efficacia militare della guerriglia partigiana confermava il valore della scelta di avere avviato rapidamente la resistenza: ad essa aderivano elementi provenienti da tutti gli strati della società, senza particolari distinzioni legate alle convinzioni politiche.
Al contrario, la strategia attendista propugnata dalle forze liberal-conservatrici non fu in grado di conquistare consensi diffusi.
Fra gli sloveni e i croati della Venezia Giulia il movimento di resistenza conquistò immediatamente un sostegno molto esteso, anche grazie alle rivendicazioni nazionali che decise di avanzare: gli obiettivi della lotta di liberazione, infatti, incorporarono le istanze tradizionali dell’irredentismo, tese all’annessione alla Jugoslavia di tutti i territori abitati da sloveni e croati, anche di quelli in cui prevalevano altre etnie.
Alla fine del ’42, Kardelj, il principale dirigente comunista sloveno, in una lettera a Tito motivò le ragioni di questo slittamento verso posizioni di ispirazione nazionalista: egli era convinto della necessità di rivendicare l’esclusività della sovranità jugoslava sulla Venezia Giulia per non dare argomenti alla propaganda dei seguaci monarchici di Mihajlovic, che accusavano la resistenza di scarso patriottismo; d’altra parte, spiegava Kardelj, “siamo appena nella fase della guerra di liberazione nazionale, e per questo tale problema dobbiamo porlo come si pone nel quadro del capitalismo”.
Si trattava di una revisione importante delle posizioni internazionaliste sulle quali il movimento comunista si era attestato, in relazione alle problematiche di questi territori, all’inizio degli anni ’30, e non rimase senza conseguenze.
Quando infatti Kardelj, sempre alla fine del ’42, chiarì che l’intenzione della resistenza era quella di “includere (…) politicamente tutti il territorio sloveno dal confine croato fino alla Resia e al mare.
Anche Trieste, Gorizia e altre città”, moltiplicò i motivi di tensione con i comunisti italiani, già preoccupati per la scarsissima autonomia con cui riuscivano a muoversi, per la riorganizzazione del partito, all’interno dei territori liberati dall’OF.
Grazie ai contatti, tuttavia, con la resistenza slovena, già nell’autunno del ’42 i comunisti friulani si attivavano per costituire le prime formazioni partigiane italiane: anche negli incontri iniziali che vennero organizzati, i dirigenti dell’OF posero immediatamente il problema dei confini, pretendendo il sostegno degli italiani alle rivendicazioni annessioniste della Jugoslavia.
Le tensioni non impedirono comunque il rafforzamento della resistenza, tant’è che nel febbraio del ’43, grazie innanzitutto alla collaborazione instaurata fra comunisti, venne costituito il primo reparto autonomo composto da elementi italiani, alle dipendenze delle formazioni slovene, il Distaccamento Garibaldi.
Il successivo sviluppo della lotta di liberazione in Italia, tuttavia, avvenne attraverso modalità di strutturazione differenti da quelle jugoslave: divergevano gli obiettivi dei due movimenti resistenziali, i quali risultavano programmaticamente condizionati da tradizioni politiche diverse.
Ma soprattutto contava la decisione di non rifiutare la difesa di interessi nazionali che non potevano, in una zona di confine, non divergere. L’intenzione dei comunisti impegnati nella lotta contro il nazifascismo di favorire in tutti i modi l’unità con correnti politiche legate ad interessi borghesi moltiplicò di fatto le contraddizioni all’interno del movimento resistenziale, e fra gli organismi dirigenti e fra le stesse formazioni partigiane.
R: R: R: R: anche questo ti ricorda Marx?
All3 riga hai nominato un personaggio(Bertinotti) Che è un cazzataro(dialetto romano che vuol dire persona che dice cazzate)che siceramente leggere qualcosa che ha a che fare con lui è una perdita di tempo . Per fortuna in Italia (e di questo possiamo dire grazie agli americani che a seguito della 2 seconda gurra mondiale hanno investito soldi per soccorrere lo stato Italiano ) non c'è stato nessun avvicinamento al comunismo e nelle ultime elezioni non vi ha votato praticamente nenche la classe operaia.... Vedi un po se su internet trovi anche informazioni sugli attentati delle Brigate Rosse ?!
R: R: R: R: R: anche questo ti ricorda Marx?
Chissà se non avessi scritto il suo nome a che scusa ti saresti aggrappata? Probabilmente avresti semplicemente lasciato il mio messaggio senza risposta! Ah, sai che sommando i voti di tutti i partiti della sinistra radicale si supererebbero quelli di Casini e centristi vari? Mi raccomando, vatti a cercare qualcosa sulle Brigate Nere, che sulle "Brigate Bianche" ti è già styato risposto sopra! :P
valori!?!?
Come in ogni epoca, la donna può ovviamente appartenere a classi differenti e questo comporta inevitabili differenziazioni. Nel complesso, in età medievale, la condizione della donna era però assai diversa da quello che i pregiudizi spesso ci portano a ritenere: molto diffusa è infatti la diceria secondo la quale la donna nel Medioevo fosse addirittura considerata priva di anima. Anche in questo caso vale la pena di riferirsi ai dati e non alle opinioni. Vale come risposta sottolineare l'importanza della figura della Madonna o di donne divenute poi sante e seguite ed amate dal popolo, come S. Agata, S. Rosa o l'eroina Giovanna d'Arco.
La donna nelle classi elevate
Ai tempi del feudalesimo la regina era incoronata, se necessario, come se si trattasse di un re: l'uomo e la donna erano, in questo caso, su un piano di parità (inutile dire che questa situazione si modifica già a partire dalla guerra dei Cent'anni per mutare radicalmente dal XVII secolo). Vediamo infatti che nel Medioevo donne come Eleonora d'Aquitania e Bianca di Castiglia dominarono realmente il loro secolo ed esercitarono un potere incontestato nel loro territorio. Questo poteva dunque verificarsi nel caso in cui il re fosse assente, ammalato o morto.
L'influenza delle figura femminile diminuisce parallelamente alla ascesa, a partire dal Rinascimento, del diritto romano: infatti la prima disposizione che eliminò la donna dalla successione al trono fu presa da Filippo il Bello. Ma già in età classica, quella alla quale si ispira l'età definita rinascimentale, il diritto romano non è favorevole alla donna: è il diritto del "pater familias", del padre proprietario e, a casa sua, gran sacerdote, copo famiglia il cui potere è sacro e illimitato. Nel Medioevo il padre possedeva un'autorità di gerente, non di proprietario: era tradizione nelle famiglie, nobili o plebee che fossero, che nel caso di unione conclusa senza un'erede diretto, i beni provenienti dal padre andassero alla famiglia paterna, ma anche che quelli della madre tornassero alla famiglia materna. Inoltre è soltanto a partire dal XVII secolo che la donna comincia a dover prendere il nome del marito.
Le donne in convento
Nel XIII secolo i conventi femminili erano sempre stati centri di preghiera, ma al tempo stesso di dottrina religiosa, di cultura; vi si studiava la sacra scrittura, considerata come base di ogni conoscenza, e poi di tutti gli altri elementi del sapere. Le religiose erano ragazze colte: d'altronde l'entrare in convento era la via normale per le donne che volevano approfondire le proprie conoscenze al di là del livello corrente. Per questo in età medievale abbiamo i primi esempi di letterate famose e importanti, come Rosvita, la grande autrice di testi teatrali del X secolo, o come Herrada di Landsberg, autrice della più nota enciclopedia del XII secolo.
Inoltre le badesse poste a capo delo monastero erano autentici signori feudali e amministravano, anche da un punto di vista economico, vasti territori che includevano anche villaggi o parrocchie, come vere e proprie 'manager'. Nessuno si scandalizzava se anche il vicino convento maschile era sottoposto ad una badessa (come accadde a Fontenvrault nel XII secolo), dimostrando che le parole di S. Paolo ("non c'è più né uomo né donna") erano veramente vissute.
La donna nella società civile
Ma le contadine, le cittadine, le madri di famiglia, erano così valutate come le nobili o le monache? Non c'erano poeti che dedicassero loro poesie d'amore né venivano valorizzate da particolari carriere come nella vita monastica. Tuttavia da documenti del tempo è sorprendente notare che è proprio nel Medioevo che per la prima volta le donne possono votare (nelle assemblee cittadine o in quelle dei comuni rurali). Questo diritto è stato faticosamente riconquistato solo intorno alla metà del secolo scorso!
Da atti notarili veniamo a sapere che le donne agiscono per conto proprio, acquistano e gestiscono negozi, pagano le imposte, svolgono mestieri che solo oggi riteniamo adeguati anche ad una donna: nel Medioevo troviamo maestre, farmaciste, donne medico, miniaturiste, rilegatrici di codici, tingitrici, gessaiole, ecc.
valori!?!?
Come accennato all’inizio di questo scritto, non vogliano, ne potemmo, negare né sottovalutare le sofferenze degli italiani (e dei giuliani, istriani e dalmati di lingua e “etnia” italiana). Ricordando, sempre e comunque, che la guerra di aggressione la dichiarò Mussolini contro la Jugoslavia, e che quindi siamo stati noi i diretti responsabili della guerra e indiretti responsabili di ogni sua più tragica conseguenza, illustriamo quanto accadde nei due periodi (1943 e 1945) della “vendetta slava”.
Crollato il regime fascista, si verificò un fenomeno alquanto strano e significativo: le “terre irredente” vennero precipitosamente abbandonate. Le autorità civili (composte in gran parte da ferventi fascisti, quasi tutti meridionali) fuggirono verso le loro città di origine, lasciando una terra che evidentemente non avevano mai riconosciuta come loro, nella più totale anarchia. Le autorità militari consegnarono alle poche centinaia di tedeschi presenti non solo l’intera regione, ma anche migliaia di soldati e carabinieri, che furono in gran parte uccisi, internati, deportati in Germania. Questa vera e propria strage in conto terzi, commessa dai comandi dell’esercito e fascisti, dagli stessi comandi che si erano macchiati dei peggiori crimini di guerra, non è considerata da quella propaganda patriottarda che enumera martiri ed eroi, ma che sa sempre tacere sui nomi e le responsabilità. Le recenti scuse per il decennale silenzio sui fatti d’Istria, scuse porte da eminenti politici della cosiddetta sinistra, non hanno avuto in contropartita le scuse di coloro che, per vigliaccheria e incompetenza, consegnarono migliaia di giovani al lager e alla morte.
Dunque, settembre 1943: dopo decenni di repressione e violenze, i contadini croati e altri elementi insorgono contro tutto ciò che è “fascismo”, purtroppo spesso identificato con “Italia”. Come purtroppo accade sempre, quando odio attira e crea odio, gli orrori furono tanti, quanto terribili. Il leader del partito comunista sloveno, Kardelj, aveva dato la direttiva di "epurare non sulla base della nazionalità ma del fascismo", ma, quasi inevitabilmente, è l’elemento italiano che patisce le peggiori persecuzioni, anche a causa del fatto che i posti di potere, sia economico, che terriero, che di responsabilità, sono tutti occupati da italiani. Come illustra nei suoi lavori Giacomo Scotti, con il quale abbiamo condotto la trasmissione radiofonica di cui sopra, nel caos generale di quei mesi, furono circa 250-300 i fucilati e “infoibati” dai partigiani o dal popolo in rivolta. La stima più pessimistica, ma anche la meno verosimile, parla di 600 morti. Paradossalmente, furono contestualmente salvati e protetti, rifocillati e ospitati, migliaia e migliaia di soldati delle armate italiane allo sbando, poiché le violenze si scatenarono quasi esclusivamente verso i carabinieri, i gerarchi, le camicie nere. Ripetiamo: quasi esclusivamente. Molte furono le vittime tra i civili, donne, vecchi. Furono passati alle armi anche fascisti sloveni e croati (d’altronde, nella guerra partigiana di ogni parte d’Europa, tali tristi fatti erano all’ordine del giorno), mentre ben maggiore fu il numero di caduti tra i partigiani stessi negli scontri con l’esercito tedesco. Il quale, come accennato, riprese presto il controllo del territorio.
Altre vittime, ma non da ascriversi nel capitolo “Foibe”, furono fatte in Dalmazia, a Fiume, a Zara, nelle isole. Si può parlare di un totale generale di circa 2.000 persone. La propaganda di destra ha da sempre gonfiato tali cifre, fino a farle giungere alle decine di migliaia. E parliamo solo del 1943.
Ben altro successe con l’occupazione titina di Trieste e della Venezia Giulia. Con il crollo della Germania, (che, ricordiamolo, si era annesso tutto il nord-est italiano strappandolo all’alleato di Salò), le formazioni jugoslave si gettarono in una corsa contro il tempo verso le coste adriatiche per impedire agli anglo-americani di prendere il controllo di quelle terre.
Giungono a Trieste, Gorizia, Fiume tra il 1° e il 3 maggio, e, per quaranta giorni circa, tengono sotto controllo –sotto occupazione- la fascia adriatica. In questi terribili quaranta giorni, si scatena una violenta epurazione. La volontà jugoslava è chiara: creare uno stato di fatto che preceda l’annessione. Le giunte del CNL partigiane vengono disarmate, destituite, in certi casi arrestate.
La “jugoslavizzazione”, il tentativo cioè di annessione, è reso chiaramente da questo dispaccio del partito comunista sloveno già nel 1944: “tenere preparato tutto l’apparato. Dappertutto, il più possibile, bandiere slovene e jugoslave. Ad eccezione di Trieste, non permettere in nessun caso manifestazioni italiane. Rinforzare l’Ozna (polizia politica, nda)”. Tutti coloro che possono essere considerati per un motivo o per l’altro, ostili, vengono arrestati, deportati, in parte uccisi. D'altronde, lo stesso stava accadendo in tutte le altre regioni della neonata repubblica titina, e non era una specifica anti-italiana. In quei giorni, dunque, si vive un clima di terrore. A Fiume i primi ad essere eliminati sono i fautori dello Stato Libero, coloro che negli anni a cavallo tra il 1919 e il 1925 si erano opposti alla annessione italiana; a Gorizia sono gli esponenti partigiani ad essere indicati come “concorrenziali” e fatti immediatamente prigionieri; ma è nella cruciale Trieste che si raggiunge l’apice: in città operano l’esercito popolare jugoslavo, l’Ozna, bande irregolari croate, serbe, slovene, (e anche italiane!), elementi del Partito Comunista… ognuno di questi elementi arresta, confisca, deporta, stupra, tortura, uccide “gli ustascia, i cetnici,gli appartenenti alle formazioni armate al servizio del nemico, i collaboratori, le spie, i delatori, i corrieri, tutti traditori della lotta popolare, tutti i disertori del popolo, tutti i demolitori dell’esercito popolare”. La situazione sfugge immediatamente di mano alle autorità militari e politiche jugoslave, che ammettono, fin dal 6 maggio: “ci sono stati arresti e fucilazioni arbitrarie. È necessario riprendere il controllo … l’Ozna si rifiuta di capire la situazione, e continua in arresti di massa…dobbiamo renderci conto che tali errori ci portano il danno maggiore” .
Le esecuzioni si susseguono a ritmo impressionante, e i cadaveri vengono gettati nelle foibe giuliane (la circostanza secondo la quale venivano infoibate anche persone vive legate a cadaveri è stata smentita da testimoni oculari, quali in parroco di Corgnale. Egli, che aveva dato l’estrema unzione ai disgraziati di Basovizza, dichiarò, con espressione un po’ burocratica, che le vittime erano “state fucilate in modo corretto prima di essere gettate dentro”. Ciò non esclude che, nel clima di violenza e sadismo, episodi come quello ipotizzato si siano verificati, anzi, quelli dei “sepolti vivi” sono stati casi crudeli e accertati, ma, comunque, sporadici). Chi non cade fucilato sul posto o nella mattanza carsica delle foibe, viene avviato verso inumani campi di prigionia, in particolare quello di Borovnica, alle porte di Lubiana. Fame, fatica, maltrattamenti… il destino atroce di tutti gli internati si abbatte sugli italiani d’Istria.
Le foibe localizzate con certezza: Basovizza, Corgnale, Opicina , Scadaicina , Casserova, Podubbo, Semich, Drenchia, Sesana e Orle, Vifia Orizi, Obrovo, Raspo, Brestovizza, Castelnuovo d'Istria, Cava di bauxite di Lindaro, Vescovado, Surani, Pucicchi, Treghelizza, Cava di Bauxite di Gallignana, Vines, Gropada, Gargaro o Podgomila, Zavni, Pinguente, Creogli , Cernovizza (più altre fosse e cave nell’arco tra Gorizia e Fiume) Il bilancio
Anche se le dimensioni di una tragedia non dovrebbero essere misurate solo dal numero delle vittime, è chiaro che le cifre sono sempre di forte impatto. In questa ottica, sul numero dei morti dei quaranta giorni di occupazione slava (Tito fu poi indotto a ripiegare e ad abbandonare almeno la fascia costiera) e di quelli del periodo successivo dell’immediato dopoguerra, si è scatenato un indegno balletto. Fonti della destra e di associazioni di profughi parlano di 20-30 mila morti, ma tali numeri sono assolutamente esorbitanti. Il dibattito triestino e giuliano, dentro e fuori dei confini nazionali, ha spesso esasperato i calcoli, le cifre sono state, talvolta, sparate alla cieca. Gli studiosi, ma non soltanto loro, hanno, invece, fatto un buon lavoro. Si è arrivati a indicare cifre attorno alle quattro-cinque migliaia. Una cifra che comprende, lo ribadiamo, non solo gli infoibati. I quali, calcolati secondo il criterio dei corpi estratti direttamente dalle caverne, sono in effetti 570. Cinquecentosettanta sono dunque gli ufficialmente infoibati. Molti. Ma nulla giustifica i bilanci di fantasia, stilati nell’ordine delle decine di migliaia solo a scopo di pura propaganda e di falsificazione della Storia.
I morti degli altri
Se non esistono morti buoni e morti cattivi, non crediamo debbano esistere morti eroi e morti da dimenticare a seconda di chi li ha uccisi. Perché la stragrande maggioranza delle perdite italiane nella guerra derivano dai bombardamenti angloamericani. Qua non vogliamo elencare le stragi provocate dai massicci e spesso indiscriminati bombardamenti sui civili anche – e soprattutto- dopo la firma dell’armistizio, perché il terreno è troppo vasto. Potremmo raccontare dei 20 mila morti (questi sì, documentati) di una piccola città come Foggia, o di Isernia, che perse un terzo dei suoi abitanti sotto gli attacchi aerei. Potremmo raccontare di Napoli, Livorno, Messina, Palermo e Genova, dove i lutti furono numerosissimi e i danni incalcolabili. O del terribile bombardamento di Treviso. O di quelli indiscriminati che gli aeroplani anglosassoni facevano al ritorno dalle loro missioni, sganciando il “carico in eccesso”, cioè le bombe avanzate, su case e paesi (pratica in uso anche nella guerra alla Serbia del 1999, con lo scarico di bombe in Adriatico). Potremmo anche soffermarci su episodi di esplicito cinismo e crudeltà, come il mitragliamento di bambini alle giostre di Grosseto, o quello dei civili in fila per il pane nelle campagne di Caltagirone. Ma circoscriveremo l’analisi alla sola zona geografica della quale stiamo trattando.
Trieste viene attaccata massicciamente, per la prima volta, nel 1944. Il bombardamento più pesante è quello del 10 giugno, che viene effettuato come rappresaglia per l’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia. Solo quel giorno, i morti sono più di 400, migliaia i feriti. Solo nei raid del 15 luglio, del 9 - 10 settembre e del 23 ottobre 1944, si contano rispettivamente 50, 150, e 75 morti. I bombardamenti proseguono fino al maggio 1945 sia sul capoluogo, che sulle cittadine circostanti. Molti i morti anche a Muggia.
Pola, Istria e Fiume: anche le più piccole località furono martellate ininterrottamente. Pola fu gravemente danneggiata, con decine e decine di morti, fin dal 1943, ma il primo attacco massiccio è datato 8 settembre 1944. Fiume, con porto e industrie militari, subisce distruzioni enormi e paga un altissimo tributo in vite umane.
Ma l’accanimento degli anglo-americani si manifesta soprattutto nei confronti di Zara. La piccola enclave (1,5 Km quadrati) subirà infatti ben 54 bombardamenti, che ne provocheranno la quasi distruzione. I morti saranno più di 4.000 su una popolazione di 38mila persone.
Ma per i revisionisti, per i professionisti della cantilena anticomunista, questi morti – dilaniati, straziati, bruciati dagli ordigni caduti dal cielo- non contano. Non contano come non contano gli altri, nel resto d’Italia, caduti – dal 1943, anno dell’armistizio, in poi- esattamente come gli infoibati, anche se la loro morte cadeva dal cielo. La teoria della “pulizia etnica” è tanto forzosa quanto miserabile, poiché la parte politica che, con questo pretesto, insiste da 60 anni in una violenta e brutale campagna (basta leggere alcuni siti web ed alcune riviste di … irredentisti) è la stessa che, negli anni del conflitto, intraprese una pianificata, scientifica, ufficiale e legale, nel senso che fu supportata da infami leggi razziste, campagna di genocidio e di morte nei confronti di ogni minoranza etnica, e, nelle terre conquistate, verso anche i popoli autoctoni maggioritari. Chi ha approvato ed esaltato, forse anche eseguito, i massacri, le deportazioni, i lager, i forni crematori, oggi dovrebbe avere la dignità di tacere.
I criminali di guerra.
Nell’immediato dopoguerra, tutte le parti politiche italiane, con l’appoggio ed il contributo determinante del comando anglo-americano, intrapresero una campagna, ed una opera, di de responsabilizzazione. Gerarchi, federali, comandanti fascisti non solo evitarono punizioni ed epurazioni, ma furono lasciati ai più alti gradi di comando. Nessun generale, nessun comandante di armata, nessun ufficiale che si fosse macchiato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, venne mai processato o anche solo destituito. Il culmine della ipocrisia fu toccato, contemporaneamente, da De Gasperi e da Togliatti; dal primo, quando, alla Conferenza di Pace, illustrò meriti e onori del nostro Paese, e addirittura denunciò le pretese territoriali jugoslave che costringevano migliaia di profughi a scampare nella madrepatria (…l’Italia, stato aggressore, aveva perso la guerra!); il secondo, quando, da ministro di Grazia e Giustizia, emanò una amnistia generale che, se presentata come necessaria per pacificare il paese, in realtà permise la liberazione e il reintegro di migliaia e migliaia di fascisti. Mentre Germania, Polonia, Romania, Ungheria subivano mutamenti territoriali drammatici, con trasferimenti di milioni e milioni di persone (otto milioni soltanto i tedeschi che abbandonarono la Prussia), le clausole del trattato di pace di Parigi venivano presentate in Italia come un affronto alla Patria. Nessuno vuole negare né disconoscere il dramma dei 250mila profughi istriani e dalmati, che dovettero abbandonare le loro terre (spesso indotti a farlo dallo stesso governo italiano), ma è necessario ribadire che quello non fu un dramma causato dalla volontà persecutrice titina e comunista, come è stato troppe volte ripetuto, ma fu un dramma causato dalla sete di potere e di sangue di un regime dittatoriale militarista ed espansionista, che non aveva esitato, solo pochi anni prima, ad aggredire un altro membro della Società delle nazioni, l’Etiopia, nel quale aveva provocato non meno di mezzo milione di morti in soli cinque anni di occupazione.
Ma il senso di responsabilità mancò del tutto all’italia post-bellica, e, mentre le carceri si riempivano di ex partigiani, mentre i CNL venivano sciolti, mentre i consigli di fabbrica venivano cancellati, tutti i prefetti, tutti i questori, tutti i vicequestori nominati dal fascismo rimanevano saldamente sulle loro poltrone. Saranno gli stessi che, nel 1948, repressero con brutalità le manifestazioni seguite all’attentato a Togliatti, e gli stessi che, una volta epurata la polizia dai membri “sovversivi” (8.000 poliziotti definiti comunisti furono licenziati, o trasferiti in Sardegna e in Sicilia in una inutile e sanguinosa lotta al banditismo), provocarono gli scontri e i morti nel 1960, al tempo dell’infausto governo Tambroni.
I militari, in particolare, ebbero le più alte protezioni. Lo stesso Badoglio, considerato dal governo abissino come il diretto responsabile di stragi e bombardamento con i gas asfissianti, godeva dei favori particolari degli inglesi. I quali inglesi negarono in modo risoluto ogni possibilità di consegna dei criminali di guerra fascisti ai paesi richiedenti. In una Italia che vedeva il passaggio di gerarchi nazisti da Roma, in fuga verso il sudamerica, fuga organizzata e gestita direttamente dal Vaticano, la cosa non deve – purtroppo- sorprendere. Lo stesso Ante Pavelic, il più sadico dei dittatori d’Europa, si rifugiò in Vaticano per poi imbarcarsi verso l’Argentina.
Le autorità jugoslave fornirono immediatamente la lista dei criminali di guerra, con grande profusione di documenti. Le autorità militari inglesi, preoccupate del pericolo comunista, trovarono fin da subito ogni scusa per rimandare l’esecuzione degli arresti. Quando poi la sovranità tornò completamente al governo italiano, le richieste di estradizione furono semplicemente ignorate.
Da Belgrado era stata presentata una lista con circa 800 nomi. Essa fu via via ristretta, fino ad arrivare al numero quasi simbolico di 40 . Ma neanche questo indusse De Gasperi e gli alleati a ricercare la verità e la giustizia. Anzi! È in quegli anni che si decide di occultare, nascondere, insabbiare anche ogni inchiesta sulle stragi nazi-fasciste compiute in Italia. Sarà solo negli anni ’90 che un caparbio procuratore militare scoprirà un armadio, con le ante chiuse e volte verso il muro, contenente i fascicoli e le prove di decine e decine di massacri compiuti nell’Italia centro-settentrionale da tedeschi e repubblichini. È “l’armadio della vergogna” che Franco Giustolisi racconta con profusione di particolari nel suo libro omonimo.
Mentre in Germania si celebrano i processi di Norimberga (il più famoso, quello ai grandi gerarchi, provocò la condanna a morte di tutti i più alti esponenti del terzo Reich, ed altri ne seguirono contro funzionari minori, contro generali, medici, funzionari, magistrati e industriali corresponsabili delle barbarie naziste), in Italia le responsabilità della guerra e delle sue atrocità vennero semplicemente ignorate, ovattate, nascoste, poi, negate.
L’unico grande gerarca condannato (ma soltanto per il suo ruolo nella Repubblica di Salò, non per i crimini contro i popoli stranieri) fu il Maresciallo Rodolfo Graziani. Graziani fu processato da un tribunale militare e condannato il 2 Maggio 1950 a 19 anni di carcere, di cui 13 condonati, per la sua attività legata alla RSI. La pena da scontare di un anno e otto mesi fu ulteriormente ridotta a quattro mesi per la richiesta della difesa, subito accolta, di far iniziare la decorrenza della carcerazione preventiva al 1945. Pertanto, quattro mesi dopo la sentenza, il 29 agosto, Graziani tornò in libertà lasciando l'ospedale militare dove aveva trascorso gran parte della durata del processo. Nel marzo 1953 divenne presidente onorario del MSI. Morì nel 1955 per collasso cardiaco.
totale di 1992 italiani accusati di aver commesso crimini di guerra, da nazioni belligeranti o che avevano subito l'occupazione militare durante il conflitto mondiale. Non viene tenuto conto delle azioni svolte dai militari italiani in Africa (Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia). (vedi tabella)
La lista dei nomi completa è disponibile presso molti archivi ufficiali. Tra gli incriminati, ricordiamo in particolare il Gen. Mario Roatta, capo del corpo di spedizione italiano in Spagna e comandante della citata II Armata in Croazia; il comandante dell’XI corpo d’armata Gen. Mario Robotti, il grande deportatore di Lubiana, il Gen. Taddeo Orlando, comandante dei Granatieri di Sardegna, poi sottosegretario nel governo Badoglio, e poi comandante dell’arma dei carabinieri nel dopoguerra! Il Gen. Paolo Berardi, capo di stato maggiore del Regio esercito dopo l’armistizio, il Gen. Gastone Gambara, comandante a Lubiana e della piazza di Fiume…
E poi altri generali, e colonnelli, e ufficiali, e sottufficiali, soldati, funzionari, comandanti dei campi di concentramento… nessuno di loro dovrà rispondere mai delle proprie azioni.
Anzi, spesso li rivedremo nella storia della Repubblica occupare incarichi e uffici delicatissimi.
È da notare che Mario Roatta fu, in effetti, processato e condannato all’ergastolo, ma per un altro reato: l’assassinio dei fratelli Rosselli. Il 4 maggio 1945, evade, fugge con la complicità dei carabinieri (al cui comando in quel periodo e' proprio Taddeo Orlando). Immediata fu la reazione popolare, e durante le manifestazioni ci furono due morti. Il giorno successivo Taddeo Orlando fu sostituito. Roatta si era rifugiato in Vaticano e di lì sarebbe partito con la moglie per la Spagna franchista, da dove ritornerà, amnistiato, nel 1966. Morì a Roma nel 1968.1992 torturatori, massacratori, genocidi rimangono quindi impuniti. Non varrà neanche l’offerta jugoslava di uno scambio con i responsabili delle foibe a cambiare le cose. Una cortina di omissioni e falsità scende sull’Italia. Tutto questo, e le responsabilità britanniche nel processo di occultamento, è talmente noto (all’estero!) che la BBC, la televisione pubblica del Regno Unito, ha prodotto nel 1989 “Fascist Legacy”, un documentario estremamente approfondito sia sui crimini di guerra italiani in Africa e Balcani, sia sulla loro impunità successiva. “Fascist Legacy” è stato trasmesso da molte televisioni del mondo, ed è stato acquistato anche dalla RAI. Ma non è stato mai trasmesso.
a scuola ti hanno mai parlato di questo Santo???
Biografia
Francesco Bonifacio nacque a Pirano (od. Slovenia) secondo di 7 figli. Dopo le scuole dell’obbligo si trasferì a Capodistria per il seminario; durante tale periodo di studi rimase orfano di padre. Ultimò gli studi teologici a Gorizia, dove fu ordinato presbitero nel dicembre 1936.
Il suo primo ufficio fu nella sua città natale, a Pirano; pochi mesi dopo gli fu assegnato l’ufficio di vicario a Cittanova d'Istria, ove si trasferì con sua madre e i suoi due fratelli al seguito, che da allora lo seguirono nei suoi ulteriori spostamenti. A Cittanova istituì la locale sezione dell'Azione Cattolica.
Il 13 luglio 1939 fu nominato cappellano di Villa Gardossi (nota anche come Crassizza), un comune agricolo dell’entroterra, tra Buie e Grisignana. Lì organizzò il coro parrocchiale, fondò la filodrammatica e una piccola biblioteca civica, oltre a istituire anche in quel luogo la sezione dell’A.C. e adoperarsi per la promozione di attività ludico - sportive per i giovani e assistenziali per persone anziane e, più in generale, per gli ammalati e gli economicamente disagiati.
L’inizio delle ostilità belliche in Italia (1940) e, successivamente, l’Armistizio (1943), trasformarono il territorio di Villa Gardossi, grazie ai numerosi casolari sparsi e le ampie boscaglie, in rifugio privilegiato di molti partigiani che combattevano alla macchia, cosa questa che rese la zona oggetto di speciali attenzioni da parte sia dei fascisti di Salò che dai nazisti, anche se la situazione rimase sostanzialmente sotto controllo fino alla fine del conflitto.
Dopo la guerra, il nuovo quadro politico nella zona (occupazione jugoslava dei territori precedentemente sotto la bandiera dell’Italia) portò a guardare con sospetto le persone di lingua italiana, viste come possibili collaborazionisti del nazi-fascismo, e in particolare i religiosi.
L'11 settembre 1946 Francesco Bonifacio fu ucciso. Secondo testimonianze successive, i fatti su cui tutte concordano e su cui quindi sembra essere stata fatta chiarezza sono che egli fu sorpreso lungo la strada di casa da quattro guardie popolari, picchiato a morte e infoibato. Per il resto, le testimonianze discordano tra di esse circa la dinamica dell’attentato. Bonifacio avrebbe subito uno o più di tali abusi: spogliato e deriso, preso a pugni e calci in faccia, sarebbe stato infine lapidato e finito con due coltellate. Quando il fratello chiese sue notizie alle autorità e alla cittadinanza fu accusato di propagandare false notizie e arrestato.
R: a scuola ti hanno mai parlato di questo Santo???
Ti hanno già risposto sopra, cara mia: qualcun altro che ti conosce meglio di me ha fatto quello che ti sei rifiutata di fare tu nonostante insistenti e reiterati inviti di tutti quanti in questa pagina...
valori!?!?
Misconosciuto è stato il ruolo che i princìpi Cristiani hanno giocato nell’abolizione della schiavitù in Occidente, un’impresa senza precedenti negli annali della storia umana. Le radici dell’abolizionismo possono essere fatte risalire alla pratica della Chiesa di battezzare gli schiavi e di trattarli come esseri umani identici in dignità a tutti gli altri. Sant’Isidoro di Siviglia (560–636) dichiarò che “Dio non ha fatto alcuna differenza tra l’anima di uno schiavo e quella di un uomo libero”. La sua affermazione si richiamava a quanto San Paolo disse a Filemone, che era proprietario di schiavi, a proposito del suo schiavo fuggitivo, Onesimo: ”Forse per questo è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo” (Filippesi, 15–16).
Quando fu chiaro che lo schiavo aveva un’anima uguale a quella del suo padrone, non fu più possibile giustificare che potesse essere la proprietà di un’altra persona. Nel 649, Clodoveo II, Re dei Franchi sposò una schiava – che successivamente iniziò una campagna per interrompere il commercio degli schiavi. Oggi la Chiesa Cattolica la venera come Santa Batilde. Anche Carlomagno, come altri dopo di lui, si oppose a questa pratica nell’Europa Cristiana. Secondo lo storico Rodney Stark, “la schiavitù scomparve dall’Europa medioevale solo perché la Chiesa estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e poi riuscì ad imporre il divieto di ridurre in schiavitù i Cristiani (e gli Ebrei). Nel contesto dell’Europa medioevale, questo divieto risultò essere una effettiva norma di generale abolizione”. E quando, nel Nuovo Mondo, gli Spagnoli stavano massicciamente riducendo in schiavitù gli Indiani Sud Americani, importando anche, come schiavi, negri dall’Africa, il loro principale avversario fu un missionario, il Vescovo Cattolico Bartolomè de las Casas (1474–1566), che fu fondamentale nel convincere la Corona di Spagna a promulgare, nel 1542, una legge che proibiva di rendere schiavi gli Indiani.
valori!?!?
"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani".
Benito Mussolini, 1920
Premessa:
La redazione di Democrazia e Legalità, che ha curato il presente testo, ha, come suo scopo principale, sempre privilegiato quello della ricerca obiettiva della realtà dei fatti, anche quando scomoda e dolorosa. In un momento storico in cui gli eredi del partito fascista sono al governo del Paese, ed in cui la retorica patriottarda risuona ancor più violenta e oscurantista del solito, riteniamo necessario ricollocare storicamente e documentatamente la vicenda delle foibe istriane, vicenda alla quale la destra e le sinistra amorevolmente unite hanno deciso di dedicare una speciale giornata della memoria. Anzi, il ministro Gasparri ha voluto sollecitare tutti i mezzi di informazione liberi ad occuparsi della vicenda. Ci siamo occupati di questo aspetto nell’articolo “Ultime dal Minculpop”. La nostra redazione ha partecipato ad una trasmissione radiofonica – trasmessa da Controradio- che è servita a far luce e a chiarire la verità, appunto, di quel tragico periodo. L’audio completo della trasmissione, cui hanno partecipato Raffaele Palumbo, Nicola Tranfaglia, Giacomo Scotti, Marco Ottanelli, Giovanni Bellini, Sandro Damiani è disponibile nel CD intitolato “l’impunità” in vendita tramite il nostro sito.
Cosa sono, le foibe? Cioè, quale episodio della storia evocano?
In poche ed essenziali parole, sono le foibe (caverne e aperture carsiche del terreno) il luogo in cui, a fine guerra mondiale, furono uccisi e gettati, spesso dopo umiliazioni e tormenti, moltissimi italiani. Gli eccidi ebbero due momenti: il primo, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, quando si scatenarono vendette e rancori mai sopiti dopo 20 anni di italianizzazione forzata; il secondo, molto più grave per numero delle vittime, nella primavera del ’45, quando le truppe titine occuparono la Venezia Giulia, la Dalmazia, Trieste e parte del Friuli.
Le origini antiche di un odio feroce Sia nella Serenissima Repubblica Veneta, sia nell’Impero Austro-Ungarico, il concetto di nazionalità era tanto sfumato quanto poco “etnico”. È solo dopo la prima guerra mondiale, cioè quando i nazionalismi si affermano fino a sfociare nei razzismi di Stato, che il Regno di Italia comincia una politica di italianizzazione forzata delle “terre irredente”. Da ogni regione, piovono funzionari e impiegati pubblici, che sostituiscono i locali. La lingua ufficiale, anzi, obbligatoria, diventa l’italiano, e dialetti e lingue dei popoli presenti sul territorio sono vietati, proibiti. Se l’effetto di tale norma è assai violento nelle città della costa, dove comunque gli “italiani” erano in maggioranza o assai numerosi, e dove bi e trilingusmo erano la norma, è nelle zone rurali e nell’interno che gli slavi (sloveni, croati, dalmati, cici), in gran parte contadini poco alfabetizzati, si ritrovano ad essere stranieri in patria. Le durissime condizioni imposte dal Regno si fanno ancora più rigide ed intolleranti con il fascismo. Tra gli episodi da ricordare:la chiusura del liceo classico di Pisino, dell'istituto magistrale femminile di Pisino e del ginnasio di Volosca (1918), la chiusura delle scuole elementari slovene e croate, e il confino di alcuniesponenti Sloveni e Croati in Sardegna e in altre località italiane. A ciò si aggiungevano le violenze fasciste non contrastate dalle autorità, come gli incendi delle sedi associative a Pola e a Trieste. In Istria l'uso dello sloveno e del croato nell'amministrazione e nei tribunali era stato limitato già durante l'occupazione (1918-1920). Nel marzo 1923 il prefetto della Venezia Giulia vietò l'uso dello sloveno e del croato nell'amministrazione, mentre per decreto regio il loro uso nei tribunali fu vietato il 15 ottobre 1925. Il colpo definitivo al sistema scolastico sloveno e croato in Istria arrivò il 1 ottobre 1923 con la riforma scolastica del ministro Gentile. L'attività delle società e delle associazioni croate e slovene era stata vietata già durante l'occupazione, ma poi specialmente con l'entrata in vigore della Legge sulle associazioni (1925), Legge sulle manifestazioni pubbliche (1926) e Legge sull'ordine pubblico (1926). Nel 1927 fu il turno del cambiamento dei cognomi (la toponomastica era già stata italianizzata nel 1923). Così vennero italianizzati quasi tutti i cognomi sloveni e croati. Un vero atto di brutalità verso le identità personali. (Non dobbiamo dimenticarci che tali provvedimenti vennero presi anche a Zara e Fiume, città “extraterritoriali” che furono annesse a forza dopo la prima guerra mondiale.)
Le leggi razziali antiebraiche e genetiche del 1938 (che seguono le meno famose, meno organiche, ma altrettanto famigerate leggi razziali del ’36-’37 emanate nei confronti dei popoli di pelle nera, e altri “coloniali”) dividono ancor più la cittadinanza in due categorie, gli “italiani puri” e gli inferiori. Duramente colpita, in particolare, la numerosa e antica comunità ebraica di Trieste, da sempre città cosmopolita e multiculturale.
La seconda guerra mondiale
La ignobile aggressione alla Grecia obbliga i comandi italiani in difficoltà a chiedere l’intervento della Germania, mettendo così fine alla illusione della “guerra parallela”. Nel 1941, dopo un criminale bombardamento su Belgrado, che viene rasa al suolo, Tedeschi, Ungheresi e Italiani invadono la Jugoslavia, occupandola completamente in poche settimane.
All’Italia spettano: l’intera costa dalmata, parte del Montenegro, quasi l’intera Slovenia e la Croazia, sotto forma di protettorato.
La Slovenia viene annessa, e diventa la provincia di Lubiana. La Croazia diventa un regno “indipendente”, con primo ministro Ante Pavelic, un fascista feroce e sanguinario, amico di vecchia data di Mussolini, e come Re un cugino di Vittorio Emanuele III, Aimone di Aosta. Il partito fascista e razzista croato, gli Ustascia, formato da fanatici religiosi (cattolici) e nazionalisti, appoggiati dal vescovo di Zagabria e primate di Croazia Stepinac, intraprendono fin da subito una opera di pulizia etnica nei confronti di Serbi e altre minoranze, spesso spalleggiati dalle truppe italiane.
L’intera Jugoslavia diventa territorio di stragi e di crudeltà. Alla fine della guerra, sarà uno dei paesi che avrà pagato il più alto tributo di morti, da calcolarsi in circa 1 milione e mezzo di persone su 16 milioni di abitanti (si pensi che i caduti italiani tra civili e militari, fra battaglie e bombardamenti, repressioni e fucilazioni, non supera le 300 mila unità su 45 milioni di abitanti).
In particolare, sono da attribuirsi alla responsabilità diretta delle truppe di occupazione italiana almeno 250 mila morti, che le fonti serbe però portano ad un totale di 300 mila.
Di questi, i morti in combattimento sono una parte esigua, perché la stragrande maggioranza delle vittime fu dovuta a vere e proprie stragi e repressioni, a saccheggi e a brutalità. In particolare, è da ricordare il ruolo della II Armata Italiana, sotto il comando del generale Roatta.
La situazione è differenziata nei diversi territori: le peggiori e più inumane condizioni si verificarono nella Jugoslavia meridionale, dove si aprì una vera e propria caccia al serbo. Vere e proprie spedizioni italo-croate partivano alla volta dei villaggi e delle cittadine serbe, dove, in un’orgia di violenze di ogni tipo, centinaia di uomini, donne e bambini venivano torturati e uccisi. I villaggi jugoslavi distrutti dagli italiani sono non meno di 250, ai quali vanno aggiunti quelli distrutti in collaborazione con i tedeschi o con altre milizie dell’Asse. 250 Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema in cui i colpevoli, i macellai, eravamo noi. Gli episodi di efferatezza e di crudeltà non si contano, e le mutilazioni, gli stupri, gli accecamenti erano all’ordine del giorno. Il comandante partigiano cattolico Edvard Kocbek così descriveva un'offensiva sferrata dall'esercito italiano nell'agosto del 1942: "I villaggi bruciano, i campi di grano e i frutteti sono stati devastati dal nemico, le donne e i bambini strillano, quasi in ogni villaggio degli ostaggi vengono passati per le armi, centinaia di persone vengono trascinate nei campi di prigionia, i bovini muggiscono e vanno vagando per i boschi. La cosa più sconvolgente è che questi orrori non vengono perpetrati da un'accozzaglia di primitivi come al tempo delle invasioni turche, ma dai gioviali soldati del civile esercito italiano, comandati da freddi ufficiali che impugnano fruste per cani... ". Spesso i partigiani slavi, o gli indifesi abitanti delle campagne, erano bruciati vivi (su roghi di fascine, o chiusi nelle chiese ortodosse, che furono distrutte – in questo modo- in gran numero). Le deportazioni della “inferiore razza serba” furono massicce, e decine di migliaia di ex soldati o di cittadini serbi fu avviata ai campi di sterminio tedeschi o a quello della Risiera di San Sabba, a Trieste, assieme con ebrei ed altre minoranze.
In Croazia, nel “regno indipendente”, l’opera delle truppe italiane fu di supporto e affiancamento alle milizie ustascia, mentre nelle coste e isole annesse, la repressione della II armata fu assai più pianificata e scientifica. Stessa cosa in Slovenia, che, entrata a far parte del territorio nazionale, doveva essere completamente assimilata.
Gli occupanti italiani costruirono campi di concentramento che, seppur non scientificamente predisposti allo sterminio, furono la causa di migliaia di morti e di infinite sofferenze. Tutti conosciamo Auschwitz e Buchenwald, ma decenni di censure ci hanno impedito di sapere che noi, italiani, costruimmo e gestimmo i leger di Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Rab (isola di Arbe). Furono creati campi anche in Italia, per esempio a Gonars (Udine), a Monigo (Treviso), a Renicci di Anghiari (Arezzo) e a Padova. Secondo stime rapportate nel volume dell'A.N.P.P.I.A. Pericolosi nelle contingenze belliche, i fascisti internarono quasi 30.000 sloveni e croati, uomini, donne e bambini. In Slovenia, già dall’ottobre del 1941, il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori. Con l’intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti… prende corpo il progetto di deportazione di massa, con il trasferimento forzato degli abitanti di Lubiana, progetto che i comandi discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 . In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta, addirittura, la deportazione della intera popolazione slovena.
STRALCIO DELLE COMUNICAZIONI VERBALI FATTE DALL'ECC. ROATTA
NELLA RIUNIONE DI FIUME DEL GIORNO 23-5-1942
"Il DUCE è assai seccato della situazione in Slovenia perchè Lubiana è provincia italiana./.../
Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario./.../
L'Ecc. Roatta esprime il suo pensiero nei riguardi del sistema da usare per risolvere la situazione in Slovenia:
1) - Chiudere la frontiera con la provincia di Fiume e con la Croazia, specialmente nella zona di Gorjanci./... /
2) - Ad oriente del vecchio confine sgombrare tutta la regione per una zona di una profondità variabile (3-4 km.). In tale zona sarebbe interdetta qualsiasi circolazione tranne che sulle ferrovie e sulle strade di grande comunicazione. Apposite pattuglie in servizio di vigilanza aprirebbero senz'altro il fuoco contro chiunque.
Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente - anche 20-30.000 persone.
Si può quindi estendere il criterio di internamento a determinate categorie di persone. Ad esempio: studenti. L'azione però deve essere fatta bene cioè con forze che limitino le evasioni. /.../
Il C. d'A. in base alle direttive suesposte dovrà compilare uno studio, da presentare entro 3-4 giorni, dal quale risulti:
1) - zone da sgomberare dalla popolazione, indicando l'entità della popolazione da internare, suddivisa in famiglie (per categorie);
2) - quali altri provvedimenti sono ritenuti necessari;
3) - intenzioni operative nei vari stadi della situazione.
/.../
Ricordarsi che tutti i provvedimenti di sgombero di gente, li dovremo fare di nostra iniziativa senza guardare in faccia nessuno.Solo per quel che riguarda la piccola Slovenia, nei lager italiani morirono 13.606 sloveni e croati. Nel lager di Arbe (sull’isola di Rab) ne morirono dai 1.500 ai 2.500 circa. I civili e partigiani “fucilati sul posto”, cioè durante azioni belliche, furono non meno di 2.500. 1.500 invece i fucilati civili trattenuti come ostaggi, uccisi cioè mesi dopo il loro internamento, per stanare le bande partigiane o per vendetta contro azioni verso i nostri militari. I morti per sevizie, torture, o bruciati vivi arrivano ad un totale documentato di 187. Ripetiamo: questo solo nella “provincia di Lubiana”, dove più numerose sono le documentazioni giuntaci.
S L O V E N I !
- Al momento dell'annessione, l'Italia vittoriosa vi ha dato condizioni estremamente umane e favorevoli.
Dipendeva da voi, ed unicamente da voi, di vivere in un'oasi di pace.
- Invece molti di voi hanno impugnato le armi contro le autorità e le truppe italiane.
- Queste, per un alto senso di civiltà ed umanità, si sono limitate all'azione militare, evitando misure che gravassero sul'insieme della popolazione ed ostacolassero la normale vita economica del paese.
E' solo quando i rivoltosi sono trascesi ad orrendi delitti contro italiani isolati, contro vostri pacifici concittadini e persino contro donne e bambini, che le autorità italiane sono ricorse a misure di rappresaglia ed a qualche provvedimento restrittivo, di cui soffrite per causa dei rivoltosi
- Ora, poichè i rivoltosi continuano la serie di delitti, e poichè una parte della popolazione persiste nel favorire la ribellione, disponiano quanto segue:1°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana:
- sono soppressi tutti i treni viaggiatori locali;
- è vietato a chiunque viaggiare sui treni in transito, tranne a chi è in possesso di passaporto per le altre provincie del regno e per l'estero;
- sono soppresse tutte le autocorriere;
- è vietato il movimento con qualsiasi mezzo di locomozione, fra centro abitato e centro abitato;
- è vietata la sosta ed il movimento, tranne che nei centri abitati, nello spazio di un chilometro dai due lati delle linee ferroviarie. (Sarà aperto senz'altro il fuoco sui contravventori);
- sono soppresse tutte le comunicazioni telefoniche e postali, urbane ed interurbane.2°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana, saranno immediatamente passati per le armi:
- coloro che faranno comunque atti di ostilità alle autorità e truppe italiane;
- coloro che verranno trovati in possesso di armi, munizioni ed esplosivi;
- coloro che favoriranno comunque i rivoltosi;
- coloro che verranno trovati in possesso di passaporti, carte di identità e lasciapassare falsificati;
- i maschi validi che si troveranno in qualsiasi atteggiamento - senza giustificato motivo - nelle zone di combattimento.3°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana, saranno rasi al suolo:
- gli edifizii da cui partiranno offese alle autorità e truppe italiane;
- gli edifizii in cui verranno trovate armi, munizioni, esplosivi e materiali bellici;
- le abitazioni in cui i proprietari abbiano dato volontariamente ospitalità ai rivoltosi.
- Sapendo che fra i rivoltosi si trovano individui che sono stati costretti a seguirli nei boschi, ed altri che si pentono di aver abbandonato le loro case e le loro famiglie, garantiamo salva la vita a coloro che, prima del combattimento, si presentino alle truppe italiane e consegnino loro le armi.
- Le popolazioni che si manterranno tranquille, e che avranno contegno corretto rispetto alle autorità e alle truppe italiane, non avranno nulla a temere, nè per le persone, nè per i loro beni.gen. Roatta, Lubiana luglio 1942 - XXAltrettanto duro, e crudele, è il campo di Gonas vicino Udine. Qua sono migliaia i bambini, soprattutto croati, lasciati a morire letteralmente di fame.(A proposito di morte per fame, è da ricordare come una buona parte dei 100 mila greci deceduti sotto l’occupazione italiana, morì appunto di inedia, poiché, per mantenere i numerosissimi uomini del contingente di occupazione- al quale sono da includere anche i famosissimi reparti di Cefalonia e di Corfù- si procedette con una espoliazione totale delle risorse locali). Nota del Generale Robotti
Al Capo di Stato Maggiore Galli,
chiarire bene il trattamento dei sospetti, perchè mi pare che su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po' troppo.
Cosa dicono le norme della 3° circolare, e quelle successive ?
Conclusione :
SI AMMAZZA TROPPO POCO !
Dopo l’otto settembre, ad una prima ritirata (precipitosa) delle truppe regie, subentrano i tedeschi e i repubblichini di Salò. I partigiani slavi (ai quali, è onesto e necessario dirlo, si sono uniti nel frattempo anche migliaia di soldati italiani) intensificano le loro azioni (è in questo senso istruttivo andare alle grotte di Postumia: si noterà che la prima grande caverna è completamente spoglia e annerita; essa infatti era un deposito di armi nazi-fascista che fu fatto esplodere dalla resistenza). Ciò provoca azioni sempre più feroci ed intense. Questa volta sono proprio i civili i primi obiettivi, e riprendono le deportazioni e le stragi, stavolta dirette dalle SS. Comandante delle SS era il triestino Odilo Globocnik, che si distinse per crudeltà. Se la Dalmazia e la Croazia sono ormai in mano ai partigiani jugoslavi (ricordiamo che la Jugoslavia è l’unico paese europeo che si liberò da solo dalla occupazione nazi-fascista), è nella Venezia Giulia e nella Slovenia che si concentrano le azioni militari.
Chiunque si addentri nel centro montano dell’Istria, troverà il piccolo villaggio di Vodice (Vodizza, in Italiano). Esso si trova, in linea d’aria, a non più di 20 km dal confine friulano, e si presenta ancor oggi con macerie e abitazioni distrutte. Una lapide sul palazzo principale ricorda come, nel 1944, il paese fu attaccato dalle camice nere e dall’esercito repubblichino. Circa 400 vecchi donne e bambini furono massacrati. Immediatamente dopo, in una operazione combinata, intervenne la Luftwaffe, che rase al suolo l’abitato e bombardò anche i dintorni, per annientare gli scampati alla strage. Ciò che più impressiona, oltre ovviamente al carico di sangue e sofferenze che ci ricorda, è che Vodice-Vodizza, nel 1944, faceva parte della provincia di Pola, era cioè italiana, ed italiani erano i suoi abitanti, da ben 26 anni. La loro colpa? Quella di essere di etnia cicik, insomma, istriani non latini. Un crimine rimasto impunito. Un crimine rimasto sconosciuto. Uno dei tanti. Uno dei troppi.
valori!?!?
*Di tutte le truffe quando ingannando le persone vendevano loro false reliquie?
valori!?!?
E’assolutamente illecito vendere reliquie - deplora il ministro vaticano delle Cause dei santi -. Gli oggetti per essere autentici devono avere la conferma dell’autorità ecclesiastica. Senza l’attestazione scritta, una reliquia è falsa, come ritengo che siano in larga parte quelle in vendita su Internet». Spetta al postulatore della causa, attestare l’autenticità della reliquia di un santo o di un beato. «Nel caso di Padre Pio, per esempio - spiega il cardinale - la competenza è dei Cappuccini. All’asta su Internet sono segnalate molte parti delle ossa di santi o beati, c’è il rischio che siano state trafugate». Ad allarmare la Santa Sede è soprattutto la loro destinazione. «Prima bisogna accertare se sono autentiche, poi vigilare sull’utilizzo. Le sacre reliquie sono una cosa molto seria e importante - avverte Saraiva Martins -. Il pericolo è che, se usate male, favoriscano la superstizione o sette sataniche le acquistino per farne scempio, distruggerle, ribaltarne il significato in cerimonie blasfeme».Articolo tratto da internet
solo a dimostrazione che non è certo la Santa Sede che approva le vendite di reliquie ma solo imbroglioni che fregano le gente
valori!?!?
Poiché la stampa nazionale, salvo talune eccezioni, scrivendo a proposito delle foibe si ostina a non tener conto delle vicende storiche accadute nonché delle brutali violenze perpetrate fin dalla conclusione del primo conflitto mondiale nei confronti delle popolazioni slovene e croate venute a far parte del Regno d’Italia, è opportuno ritornare sull’argomento per farlo conoscere agli italiani poco attenti ed in particolare ai demotivati giovani d’oggi. Ciò non significa giustificare alcunché, ma certamente non è possibile ignorare le responsabilità del nazionalismo italiano e del fascismo nei confronti delle popolazioni slave e delle minoranze in generale.
Gaetano Salvemini, professore universitario, politico, critico del malcostume giolittiano, amico di Cesare Battisti, volontario combattente sul Carso, deputato al Parlamento e antifascista, il 14 maggio 1915, dieci giorni prima dell’ingresso italiano nella Grande Guerra, così scrisse: «Se prevarranno i livori ed i rancori locali degli italiani di Trieste e dell’Istria contro gli slavi, tristi giorni si prepareranno al nostro Paese. Se sapremo guardare al problema dei rapporti italo-slavi da un punto di vista superiore a quello delle lotte comunali, locali, personali, la sostituzione della bandiera italiana a quella austriaca in Trieste e Pola rappresenterà in Europa una solida garanzia di pace e civiltà».
Ma così non fu. La guerra si rivelò lunga e sanguinosa, e sebbene i soldati italiani si battessero con valore, la disastrosa rotta di Caporetto fu imputata dal Gen. Cadorna ai fanti «vilmente ritiratisi e arresisi». Le decimazioni e le fucilazioni dei “vili” furono all’ordine del giorno. Non si ottennero però grandi successi, bensì un’ecatombe di combattenti e di vittime civili. La guerra ebbe fine quando ancora truppe imperiali occupavano territori italiani.
Dopo la vittoria, Vittorio Emanuele III nominava governatore delle terre annesse – che risultavano essere abitate da popolazioni slovene e croate in una percentuale del 58% – il Gen. Carlo Petitti di Roreto, il quale non mancò di richiamare quei comandanti militari a lui sottoposti che avevano ordinato ai sacerdoti slavi di predicare in lingua italiana.
Le disposizioni del Governatore militare non vennero ascoltate, sebbene fosse stato dato alle stampe e letto nelle chiese un proclama che recitava: «Sloveni d’Italia, la grande Nazione della libertà, venuta a voi, vi lascerà l’uso della vostra lingua e la nazionalità delle vostre scuole, assai più che non abbia concesso a voi l’Austria...».
Tali promesse non furono mantenute; esplose invece la violenza in tutte le località dell’Istria, tanto che nell’agosto del 1920 il deputato Giovanni Cosattini (nel 1945 Sindaco della Liberazione della città di Udine) denunciò alla Camera che «dalle 500 alle 600 persone furono internate senza evidente motivo. Si vedeva in ogni slavo un nemico od una spia; da qui la politica del terrore e della persecuzione ...
Nei villaggi slavi la legge, la libertà, il diritto non contano nulla. Vi regna l’arbitrio del Comandante locale, del Commissario comunale, del brigadiere dei carabinieri... Lo scioglimento delle associazioni, il divieto delle riunioni, la persecuzione dei maestri, le perquisizioni che arrivano senza alcuna autorizzazione della magistratura e senza garanzie legali».
Anche il nazionalista Attilio Tamaro in un suo articolo pubblicato su La Riscossa nel 1919 espresse così la sua dura critica: «L’Italia ha mandato ed ha permesso che si spingesse qui un’impressionante quantità di impiegati corrotti o corruttibili che ammorbano il mondo degli affari e gli animi dei cittadini... Ricordiamo, quale ultimo e triste esempio, che i carabinieri, altamente benemeriti, hanno preso l’insopportabile abitudine di percuotere gli individui che arrestano. Essi seminano vento e si raccoglierà tempesta».
Furono espulsi e sostituiti i dipendenti pubblici, i ferrovieri, i marittimi. Nella città di Pola vennero cacciati dall’Arsenale e dai Cantieri gli operai e i tecnici croati e sloveni. Lo stesso vescovo castrense dell’esercito mons. Angelo Bortolomasi, che per ordine superiore aveva sostituito il vescovo di Trieste e Capodistria, il mons. sloveno Andreas Karlin, indirizzò una lettera al Presidente del Consiglio Giolitti, in cui riferiva: «Ho dovuto fare constatazioni dolorose... Gruppi di fascisti, con minacce e a mano armata, intimarono che non si dovesse più tener canti popolari o discorsi in lingua slava... Taccio di scene anche particolarmente brutali... Le popolazioni sono irritatissime da queste violenze... Temo una grave reazione».
L’odio contro gli italiani si diffuse e divenne generale. Si colpiva a casaccio e con ferocia, come raccomandava Mussolini, si esiliavano in Sardegna maestri e sacerdoti, si bastonava chi non si toglieva il cappello di fronte ai fascisti. Molta gente incominciò a rifugiarsi nei boschi assieme ai parroci per poter fuggire dalle continue violenze e dalle spedizioni punitive.
Si giunse pure a modificare i nomi e i cognomi slavi per adeguarli alla lingua italiana, vennero proibite le scritte slave anche sulle pietre tombali e quelle sulle corone di fiori per i defunti.
Il Popolo di Trieste scriveva il 27 giugno 1927: «I maestri slavi, i preti slavi, i circoli culturali slavi, sono tali anacronismi e controsensi in una regione annessa da nove anni e dove non esiste una classe intellettuale slava, da indurre a porre un freno immediato alla nostra longanimità e tolleranza».
Dopo l’inserimento nelle scuole di maestri “regnicoli”, si verificarono anche fatti riprovevoli, con punizioni corporali nei confronti degli scolari che faticavano ad imparare la lingua italiana. Il fascismo di frontiera continuava intanto la sua feroce pulizia etnica dando alle fiamme case del popolo, librerie, circoli culturali, società operaie, cooperative, banche e alberghi, cercando così di annientare la cultura e la dignità delle genti slave. L’Austria non aveva avuto tale comportamento nei confronti dei propri sudditi slavi.
In 69 località dell’Istria e del Goriziano si verificarono incidenti con tanto di scontri a fuoco, motivati dalla legittima difesa contro le squadracce del gerarca Francesco Giunta. In quegli anni, circa sessantamila sloveni e croati emigrarono nelle due Americhe e nel Regno di Jugoslavia. Carichi di rancore contro l’Italia fascista, molti di questi sarebbero tornati alle loro terre dopo il crollo del regime mussoliniano con animo ostile e covando desiderio di vendetta.
Intanto il tribunale speciale fascista emetteva continuamente condanne a morte ed a molti anni di reclusione: nei migliori dei casi vi era la deportazione nelle isole dell’Italia meridionale. La dittatura fascista durava per 21 lunghi anni, fino a quel crollo, avvenuto nel pieno della tragedia della seconda guerra mondiale, dalla stessa dittatura tanto auspicata, in corrispondenza del quale occorse l’insurrezione degli sloveni e dei croati delle terre annesse all’Italia con il trattato di Rapallo.
Concludendo questa breve ricerca sulle testimonianze relative al fascismo di frontiera, dalla fine del primo conflitto mondiale fino al 1930, sarà opportuno leggere quanto scrisse il gerarca e ministro dei lavori pubblici Giuseppe Cobolli Gigli, figlio del maestro sloveno Nicolaus Kombol. Costui, autore di opuscoli a carattere politico, sosteneva nel 1927 la necessità della pulizia etnica del suo stesso popolo attraverso la sostituzione degli agricoltori sloveni con coloni italiani provenienti dalle province del Regno. Al ministro piaceva una particolare canzone che allora accompagnava le azioni violente degli squadristi, canzone che egli stesso pubblicò con una propria introduzione:
«La musa istriana ha chiamato FOIBA il degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese le caratteristiche nazionali dell’Istria». I croati che quindi insistevano nel parlare la propria lingua materna correvano il pericolo di trovarvi l’ultima dimora, così come in effetti successe a molti di loro.
Il canto così minacciava:
«A Pola xè l’Arena
la Foiba xè a Pisin
che buta zo in quel fondo
chi gà un zerto morbìn.
E chi con zerte storie
fra i piè ne vegnarà
dìseghe ciaro e tondo:
feve più in là, più in là».
Se ne deduce che l’atroce uso delle foibe è un brevetto del regime fascista.
Riflessione: le violenze squadriste antiche e recenti, la snazionalizzazione degli sloveni e dei croati, le persecuzioni, i tribunali speciali, le tragedie delle aggressioni militari ai Paesi d’Europa, le fucilazioni e le rappresaglie contro i civili, le deportazioni nei lager, l’eliminazione dei sospetti, l’incendio dei paesi, l’Adriatisches Künstenland, le vendette, le foibe, l’esodo, hanno un solo responsabile: il fascismo.
valori!?!?
Ma brava la bambina! E' andata a fare copia-incolla da quei 4 siti di fanatici cattolici integralisti ed estremisti che si trovano con Google!! Per caso non sei capace di rispondere ai commenti di altri utenti con parole tue? E' a pensare con la testa degli altri e non con la tua che ti hanno insegnato in tanti anni di Confusione e Disperazione?? Bleah, fai proprio senso...
valori!?
Dobbiamo compatirla, non ha avuto il dono del pensiero :P
R: valori!?
Ma guarda che anche l'intelletto Dio non lo ha dato a tutti ...a te per esempio non ne ha dato neanche una misera briciola!
R: R: valori!?
Le recenti dichiarazioni del segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti in materia di resistenza, violenza politica e “foibe” hanno aperto un dibattito non solo all’interno del partito di Bertinotti, ma che coinvolge tutti coloro che si identificano ancora con i valori dell’antifascismo e di un’ideologia di sinistra.
Prima di esprimere la nostra opinione, riteniamo sia il caso di sintetizzare quanto detto da Bertinotti a Venezia il 13 dicembre.
SINTESI DELL’INTERVENTO DI BERTINOTTI.
Tra le varie cose Bertinotti ha sostenuto che quando si parla di foibe non ha senso parlare dei crimini del fascismo né fare la contabilità dei morti perché non è che noi (sottintendendo il movimento comunista) siamo migliori perché abbiamo ammazzato meno dei fascisti, ma perché abbiamo un’altra visione del mondo, che abbiamo sbagliato nell’assumere una posizione negazionista sulle nostre violenze con l’angelizzazione e la retorica della resistenza. Che oggidì non è più valido il Brecht di “noi che avremmo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili”, ma soltanto il Brecht di “felice il popolo che non ha bisogno di eroi”. Che il nostro nemico di oggi non è il fascismo, ma sono la guerra ed il terrorismo.
In merito allo specifico delle “foibe”, le ha definite come un fenomeno che investe la Venezia Giulia nel passaggio da guerra a pace. Non servono a nulla i numeri, perché non ci sono dubbi sul fenomeno. Ci sono due tesi manipolatorie delle cifre: quella che alza i numeri parla di genocidio, quella che li diminuisce vuole dimostrare che si è trattato soltanto di fascisti puniti giustamente. Invece Bertinotti assume le tesi di Pupo e Spazzali, che contestano le due precedenti, dicendo che si è trattato di un tipo di violenza concentratasi a Trieste nel trapasso cruento del potere. Ma al di là del furore popolare, si è trattato di una violenza politica organizzata legata alla storica idea della conquista del potere tramite la distruzione dei nemici.
Se questa interpretazione è giusta non si devono trovare giustificazioni analizzando gli orrori del fascismo, perché un orrore non ne giustifica un altro. Il terrorismo non è giustificabile neppure in caso di guerra.
Il movimento deve scegliere la strada della non violenza e non giustificare la violenza.Queste dichiarazioni di Bertinotti, che sono già di per se stesse di una certa gravità (e le analizzeremo in seguito nei particolari), assumono una valenza diversa se teniamo conto di altri interventi che le hanno precedute. Ma sono gravi soprattutto perché Bertinotti ha dato per scontati certi fatti che scontati non sono, fidandosi esclusivamente di quanto scritto da Pupo e Spazzali e non accettando di considerare altre posizioni e chiarimenti di tipo storico.
“OFFENSIVA MEDIATICA”.
Su “Liberazione” del 1/11/03, un articolo di Rina Gagliardi risponde all’“offensiva mediatica” promossa dal “Riformista” e da “Repubblica” riguardo al problema del terrorismo e della lotta armata. Leggiamo innanzitutto ciò che Giuseppe D’Avanzo ha scritto sulla Repubblica: “Il nodo della violenza politica come strumento legittimo di lotta, l’idea della politica come forza, non è stata ancora né sciolta né rimossa negli ambiti più radicali della sinistra”. Gagliardi prosegue riferendosi sia a D’Avanzo sia al Riformista “entrambi chiedono abiura e pentimento, entrambi caricano il tema della violenza sulla sola sinistra radicale, entrambi, soprattutto, rappresentano la non violenza come rinuncia, moderatismo, rientro nell’ordine esistente e garantito delle cose”.
Alcune delle “risposte” di Gagliardi comunque non ci piacciono molto, ad esempio: “In verità non è mai stato vero che i gruppi armati che insanguinarono l’Italia negli anni ‘70 e ‘80 fossero una propaggine organica della sinistra, o una costola del PCI. Nella cultura politica delle BR (…) il cattolicesimo ebbe per esempio un ruolo assai significativo. Così come lo ebbe l’idea (di radice anarchica) del gesto esemplare, a partire dal quale il popolo si sarebbe sollevato contro il potere”. Interpretazione questa che, oltre a non essere esatta storicamente, è anche di dubbia correttezza politica, in quanto tende a scaricare certo tipo di responsabilità esclusivamente su forze politiche estranee al passato dell’autrice dell’articolo.
Che ci sia una “offensiva mediatica” contro la sinistra in generale e contro la Resistenza in particolare, lo abbiamo visto anche in una recente trasmissione televisiva, dove, partendo dalla presentazione del recente libro di Pansa, si passava alla critica della Resistenza in quanto tale e non solo per gli eccessi che inevitabilmente una guerra porta con sé, fino ad arrivare all’intervista con uno degli organizzatori della manifestazione in sostegno alla resistenza irachena del 13 dicembre, inquietante esempio di connubio tra associazioni di destra e associazioni di sinistra che si schierano contro l’imperialismo.
L’intervento di un esponente di una delle associazioni organizzatrici (di sinistra, va precisato) si basava sul fatto che loro ritengono sempre validi i principi ed i valori della Resistenza italiana, e che pure il popolo iracheno, che si trova sotto un regime di occupazione militare straniera ha diritto alla propria lotta di liberazione; ma queste (giuste, a parer nostro) affermazioni sono state poi strumentalizzate dal conduttore e da alcuni degli ospiti in studio, che sono saltati alla conclusione che quelli che oggi riconoscono ancora i valori della Resistenza, sono quelli che legittimano i terroristi che ammazzano i nostri carabinieri in missione all’estero.
In questa “offensiva mediatica” riteniamo di inserire infine un’intervista rilasciata a “Repubblica” da Pietro Ingrao e ripresa da “Liberazione” il 5 novembre scorso, nella quale parte dalla condanna per le azioni delle Brigate Rosse e finisce col parlare di lotta armata e Resistenza. Così ha dichiarato Ingrao:
“Non mi è mai passato per la mente – anche quando agivo nel pieno della Resistenza italiana – di uccidere Agnelli e, nemmeno nel periodo della cospirazione, di attentare alla vita di Mussolini”. Ed anche: “Durante decenni e decenni di militanza comunista non mi è mai passato in mente il progetto di assassinare Agnelli e nemmeno Mussolini o Hitler. Non era per umanitarismo. Hitler mi appariva un potere collettivo, l’espressione di una classe. Bisognava contrapporre a ciò un altro potere collettivo e solo ciò poteva veramente sconfiggerlo”.
Purtroppo le posizioni di Bertinotti a Venezia ci sembrano quasi un cedimento di fronte all’offensiva mediatica denunciata da Gagliardi, che, accogliendo le posizioni di Ingrao, vuole dimostrare l’estraneità del partito da frange “terroristiche”, come le nuove Brigate Rosse.
NOSTRE VALUTAZIONI.
Abbiamo qui dunque alcuni punti da cui partire per le nostre valutazioni politiche. Che oggi noi (e parlo come persona ancora legata ad ideali comunisti) si sia contrari alla violenza come metodo di lotta politica, è perfettamente condivisibile; che si condannino azioni violente come gli omicidi Biagi e D’Antona è pure fuori di dubbio; che ci si dichiari distanti dai metodi delle nuove Brigate Rosse, non ci piove sopra. Però finisce qui: perché noi abbiamo il diritto di parlare per noi che facciamo politica oggi in questo paese con questo governo, che non sarà il massimo della democrazia ma non è ancora diventato dittatura. Mentre non possiamo arrogarci il diritto di parlare, noi che viviamo tranquilli nelle nostre tiepide case, come avrebbe detto Primo Levi, di come avrebbero dovuto comportarsi i partigiani nel 1945, o anche di come dovrebbero comportarsi, oggi, altri popoli che vivono delle pesanti oppressioni.
Analizziamo ora la questione specifica della Resistenza e delle “foibe”. Nella vecchia accezione che non si può gettare via il bambino con l’acqua sporca, diciamo che non possiamo rinnegare la Resistenza ed i suoi valori solo perché all’interno del movimento partigiano ci sono state persone che hanno commesso dei crimini o delle azioni comunque riprovevoli.
Per quanto riguarda la questione delle “foibe”, diciamo che un grossissimo danno lo hanno fatto certi storici (parliamo di Pupo e Spazzali, che pure sono stati citati da Bertinotti come suoi termini di riferimento) che, avallando la semplificazione divulgativa di autori come Oliva e Rumici, hanno sancito (non si sa in base a cosa si siano investiti del ruolo di riformatori della lingua italiana) che nel concetto di “foibe” si possono comprendere le “violenze di massa a danno di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittime” (“Foibe”, edito da Bruno Mondadori).
E che, di conseguenza, sono “negazionisti” e “riduzionisti” tutti coloro che invece ritengono che si possano definire “infoibati” soltanto coloro che letteralmente furono uccisi e gettati nelle foibe, in gran parte per vendette personali o nella jacquerie istriana del settembre ‘43, fenomeni che, per questo motivo, non possono essere addebitati al movimento partigiano o comunista nel suo insieme, dato che furono, appunto, iniziative di tipo individuale e non programmate.
Se non accettiamo il discorso generalizzatore delle “foibe” come un fenomeno unitario, ma analizziamo i vari modi di morte degli “scomparsi” (la maggior parte dei triestini e goriziani che furono arrestati e non rientrarono dalla prigionia erano militari internati nei campi e morti di tifo o di stenti, oppure processati come criminali di guerra e condannati a morte), cade anche il discorso di dover fare autocritica su questi fatti. Perché come noi tutti condanniamo l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, ma non possiamo fare autocritica su questo, dato che è un episodio che non ci appartiene (sta a chi ha ucciso Moro fare -se lo credono- autocritica sul loro operato), così come il partigiano che ha ucciso per vendicare i torti subiti personalmente, ha operato come singolo, e la responsabilità dei suoi gesti non può ricadere su tutto il movimento, partigiano o comunista, che non può fare autocritica su qualcosa che non gli appartiene.
Poi andrebbe anche chiarita la questione dei “martiri” delle foibe. Una morte ingiusta, per quanto deprecabile, non può in alcun caso riabilitare una persona che operò in modo criminale in vita. Altrimenti ci troveremmo a dover considerare “martire” anche Mussolini, poiché la sua esposizione in piazzale Loreto non rappresenta certo una delle pagine migliori della Resistenza. Ma questo discorso non può prescindere da un altro fatto che invece Bertinotti ha dichiarato che non si deve fare: la “contabilità” dei morti. Come possiamo, se non proprio contabilizzando (orrenda espressione) i morti, comprendere quanto sia sbagliato parlare di martiri per gente che spesso si macchiò di crimini orrendi?
Ma l’affermazione più grave tra tutte quelle fatte da Bertinotti a Venezia, è che oggi il nostro nemico non è più il fascismo, ma guerra e terrorismo. Come se oggi non esistessero più i fascisti, come se il capitalismo non potesse ancora servirsi di loro per opprimere le classi inferiori nel momento in cui le leggi della democrazia non fossero più sufficienti. Un’affermazione che appare ancora più grave se consideriamo che nello stesso giorno a Roma si svolgeva la manifestazione filoirachena bipartisan cui abbiamo accennato prima: e perché mai Rifondazione dovrebbe espellere i propri iscritti che hanno partecipato a quella manifestazione mista destra/sinistra, se il fascismo non è più nostro nemico?
E poi, chi è che le scatena, le guerre? Nascono forse da sole, o è piuttosto la logica imperialista del capitale a scatenare le guerre, oggi come ieri?
Un’analisi corretta e sintetica della situazione c’è venuta invece dall’esponente dei Comunisti italiani Galante, nel corso di una conferenza tenutasi a Trieste il 10 dicembre. Sintetizzando, ha detto che, avendo il movimento comunista perso la guerra fredda, adesso per distruggerlo definitivamente sono necessarie altre cose. Fondamentali in questo la criminalizzazione della Resistenza e la distruzione dei valori portati avanti da essa. Da qui le campagne sulle foibe, sul triangolo rosso; in quest’ottica rientrano i testi di Pansa e di Oliva. Ma ci sembrerebbe terribilmente grave che in questa campagna s’inseriscano anche le posizioni del segretario di Rifondazione che, per dimostrare la propria estraneità alle attività delle nuove Brigate Rosse, vada a compiere quell’abiura chiesta dal “Riformista” e da “Repubblica”, giungendo al punto da inserirsi nell’operazione di demonizzazione della Resistenza e del movimento comunista portato avanti dalle persone indicate prima.
Infine un accenno polemico. Perché la cosiddetta “autocritica” che Bertinotti intende portare avanti per “disangelizzare” la Resistenza, ripudiando il “negazionismo” delle violenze commesse dai suoi esponenti, parte dalla condanna delle “foibe” e non da quella del “triangolo rosso”, delle uccisioni sommarie di Milano e del Piemonte, eccetera? Forse perché condannando partigiani non italiani ma jugoslavi è più facile, per motivi etnici, scaricare la responsabilità dalle proprie spalle?
Dato che Bertinotti si basa sui testi di Pupo e Spazzali e non ne considera altri, ignora però che proprio nelle nostre regioni, dato che l’esercito partigiano aveva preso in un certo qual senso il potere ed esercitava, quindi, un minimo di controllo, le esecuzioni sommarie furono di gran lunga inferiori che altrove, proprio perché i comandi jugoslavi non permisero quanto accadde invece in Italia, dove questo controllo da parte delle autorità non ci fu.
Ma perché prima di fare affermazioni di tale valenza politica, un segretario di partito non si informa meglio?
R: R: valori!?
A quanto pare neanche l'umiltà...
valori!?!?
"E' andata a fare copia-incolla da quei 4 siti di fanatici cattolici "..che grande cazzata che hai detto!!!l'articolo è preso dal sito de "la stampa" !!!!Documentati prima di scrivere!
valori!?!?
Lieto, molto lieto di poterti sputanare... Intanto, se cerchi su Google una frase delle tue, ti vengono fuori siti come "ilcannocchiale" o simili, il che è tutto dire, poi "la stampa" non è certo un giornale che prende le distanze dalla tua zona politica di riferimento e quindi non puoi dire che è una fonte d'informazione obbiettiva... Per finire, non bastavano le 200 righe che avevi scritto ieri, sei dovuta venire ad aggiungerne un altro centinaio! Ma secondo te ci sarà una (1) sola persona che se le leggerà tutte o dopo aver contato a occhio in numero di righe ti manda mentalmente "affanculo"? Fai un sacco di pena, sai...
valori!?!?
Quindi se un giornale non è comunista (come voi) vuol dire che non dice cose vere? Ti informo che "la stampa" è uno dei giornali più letti in Italia ....ed è un bene che ci siano molti siti su internet che dicono cose diverse dai libri di scuola , che hanno solitamente un impronta comunista. In 100 righe di messaggio , almeno uno vi "azzitta" (dialetto romano per dire vi fa stare zitti) perchè poi infatti puntualmente non sapete rispondere e veramente vi sputtanate (più che rispondere vi siete limitati a dire che vado dietro ai padroni"!!)
Essere sputanata da 4 comunisti??? Ma fammi il piacere di stare zitto!
valori!?!?
Quanto sei brava a mettere in bocca agli altri cose che non dicono... Che tu per dimostrare le tue tesi riporti gli articoli de "la stampa" o che io per dimostrare i miei riporti quelli de "la repubblica" sarebbe la stessa cosa: propaganda di parte, non informazione. Se poi consideriamo che Berlusconi è uno dei politici più votati d'Italia, il tuo discorso sul giornale più letto non regge più come prova di attendibilità. Come ha detto R sopra, vai a scrivere 500 righe di testo copiato-incollato da altri siti perchè non sei in grado di pensare con la tua testa... Quando arrivi a quel punto ti chiedi: "che cosa devo sapere, quali argomenti devo usare per ribattere?non ne ho... quindi vado a cercarli in siti che so essere della mia parte politica! tipo "mariadinazareth" "graficapastorale" "annuncisolidali" "protestantesimo" "ilcannocchiale" e altri obbrobri simili". E il bello è che la tua intenzione sarebbe quella di zittire chi osa avere un'opinione diversa dalla tua (bell'esempio di democrazia, mi ricorda l'editto bulgaro...), ma invece l'effetto che ottieni è di essere sbugiardata da chi è in grado di scrivere un messaggio senza andare a copiare da siti compiacenti, smentendo te e le tue convinzioni in pieno. Se poi consideri "comunisti" tutti quelli che non sono d'accordo con te, non sei nemmeno un po' più in alto del livello di Berlusconi... Sei solo da compatire, neanche da condannare.
valori!?!?
Forse quando parlate delle crociate o quando esaltate tanto il comunismo è perchè conoscete solo quelle 4 "frescacce" che leggete sui libri di scuola.Ebbene esistono molte verità che li non sono dette . Diciamo che ti fanno 2 scatole tante sul nazismo (tra l'altro senza nominare personaggi come San Massiliano Maria Kolbe ad esempio sacerdote che diede la sua vita per salvare un ebreo ) si parla invece molto meno dei massacri delle foibe , di tutte le stragi compiute dai cinesi all'epoca di Mao , si parla ancora meno dei masacri che ancora oggi vengono compiuti dai comunisti contro i cristiani(non solo preti o suore , ma anche semplici cittadini di religione cristiana ) e i crocifisso è anche simbolo di tutte le persone che lottano ancora oggi nel mondo per avere libertà di culto , (perchè a scuola forse non ve lo insegnano che ancora oggi i cristiani sono i più perseguitati )dai comunisti , dagli islamici , e adesso anche dagli induisti (come nel caso dell'India di non più di 2 anni fa) .Forse iniziare a studiare anche altre cose non farebbe male , e a non considerare "inferiore"un sito solo perchè dice cose cose "fuori dal coro"....poi io sono felicissima di fare pena a un comunista , percui sappi che più ti faccio pena più sono contenta ...vuol dire che sono dalla parte giusta!!
valori!?!?
Sai che cosa significa in inglese "owned"? Significa quel che ho appena fatto io a te! OWNEX XD OWNED XD OWNED XD OWNED XD OWNED XD
Puah
L'ordinanza del sindaco (e di che partito potrebbe mai essere, visto che sfortunatamente gran parte della Sicilia è in mano alla mafia?) è semplicemente antincostituzionale: viola infatti gli artt. 3, 8, 19 & 20 della Costituzione italiana, non sarebbe affatto diverso se avesse imposto di tenere una foto del papa, del duce o di Stalin! Non ci sarà nemmeno bisogno di disturbare l'Europa: stavolta la faccenda si risolverà qui in Italia e la ragione sarà data alla preside; un conto è vietare di affiggere un crocefisso, un altro è imporre di affiggerlo e se sulla prima si può discutere, sull'altra non c'è assolutamente storia...
R: Puah
> L'ordinanza del sindaco (e di che partito potrebbe mai essere, visto che sfortunatamente gran parte della Sicilia è in mano alla mafia?) è semplicemente antincostituzionale: viola infatti gli artt. 3, 8, 19 & 20 della Costituzione italiana, non sarebbe affatto diverso se avesse imposto di tenere una foto del papa, del duce o di Stalin! Non ci sarà nemmeno bisogno di disturbare l'Europa: stavolta la faccenda si risolverà qui in Italia e la ragione sarà data alla preside; un conto è vietare di affiggere un crocefisso, un altro è imporre di affiggerlo e se sulla prima si può discutere, sull'altra non c'è assolutamente storia...
di sicuro non è un'ordinanza seria, e di sicuro non ci sarà il bisogno di ricorrere alle istituzioni europee, è facilmente opponibile per le classiche vie giudiziarie italiane, tenendo conto della natura amministrativa dell'atto sindacale.
in ogni caso a me risulta che il giudizio di legittimità costituzionale sia una prerogativa della Corte Costituzionale, non tuo, limitati ad esprimere un parere e non un giudizio, e soprattutto impara a scrivere (si scrive anti-costituzionale, non anti-n-costituzionale)
R: R: Puah
Ma guarda un po' a che cosa ci si attacca quando non si ha niente con cui replicare... Che "giudizio" e "parere" sono 2 cose diverse e non sinonimi (se permetti, se qualcosa va contro la Costituzione del mio stato io lo affermo e non viene certo a dirmi il primo Cretinetti che incontro che non è mio diritto farlo, soprattutto se motivo la risposta citando gli articoli a cui faccio riferimento)... Che si è scritto "antincostituzionale" (e guarda che l'ho fatto apposta, per non stare a scrivere sia "anticostituzionale" che "incostituzionale", ma bravo, ora me li hai fatti scrivere)... La prossima che cosa sarà, che mi devo firmare col nome di battesimo come te? ....