Sui banchi di scuola si dovrebbe stare almeno fino a sedici anni, ma
l'obbligo scolastico è stato di fatto ridotto dalla legge sul lavoro approvata ieri in parlamento e voluta dal Ministro Maurizio Sacconi.
In pratica, chi lo vorrà potrà
cominciare a lavorare a quindici anni con un contratto di apprendistato, assolvendo l'ultimo anno scolastico obbligatorio in azienda invece che suoi banchi di scuola. Negli ultimi anni l'età dell'obbligo scolastico, e di conseguenza l'età minima per poter cominciare a lavorare, è stata più volte ritoccata, fino ad arrivare agli attuali dieci anni minimi di scuola, che equivalgono a rimanere in classe almeno fino ai sedici anni d'età.
Ma da ieri si può uscire dalla scuola già a quindici anni. 
La norma fa già molto discutere e tra i commenti più negativi c'è quello di Mimmo Pantaleo, segretario generale FLC-Cgil, che dopo aver sottolinato che si tratta di «un ulteriore passo verso la demolizione dell'obbligo scolatico a 16 anni», osserva anche che la nuova legge
elude la possibilità di «completare un percorso formativo di base all'altezza dei cambiamenti in atto nella società e nel mondo del lavoro». Ma soprattutto, secondo Pantaleo, il rischio è di
accentuare le disparità sociali: «In realtà siamo di fronte all'allargamento ulteriore delle disuguaglianze perché
quel percorso riguarderà i figli delle famiglie più disagiate, certamente non coloro i quali hanno le possibilità economiche per continuare gli studi». Senza contare, continua Pantaleo, che «
i contratti di apprendistato, che coinvolgono piccole e piccolissime imprese, si configurano spesso come
negazione di diritti, se non di vero e proprio sfruttamento, senza alcun contenuto formativo».
Dello stesso tono il commento della
Rete degli studenti, secondo i quali si tratta di
un provvedimento che non tutela i ragazzi e anzi li espone a uno sfruttamento «senza diritti né tutele», che trasforma gli studenti nella
manovalanza sottopagata del paese, scrivono in un comunicato stampa dove poi ribadiscono anche loro che tutto ciò incentiva la formazione di
scuole «classiste» e sempre meno attente alla formazione culturale dei giovani.