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Scuole, che degrado! E' sicuro solo un edificio su cinque

Preoccupanti i dati che emergono dall'ultimo rapporto di Cittadinanzattiva. Tra tutte le 82 scuole monitorate, il 16% è messo davvero male. Crepe, distacchi di intonaco, degrado nei bagni. Solo 1 scuola su 3 tra quelle monitorate ha la certificazione di agibilità statica. E le barriere architettoniche complicano la vita dei disabili. Mandaci le foto della tua scuola!

di andrea maggiolo 17 settembre 2010
Le scuole italiane, spesso, non sono sicure al 100%: la sicurezza per gli studenti non è quindi garantita. E' quanto emerge dall'VIII Rapporto "Sicurezza, qualità e comfort a scuola" presentato a Roma da Cittadinanzattiva, un movimento di partecipazione civica che opera in Italia e in Europa per la promozione e la tutela dei diritti dei cittadini.

Le scuole sono precarie in sicurezza, ci sono frequenti distacchi di intonaco; e poi finestre rotte, muri imbrattati, palestre malandate, aule sporche e a volte sovraffollate. Edifici che avrebbero bisogno di una manutenzione reputata urgente dagli stessi dirigenti scolastici e responsabili della sicurezza, ma che non arriva mai (o quasi). Certificazioni sempre assenti all'appello, mentre aumentano gli episodi di bullismo e vandalismo. Così dice il rapporto: scopriamo i dettagli.

L'INDAGINE DI CITTADINANZATTIVA
L'indagine è approfondita, il progetto nasce quasi 10 anni fa. Dal 2002 ad oggi Cittadinanzattiva ha monitorato 1.529 edifici scolastici e raggiunto ogni anno, con la Giornata nazionale delle sicurezza scolastica (25 novembre), circa 10mila scuole. L'VIII Rapporto nello specifico si è occupato di 82 edifici scolastici di ogni ordine e grado (dalle scuole per l'infanzia alle scuole superiori) dislocate in 11 Province di 8 Regioni: Piemonte, Lombardia, Marche, Umbria, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia.

Tra tutte le 82 scuole monitorate, il 16% è messo davvero male. La sensazione prevalente è che, nonostante i tanti annunci e le risorse messe a disposizione negli anni, la sicurezza scolastica non sia mai stata davvero al primo posto nell'attenzione degli amministratori, sia a livello centrale sia locale. C'è chi "strappa" la sufficienza, più o meno una scuola su cinque, ma lo fa a fatica, spesso salvandosi grazie all'impegno per migliorare aspetti legati alla qualità e al comfort. Ma bisognerebbe fare di più. "In sicurezza, riteniamo che non sia tollerabile strappare la sufficienza. Nessuno, infatti, salirebbe su un aereo ipertecnologico ma rattoppato. Eppure per le scuole accade", dice Adriana scuole-fatiscentiBizzarri, coordinatrice nazionale della Scuola di Cittadinanzattiva.

QUANTE CREPE E DISTACCHI D'INTONACO... MA NON INTERVIENE NESSUNO
Il 15% delle scuole prese in esame ha crepe evidenti sulla facciata esterna e all'interno dell'edificio. I distacchi di intonaco interessano gran parte dei locali della scuola: sono stati rinvenuti nel 29% dei corridoi, nel 23% dei laboratori, nel 21% dei bagni e nel 20% delle aule. Ma qual è il motivo di tanto degrado? Il problema principale non è che si tratta di edifici vecchi (il 67% del campione preso in esame è stato costruito prima del 1974, il dato nazionale è del 55%), ma innanzitutto è la mancanza di manutenzione: il 28% delle scuole denota deficit manutentivi e la necessità di interventi manutentivi ordinari (88% dei casi) e straordinari (46%).

E quando si ninterviene, lo si fa con gravi ritardi. La situazione è grave anche perché gli enti proprietari non riescono ad intervenire in tempi accettabili. I Responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione intervistati da Cittadinanzattiva hanno risposto che, in caso di richiesta di interventi urgenti, due volte su tre l'Ente proprietario non è mai intervenuto.

CERTIFICAZIONE DEGLI EDIFICI SCOLASTICI: TROPPI FUORI LEGGE
Su questo punto il problema è molto grave. Solo 1 scuola su 3 tra quelle monitorate ha la certificazione di agibilità statica (37%) e ad aggravare la situazione c'è il fatto che più della metà delle scuole del campione si trova in zona a rischio sismico (55%). La percentuale si abbassa vistosamente nel caso della presenza della certificazione igienico- sanitaria, presente solo nel 25% dei casi (1 scuola su 4). Negativo anche il dato relativo alla certificazione di prevenzione incendi: poco meno di una scuola su tre ne è provvista (31%).

AULE, CHE DEGRADO! E LE VIE DI FUGA?
Le aule sono spesso in pessimo stato. I distacchi di intonaco, certo, ma anche la presenza di barriere architettoniche che complicano la vita dei disabili, gli arredi a volte davvero degradati: un quadro molto negativo. Oltre ai problemi di "ordinaria insicurezza" si aggiungono quelli provocati dal Regolamento attuativo della legge 133/2008, articolo 64 che prevede per il 2009 e per il 2010 l'innalzamento progressivo del numero degli alunni per classi, nelle scuole di ogni ordine e grado.

Il rischio concreto è il sovraffollamento: gli alunni saranno stipati in aula come sardine, e a pagarne le conseguenze saranno soprattutto gli alunni disabili. Peggioreranno inevitabilmente la vivibilità, la didattica e la sicurezza. Come emerge da questa indagine, infatti, il 93% delle aule non è provvisto di porte antipanico e le scale di sicurezza risultano assenti, in tutto o in parte, nel 29% delle scuole a più piani. Cosa succederebbe se da queste scuole fosse necessario evacuare in fretta in caso di emergenza?

TAGLIO AI BILANCI: CONSEGUENZE ANCHE SULLA PULIZIA
Particolarmente deficitaria la situazione dei bagni: nel 35% manca la carta igienica, nel 39% è assente il sapone, il 68% è sprovvisto di asciugamani. E le cose andranno sempre peggio. La circolare n. 9537 emanata dal Ministero dell'Istruzione lo scorso dicembre che, tra le altre cose, prevede una riduzione del 25% delle spese per il personale addetto alle pulizie delle scuole.

MANDACI LE FOTO DELLA TUA SCUOLA!

IN CRESCITA BULLISMO E VANDALISMO. E I CANCELLI...
Sono numeri che destano scalpore. Addirittura il 41% delle scuole è stato interessato da fenomeni di vandalismo all'interno dell'edificio, il 13% da episodi di bullismo e l'11% da episodi di criminalità nei pressi dell'edificio. Ancora più impressionante il confronto con gli anni precedenti: gli episodi di bullismo registrano un più 2% rispetto al 2009 (11%), e quelli di vandalismo ben un più 7% (34% nel 2009). Alcuni dati, correlati a questo, fanno riflettere: è vero che il 90% delle scuole monitorate adotta sistemi di vigilanza all'ingresso dell'edificio, ma la metà non adotta lo strumento più semplice per la vigilanza che è quello di chiudere i cancelli anche durante l'orario scolastico.

PREVENZIONE: TUTTO OK
L'VIII Rapporto di Cittadinanzattiva registra però anche dei miglioramenti e dei dati positivi: il piano di evacuazione è presente in tutte le scuole, quello di valutazione dei rischi nel 96% dei casi, le prove di evacuazione sono svolte regolarmente nel 93% degli edifici. E' un risultato che si deve anche alla Giornata nazionale della sicurezza nelle scuole, che si celebra il 25 novembre e che quest'anno giunge alla sua ottava edizione.

SITO DI CITTADINANZATTIVA

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INCHIESTA DI STUDENTI.IT SULL'EDILIZIA SCOLASTICA

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Popoli giovedì, 23 settembre 2010

Popoli

Pacchetto sicurezza, un anno dopo

In parte inapplicabile, in parte inutilmente vessatoria, molto efficace nel creare paura tra gli stranieri: a dodici mesi dall'entrata in vigore di una legge contestata, l'unica vera sicurezza è la bocciatura da parte della società civile e degli stessi immigrati.

Se questa, politicamente parlando, è l'estate delle intercettazioni, il tormentone del 2009 è stato indubbiamente il cosiddetto «pacchetto sicurezza». Una legge fortemente voluta dalla maggioranza, Lega nord in testa, e altrettanto fortemente osteggiata dall'opposizione. Un provvedimento articolato, che riunisce sotto il capitolo «sicurezza» questioni molto diverse: dall'immigrazione alla criminalità organizzata, dalle ronde ai clochard, dal decoro urbano ai buttafuori delle discoteche.
«Sono molto contento per il lavoro fatto - dichiarò il giorno dell'ok del Parlamento un raggiante Roberto Maroni, ministro dell'Interno -. Invece, chi ha votato contro questo provvedimento non ha fatto un buon servizio alla lotta all'immigrazione clandestina». «Le misure del governo in realtà accresceranno l'insicurezza», replicò l'allora segretario del Partito democratico, Dario Franceschini, aggiungendo che la legge gettava sull'Italia «l'ombra della xenofobia». In un Paese in cui le polemiche politiche surriscaldano il clima per mesi, per poi essere accantonate appena fa capolino una nuova «emergenza», viene da chiedersi come siano andate le cose in un anno di applicazione della legge, entrata in vigore l'8 agosto 2009. Proviamo a farlo, concentrando l'attenzione sulle norme relative all'immigrazione.

LA FACCIA CATTIVA
Il reato di clandestinità, più precisamente di «ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato», è indubbiamente il «cuore» della legge n. 94 del 15 luglio 2009, Disposizioni in materia di sicurezza pubblica. La pena prevista è un'ammenda da 5 a 10mila euro, oltre che l'espulsione dal nostro Paese.
I primi mesi di applicazione della legge hanno evidenziato alcune contraddizioni. Lo spiega bene Enzo Cosentino, avvocato di Varese, legale dell'Anolf (associazione che si occupa di immigrazione promossa dalla Cisl): «Si attribuisce l'intervento ai giudici di pace, che in alcune zone del Paese sono pochi e oberati di lavoro e che, oltretutto, avrebbero compiti conciliativi, diversi da quelli per cui sono chiamati in causa da questa legge. Per quanto riguarda poi l'ammenda prevista, pensiamo non ai criminali di lungo corso ma agli immigrati irregolari "normali", la badante, il raccoglitore di pomodori, il venditore ambulante: quanti hanno a disposizione una cifra così alta? Ancora: nel corso del processo andrebbe accertato il "luogo del commesso delitto", cioè dove si è verificato l'ingresso o la permanenza illegale in Italia, operazione in molti casi impossibile. Insomma, si tratta di una norma incoerente e inapplicabile. Non per nulla, dai dati che abbiamo, su 3mila immigrati irregolari fermati, solo il 5% sono stati espulsi, e in un anno si sono celebrati pochissimi processi».
Ma le perplessità di Cosentino vanno oltre gli aspetti meramente tecnici: «Il reato di clandestinità è un passo indietro della nostra civiltà giuridica. Più che un delitto si punisce uno status, cioè la mancanza di alcuni documenti». Un giudizio condiviso da un altro avvocato esperto di legislazione sull'immigrazione: Silvia Balestro, consulente della Cisl di Milano, punta il dito in particolare contro le norme relative ai minori. «Il legislatore ha abbandonato un principio guida della legislazione sull'immigrazione, cioè che il minore è un soggetto da tutelare. L'articolo 10bis della legge 94 non esclude che il reato di clandestinità possa essere commesso da minori. In teoria anche un bambino può essere denunciato ed espulso. Per fortuna, però, il pacchetto sicurezza non ha modificato altre norme della legislazione italiana e internazionale che tutelano anche i minori irregolari. La stessa legge Bossi-Fini afferma che i minori non possono essere espulsi. Dunque è praticamente impossibile che un processo si concluda con la condanna di un minore per clandestinità. Restano alcuni problemi pratici, ad esempio in ambito scolastico. So di scuole che non accettano l'iscrizione di irregolari maggiori di 16 anni. E ci sono stati alcuni Comuni (ad esempio quello commissariato di Bologna) che rifiutavano l'iscrizione nei nidi e nelle scuole materne a piccoli figli di "clandestini". Il ministero ha chiarito attraverso alcune circolari che il diritto all'istruzione prevale su qualunque altra considerazione. Ma la sensazione è che la legge 94 metta i minori stranieri irregolari in condizione di debolezza».

PAURA DI CURARSI
«Panico», «paura a uscire di casa», «sensazione di essere braccati»: non usano mezze misure gli operatori della società civile e gli stessi immigrati per descrivere il clima creatosi durante e dopo la discussione della legge. A rendere particolarmente minaccioso il quadro era stato, durante il dibattito parlamentare, l'emendamento sui «medici spia» presentato dalla Lega nord, che prevedeva l'obbligo di denuncia dei «clandestini», in aperta contraddizione con i principi deontologici e costituzionali che tutelano il diritto universale alla salute e alle cure essenziali. L'emendamento è stato poi bocciato. Tuttavia, se da un lato la legge 94 non obbliga alla denuncia, dall'altro non esplicita il divieto: si limita a dire che alcune categorie (tra cui i medici) non sono tenute a denunciare il «clandestino». È stata così necessaria una circolare ministeriale, a novembre, per chiarire che il medico di una struttura sanitaria pubblica ha il divieto di denunciare un paziente straniero irregolare. Alcune Regioni, non tutte, hanno ribadito il principio con alcune loro circolari.
Problema risolto? Tutt'altro. «Conosco donne sudamericane che non avevano fatto nulla di male ma sono tornate al proprio Paese con i figli per paura di essere denunciate - spiega Karina Scorzelli, mediatrice culturale italo-cilena della cooperativa Crinali, che a Milano si occupa della salute delle donne immigrate -. L'idea diffusa nelle comunità straniere era che fosse rischioso entrare in qualunque ufficio pubblico. Ora la situazione si è un po' normalizzata, ma c'è ancora tanta disinformazione».
Un timore che ha contagiato anche le associazioni di volontariato che offrono assistenza sanitaria. «Anche noi abbiamo notato una flessione durante i mesi di discussione della legge e poi una risalita - racconta Tommaso De Filippo, dell'Assistenza sanitaria San Fedele, sempre a Milano -. C'è da dire però che noi non siamo un ente "istituzionale": mi chiedo se uno straniero irregolare vada in ospedale con la stessa tranquillità con cui frequenta le associazioni del non-profit o piuttosto preferisca rinunciare». «A Roma - conferma Oliviero Forti, della Caritas italiana - la diminuzione degli accessi ai pronto soccorso e agli ambulatori, anche del non profit, è stata drastica, poi si è avuto un riassestamento. Ma in generale registriamo ancora un timore diffuso tra gli stranieri quando devono farsi curare».
Situazione simile a Torino, come ha dimostrato un'approfondita ricerca svolta a inizio 2010 dall'associazione Il nostro pianeta e finanziata da Ires Piemonte. Dopo sei mesi dall'approvazione della legge si era avuta una ripresa di accessi per il pronto soccorso, mentre per gli altri presidi pubblici veniva ancora rilevata una diminuzione degli interventi di diagnosi precoce, prevenzione e per la cura di patologie infettive.
Uno sguardo nazionale è quello del Gris (Gruppo immigrazione e salute), che riunisce varie realtà del privato sociale diffuse sul territorio italiano. Il coordinatore Salvatore Geraci spiega che «il pacchetto sicurezza ha messo in dubbio nella mentalità collettiva il fatto che la salute sia un diritto per tutti. Noi diciamo sempre cha la salute è un bene indivisibile, ma ora la cosa non è più scontata. Pensiamo al caso clamoroso del Friuli Venezia Giulia, dove è stato demolito un sistema di assistenza che funzionava bene».
Sentiamo allora il portavoce friulano del Gris, Guglielmo Pitzalis: «Già nel 2008, appena insediatasi, la giunta di centro-destra ha abrogato la legge regionale sull'immigrazione, una delle più avanzate sui temi dell'inclusione. Dopo il pacchetto sicurezza sono stati chiusi tutti i presidi sanitari per irregolari (i cosiddetti Stp) e, in generale, prevale una logica di smantellamento del welfare per gli stranieri, anche regolari. Quello che colpisce è l'uso demagogico del problema sicurezza, la volontà di creare una distanza tra "noi" e "loro". In Friuli gli irregolari non superano il 5% degli immigrati; magari esistono stereotipi, piccoli episodi di intolleranza, ma nel complesso si vive bene insieme. Basti pensare che il 90% degli stranieri sceglie per i figli che vanno alle elementari l'insegnamento del friulano».

EMBRIONI CLANDESTINI
Donna, straniera, irregolare, incinta: può sembrare incredibile, ma anche lei è un bersaglio del pacchetto sicurezza. «Negli ultimi mesi notiamo un incremento di aborti spontanei con complicazioni - racconta la ginecologa Graziella Sacchetti, della cooperativa Crinali -. In realtà non sono affatto aborti spontanei. Tutto fa pensare che ci sia una crescita di tentativi di aborti clandestini, soprattutto per via farmacologica. È ormai diffusa, infatti, la pratica di assumere in grandi quantità un farmaco normalmente utilizzato per problemi gastrici. Quando le cose vanno male e si verificano, ad esempio, emorragie, allora le donne arrivano al pronto soccorso. Nessuno può provare che la rinuncia all'aborto legale sia dovuta alla paura di una denuncia, ma il sospetto è forte. E il problema non sono solo gli aborti clandestini, ma anche chi porta avanti una gravidanza nascosta, mal seguita, con tutti i rischi del caso. In generale un minore accesso ai servizi sanitari significa anche minori possibilità di offrire una formazione sui metodi anticoncezionali, per evitare altri aborti, e meno prevenzione, ad esempio del tumore della mammella e dell'utero».
Da varie città arrivano poi segnalazioni di un'interpretazione quantomeno restrittiva circa il permesso di soggiorno per gravidanza, della durata di 6 mesi, previsto dalla legge. Spiega Karim, operatore dell'ufficio immigrazione delle Acli di Padova: «Quando le straniere irregolari incinte vanno in questura, spesso viene comunque fatta partire una denuncia per clandestinità, denuncia poi "congelata" per 6 mesi, ma che rimane come una spada di Damocle sulla testa della donna. A quel punto molte preferiscono restare nell'irregolarità».
E la paura entra persino in sala parto. Secondo la legge 94 lo straniero deve esibire il permesso di soggiorno per ottenere qualunque atto della pubblica amministrazione. Come possono allora i genitori di un neonato, se irregolari, registrarlo all'anagrafe? Per evitare che una legge dello Stato producesse figli invisibili è intervenuta l'ennesima circolare ministeriale chiarificatrice il 7 agosto 2009, cioè il giorno prima dell'entrata in vigore della legge, precisando che «per lo svolgimento delle attività riguardanti le dichiarazioni di nascita e di riconoscimento di filiazione non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno». Resta il fatto che il «peso» politico e giuridico di una legge è ben diverso da quello di una circolare, che può essere facilmente modificata o annullata.

SANATORIA A METÀ
E non sono solo le circolari «riparatorie» a svelare i limiti di una legge pasticciata. La marcia indietro più clamorosa è la cosiddetta «sanatoria badanti». Ai primi di agosto del 2009 la stessa maggioranza che pochi giorni prima aveva approvato il pacchetto sicurezza si è resa conto che le nuove norme, se applicate rigorosamente, avrebbero azzerato il «welfare domestico» fatto di assistenti familiari e colf straniere impegnate, spesso in nero, nella cura degli anziani e nella pulizia di tante case.
Ma la toppa ha funzionato come può funzionare una toppa, anzi oggi, a conti fatti, assomiglia più a un flop: sono 294.744 le domande presentate e circa due terzi quelle al momento accolte, contro previsioni che parlavano di 500mila regolarizzazioni (l'Inps comunque festeggia, avendo incassato nell'operazione 348 milioni di euro di contributi). «Sono stati posti requisiti troppo stringenti - sostiene Antonio Russo, responsabile immigrazione delle Acli -: la soglia di reddito pari a 20mila euro, un minimo di 20 ore settimanali di servizio, un costo di 500 euro per la pratica. Ci sono inoltre casi numerosi di famiglie che, pur avendo i requisiti, non hanno voluto regolarizzare le collaboratrici. In più la sanatoria ha spalancato la porta ad abusi e truffe: stranieri che da anni lavorano onestamente in Italia ma che non hanno mai potuto regolarizzarsi, pur di infilarsi nella sanatoria hanno pagato fino a 5-6 mila euro a finti datori di lavoro, domande che non sono mai state presentate».
Poi c'è il «capitolo beffe». Quella più atroce, tutt'altro che rara, la racconta ancora Karim: «Le questure e gli sportelli per l'immigrazione stanno ancora esaminando molte domande di "emersione" dall'irregolarità. Se nel frattempo l'anziano assistito muore, è necessario che l'erede accetti di subentrare come datore di lavoro. In caso contrario si ha il paradosso di una badante che ha cercato di regolarizzarsi e di colpo, essendosi di fatto autodenunciata, si trova a essere soggetta a un decreto di espulsione».
Annalisa Caron è responsabile di Anolf Monza-Brianza e denuncia un caso di ordinaria ingiustizia: «La legge dice che i lavoratori subordinati sono automaticamente iscritti al Servizio sanitario nazionale. Molte regioni (compresa la Lombardia) hanno chiarito che badanti e colf che hanno presentato domanda di "emersione" sono da considerare lavoratrici subordinate, anche se in attesa della risposta. Non a caso l'Inps ha mandato subito a casa i bollettini per riscuotere i contributi. Eppure l'ospedale San Gerardo di Monza, il più grande della zona, continua a far pagare le prestazioni a queste persone. Il caso più eclatante è quello di una collaboratrice familiare sottoposta a intervento chirurgico: convinta di non dover pagare nulla, si è vista consegnare una parcella di 8.300 euro».

VITA DA CIE
A Milano hanno fatto scioperi della fame a raffica, a Crotone in marzo hanno cercato di sfondare il muro di recinzione, in giugno ci hanno riprovato e la struttura è stata chiusa; a Bologna ci sono stati diversi tentati suicidi, mentre a Roma una donna ce l'ha fatta, a farla finita; trapelano racconti di pestaggi della polizia da Gradisca (Gorizia), Roma, Bologna... Stralci di cronache dai Cie (Centri di identificazione ed espulsione), un pilastro della legge 94 poiché è qui che devono «soggiornare» gli irregolari in attesa di essere espulsi. Per consentire lo svolgimento delle pratiche, il pacchetto sicurezza ha esteso a 180 giorni il periodo massimo di detenzione.
Sei mesi che si trasformano in un incubo. «Esasperazione è la parola giusta per descrivere il clima che si respira qui - racconta il gesuita Giovanni Lamanna, direttore del Centro Astalli di Roma, che spesso visita il Cie di Ponte Galeria, il più grande d'Italia -. Paradossalmente è meglio stare in carcere: lì puoi lavorare, ci sono attività riabilitative, puoi fare un minimo di progetti per quando uscirai. Qui non si fa assolutamente nulla, dal mattino alla sera. In più non sai che cosa sarà di te: potresti essere rimpatriato il giorno dopo oppure dover aspettare mesi. Nei Cie si trova il criminale impenitente fianco a fianco all'onesto lavoratore in Italia da 10 anni, magari con famiglia, il quale è senza permesso di soggiorno perché l'azienda ha chiuso per la crisi».
Se aggiungiamo le condizioni igienico-sanitarie spesso disumane, ecco spiegate le rivolte. In una lettera pubblicata a giugno, gli «ospiti» di Ponte Galeria così descrivevano la situazione: «Ci danno da mangiare cibo scaduto, molti di noi hanno la scabbia, la doccia e i bagni non funzionano, la carta igienica viene distribuita due giorni a settimana. Ci danno sonniferi e tranquillanti per farci dormire tutto il giorno».
Anche in questo caso non mancano i paradossi. Esempio numero uno: se il soggetto da espellere ha commesso altri reati, prima sconta la pena in carcere e poi viene trasferito al Cie; perché non utilizzare il tempo di detenzione per svolgere le pratiche per l'espulsione? Esempio numero due: terminati i 6 mesi senza che sia stata possibile l'identificazione, la persona viene rimessa in libertà; se il giorno dopo venisse nuovamente fermata dalla polizia, teoricamente potrebbe essere riportata nel Cie per un altro semestre di esasperazione.

COME TI COMPLICO LA VITA
Marchiati a fuoco i «clandestini», il pacchetto sicurezza provvede poi a complicare tremendamente la vita anche agli immigrati regolari.
Succede ad esempio con l'abitazione. Uno dei nuovi requisiti per ottenere il ricongiungimento familiare è l'idoneità abitativa, ma la legge non chiarisce le modalità per ottenerla, generando confusione e disparità di trattamento. Racconta Andrea Massironi, di Anolf Lecco: «In provincia, prima della legge 94, l'idoneità era rilasciata dall'Asl, poi l'Asl ha detto che dovevano provvedere i Comuni. È stato il caos: una casa con caratteristiche simili veniva valutata in modo diverso da Comune a Comune. In più, alcuni Comuni chiedevano fino a 100 euro per la pratica, e teniamo presente che ogni 6 mesi bisogna fare il rinnovo. Ora, grazie a un accordo con la Prefettura, sono stati stabiliti criteri omogenei, si è uniformato il costo (35 euro) e il rinnovo avviene con autocertificazione, senza spese».
È sempre Massironi a denunciare un altro aspetto problematico, quello dei ricongiungimenti dei genitori dell'immigrato: «La legge 94 pone come requisito che non ci siano altri figli nel Paese di origine, senza distinguere per esempio sull'età di questi figli o sul fatto che siano economicamente autonomi o meno. Noi registriamo il disagio di molte immigrate, specie arabe o nordafricane, per le quali durante il parto e nei primi mesi di maternità è fondamentale avere a fianco la madre e che invece devono vivere da sole questo momento».
Tra le novità più note c'è l'accordo di integrazione, meglio conosciuto come «permesso di soggiorno a punti». Previsto dalla legge 94, è stato presentato dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi a giugno ed entrerà in vigore in gennaio. «È solo un modo per rendere l'integrazione un percorso a ostacoli - taglia corto Russo -. I requisiti sono ridicoli: la conoscenza della lingua italiana è importante, ma non dimentichiamo che, secondo alcune indagini, il 70% degli stessi italiani ha difficoltà a comprendere un testo scritto. Quanto alla conoscenza della Costituzione, vogliamo parlare di come la Carta è conosciuta dai nostri politici? C'è poi il peso psicologico di sapere che il proprio futuro è appeso alla valutazione discrezionale di un funzionario. Infine, non è stato stanziato un solo euro, ad esempio, per i corsi di italiano. Tutto è lasciato come sempre al buon cuore del non profit».

EMERGENZA SICUREZZA?
Il pacchetto sicurezza è stato presentato come risposta necessaria a un'emergenza criminale associata all'immigrazione, un cavallo vincente anche nelle ultime campagne elettorali. Emergenza che, però, in realtà non esiste, come dimostrano alcuni dati statistici, a disposizione sul sito dello stesso ministero dell'Interno (www.interno.it). Tra 2007 e 2008 i delitti commessi da stranieri sono diminuiti dello 0,4%, tra 2008 e 2009 addirittura del 13,9%. In particolare sono drasticamente diminuiti alcuni reati che nell'immaginario collettivo sono ormai impropriamente attribuiti agli stranieri: i furti nelle abitazioni (-27% nel triennio 2007-2009), le rapine in banca (-46%), le violenze sessuali (-3,6%).
Un'ulteriore smentita dell'equazione immigrati=criminalità arriva da una ricerca presentata a giugno e realizzata per il Fondo europeo per l'integrazione: Immigrazione, Regioni e Consigli territoriali per l'immigrazione. Prendendo come riferimento le denunce, il rapporto rivela che, nel periodo 2005-2008, le denunce contro gli stranieri sono aumentate del 19,9%, a fronte di un incremento molto maggiore dei residenti stranieri in Italia, nello stesso periodo: +45,7%.
Si arriva dunque alla radice del problema. Quali i veri obiettivi del pacchetto sicurezza? Ne parliamo con Luca Bettinelli, responsabile immigrazione della Caritas ambrosiana: «Dal punto di vista pratico, seppure non manchino tanti drammi personali, la legge ha avuto un'efficacia limitata. Oltretutto le autorità di pubblica sicurezza stanno dimostrando buon senso nel gestire i paradossi della normativa. Il vero impatto negativo, e forse anche l'obiettivo della legge, è a livello culturale. Con il pacchetto sicurezza si dà una svolta ulteriore nella rappresentazione dell'immigrato come criminale, si istilla ancora di più nell'opinione pubblica la paura del diverso. La legge 94 è tutta impostata sulla repressione, con un'ossessione, direi quasi una degenerazione, per cui anche buttare cartacce per strada viene considerato un problema di sicurezza. E questo martellamento fa breccia nella mentalità collettiva. Lo vediamo anche nei "nostri" ambienti, dentro la comunità ecclesiale, dove si fa sempre più fatica a far passare certi discorsi sull'accoglienza».
Da Roma gli fa eco Antonio Russo: «Come Acli riteniamo che il pacchetto sicurezza sia una "norma manifesto", che colpisce la speranza di vivere meglio, o semplicemente di sopravvivere, e accresce la vulnerabilità e la ricattabilità degli stranieri, generando ulteriore irregolarità. Non si vuole capire che non si fa integrazione attraverso la sicurezza, ma si fa sicurezza attraverso l'integrazione».

n° 4
Federica mercoledì, 22 settembre 2010

non posso mandare le foto!

appena clicco sulla voce "mandaci le foto della tua scuola" o "inviaci le foto, le pubblicheremo sul sito" mi dice che il server non è stato configurato! si può fare qualcosa? vorrei davvero mandare alcune foto della mia "bellissima" scuola!!! grazie in anticipo

n° 3
carmendimauro martedì, 21 settembre 2010

la scuola fantasma

si parlate di edilizia scolastica...bhè...la scuola che frequento io non ha di questi problemi...perchè non esiste l'edificio!!diciamo che è una scuola "spirituale". siamo un liceo socio-psico-pedagogico di un paese nella provincia di CATANIA (GIARRE) che è nato circa 8 anni fa. inizialmente era collocato in alcune aule del liceo classico, successivamente con l'aumentare delle classi, lo avevano collocato in un edificio inagibile. oggi dopo 8 anni non abbiamo nulla!! ci hanno diviso in 3 sedi, l'unione tra gli studenti e gli insegnanti della scuola non esiste (io non ho mai visto ragazzi/e di alcune classi). dopo tante proteste non abbiamo ottenuto nulla, la provincia continua a promettere di risolvere questa situazione, intanto noi alunni e insegnanti viviamo questo disagio stanchi di sole parole!!!

n° 2
Avaaz venerdì, 17 settembre 2010

Avaaz

Cari amici,

Avaaz è stata presa di mira da un magnate dei media.

Un numero enorme di membri canadesi di Avaaz si sono recentemente mobilitati contro favori elargiti dal governo a un nuovo network tv di propaganda della destra radicale, diretto dall'ex consulente del Primo ministro. L'impero mediatico che si cela dietro quel network ha attaccato la nostra comunità con una serie di calunnie sui suoi giornali, e ha ammesso di essere a conoscenza di un sabotaggio criminale nei confronti della nostra petizione. Ora il magnate ha minacciato di fare causa ad Avaaz se non cancelleremo la nostra campagna entro 24 ore!

Questo è il modo in cui il potere delle grandi aziende silenzia la voce dei cittadini. Ma Avaaz è una comunità di quasi 6 milioni di persone, e insieme siamo molto più forti di qualunque prepotente che risponde agli ordini aziendali.

I media a braccetto coi potenti e la loro combinazione incestuosa con politici privi di scrupoli e informazione di parte è un pericolo crescente insediatosi nelle democrazie di molti paesi, dall'Italia agli Stati Uniti, fino all'Australia. Prendiamo una posizione forte, e dimostriamo che le loro tattiche intimidatorie si ritorceranno contro loro stessi. Ci hanno dato un ultimatum di 24 ore: facciamo una donazione per dare loro la risposta che si meritano e per tenere viva la battaglia contro i media a braccetto coi potenti in giro per il mondo:

La democrazia è in marcia in tutto il mondo, ma interessi antidemocratici hanno organizzato un contrattacco: i media a braccetto coi potenti. Quando un leader politico è alleato con un enorme impero mediatico, diventa difficile batterlo alle elezioni.

Molti di questi sfoghi stanno promuovendo idee che avvelenano i cuori delle persone e polarizzano il nostro mondo, mettendo in serio pericolo la democrazia e la pace. Il Canada è l'ultimo campo di battaglia in ordine di tempo - trasformiamolo nella battaglia in cui il potere dei cittadini ribalta l'idea sui media a braccetto coi potenti. Abbiamo 24 ore per vincere questa sfida: clicca sotto per fare una donazione!

Parte della scommessa del movimento di Avaaz è la nostra capacità di lavorare su argomenti che tagliano trasversalmente tutti gli altri. Il sovvertimento della democrazia messo in atto da aziende mediatiche potenti e dai loro alleati politici è un pericolo per tutto ciò che ci sta a cuore: dal cambiamento climatico, alla povertà, ai diritti umani. Con la sua voce globale, Avaaz potrebbe essere una fra le poche organizzazioni che possono combattere questa minaccia alla democrazia. Ci hanno dato 24 ore per vincere questa sfida: dimostriamoci all'altezza.

Con speranza,

Ricken, Luis, Iain, Emma, Alice, Ben, Giulia, Alex e tutto il team di Avaaz.

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