L'obbligo scolastico abbassato a 15 anni

L'ultimo anno di scuola si potrà fare lavorando in azienda con un contratto di apprendistato, invece che in classe. Un provvedimento classista e che incentiva lo sfruttamento, secondo alcuni.

di gina pavone 20 ottobre 2010
Sui banchi di scuola si dovrebbe stare almeno fino a sedici anni, ma l'obbligo scolastico è stato di fatto ridotto dalla legge sul lavoro approvata ieri in parlamento e voluta dal Ministro Maurizio Sacconi.

In pratica, chi lo vorrà potrà cominciare a lavorare a quindici anni con un contratto di apprendistato, assolvendo l'ultimo anno scolastico obbligatorio in azienda invece che suoi banchi di scuola.

Negli ultimi anni l'età dell'obbligo scolastico, e di conseguenza l'età minima per poter cominciare a lavorare, è stata più volte ritoccata, fino ad arrivare agli attuali dieci anni minimi di scuola, che equivalgono a rimanere in classe almeno fino ai sedici anni d'età. Ma da ieri si può uscire dalla scuola già a quindici anni.

apprendistaLa norma fa già molto discutere e tra i commenti più negativi c'è quello di Mimmo Pantaleo, segretario generale FLC-Cgil, che dopo aver sottolinato che si tratta di «un ulteriore passo verso la demolizione dell'obbligo scolatico a 16 anni», osserva anche che la nuova legge elude la possibilità di «completare un percorso formativo di base all'altezza dei cambiamenti in atto nella società e nel mondo del lavoro». Ma soprattutto, secondo Pantaleo, il rischio è di accentuare le disparità sociali: «In realtà siamo di fronte all'allargamento ulteriore delle disuguaglianze perché quel percorso riguarderà i figli delle famiglie più disagiate, certamente non coloro i quali hanno le possibilità economiche per continuare gli studi». Senza contare, continua Pantaleo, che «i contratti di apprendistato, che coinvolgono piccole e piccolissime imprese, si configurano spesso come negazione di diritti, se non di vero e proprio sfruttamento, senza alcun contenuto formativo».

Dello stesso tono il commento della Rete degli studenti, secondo i quali si tratta di un provvedimento che non tutela i ragazzi e anzi li espone a uno sfruttamento «senza diritti né tutele», che trasforma gli studenti nella manovalanza sottopagata del paese, scrivono in un comunicato stampa dove poi ribadiscono anche loro che tutto ciò incentiva la formazione di scuole «classiste» e sempre meno attente alla formazione culturale dei giovani.

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