
Durante la giornata di mobilitazione studentesca contro la riforma della scuola e dell'università del ministro Gelmini,
a Milano ci sono ci sono stati scontri tra i manifestanti e le forze dell'ordine in piazza San Babila. E
due ragazzi sono stati arrestati per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale: Matteo Tunesi e Giammarco Peterlongo, entrambi di 20 anni.
Questa mattina i due giovani sono stati processati per direttissima. E sempre questa mattina gli amici dei ragazzi si sono ritrovati davanti al tribunale per protestare contro il loro arresto e per chiederne la liberazione, mostrando cartelloni con scritte come
"E adesso manganellateci tutti" o
"La vostra repressione non fermerà la nostra ribellione. Jimmy e Teino liberi subito".
Alla fine dell'udienza,
il giudice Lacaita ha convalidato l'arresto, ma non ha previsto ulteriori misure cautelari, come l'obbligo di firma richiesto dal PM. Così i due ragazzi hanno potuto far ritorno a casa e sono stati accolti con applausi dagli amici che li aspettavano fuori.
Il giudice ha stabilito che "l'esperienza è servita" ai due giovani e li ha invitati a comportarsi bene d'ora in avanti. Secondo l'accusa durante il corteo non autorizzato Peterlongo "avrebbe colpito al volto un poliziotto che cercava di fermarlo", mentre Tunesi avrebbe dato un calcio ad un agente di polizia.
I due ragazzi si sono dichiarati "dispiaciuti se qualcuno si è fatto male" ed hanno dichiarato di non aver fatto nulla, di aver subito una carica e di essersi trovati in mezzo.
All'uscita dal Tribunale, Peterlongo, che è iscritto alla facoltà di Sociologia, ha dichiarato: "Ho avuto un po' di paura, non è stato piacevole.
Il giudice ci ha detto che l’arresto già di per sé era stato eccessivo per quello che è successo". La madre invece ha sottolineato che "questi giovani hanno bisogno di persone di riferimento, carismatiche, di una società che li accolga". Tunesi invece ha dichiarato: "Il messaggio che lanciano il Comune, il Governo e le Forze dell’ordine è chiaro:
ogni voce fuori dal coro deve essere chiusa. Loro provano a metterci paura ma noi andremo avanti perché la nostra è una battaglia di libertà, in un paese dove di libertà ce n’è sempre di meno". E nonostante l'arresto
i due si dichiarano "pronti a nuove autogestioni e occupazioni nelle scuole. Non abbiamo fatto nulla e non siamo certo pericolosi, ma evidentemente sono pericolosi tutti quelli che scendono in piazza e portano avanti le loro idee".
Non tutti però sono d'accordo con la loro scarcerazione.
Riccardo De Corato, vicesindaco di Milano, ha così commentato la decisione dei giudice: "Non avevamo dubbi che i due studenti arrestati sarebbero stati subito liberati. Una prassi, quella della scarcerazione facile e dei processi fissati a distanza, che accomuna il trattamento degli affiliati ai centri sociali ai clandestini, puntualmente rimessi in libertà.
Sistema che finisce per rendere più difficile la tutela dell’ordine pubblico da parte delle forze dell’ordine. Che paradossalmente saranno messe sotto accusa, nel classico stravolgimento e deformazione della realtà cui siamo da tempo abituati.
I 400 studenti che ieri hanno inscenato disordini non rappresentano nessuno perché equivalgono allo 0,2% dei 150 mila studenti della città ed erano quattro gatti che contano zero. Inoltre da anni il centro sociale Cantiere di via Monterosa fomenta tensioni in città pur occupando abusivamente uno stabile da otto anni. Si è messo in luce, tra l’altro, nel blocco dei treni per far viaggiare gratis i propri affiliati, imbrattamenti pure al consolato danese. Ed è sempre presente in occasione di cortei tesi a seminare disordini".
Tutta la cronaca di Milano
per pirrolo
Pirrolo, non sto dicendo di uccidere la polizia ma di continuare a manifestare e di non mollare!!!
Non ci fermerete!!
Non ci fermerà neanche la polizia, CONTINUEREMO A LOTTARE PER FAR VALERE I NOSTRI DIRITTI!!!
R: Non ci fermerete!!
I diritti sono quelli che vi assicura la legge ed i tutori dell'ordine.
Violare le leggi di uno stato democratico dicendo di farlo "per i nostri diritti" è un non-senso.
R: R: Non ci fermerete!!
> I diritti sono quelli che vi assicura la legge ed i tutori dell'ordine. Violare le leggi di uno stato democratico dicendo di farlo "per i nostri diritti" è un non-senso.
Stesso discorso che ti faccio sempre... Dobbiamo permettere che la democrazia si trasformi in dittatura per poi non avere possibilità di ribellarsi o dobbiamo agire quando ancora siamo in tempo? Infatti il giudice ha rilasciato i 2 arrestati, a quanto pare la giustizia è dalla parte del popolo che protesta, non delle forze del disordine e dei loro padroni che reprimono! Stavolta il torto ti è stato dato in pieno...
stato di diritto
A) Essere rilasciati non significa essere assolti
B) Il fondamento indispensabile della democrazia è lo stato di diritto, che implica il rispetto della legge, la punizione per chi la viola ed il rispetto dei diritti essenziali.
Se ci sono elezioni ma manca lo stato di diritto le elezioni sono solo una burla, e si va verso il populismo.
Non è un caso che il berlusconismo sia attecchito qua in Italia dove per una ragione o per l'altra la legge non è rispettata da nessuno.
R: stato di diritto
A) sono stati arrestati prima ma poi si sono accorti dell'errore, il torto va tutto a te, mi spiace B) quando è lo stato stesso a non rispettare più la legge, quando diventa chiaro che comincia ad agire contro quegli stessi diritti di cui dovrebbe esseregarante, allora il popolo ha il diritto ed il dovere di riprendersi in mano ciò che gli è stato tolto. O forse sei anche tu uno di queli che difendono Berlusconi, che sta sfasciando l'Italia come nessun altro criminale aveva mai fatto, perché è al governo e quindi automaticamente dalla parte del giusto e contro ciò non si può e non si deve fare assolutamente niente? Eppure mi sembrava che fossi critico nei suoi confronti... Ti redevo una persona migliore, ma da quanto hai affermato qui mi è più che chiaro che fosse per te avresti permesso l'avvento del fascismo senza battere ciglio, e la resistenza partigiana avrebbe dovuto essere totlmente distrutta perché erano solo dei banditi fuorilegge (oggi li si chiamerebbe terroristi) mi rcomando: mai ribellarsi alle ingiustizie, soprattutto quando queste sono compiute da chi sta al governo, perché in questo caso il governo ha sempre ragione e chi osa fare qualcosa contro di esso è solo un terrorista! Complimenti...
R: R: stato di diritto
I partigiani ERANO dei banditi fuorilegge...
R: R: R: stato di diritto
E i discepoli di Gesù erano traditori di Geova. E gli eretici e le donne dai capelli rossi erano indemoniati o incarnazioni di Satana.
R: R: R: R: stato di diritto
La persona che scrive generalmente col nickname Pirrolo (25 anni, laureato in chimica, ateo, liberaldemocratico, antifascista, anticomunista), cioè me medesimo, non ha scritto il precedente messaggio.
Lo comunico a chi interessasse, ed avrei piacere che chi ha scritto il messaggio precedente non usasse di nuovo questo nickname.
Buona serata.
R: R: R: R: R: stato di diritto
Laureato? Venticinquenne?? Muahahahahahaha! Buahahahahahahaha!! AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA!!!
R: R: R: R: stato di diritto
Ascolta, io ho in casa mia nonna di Verona che ha assistito con i suoi occhi al dramma della Seconda Guerra Mondiale, ed i racconti che mi ha fatto riguardo ai partigiani sono molto poco edificanti. Sono storie di vili tradimenti, di violenze gratuite contro i cosiddetti vinti e cittadini inermi a guerra ormai finita, di appropriazioni indebite dei fondi americani x arricchimento personale, di quotidiane prevaricazioni e di brutali esecuzioni ai danni di loro compagni di trincea, colpevoli solo di essere anzichè rossi monarchici o cattolici o indipendenti. Ritengo molto più affidabili le sue parole che quelle di qualche revisionista sessantottardo o peggio ancora di qualche ventenne con la maglietta del Che. Senza contare i libri di Pansa.
R: R: R: R: R: stato di diritto
Quel che dice solo tua nonna con pochi altri è falsificato da ciò che è testimoniato da un numero infinitamente maggiore di persone e documentato storicamente. L'accenno a Pansa, poi, non fa che farti perdere ancora più di credibilità.
R: R: R: R: R: R: stato di diritto
E chi sono questi infiniti altri? Intellettuali sessantottardi e ventenni iscritti all'ANPI (sic). E poi non vedo come mai Pansa è un menzognero perchè vuole riportare in discussione certi momenti bui della storia d'Italia, mentre Travaglio che spara michiate su Silvio facendole passare x verità assolute è l'oracolo di Delfi. P.S. Ti assicuro che mia nonna non è assolutamente una vecchietta con l'Alzheimer, ma una signora arzilla, in pensione dopo aver insegnato per oltre quarant'anni, che guida la macchina e perfettamente in grado di intendere e volere, e certamente credo che le testimonianze di chi ha vissuto certe cose, come diceva Erodoto, sono più credibili di chi parla x sentito dire. Caso tu non lo sapessi, Verona è stata una delle ultime città ad essere liberate dagli americani, e dove si combattè duramente. P.S. Vuoi sapere uno dei tanti episodi di eroico coraggio dei compagni partigiani? Un giorno un gruppo di partigiani pose una mina anticarro su una strada vicino al paese di Legnago (VR), e scapparono via. La mina esplose ed uccise UN SOLO TEDESCO. Il locale comandante delle SS mise al muro 35 persone, tra uomini, donne, bambini ed anziani e sarebbero morti tutti con una palla nella nuca se IL PARROCO non si fosse offerto di morire in vece loro. X fortuna, dato che il locale comando SS si era installato nella canonica del paese ed il sacerdote era entrato in confidenza con il capo nazista, questi lo graziò ed assieme a lui tutto il villaggio.
R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Non mi risulta che siano stati "ventenni sessantottiti" a vivere la 2^ guerra mondiale né il ventennio, o potrei supporre anch'io che tua nonna fosse stata nelle brigate nere...
Se proprio è tuo interesse perdere del tutto di credibilità, farò del mio meglio per assecondarti smontandoti un pezzo alla volta le tue Pansanate:
R: R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Mia nonna non era delle brigate nere, era solo una semplice ragazza.
R: R: R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
E chi ha vissuto il ventennio e la 2^ guerra mondiale non erano "ventenni sessantottini" ma semplici ragazzi. Allora? Hai ragione tu perchè te l'ha detto tua nonna? Non dubito delle sue capacità psichiche, anzi, proprio perchè è in grado d'intendere e volere può far credere a chi vuole ciò che le fa comodo che creda. Peccato che tutte le altre testimonianze, che diversamente dalle sue sono documentate e basate su fonti certe, dicano il contrario... Allora? Diamo ragione a tua nonna perchè ci credi tu? Oppure a chi ha dato la vita per liberarci dal più sanguinario totalitarismo militare che il nostro paese abbia mai subito? Diamo ragione a una decina di fanatici delle camicie nere - magari fossero finiti loro in Russia con le scarpe di cartone! - oppure a tutti gli altri, non solo in Italia ma nel mondo? Non hai neanche letto uno dei tanti messaggi (tipo quello in cui è scritto "E' importante che ne” Il sangue dei vinti” di Gianpaolo Pansa non ci siano documenti. Solo memorie attraverso terzi, cifre come al tempo dell’“Uomo Qualunque”, quando Guglielmo Giannini parlò di 300 mila fascisti uccisi dai partigiani. Per poi però, in punto di morte, confessare di esserseli inventati" no comment) che ho riportato, basta che esprima un parere diverso dal tuo ed è classificato seduta stante come falso, a priori: questo è indice di una chiusura mentale che può definirsi ermetica, una caratteristica comune a tutti gli estremisti. E sono felice che tu l'abbia dimostrata anche in questo caso, altrimenti avrei corso il rischio di dover dar credito a - che schifo! - uno sporco "fascista vile e traditor".
R: R: R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Caro mio, non sono assolutamente estremista, semplicemente non oscurantista come voi rossi. Infatti bollate come vergognoso revisionismo tutto ciò che tocca i vostri miti, basta che vedi i vergognosi messaggi di Esteban sul Che. Io non sono neanche vile e traditor, come chi, come Dario Fo ed Eugenio Scalfari, fu orgogliosamente fascista ed ora spara sentenze sul fascismo come male assoluto. Io non sono fascista, anche se condivido l'80% delle riforme messe in atto dal regime fascista, e ritengo che l'ultimo periodo del Ventennio e l'immediato dopoguerra furono periodi oscuri, con crimini efferati da entrambe le parti. Ma non venitemi a dire che i repubblichini erano tutti sporchi brutti e cattivi ed i partigiani rossi erano tutti giovani belli ed eroici, come i 300 spartani di Leonida alle Termopili, perchè è una falsità colossale. Quanto a mia nonna non c'è motivo che si debba inventare niente, non è iscritta ad un partito politico anche se vota Silvio, era semplicemente della Democrazia Cristiana, a differenza di mia madre che era dell'MSI, non ha interessi contingenti, SOLTANTO RIPORTA CIò CHE HA VISTO. Se cercassimo tutti di fare un po di autocritica credo sarebbe meglio. Quanto al 25 Aprile non credo si dovrebbe festeggiare i partigiani rossi, rendendo la festa un'inutile parata di bandiere rosse, odiose anche a chi fu partigiano, am monarchico cattolico o indipendente, o meglio non solo, ma soprattutto tutti quei soldati alleati che persero la vita per regalarci il benessere e la democrazia. Se un giorno ti capiterà di venire qui in Toscana dalle mie parti, fai una visita al cimitero degli americani a Trespiano, sopra Firenze. Ti assicurò che non te lo scorderai più.
R: R: R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
> Caro mio, non sono assolutamente estremista, semplicemente non oscurantista come voi rossi. Infatti bollate come vergognoso revisionismo tutto ciò che tocca i vostri miti, basta che vedi i vergognosi messaggi di Esteban sul Che. Io non sono neanche vile e traditor, come chi, come Dario Fo ed Eugenio Scalfari, fu orgogliosamente fascista ed ora spara sentenze sul fascismo come male assoluto. Io non sono fascista, anche se condivido l'80% delle riforme messe in atto dal regime fascista, e ritengo che l'ultimo periodo del Ventennio e l'immediato dopoguerra furono periodi oscuri, con crimini efferati da entrambe le parti. Ma non venitemi a dire che i repubblichini erano tutti sporchi brutti e cattivi ed i partigiani rossi erano tutti giovani belli ed eroici, come i 300 spartani di Leonida alle Termopili, perchè è una falsità colossale. Quanto a mia nonna non c'è motivo che si debba inventare niente, non è iscritta ad un partito politico anche se vota Silvio, era semplicemente della Democrazia Cristiana, a differenza di mia madre che era dell'MSI, non ha interessi contingenti, SOLTANTO RIPORTA CIò CHE HA VISTO. Se cercassimo tutti di fare un po di autocritica credo sarebbe meglio. Quanto al 25 Aprile non credo si dovrebbe festeggiare i partigiani rossi, rendendo la festa un'inutile parata di bandiere rosse, odiose anche a chi fu partigiano, am monarchico cattolico o indipendente, o meglio non solo, ma soprattutto tutti quei soldati alleati che persero la vita per regalarci il benessere e la democrazia. Se un giorno ti capiterà di venire qui in Toscana dalle mie parti, fai una visita al cimitero degli americani a Trespiano, sopra Firenze. Ti assicurò che non te lo scorderai più.
Primo: revisionismo (e rovescismo) è quel che fate voi tentando di riscrivere la Storia che non vi va a genio perché vi ha dato torto unanimemente in tutto il mondo, ho letto quell'Esteban ed ho pure visto che non sei stato in grado di andare avanti se non con insulti personali e considerazioni parziali (a dir poco) secondo le quali quel che ha fatto Mussolini in nome di falsi valori quali lo sciovinismo e la guerra (colonialistica e non) contro i popoli inferiori/indegni è stato un bene mentre guidare la rivoluzione di un popolo contro dittature che l'opprimevano e lo sfruttavano nel più bieco capitalismo "made in USA" dando la vita per la causa (anziché abbandonare il proprio popolo fuggendo con la coda tra le gambe per tentare (per fortuna invano) di salvarsi la pellaccia) è assolutamente un male. Secondo: "io non sono comunista anche se sono condivido l'80% delle riforme messe in atto dal regime comunista" (l'ho scritto solo perché sono curioso di vedere se e cosa rispondi, così poi posso farlo io con la tua precedente affermazione ricopiando la tua risposta). Terzo: anch'io, e come me anche tutti coloro che si definiscono "comunisti" e sanno che cosa vuol dire questa parola non possono che disapprovare nel modo più assoluto tutti i crimini che sono stati compiuti nel suo nome ma non hanno portato alla sua realizzazione, neanche ci sono andati vicini; la differenza è che, mentre il fascismo è stato realizzato in pieno dal suo ideatore e con lui è arrivato alla sua fine, inevitabile punto d'arrivo della sua realizzazione, come per il nazismo, il comunismo non ha mai trovato concreta realizzazione, non era il modello sovietico né quello cinese neé gli altri che conosciamo come "comunisti" che Marx voleva si realizzassero, Cuba è un caso a parte per i motivi scritti dal tuo amico nell'altro articolo, anche se come ha detto non è certo la piena realizzazione del concetto di "comunismo" ma solo quella che ci va più vicino. Quarto: nessuno ha mai detto che i partigiani ("rossi"...mi sa che devi ripassare un po' la Storia, ma su un libro di Storia e senza prendere ripetizioni da tua nonna) erano tutti giovani, belli ed eroici, ma da qui ad additarli tutti di essere efferati criminali di guerra ce ne passa, da questo si vede che sei solo un estremista, per te esistono solo bianco e nero, amici e nemici, non una scala di grigi, anche fra le fila dei repubblichini c'era chi non approvava ciò che facevano i propri camerati, ma sfortunatamente per molti innocenti allora la maggioranza ragionava come gli occupanti nazisti. Quindo: fra Berlusconi, MSI e DC proprio una bella famiglia di cui andare fieri, non sorprende affatto che ne sia venuto fuori uno che adula il peggior traditore che il nostro paese abbia mai conosciuto. Sesto: anche chi ha parlato e parla ancora degli orrendi atti criminali dei fascisti in guerra e non affermando inoltre che le presunte stragi partigiane (cioè da parte dei partigiani, perché se s'intende contro i partigiani è un altro discorso) sono solo vili mezzucci di chi ha perso per screditare chi ha vinto, SOLTANTO RIPORTA CIÒ CHE HA VISTO, solo che essendo molti ma molti di più la loro versione è di gran lunga più attendibile di quella di tua nonna, la quale se non è andata per via dell'età sa benissimo di star raccontando enormi bugie od ingigantendo singoli episodi e generalizzando sulla base di essi un giudizio su tutta la Resistenza (certo che anch'io, se vedevo i miei amici appesi ai pali della luce dopo essere stati trucidati, se vedevo la mia famiglia sterminata in casa da una banda di camicie nere, quando mi capitava di trovarne uno gli restituivo quel che mi aveva fatto). Settimo: l'antifascismo è un valore fondante della nostra repubblica, il 25 aprile è una festa nazionale, se poi le forse politiche che non sono a sinistra non li considerano tali e non si presentano a festeggiare la liberazione lasciandoci andare solo quelli di sinistra, il problema non sono certo i "comunisti" che continuano ad identificarsi in uno dei valori alla base della nostra democrazia ma tutti quelli che sembrano essersene dimenticati; quel che non va è la seconda cosa, non certo la prima. Ultimo: a te consiglio invece, se ti capiterà di fare un viaggetto a nord, di visitare la Risiera di San Sabba: ti assicuro che non te lo scorderai più. Poscritto: leggendo questi e gli altri messaggi che hai scritto non mi sorprenderebbe se un giorno tornassi qui e non trovassi più i tuoi commenti.
R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Finora non ho letto l’ulteriore “fatica” di Giampaolo Pansa “La grande bugia”.
Non so se lo farò, m’è bastato recensire o controrecensire “Il sangue dei vinti”.
Pansa che ha scoperto come il mercato del filone anticomunista tiri ancora, anzi con rinnovata vena
da maggioranza più che silenziosa pataccara, torna a riproporre da due autunni la stessa caduta di
foglie morte collezionata probabilmente solo dai poveri giovani finiani e alemanniani di “Azione giovani”.
Certe valutazioni le facemmo nel novembre 2004 e non mi ripeto visto che quello che viene definito
un grande giornalista (da chi? da maestri dell’informazione come Feltri o Belpietro?) ha da tempo imboccato
la strada che un giornalista teso a interpretazioni storico-politiche non deve seguire: quella
della decontestualizzazione degli avvenimenti.
In vari episodi de “Il sangue dei vinti” è stato così, Pansa non si basava su fatti storicamente provati,
in più presentava come testimonianze personalissime opinioni o versioni degli avvenimenti di parenti
magari di seconda o terza generazione cui forse non sono mai giunti neppure gli echi dei terribili 20
mesi di occupazione nazista.
Un comportamento che non si confà a un giornalista e scrittore che voglia tenere alta la propria deontologia.
Cosicché i suoi libri più che verso una valutazione di parte virano verso il revisionismo storico alla
Nolte e - nel caso della Resistenza “mai esistita” - possono finire sulla sponda del negazionismo alla
Irving o, al peggio, avere il peso “storico” della faziosità nostalgica d’un Pisanò.
Evidentemente il business, l’apostasia, il bastiancontrarismo, diremo il tardo fallacianesimo o una
convesione al parafascismo sono i possibili motivi per cui Pansa persegue accanitamente il disegno di
gettare fango su quello che definisce il falso mito della Resistenza.
Il mito che gli ha permesso per decenni di fare prima il giornalista sinistrorso poi quello destrorso.
E ora di farlo con livore.
Perché la grande bugia che lui racconta di se stesso è che sia un uomo contro, ieri come oggi. A noi
pare l’esatto contrario.
E alla stregua d’una fittissima e ipocrita schiera di voltagabbana impegnati nella comunicazione e sedicenti
ex comunisti (Ferrara, Liguori, Bondi per fare qualche nomuncolo) anche lui ci appare come
un buon servitore di nuovi padroni reclamando in questo gesto l’ardore polemico (sic!), lo spirito libero
(sic! sic!), il coraggio (sic! sic! boom).
E’ comunque grazie alla Repubblica nata da quel “mito bugiardo” che fu la Resistenza che la libertà di
stampa è tornata in Italia.
Avessero vinto i reclamati vinti di Salò e i loro protettori con la svastica non saremmo stati in condizione
di scrivere libri e discutere anche se disturbati da contestatori, com’è accaduto a Pansa a Reggio
Emilia.
I padri degli attuali amici del bestsellerista di Sperling & Kupfer ai Gobetti, Amendola, Gramsci, Minzoni
la libertà d’opinione non la concedevano affatto e ne stroncava le vite.
Mentre il nostro può dilettarsi in dibattiti pubblici e televisivi dove il suo narciso superego si compiace
di tanto grandi bugie.
R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Le tesi di fondo di Pansa sono due.
1. l’Italia è stata liberata dagli Americani,
2. i fascisti erano i italiani che combattevano in difesa di … al pari di altri
italiani che combattevano per .. .
Non dice però in difesa di che i fascisti e per cosa gli altri: dimenticanze.
La Resistenza in sé è un mito e se episodi vi sono stati sono stati stupri, violenze, eccidi, crimini.
Questo significa che l’avanzata americana è avvenuta scontrandosi con i fascisti ed i nazisti e quindi
parte dei morti americani in Italia sono stati uccisi dai fascisti.
I fascisti, quindi, erano i nemici degli americani.
Che fa Pansa si mette contro gli Usa?
L’esaltazione, la difesa dei fascisti è allora lo stare dalla parte dei nemici degli Usa, contro l’operato
degli americani in Italia nel periodo 1943-45.
Ma tale tesi si oppone all’altra tesi, sostenuta nel libro, secondo la quale l’Italia è stata liberata dagli
americani; avrebbe dovuto dire “ occupata” dagli americani e non “ liberata”. Se “ liberata”, siamo
stati liberati anche dai fascisti.
I fascisti sono allora quelli che occupano e che devono essere cacciati per poter liberare l’Italia e chi
si oppone è nemico dell’Italia stessa, che deve essere liberata.
I fascisti non sono nemici dell’Italia e degli americani, non hanno ucciso soldati americani che lottavano
per liberare l’Italia, se e solo se i fascisti non vi si sono opposti.
Ed in questo caso i fascisti come entità storica nel periodo 1943-45 non esistono.
Esistono allora solo i tedeschi che si oppongono all’avanzata americana in Italia.
Diventano allora falsi i comunicati dei fascisti di Salò, falsi i comunicati tedeschi in Italia, i comunicati
delle SS tedesche, e dei vari stati maggiori di divisioni tedesche sui “ Banditi”, ossia i Partigiani.
Che cosa sono prove fabbricate a Mosca?
Se questi comunicati sono falsi, e quindi i Partigiani non esistevano come entità militare e storica,
cosa sono i fatti delle “ fosse Ardeatine”, “ Marzabotto”, ecc. ecc. ecc.?
Ovviamente Cefalonia è attacco della marina sovietica contro gli italiani, ecc. ecc. ecc. !
Se tutti questi fatti e comunicati sono veri, allora sono veri i Partigiani, la Resistenza e con essi i fascisti
ed i nazisti che in blocco operavano contro l’Italia e gli americani.
Ancora.
La tesi di Pansa è in assoluta opposizione al Codice Militare di Guerra ( l’Italia in quel periodo era in
guerra, almeno questo Pansa lo concede? ) e l’azione dei fascisti si configura, secondo il Codice Militare
di Guerra, come alto tradimento, intellezione con il nemico, collaborazione con le truppe nemiche
che occupano il suolo d’Italia, punito con la fucilazione sul posto.
L’Italia l’8 settembre. 1943 stipula la resa alle truppe anglo-americane e nelle clausole
della resa vi era la partecipazione dell’Italia alla guerra contro la Germania ed il Giappone.
L’esercito italiano, l’Italia è così schierata in campo con gli anglo-americani e contro la Germania.
La 2° guerra mondiale vede adesso da un lato: sovietici, anglo-americani, francesi, canadesi, ecc. e
tedeschi e giapponesi.
Questi sono dall’8 settembre gli schieramenti in campo, queste le alleanze.
Questo determina ipso facto che qualsiasi rapporto di amicizia, sostegno passivo o non riferimento
alle autorità di azioni e notizie in possesso circa i tedeschi si configura come tradimento e qualsiasi
sostegno o solo notizie a tedeschi come azione di spionaggio, collaborazione, attiva azione militare.
Il Codice Militare di Guerra prevede fino alla fucilazione sul posto per spionaggio ed azione militare
con il nemico; l’accusa e consequenziale condanna è per TRADIMENTO.
{ Il Codice Militare di Guerra è uguale in tutti i paesi. }.
Ancora.
Posta vera la tesi di Pansa non si comprende il Trattato di Pace che riconosce all’Italia lo status di
Paese belligerante e quindi le favorevoli condizioni di pace.
Al tavolo delle trattative sarà la sola Gran Bretagna che vi si opporrà, ricusando le clausole dell’-
accordo dell’8. settembre e si farà strenua sostenitrice di pesanti condizioni di resa e mutilazioni
territoriali.
E sarà solo la posizione dura, inconciliabile, dell’Unione delle Repubbliche Socialiste
Sovietiche, U.R.S.S., che costringerà gli Usa a spostarsi sulle posizioni dell’Italia paese
belligerante, ed opponendosi alla Gran Bretagna, isolerà Churchill, imponendogli il riconoscimento
all’Italia di Paese belligerante.
Adesso delle due l’una:
o De Gasperi, che rappresentava l’Italia al tavolo delle trattative di pace, doveva essere un gran
buffone se si oppone alla Gran Bretagna e porta a sostegno del dover riconoscere all’Italia lo status
di paese belligerante le azioni militari della Resistenza, le dichiarazioni degli Stati maggiori
delle varie divisioni anglo-americane e dei generali inglesi ed americani e tutti gli altri dovevano
proprio essere il concentrato della fessaggine se si sono bevuti le panzane di De Gasperi, oppure
Pansa mente spudoratamente.
Per quanto attiene, infine, la riconciliazione.
Esiste un ben preciso atto dello Stato italiano a firma del Ministro di Grazia e Giustizia, Palmiro
Togliatti, che va sotto il nome di Amnistia ed approvato dal Parlamento della Repubblica Italiana,
proprio, e specificamente, in riferimento al tradimento contemplato nel Codice Militare di Guerra.
Pansa sostiene che il suo intento è quello di dare voce ai vinti, di volersi mettere dalla parte dei
vinti. Cosa questa del tutto legittima ed utile per avere la doppia visione di quel periodo, per capire
come venivano lette le cose dall’altra parte, “ oltre la collina”.
Questo metodo d’indagine è stato applicato in maniera magistrale, e ne costituisce metodo nuovo
d’indagine specie nel campo della Scienza Militare, da Liddel Hart, il “ Clausewitz del XX secolo”,
fine stratega, ideatore assieme ad altri della tattica militare “ avanzata a fiume in piena”, che
consiste nella combinazione dell’azione militare della fanteria e dell’aviazione e del nuovo ruolo
dei carri armati, come la nuova cavalleria, che sarà poi posta a base della tattica militare del III
Reich ed il cui massimo esperto nazista fu Guderian.
I generali e gli ammiragli nazisti erano prigionieri degli Alleati e questo permise a Liddel Hart di
interrogarli. Le campagne di Francia, dell’Urss, d’Africa, dei Balcani vengono ripercorse nella particolarissima
ottica, passata al vaglio di un oggettivo filtro critico, dell’esercito sconfitto.
Il testo di Liddel Hart è “ Storia di una Sconfitta” ( Bur editore ).
Testo poderoso, che a distanza di cinquant’anni ancora ci si ritorna per questioni di metodo, oltre
che come strumento di lavoro di indagine sulla 2° guerra mondiale.
Ma non costituisce in alcun modo giustificazione o una qualche accettazione o una qualche legittimazione
dell’operato nazista.
Le responsabilità non vengono affatto attenuate e meno che mai controbilanciate da responsabilità
vere o presunte degli Alleati nel corso della guerra.
L’azione di Hart è sempre presente ed interviene come filtro critico, giacché egli stesso è in grado
di ben intendere e filtrare quanto la parte “ interessata” nazista ha interesse a presentare.
Ed in questo modo, effettivamente i vinti hanno voce, ed i vinti concorrono alla comprensione dei
processi avvenuti ed i vinti concorrono all’elaborazione della scienza militare, giacché ci si arricchisce
di una importante esperienza: la lettura delle due angolazioni di lettura di uno stesso processo
ed il seguire il fatto stesso seguendo le due angolazioni di lettura costituisce un importante
bagaglio di esperienza teorica.
Ben altra cosa da Pansa.
Avrebbe avuto a disposizione, se il suo vero intento era quello di dare voce ai vinti, un vasto materiale
teorico, una salda struttura teorica e metodologica e documentale su cui poggiare le ricerche,
gli studi.
E così anche da questo versante Pansa fallisce, naufraga.
E tutto si configura come perazione ideologica, che si è cercato di imbellettare, di vestire a festa,
ma si presenta come prodotto genuino, sincero delle altezze a cui riesce a giungere la piccineria
provinciale dell’intellettualità italiana, i “ Franza o Alemagna, basta che se magna” e che ben ha
fermato Antonio Gramsci, ne “ I quaderni dal Carcere – Gli Intellettuali”.
Il lavoro di Pansa non ha così alcuna sostanzialità teorico-storica e meno teorico-metodologica e
si configura unicamente come ideologia.
Ed in verità è tanto smaccato tale progetto che oramai ogni tentativo è infantile e guaitamente
evidente: l’attacco alla Resistenza è l’attacco alla Costituzione.
Si denigra, sminuisce, attacca, calunnia, mistifica la Resistenza per poter poi attaccare la Costituzione.
Hanno perso il referendum e ci riprovano!
Tutto qui.
R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
L’Associazione nazionale partigiani d’Italia, ANPI, di Cremona ritiene opportuno formulare una valutazione
delle tesi e dei contenuti che compaiono nell’ultimo libro del giornalista Giampaolo Pansa “La
grande bugia”, considerata la diffusione mediatica che esso ha di recente avuto e affinché si conosca
l’opinione di coloro che, oltre 60 anni or sono, alla lotta di Liberazione nazionale hanno direttamente
partecipato spesso in forme e attraverso esperienze diverse.
È il caso di considerare in primo luogo le cosiddette “bugie” che a detta dell’autore concorrerebbero a
creare la “grande bugia”, che investirebbe tutta la Resistenza, vale a dire il percorso storico, doloroso
e drammatico, attraverso il quale gli Italiani, dall’8 settembre 1943 alla fine delle seconda guerra
mondiale si batterono contro il nazismo ed il fascismo della Rsi aprendo la strada ad una nuova
Italia, un’Italia democratica.
Il nucleo essenziale del pensiero di Pansa consiste nell’affermazione secondo cui i dirigenti e i militanti
della componente politica comunista che partecipò come forza essenziale all’organizzazione e
alla conduzione della Resistenza, avrebbero inteso la lotta contro i nazisti che erano divenuti occupanti
spietati del nostro Paese e contro i fascisti di Salò che si erano posti al loro servizio, soltanto
come una prima fase alla quale avrebbe dovuto seguire, con la forza delle armi, l’instaurazione di un
regime autoritario di stampo sovietico anziché una democrazia parlamentare di tipo occidentale.
Essenzialmente per questo la Resistenza, così come rappresentata, descritta e celebrata dalla cosiddetta
“vulgata antifascista” sarebbe una bugia.
Si tratta, con evidenza, di affermazioni prive di qualsiasi fondamento storico, in quanto contraddette
dallo svolgimento dei fatti di quell’epoca, così come sono offerti alla nostra valutazione e alla stessa
memoria dei superstiti della lotta di allora. In realtà la componente comunista della Resistenza, così
come il Pci, hanno sempre assunto decisioni volte all’instaurazione di un sistema politico pluralistico e
democratico di tipo occidentale e non certo di una qualsiasi forma di dittatura proletaria.
Ciò è dimostrato dalla loro partecipazione paritaria ai Comitati di Liberazione Nazionale sorti dopo l’8
settembre 1943 in tutta l’Italia occupata con il compito di riunire in uno sforzo unitario i partiti politici
antifascisti (liberale, d’azione, democratico-cristiano, socialista, comunista); dalla loro partecipazione,
pur essa paritaria con gli altri partiti, al secondo governo Badoglio e ai governi Bonomi che ebbero
vita nell’Italia liberata del Sud; dal loro concorso all’elaborazione del percorso istituzionale attraverso
il quale, particolarmente dopo la Liberazione di Roma avvenuta nel giugno 1944, fu progettato
e attuato il mutamento della forma istituzionale dello Stato da Monarchia a Repubblica e infine
dal loro contributo al progetto costituente e alla formulazione della nuova Costituzione repubblicana
sotto la guida presidenziale del comunista Umberto Terracini.
Non senza ricordare che tutti i partiti antifascisti, compresi i comunisti, furono d’accordo nell’attribuire
il comando unitario del Corpo Volontari della Libertà (CVL) al generale Raffaele Cadorna, ufficiale
di carriera, a-politico, designato congiuntamente dal governo del Sud e dagli alleati angloamericani.
Per altro verso, tutti noi rappresentanti dell’ANPI siamo in grado di ricordare e testimoniare che oltre
60 anni or sono facemmo la scelta di passare alla lotta armata contro l’occupante tedesco della
nostra Patria e contro il secondo fascismo spinti non dalla prospettiva, in un secondo tempo, di instaurare
una dittatura comunista, bensì interpretando l’aspirazione semplice e profonda alla libertà e
alla pace di un popolo stanco e prostrato dalla guerra, che aveva aperto gli occhi sulla reale essenza
del fascismo.
La storia può essere costruita e scritta soltanto sui fatti realmente accaduti che sono quelli sopra
richiamati e non, come fa Pansa, sulle irrealizzate intenzioni che possono esservi state di alcuni dirigenti
o militanti comunisti.
Di problematica conciliazione risulta poi l’iniziale affermazione dell’autore – «rammento che la Resis-
tenza è, da sempre, la mia patria morale» – con un’opera divenuta da subito vessillo di coloro
che coltivano antiche e profonde nostalgie.
La metodologia della ricerca impone che le intenzioni dei soggetti storici siano messe in relazione
e interpretate alla luce della temperie generale di specifici periodi, quali gli anni del dopoguerra e
della Guerra fredda, caratterizzati dall’amnistia di Togliatti, l’oblio sul collaborazionismo, la progressiva
riabilitazione delle persone compromesse col regime, l’insabbiamento e archiviazione dei
procedimenti giudiziari a carico dei responsabili delle stragi naziste, i processi penali e forme di
discriminazione politica e sociale a carico degli ex partigiani.
Addebitare allo spirito resistenziale la responsabilità morale di violenze e omicidi avvenuti in un
contesto storico decisamente mutato rispetto agli anni precedenti a causa della rottura dell’unità
antifascista, significa voler ignorare la volontà di liberare il Paese dal nazifascismo che accomunò
tutte le forze patriottiche, fossero esse comuniste o cattoliche, socialiste o liberali, azioniste o
monarchiche.
Secondo Pansa le altre “bugie” riguarderebbero il consenso popolare al fascismo che fu grande e
maggioritario anche dopo l’entrata in guerra dell’Italia; il numero effettivo dei partecipanti alla
lotta partigiana che sarebbe stato inferiore a quello celebrato dalla “vulgata antifascista”; l’ampiezza
della cosiddetta “zona grigia” di coloro che non si schierarono a favore di nessuna delle
parti in lotta, che sarebbe stata superiore a quanto generalmente ammesso dagli storici; il
sostegno alla Resistenza delle popolazioni contadine che a sua volta sarebbe stato minore di
quanto celebrato dall’antifascismo; il grado di coesione fra le varie componenti della Resistenza
armata, che spesso sarebbe venuto meno con conseguenze anche tragiche.
Tutte queste affermazioni sono affidate a valutazioni approssimative, ignorando che almeno da
vent’anni a questa parte la storiografia più seria e accreditata ha approfondito criticamente ciascuno
dei suddetti argomenti, fornendo dati e valutazioni esenti da ogni amplificazione retorica. A
fronte di queste problematiche l’autore si presenta come un cavaliere con la lancia in resta che
tende a sfondare porte ormai da tempo aperte.
Gli storici contemporaneisti non hanno infatti aspettato le sollecitazioni di Pansa per operare seri
e analitici studi sul biennio 1943-’45.
L’aspetto più anacronistico di La grande bugia è che il suo autore sembra avere come riferimento
una produzione storiografica ormai decisamente superata e forse da lui poco o per nulla conosciuta.
Basti osservare come alcune tra le opere più significative e documentate di questi ultimi anni
– da Una guerra civile di Claudio Pavone a La repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini, da
La Resistenza in Italia di Santo Peli alla copiosa produzione saggistica della rete degli Istituti
storici della Resistenza – abbiano sviscerato, con rigore scientifico, temi e vicende che Pansa presenta
come inedite e mai trattate. Un’ultima osservazione.
Noi “uomini di marmo”, come Pansa ci definisce, siamo oggi qui a discutere e confrontarci con
lui. Per questo non siamo stati pregiudizialmente ostili e non siamo intervenuti in una polemica
invero stucchevole circa la presenza di Pansa a Crema.
Se avessero vinto “loro”, al contrario, da tempo le nostre bocche (e anche quella di Pansa)
sarebbero state tappate.
Per sempre.
R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Il libro di Giampaolo Pansa «La grande bugia», sulle zone d’ombra della Resistenza, di cui La Stampa
ha parlato il 3 ottobre, scatena polemiche.
Lunedì sera, a Reggio Emilia, è stato duramente contestato: esponenti dei centri sociali hanno occupato
la sala cantando Bella ciao.
Hanno fatto seguito una rissa, lo sgombero della sala da parte della polizia e perfino l’evocazione di
un famoso collega di Pansa: i dimostranti hanno gridato «Viva i fratelli Cervi! Viva Giorgio Bocca!».
Ieri sera, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha espresso al giornalista «la sua profonda
deplorazione per gli atti di violenza di cui è stato oggetto». Sull’opera di Pansa interviene criticamente
lo storico Angelo d’Orsi.
Chi sospetta che le ambizioni del giornalista Pansa siano di tipo politico, può ritenersi accontentato,
sia pure col beneficio del dubbio: il «caso» è diventato un problema di ordine pubblico, dopo gli insulti
e le baruffe a Reggio Emilia tra giovani di sinistra che contestavano Pansa e giovani di destra che
ne prendevano le parti e intervento finale della polizia.
Sarebbe tuttavia un errore isolare Pansa: ormai si deve parlare di tutta una categoria di «rovistatori»
della Resistenza, che grattano il fondo del barile per vedere dove si annidi (eventualmente) il marcio,
e anche se non c'è, lo si inventa, lo si amplifica, e lo si sbatte in prima pagina.
Che questa operazione sia fatta senza alcun criterio storico, senza le cautele minime di qualsivoglia
studioso, poco importa. Se gli autori di libri di tal fatta, vendono, troveranno editori disposti a scommettere
su di loro, media pronti a parlarne (e come si fa a non parlarne?), e un pubblico via via più
incuriosito.
Una categoria inesauribile
Ma anche i rovistatori della Resistenza rientrano in una categoria più ampia, che sembra inesauribile
e dalla quale ci dobbiamo aspettare altre puntate, sempre più clamorose.
Noi sappiamo bene che esiste una differenza essenziale tra la revisione, momento irrinunciabile del
lavoro del ricercatore storico, e il revisionismo, che possiamo definire come l'ideologia e la pratica
della revisione programmatica.
Se l'una ha un valore eminentemente storiografico, l'altro si colloca in un ambito sostanzialmente
politico: qual è infatti il compito dello storico?
Quello, nobile e problematico, di accertare la verità dei fatti, sulla base dei documenti («pas de documents,
pas d'histoire»: senza documenti non c'è storia, ci ha insegnato la grande tradizione metodologica
francese).
I documenti vanno opportunamente trattati, o-nde accertarne l'autenticità, la provenienza e la veridicità
(esistono documenti autentici che raccontano frottole e documenti falsi che dicono verità), opportunamente
«interrogati» e «sollecitati» (consiglio al riguardo ai sedicenti «storici» dalle trecentomila
copie, la lettura dell'ultimo libro di Carlo Ginzburg: Il filo e le tracce), e infine interpretati. In tal
modo, sulla base della scoperta di nuove fonti - documenti fino ad allora sconosciuti - o del perfezionamento
di tecniche di ricerca, o dell'emergere di sensibilità nuove, si procede a quell'incessante lavoro
di «revisione», che è anima del lavoro storiografico.
La conoscenza che così si può raggiungere è il prodotto collettivo di individui singoli e di intere generazioni;
tutti coloro che fanno ricerca possono portare i loro mattoni a questo edificio, correggendo,
integrando il già costruito, o facendo salire il livello della costruzione, piano dopo piano.
Comiche rivelazioni
Ma il revisionismo vuole invece pregiudizialmente «rivedere», possibilmente in modo drastico, le conoscenze
acquisite, partendo dal presupposto che quello che abbiamo appreso finora siano «bugie»:
sintomatico in tal senso il titolo dell'ultimo Pansa (La grande bugia) o quello del recente pamphlet di
Melograni (Le bugie della storia), nel quale apprendiamo una serie di comiche «rivelazioni» partorite
tutte dalla fertile inventiva dell'autore: da Marx che «ignorava il mondo del lavoro» a Hitler che
«non voleva la guerra».
Con questi due esempi - non sono certo gli unici - siamo oltre il revisionismo: siamo in pieno
«rovescismo». Che può essere definito come la fase suprema del revisionismo stesso. Volete assicurarvi
il successo in un pubblico vasto e ingenuamente appassionato di storia?
Bene.
Basta prendere un fatto noto, almeno nelle sue grandi linee, un personaggio importante, un episodio
che ha costituito un momento variamente epocale…
I comunisti menzogneri
Poi si afferma che tutto quello che sappiamo in merito è una menzogna, o perché fondata sulla
falsità, o perché basata sull'occultamento; di solito, responsabili delle menzogne e dei nascondimenti
della verità, sono «i comunisti», da Gramsci fino ai suoi pronipoti, con un particolare accanimento
su Togliatti.
Che viene presentato, spesso e volentieri, egli stesso come un soggetto storico su cui esercitare
l'arte speciosa del rovesciamento, e come ispiratore delle trame storiografiche negatrici della verità,
infine rimessa a posto dai Pansa e sodali.
Dunque, se quello che si sa è menzogna, si tratta di costruire una «verità alternativa». E più si
spara alto, più si allarga il bacino d'utenza.
I Borboni erano illuminati, Cavour un pedofilo, Garibaldi un maniaco, i partigiani assassini…
Un filone d’oro
Quest'ultimo filone è il cavallo di battaglia di Pansa, la sua gallina dalle uova d'oro.
Senza alcun rispetto per i più elementari principi del lavoro storiografico, egli sta ormai perseguendo
da anni un sistematico rovesciamento di giudizio sul '43-45.
Naturalmente, ciò non sarebbe possibile senza editori che sollecitano libri di tal genere, libri che
rovescino quello che si sa… altrimenti chi lo compra un altro libro sulla Resistenza? Dall'alto delle
loro centinaia di migliaia di copie, i rovescisti irridono agli accademici pignoli, magari «invidiosi»
del loro successo, i quali (udite, udite!) vorrebbero le note a piè di pagina.
Ma le note non sono altro che la possibilità offerta al lettore di verificare quello che scriviamo, se
non vogliamo rimanere nel regno della fiction: chi ci legge deve poter fare il nostro stesso percorso,
al limite andando a frugare negli stessi archivi dove noi abbiamo lavorato, e controllare se
ci siamo inventati i documenti, o li abbiamo alterati…
Per i rovescisti questa è inutile noiosaggine professorale.
Dobbiamo fidarci del loro intuito, o - come Pansa procede - delle loro ricostruzioni fatte sulla base
di racconti altrui, o di «travasamenti» di libri in altri libri.
Così Benedetto Croce, che molti decenni or sono denunciava le «pseudostorie». Nulla di nuovo
sotto il sole, in un certo senso.
Per raccontare la storia non basta scrivere, per di più con il ricorso furbesco a un piano di comunicazione
che mescola l’invenzione narrativa (se così vogliamo chiamarla) e la pretesa di
«raccontare i fatti»: per tal via ogni contestazione di metodo e di merito è impossibile.
L'autore ha la risposta pronta.
Se lo becchi in castagna ti può sempre rispondere che la sua è «libera ricostruzione», e che non
si può pretendere l'esattezza.
Vogliono solo far colpo
Il problema è che la storia, quella vera, mira precisamente alla maggiore esattezza possibile, in
quanto scienza, il cui compito è avvicinarsi in uno sforzo continuo alla verità.
I rovescisti vogliono fare colpo, vendere libri, far parlare di sé. E ci riescono. Quel che è grave è il
risultato del loro «lavoro»: una totale perdita di significato della storia, e la nascita di una specie
di senso comune nel quale c'è posto per tutti, trasformando l'arena della ricerca in un infinito talk
show, una situazione in cui la ricerca diventa opinione (avete detta la vostra, ora diciamo la nostra),
e tutte le opinioni hanno la medesima legittimità.
Tutto viene equiparato, e le ragioni degli individui sono confuse con le ragioni delle cause per cui
si battono.
Norberto Bobbio ammoniva i revisionisti con una domanda rimasta senza risposta:
«E se avessero vinto loro?».
Se avesse prevalso il nazifascismo, insomma?
Davvero la causa dei resistenti può essere equiparata a quella dei «ragazzi di Salò»?
Il «sangue dei vinti»?!
E quello dei partigiani?
E quello degli italiani mandati al macello da Mussolini?
Con questa deriva pseudostorica, insomma, tutto si può dire, impunemente.
Non concordo con la contestazione dei giovani a Pansa: i rovescisti continuino pure a scrivere
quello che certi editori chiedono, ma, per favore, non chiamatela «storia».
R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
E cinque!
Accompagnato dal solito spiegamento promozionale adesso la corazzata Pansa è al completo.
Corazzata Potemkin, o Invincibile Armata fatta di cinque navi ammiraglie, ciascuna delle quali di centinaia e centinaia
di pagine, per un ammontare di quasi 2500 o giù di lì.
Dopo I figli dell’Aquila, Il sangue dei vinti, Prigionieri del silenzio e Sconosciuto, è arrivata infatti per Sperling&
Kupfer anche La Grande Bugia (pp. 469, euro 18,00) che nel titolo e nel sottotitolo («Le sinistre italiane e il
sangue dei vinti») riespone all’indietro l’intero tormentone dell’ultimo Pansa (ultimo?).
Intanto, chi ha avuto la ventura di leggere dalla prima all’ultima quelle pagine, non può che essere colpito da un
mistero. E cioè, come fanno quelli che le reclamizzano con enfasi - nella data imperiosamente imposta dall’editore
alle redazioni - ad essersele sciroppate sempre tutte e per benino?
Ogni volta!
E come fanno le redazioni a scegliere e decidere il «taglio», e i recensori a distillare un giudizio meditato?
Domanda ingenua, inutile.
Pansa va, tira.
E perciò va messo in pagina subito e all’unisono, a maggior gloria del «bavardage» mediatico e dell’editore. Perché
conta il caso non la cosa.
Basta anticipare all’ultimo minuto qualche pagina «urticante», accompagnata da scheda laudativa o intervistina.
Come hanno fatto ad esempio Repubblica e Stampa, benché siano poi covi di azionisti e sacerdoti della «vulgata
antifascista», quella appunto stramaledetta da Pansa nel suo libro, in effigie e nome per nome, secondo i moduli
della «colonna infame» (castigo che l’autore infligge agli altri, dopo aver deplorato di averlo subito!).
Entusiasta la stampa di destra, e a sinistra altri squilli di tromba.
Con l’immancabile peana «terzista» di Ernesto Galli Della Loggia sul Corsera, sfalsato di qualche giorno, ma come
scritto a prescindere («Resistenza mito da sfatare», «egemonia di sinistra», finalmente la verità! etc.)
E la recensione benevola di Edmondo Berselli sull’Espresso che abilmente definisce l’ultimo libro pansiano
«un esorcismo per riportare la nostra storia nel solco della verificabilità».
Stemperando così tenui riserve in un giudizio encomiastico, che ripete le tesi dell’autore senza un briciolo di critica.
Per planare con un salto storiografico da cavoli a merenda nell’esaltazione di De Gasperi e della Dc, come risposta
vincente al dissidio fascismo/antifascismo.
Insomma, altro che persecuzione e altro che gogna!
A Pansa tra poco lo faranno santo da vivo, e senza processi di beatificazione e avvocati del diavolo.
E allora proviamo noi ad avanzare qualche dubbio, a usare qualche argomento, ben sapendo che l’optimus
Scriptor e i suoi innumerevoli laudatores se la caveranno con la solita alzata di spalle corriva e facilona: pedanteria,
ideologia, etc.
Tanto per cominciare abbiamo appurato che Pansa non è un perseguitato, e che al contrario è molto gettonato.
E questa è la prima Grande Bugia del libro, che con la scusa di alcune veementi stroncature alle sue tesi (De
Luna, Luzzatto, Aniasi, Bocca, Anpi, Curzi) accredita l’idea di un antifascismo ottuso e menzognero lungo tutto il
dopoguerra in Italia.
Del quale lui Pansa, sarebbe lo smascheratore coraggioso.
Ma c’è di più, tutta la «Grande Bugia» - titolo plateale e «fallaciano» pensato per fare ammuina - è una grande
esibizione vittimaria e narcisistica.
Un gigantesco zibaldone fatto di contrattacchi agli avversari.
Farcito di qualche episodio nuovo tipo «sangue dei vinti» (ma meno sanguinolento) e due lunghe interviste, interessanti
per altro (una al fratello di Pisanò e l’altra a un ricercatore reggiano di destra, Luca Tadolini).
Ebbene in realtà la «Grande Bugia» che Pansa brandisce, è costruita a sua volta su alcune rimarchevoli bugie,
che sono poi il vero filo conduttore di tutto il «pamphlettone».
Vediamole in ordine sparso.
Prima bugia:
la sinistra e il Pci hanno negato la realtà della «guerra civile» nel 1943-45.
Falso.
Pansa confonde il piano politico della «rivoluzione antifascista» togliattiana, tesa a valorizzare il dato nazional-
unitario e risorgimentale, con la concreta attività storiografica e memorialistica anche in area Pci.
Di fatti la percezione dell’aspetto «guerra civile» - di là della sua effettiva portata e verità - c’è eccome nelle
pagine dei «sinistri» Secchia, Longo, del «destro» Amendola e persino in quelle di Roberto Battaglia.
Senza dire del citatissimo Fenoglio (criticato fino al 1953), di Calvino (Il sentiero dei nidi di ragno) e di tutta
la memorialistica azionista, con Valiani e Foa in testa (fino a Murialdi, Pavone, Del Boca), che hanno sempre
valorizzato in chiave radicale la componente «guerra civile».
Seconda bugia:
la censura in Italia delle vendette partigiane per colpa dell’egemonia di sinistra.
Falso.
Cominciò (giustamente) Enzo Biagi nel 1946, ma il tema fu al centro delle paginate di Oggi, Gente, delle
dispense di Pisanò (e Pansa deve registrarlo).
Della polemica di Montanelli, di quella di Guareschi.
E poi di quella di Gianna Preda e Tedeschi sul Borghese (oltre naturalmente che di tutta la stampa di destra).
Anche De Gasperi tuonò contro gli aspetti «fratricidi» della Resistenza, che del resto fino agli anni 70
non fu mai «religione civile» imposta dalla sinistra, e fu anzi spesso criminalizzata e ridotta a innocua cerimonia.
Terza bugia:
il misconoscimento del consenso al fascismo per colpa della sinistra.
Falso.
Gramsci e Togliatti in parallelo hanno sempre invitato a guardare dentro il largo «blocco di potere fascista»,
che le analisi leniniste e staliniste non valevano a decifrare.
Al ruolo della piccola borghesia, dei giovani, di settori del lavoro e di rurali, gerarchizzati dal «regime reazionario
di massa» all’ombra del compromesso capillare con grande industria, Chiesa e Corona.
Non solo Togliatti e Gramsci invitavano a guardare dentro il fascismo, ma anche Amendola e tanti altri, prima
di De Felice che dalla tradizione gramsciana e «taschiana» proviene.
E anche gli storici della manualistica ai tempi del nostro liceo (anni 60) parlavano di isolamento degli antifascisti,
specie negli anni trenta e con l’Impero (Rosario Villari).
Quarta bugia: la Resistenza spacciata come fatto unitario.
Falso.
Tutto il dopoguerra è costellato di polemiche sulla Resistenza come «occasione mancata», come inganno
pseudo-unitario, come «Resistenza rossa» oppure «tricolore». E lungo l’intero arco culturale che va dai liberali,
ai cattolici, passando per il Pci, agli azionisti e agli estremisti rossi figli del 1968.
Quarta bugia:
la Resistenza spacciata come fatto unitario.
Falso.
Tutto il dopoguerra è costellato di polemiche sulla Resistenza come «occasione mancata», come inganno
pseudo-unitario, come «Resistenza rossa» oppure «tricolore».
E lungo l’intero arco culturale che va dai liberali, ai cattolici, passando per il Pci, agli azionisti e agli estremisti
rossi figli del 1968.
Quinta bugia:
la finta idea democratica del «doppio» Togliatti «costretto» a fare il democratico in vista dell’ora X.
Falso.
Al contrario di quel che scrive Pansa, Togliatti lancia per primo l’idea del riconoscimento di Badoglio e della
Monarchia come alleati al governo, nella prospettiva di una via continuista e legalitaria dopo la cacciata dei
nazifascisti. Ben prima di Yalta che è del maggio 1944.
E lo fa a fine settembre 1943 da Mosca e contrastato dai Russi attendisti e dai compagni italiani. Ercoli intuisce
cioè che il quadro in cui il Pci deve operare è quello nell’orizzonte geopolitico di allora.
E fa di necessità virtù, rimeditando - a partire dalla sconfitta «massimalista» in Spagna - la via al potere. E
identificandovisi pienamente, di là del conclamato ruolo dell’Urss che rese ambigua e non coerente l’identità
ideologica della via nazionale al socialismo.
Falsa perciò anche una delle tesi principali del libro di Pansa, di nuovo orecchiata senza riscontri d’archivio
(tra Mosca e Salerno) dalle tesi di Zaslavski e Aga-Rossi: Togliatti imbeccato da Stalin.
E all’inizio proclive alla presa del potere sul territorio con la forza e con l’eliminazione degli avversari.
Non solo Togliatti contrastò duramente la violenza nel «triangolo rosso» fin dal settembre del 1946, ma fu
proprio lui a denunciare la «doppiezza». Già nel ’44 vi alluse, e non attese il ’56, come crede Pansa.
Sesta bugia:
il nascondimento protratto degli omicidi in Emilia e altrove (foibe o Porzus).
Falso.
Sono alcuni decenni e anche più che la storiografia di sinistra ne parla apertamente: Pavone, Dondi, Storchi,
Crainz, Valdevit, Oliva, Pupo, Galeazzi, Bianchini e tantissimi altri.
E non solo per un’editoria minore o locale.
E quando Otello Montanari disse ai primi anni 90 - a proposito dell’omicidio di Don Pessina - «chi sa parli»,
con coraggio il Pds appoggiò quella denuncia (laddove, se la memoria non ci inganna, Pansa parve piuttosto
preoccupato dell’uso «craxiano» del caso).
Queste dunque le principali «bugie» e forzature nella Grande Bugia di Pansa.
Che per il resto non fa che ribadire la tesi di fondo dei suoi libri precedenti: antifascismo come feticcio ideologico.
Che si ostina marmoreo a riproporsi come caposaldo delle istituzioni e non riconosce le ragioni degli
altri (Salò, i fascisti).
Una tesi martellata e ripetuta con la risorsa emotiva del mattatoio vendicativo alla moviola dopo il 25 aprile.
Ma che rimuove zona per zona i contesti.
Non fa confronti con le altre Resistenze.
Cancella il dato primario di un’Italia ostaggio per venti mesi dei nazifascisti che imposero la guerra ai civili.
Con stragi, deportazioni, lavoro coatto, torture, leva forzata (disattesa - dati di De Felice, dal 43% di renitenza
e diserzioni al 13%).
Ecco le cifre, non contestabili:
40 mila caduti, 15 mila vittime di stragi, 8 mila ebrei deportati e mai tornati. E il tutto all’insegna di una pedagogia
funeraria e scenica imposta dall’immaginario vendicativo dei repubblichini e con meticolose istruzioni
ai fotografi «embedded».
Dalle file di impiccati al nord all’esposizione dei fucilati nei punti stradali chiave, alla macabra mostra davvero
riassuntiva dei 15 assassinati a Piazzale Loreto che dovevano star lì - diceva il cartello - finché i partigiani
non ci sarebbero stati più.
Certo che è giusto indagare sui 9-10 mila fascisti o presunti tali uccisi dopo il 25 aprile, riaprire ferite, ripercorrere
memorie divise.
Senza pudori e reticenze.
E l’argomento Anti-Pansa del cui prodest è sbagliato.
Lo Scriptor ne fa un sol boccone!
E nondimeno la storia è fatta di campi lunghi, di «grandangoli» e confronti.
Che includano nella visuale in simultanea tutto lo scenario emotivo circostante, e non solo una parte a fini
polemici o di giustizia risarcitoria.
Altrimenti si fa torto a tutta l’Italia straziata e devastata di quel tempo e si torna ad alimentare revanche e
risentimenti, proprio nel momento in cui si dichiara di voler svelenire la memoria.
Ma è esattamente questo quel che accade con la «moviola» di Pansa, sempre in bilico tra denuncia, testimonianza,
fiction dialogante (che si fa tornare i conti) e aggressività polemica. In un comodo intreccio multiforme
che non rischiara ma offusca.
Da ultimo una considerazione generale.
Pansa protesta vivacemente in nome della sua libera ricerca contro le accuse di voler portare acqua al mulino
della destra anti-antifascista. E ha ragione in linea di principio.
E però il suo modo di far storia attira la destra come la lampada le falene. E non per caso, usando il suo libro,
Marcello Pera ha picconato apertis verbis la matrice antifascista della Costituzione.
È un caso?
No, non è un caso.
Tanto è vero che Pansa si dichiara apertamente d’accordo con l’ex Presidente del Senato, raccontandoci lusingato
del giorno in cui Pera esternò in tal senso, in un dibattito alla Biblioteca del Senato sul Sangue dei
vinti. D’accordo, salvo la piccola cautela realistica nel riconoscere che «l’antifascismo è un collante molto
forte per una parte dell’opinione pubblica».
Sicché è Pansa stesso a svelarci che c’è un nesso interiore, tra la sua polemica «storiografica» e l’«idea meravigliosa
» di Pera.
E che quel nesso è etico-politico e ha nome e titolo preciso: Requiem per l’antifascismo.
Come memoria fondativa della Repubblica.
Basta dirselo, e Pansa ce lo dice.
R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Nel Il sangue dei vinti1 Giampaolo Pansa presenta una copiosa documentazione degli eccidi contro i fascisti
repubblicani, avvenuti nell'Italia Settentrionale dopo il 25 aprile (in verità non tutti), ordinandoli secondo
un’agile invenzione: immagina di stare indagando sull'argomento e di incontrare per questo alla Biblioteca
nazionale di Firenze una funzionaria, Livia Bianchi, che nel passato aveva avuto la stessa intenzione e
possedeva numerose schede. Da questa conversazione e dai successivi incontri e ricognizioni in città e luoghi
diversi nascerebbe l'opera per scambi di informazioni, giudizi, confidenze. Si dice in risvolto di copertina:
«Giampaolo Pansa s'inoltra in un terreno ben poco battuto: la resa imposta ai fascisti sconfitti».
Ma è ormai quasi un sessantennio che pubblicazioni di tutti i tipi hanno presentato quasi tutti i documenti di
questi eccidi, corredati da riproduzioni fotografiche. Penso, in particolare, a rotocalchi come Gente e Oggi.
Pansa, se mai, ha messo insieme in modo più sistematico e con più asciutta precisione questo materiale.
Aggiunge la presentazione: «Un tema proibito, per gran parte dalla storiografia dei vincitori».
La storiografia è storiografia e non dovrebbe assoggettarsi ad essere o dei vinti o dei vincitori. Altrimenti
scade a pamphlet. Ma è il libro di Pansa storiografia?
Della Benedicta ho scritto quando lei non era ancora nata. Ma adesso mi sto occupando dei morti fascisti, a guerra
finita2.
Si era occupato della Benedicta, nel fondamentale Guerra partigiana fra Genova e il Po3. Ma in quel libro
inquadra il massacro dei partigiani avvenuto alla Benedicta, ex convento sull' Appennino ligure-alessandrino,
in un'ampia strutturazione storica, non mettendo certo in primo piano i dati spietati dei morti e delle uccisioni,
mentre ne Il sangue dei vinti sono questi a sporgere in un’ambientazione giornalistica efficace, ma
storicamente povera di spessore. Poco si dice, ad esempio, sugli antefatti che possono far comprendere quel
furore, nulla, proprio nulla, si dice sugli interventi umani che in quell'assenza di regole e di «stato»
contribuirono a salvare molte vite.
Sembra che Pansa si sia lasciato vincere dall'idea che la storia sia solo uno «spettacolo miserabile»:
Tutto quel sangue mi travolge. Tanto che mi sembra di esserne imbrattato4;
L'unica verità è che, anche nella nostra guerra civile, la vita non ha più avuto valore. Da una parte e dall'altra5;
A ogni modo la guerra civile è stata tutta un mattatoio6;
Pansa dice che
chi vince e soprattutto chi vince sotto le bandiere della libertà e democrazia avrebbe il dovere della clemenza, della generosità,
non dovrebbe infierire sui vinti7.
Purtroppo la «verità effettuale» non solo della Rivoluzione francese o della Guerra civile americana, ma delle
guerre di Liberazione in Europa è stata diversa. Bisognerebbe non entrare nelle guerre, ma quando se ne esce
o ci si abbandona ad un amaro moralismo o si cercano spiegazioni. Per noi Italiani la prima domanda
dovrebbe essere questa: «Chi porta le responsabilità della guerra civile?». Faccio miei i giudizi di Renzo De
Felice:
La costituzione della Repubblica sociale italiana è all'origine della guerra civile... Senza Salò la Resistenza avrebbe avuto un
carattere nazionale, la guerra partigiana sarebbe stata lotta di liberazione dall' occupazione straniera. . . Ma soprattutto sarebbe
venuta meno quella lacerazione interna al popolo italiano, col suo seguito di sanguinose contrapposizioni, i cui effetti si sono sentiti
per decenni e ancora perdurano8.
Ora in questa guerra civile i fascisti repubblicani profusero un particolare impegno ed è comprensibile che
siano stati ripagati in quella misura. Il prezzo fu alto, basso, contenuto? Non è certo compito dello storico
mettersi a fare questi conti, ma testimoniare che quei fatti ci furono e perché, altrimenti rischia di diventare un
cronista nero.
Non mi metto certo a giustificare le efferatezze, ma ricordo quel era la situazione di quei giorni. Ci si
muoveva nell'assenza dello stato e del suo potere, nel convulso agitarsi di organizzazioni, partiti, gruppi,
individui, si agiva più per impulsi e decisioni singole che per regole. E furono innumerevoli gli atti di
violenza. Ma anche di generosità che Pansa non ha potuto o voluto indagare.
La libertà appena conquistata ha visto un’ alba coperta di sangue il primo risultato raggiunto dopo la sconfitta del fascismo è
stato di riempire di cadaveri migliaia di fosse, di tombe senza segno, di cimiteri occultati9.
Solo quello? Non si avvertì in quell'alba anche il desiderio di gente che sperava di respirare una vita meno
oppressa, meno impaurita, di gente che s’affrettava a rimettere in piedi le forme della democrazia, che era
convinta che bisognava ricostruire il paese non solo dalle macerie fisiche, ma anche da quelle spirituali
provocate da una dittatura diventata più feroce dopo l'occupazione nazista?
Qualche volta la troppa passionalità e l'estremo amor di tesi porta Pansa a inesattezze. Ad esempio, non tutto
ciò che viene documentato avvenne dopo la fine delle guerra di Liberazione.
Il 25 aprile è una data convenzionale, in molte città e luoghi la guerra finì prima o dopo. Prendiamo il caso di
Torino che insorge fra il 26 e il 27 aprile, ma subisce la pressione esterna della 34a divisione tedesca che
devasta Grugliasco e Collegno fra il 29 e il 30 aprile e lo stillicidio dei franchi tiratori attivi fino a quella data.
Ancora in questo stato di guerra avviene l'impiccagione del federale di Torino Solaro (28 aprile). Terribile e
deprecabile lo spettacolo di quella morte, come quello dell' esposizione di Mussolini, della Petacci e dei
gerarchi a piazzale Loreto. Ma Solaro era rimasto a Torino, dice lo stesso Pansa, per
non abbandonare i franchi tiratori fascisti, decisi a ingaggiare l'ultima battaglia in città10.
Se questo era il motivo e se ancora perdurava lo stato di guerra, non poteva avere scampo, come successe ai
franchi tiratori catturati a Firenze, Torino, Parma e Piacenza e alle ausiliarie che stavano con loro11. Né
potevano aver scampo personaggi di leggendaria ferocia, le cui azioni erano ancora vive sulla pelle della
gente: penso a ciò che fecero Koch a Milano12, alla «belva Fiorentini» in quel di Casteggio, a Guido Garaffoni
e alla sua banda, operante a Cesena13, a tanti altri.
E' quindi necessario distinguere, evitando il calderone, fra la sorte dei «poveri stracci» che pagarono
sproporzionatamente e i fanatici, persecutori, torturatori che in questo periodo «senza stato» subirono una
specie di rozzo taglione. Inaccettabili invece iniziative come quella del «triangolo della morte» (Castelfranco
Emilia-Manzolino-Piumazzo), avvenute non solo oltre la guerriglia, ma per iniziare una seconda guerra civile
«classista», suggerite o protette da forze deviate del Partito comunista, come Pansa più volte cita14. Forze
deviate, ché la linea del PCI «togliattiano» s’identifica, sia pur faticosamente, nella svolta dell'amnistia del
1946.
Infine: non sono mai stato convinto del tutto che il periodo 1943-1945 debba essere etichettato «Guerra
civile». Meno ancora vi aggiungerei una «seconda guerra civile». Anche perché, a voler fare i pignoli, di
guerre civili potrebbero essercene state tre. E quella del 1919-1924, quando il fascismo andò al potere? In
ogni palazzo littorio c'era una galleria di ritratti di martiri fascisti e ve ne furono di martiri, perseguitati, esuli
anche dall'altra parte. Ma non voglio dilungarmi. Propongo solo di ritornare a chiamare il periodo 1943-1945
guerra di Liberazione nazionale dall'invasione tedesca e dai residui del fascismo che vi si agganciò.
Ai francesi e agli altri popoli europei mica è venuto in testa di chiamare le loro lotte di Liberazione «guerra
civile»!
R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Già dalla copertina si avverte che le parole in esso contenute non saranno innocue. Dal segno al senso. Un approccio semiologico
ci può infatti aiutare.
In questo caso, già guardando il libro, ci si può subito domandare: chissà cosa avrà voluto fare Pansa con questa operazione
editoriale?
Prima ancora di leggerlo si può sospettare che dietro all’operazione “culturale” vi sia una volontà precisa da parte dell’Autore,
volontà che lo stesso sempre, in interviste ed interventi vari, nega.
Mire politiche con conseguenze diverse, in altri piani.
Il libro ha venduto tantissimo. Siamo oltre le trecentomila copie.
È stato presentato innumerevoli volte, in ogni occasione possibile, diverse fra loro. Televisione, radio, presentazioni istituzionali,
come quella al Senato ad esempio.
Appare in siti di consiglio alla lettura di Forza Italia. In televisione c’erano sempre uno o più rappresentanti della destra a lodarne
il coraggio, la forza. Lui, Pansa, non si è mai tirato indietro.
Ma del resto non voleva neppure. Sempre con la pretesa di rivestire il ruolo dello scrittore democratico che ha avuto sempre il
coraggio della coerenza.
Come anni fa, dice Pansa di se stesso, scrissi di partigiani, ora, e non da adesso, scrivo dei vinti.
Qual è la natura del libro
Ed ecco che i vinti, risuscitati da un innesto miliardario di Silvio Berlusconi, che li ha sdoganati, come spesso si dice, e da una
accorta politica di abiure del passato fascista, escono dai loro cantucci, in cui erano riparati e da qualche anno rivendicano la
loro storia.
Non gli pareva vero trovare un giornalista di “sinistra”, diciamo così, dato che anche Pansa ha più volte dichiarato di non saper
più, politicamente, cosa essere, che offriva loro una sponda non indecente, quali potevano essere le piccole e semiclandestine
case editrici di destra oppure i loro giornali, dichiaratamente di parte, e di parte vinta, un giornalista che con mestiere, intuendo
il vento che tira, ha messo assieme una storia della Resistenza che non voleva essere certo storicamente corretta – l’Autore non
è uno storico e non dimostra sensibilità storica – secondo i crismi della serietà storica – note, riferimenti certi, citazioni controllabili
– ma che, veleggiando tra la “story” ed il racconto, intendeva cogliere un segno dei tempi, di questi tempi.
Infatti ogni volta che gli si fa notare che il libro dal punto di vista storico pecca nell’apparato storiografico il Pansa può sempre
rifugiarsi nel rivendicare il carattere di racconto al suo testo, facendo naturalmente il giochetto contrario, quando serve. Se si fa
presente che a livello di romanzo il libro è proprio brutto ecco che ci si può salvare dicendo essere il testo uno scritto storico. Si
riesce così a sfuggire sia alle critiche letteraria che a quelle scientifiche.
Alcuni storici, che il Nostro ha liquidato sfrontatamente come parziali, dato che erano di parte, in quanto marxisti o che cincischiano
con categorie marxiste, quindi troppo vicino al marxismo, hanno infatti provato a criticarlo a livello disciplinare.
Pansa ha risposto signorilmente, che se “ne fotte” (Sette, supplemento del Corriere della Sera, 4 dicembre 2003).
Qualcuno ha provato a sottolineare altri aspetti, letterari ad esempio, ma sempre la sua posizione è stata quella di rivendicare di
avere portato a galla qualcosa di sommerso.
Un analisi preliminare
Con ordine.
Le questioni agitate da Pansa non erano sommerse. Innanzitutto studi sul dopo guerra sono apparsi in forma di libri od articoli
nel corso dei decenni successivi al 1945.
La parte dei vinti ha da subito affrontato la questione della sconfitta in guerra, con le conseguenze e gli strascichi del dopoguerra,
lamentando anche di avere perso.
Gli altri, i vincitori, a volte hanno scritto di fatti particolari che sono accaduti e che non sono stati una bella pagina di storia locale.
Mancava l’interpretazione che indicava in una strategia politica comunista, quello che accadde immediatamente dopo la
fine della guerra.
Questa è la novità del libro di Pansa. Peraltro novità non assoluta.
Restando alle questioni dell’epoca ed alle uccisioni di ex fascisti presunti tali, anche chi c’era non poteva non essere a conoscenza,
e lo ha raccontato, di episodi di rapida conversione alla causa partigiana di ex fascisti o di indifferenti, all’ultima ora, od
all’ultimo minuto.
Qui c’entrano poco i comunisti.
Ed allora?
Scandalo?
Sorpresa?
La prima ed unica volta che questo è accaduto?
Sciocchezze! Ad esempio è un racconto comune in ogni aula dei scuola italiana quello attorno ai “galantuomini” che all’-
arrivo di “Garibaldo” si fanno patrioti.
Basti l’usuale riferimento al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
E basti, se non si vuole ricorrere ad un libro il riferimento al film omonimo di Luchino Visconti.
Non è una grande scoperta venire a conoscenza di una situazione ricorrente alla fine di un conflitto armato. Vi sono sempre
furbi, approfittatori, delinquenti che rivestono maglie di colori sino ad allora odiati o comunque disprezzati.
Ma le questioni di fondo che Pansa vuole agitare sono altre.
E qui cominciamo a sfogliare il libro.
Anche se, a dire il vero, date le premesse, per molti versi, non ce ne sarebbe bisogno.
Vediamo il testo
La lettura non fa che confermare quanto si poteva intravedere “pensando male”, senza leggere il libro. Giorgio Bocca sullo
stesso giornale del quale Pansa è vicedirettore, l’Espresso, lo ha già detto in termini precisi.
Una considerazione di base diventa significativa e determinante: quale storia l’Italia avrebbe scritto, se avessero vinto gli
altri?
Ci viene in aiuto un grande della letteratura contemporanea, Philip K. Dick, che scrisse alla fine degli anni ’70 un libro su
questa ipotesi, tradotto in italiano come
La svastica sul sole. Dick scrive sostanzialmente di fantascienza, ma quella società non è né tanto felice, né libera.
E’ una società, mondiale, oppressa. L’ANPI ha emesso un comunicato contro Pansa, sulla stessa linea del libro di Dick.
Ma anche questo non ha sortito effetto, anzi. Il Nostro si è ancora di più caricato nel suo convincimento, quello cioè di
essere nel giusto.
L’ovvia constatazione che ad ogni fine guerra vi sono dei regolamenti di conto che ci guida nella lettura del testo, non pare
elemento di discussione proposto, ma dogmatica verità da ripetere.
Quindi altre, si sospetta, dovranno essere le sue vere preoccupazioni.
E quindi dobbiamo proprio leggere il libro.
Ma mi voglio ancora soffermare sul “caso” acceso dallo scritto e sulla copertina del testo.
Con questi strumenti esterni si può capire ancora perché il libro sia diventato un vero “fatto” politico. In fondo quello che
l’Autore voleva.
Se così non fosse stato non avrebbe potuto incassare i molti dividendi delle copie vendute.
Alla presentazione del testo al Senato, il presidente dello stesso Marcello Pera, un docente universitario da poco prestato
alla politica, uno dei “professori” che Berlusconi ha traghettato in Parlamento, non ha mancato di affondare il coltello nella
piaga dicendo che del “mito della Resistenza” non ve n’è più bisogno.
Il resto segue. Sembra che però allo stesso Pera non spiaccia il mito in sé, visto che ha ben usufruito di quello del suo capo
politico, Berlusconi, il suo Pigmalione, che lo ha inventato come politico e gli ha dato una visibilità per lui insperata se
fosse rimasto a discutere le tesi di Popper e di altri epistemologi, all’università.
Una scelta mitologica quindi. Miti che piacciono e che debbono rimanere tali, altri che debbono sparire. Il libro di Pansa
ne indica uno, supposto tale, che deve sparire. Perché questa scelta?
Se ciò che da fastidio è il mito, allora spariscano tutti.
Una questione di numeri
Pochi giorni prima, all’inizio di dicembre, apparendo in televisione alla trasmissione Excalibur, Pansa arriva a proporre la
cifra di ventimila morti post 25 aprile 1945.
Sposando allegramente la cifra più alta indicata verso la fine dello scritto stesso.
Non si fa neppure due conti realistici in tasca, non riesce neppure a domandarsi dove avrebbero messo, i partigiani comunisti
indicati come gli unici responsabili della mattanza, tutti quei corpi.
Naturalmente solo i partigiani comunisti, rivoluzionari, sono all’origine del Sangue dei vinti. Fra l’altro equipara diverse
volte tali supposte azioni a quelle delle Brigate Rosse degli anni ’70.
Dando tranquillamente per scontato l’assioma partigiani comunisti=Brigate Rosse.
Uno dei problemi più importanti nell’uccisione di masse di ebrei, comunisti, zingari, omosessuali, handicappati, asociali,
che i tedeschi avevano ben presente, era la questione dei corpi: cosa farne dei morti.
Un intero sistema era adibito allo “smaltimento rifiuti”, i morti pesano, puzzano, ecc.
Anche i fascisti argentini avevano simili preoccupazioni. La cifra che si usa fare, e in quel caso vi sono più possibilità di
controllare il numero degli scomparsi, è di 30mila in sette anni, dal 1976 al 1983.
Risulta quindi abnorme il paragone con la situazione dei vinti fascisti.
Ma, sempre nella stessa trasmissione che stiamo citando, un rappresentante di un’associazione vittime della RSI ha parlato
tranquillamente di 40mila morti ammazzati dai partigiani.
Cadaveri come noccioline.
I problemi annessi non si valutano mai.
Pare perciò che basti ammazzare qualcuno e questi sparisce, si volatilizza: 40mila morti in poco più di qualche mese.
Mimmo Franzinelli, nell’introduzione al libro sulle stragi nascoste, L’armadio della vergogna, ad un certo punto dice che
le vittime delle stragi dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, da parte dei nazi-fascisti sono state dalle dieci alle quindicimila.
I faldoni relativi alle stesse sono poi stati messi in un armadio, poi chiuso e girato verso il muro, negli anni Cinquanta.
Cifre e comportamenti politici precisi, ma per Pansa anche questo retroterra esplicativo di quanto avvenuto nel dopo guerra
non serve.
Le cifre a pioggia che dà sono rivelatrici di una approssimazione al racconto che smaschera tutta l’operazione.
Un’operazione di anticomunismo viscerale
E prendiamo in mano queste 381 pagine.
Già dall’inizio, usando la lente semiologia, risultava chiaro l’intento, come sopra detto, intento confermato dalla lettura del
testo.
L’operazione appare solo come un lungo lamento anticomunista. Ma si, proprio l’anticomunismo più cieco ed inutile riscontrabile
in tanti altri scritti. Pansa poteva risparmiarsi tutta quella fatica.
Un bel pamphlet contro il cancro del Novecento, il vero cancro, intendo, così come anche gli anarco-insurrezionalisti lo
descrivono nei loro mistici volantini, quello che ha fatto tanto male a tutti.
Dopo il successo, e chi lo può negare, del Libro nero del comunismo – cento milioni di morti per mano dei “rossi” – ecco
un altro grande successo di vendite.
Un altro libro anticomunista.
Il Libro nero del comunismo è stato un successo pagato dal proprietario della Casa editrice che lo ha stampato, regalato ad
ogni occasione, come una nuova Bibbia.
Questo di Pansa segue a ruota.
I partigiani che hanno compiuto il massacro uccidendo e volatilizzando i cadaveri dei “poveri vinti” erano i comunisti rivoluzionari
che sognavano di “fare come in Russia”.
Coccolati, temuti, controllati dal partito hanno dovuto poi limitarsi ad uccidere 40mila persone, tutte fiere ed indomite,
così almeno le descrive Pansa al momento della morte, che avevano avuto il solo torto di essere massacratori di genti,
uccisori e stupratori, corrotti funzionari di partito, succubi dei nazisti: cosette insomma.
Muoiono tutti con sguardo fiero, gridando “viva l’Italia”, “viva il Duce”.
Ma di quale Italia i vinti andavano fieri e di quale Duce.
Pansa non lo dice.
Ma di questi italiani possiamo ricordare la politica di sudditanza ai massacratori nazisti?
Possiamo anche ricordare la posizione di burattino di Mussolini nella RSI?
Pansa non lo fa.
Il prossimo libro forse ci spiegherà che la RSI salvò in verità l’Italia dalla furia dei nazisti. I poveri repubblichini si sarebbero
così immolati per non lasciare sfogo totale alla furia nazista.
Insomma volevano tanto bene agli italiani, agli altri italiani che non erano come loro così sensibili alle sorti del paese, che
li massacrarono, quando poterono, in prima persona, per non farli uccidere dai nazisti, oppure aiutando, in realtà limitandoli,
i nazisti nelle loro stragi.
Tanti “bravi ragazzi di Salò” insomma.
Il vero cancro, del ‘900 è stato quindi il comunismo, senza scuse.
Ed ecco già la copertina ce lo rende chiaro.
Uno sguardo inquietante, due occhi che guardano, evidentemente il regista occulto delle stragi.
La foto in primo piano riguarda la cattura di un fascista a Milano, il 30 aprile 1945.
Milano, luogo dal quale Pansa e Livia, l’unico personaggio inventato del libro, così come Pansa ci avverte subito, in un
avvertimento al lettore, l’alter ego, l’atra metà femminina dell’autore, prendono le mosse per descrivere la carneficina dei
“poveri ragazzi di Salò”, da parte di comunisti mangia bambini, mangia preti e mangia uomini e donne che non la pensavano
come loro.
Il libro inizia mettendo sul conto della carneficina anche due suicidi proprio a Milano. Già dalla partenza si capisce che
qualcosa non va.
Ed infatti si fa una immensa fatica a leggere tutto il testo senza saltare neppure un nome, un luogo, una storia – in fondo
sempre quella – che porta poi alla somma finale di migliaia di morti ammazzati. Un lungo elenco.
Il personaggio di Livia , l’altra metà di Pansa, dice cose pesanti a cui lo stesso Autore reagisce con disgusto, ma a volte i
ruoli sono invertiti. Quello di Livia, nel seguire ed aiutare l’Autore è stato un atto dovuto.
Perché?
Lo racconta la stessa Livia nelle pagine finali.
Il padre della metà femminina di Pansa era un partigiano comunista, che si è tirato indietro ad un certo punto ma che forse
ha partecipato alla mattanza.
E Livia, la pseudo Pansa, glielo doveva questo sforzo.
Doveva aiutare Pansa uomo a render un poco di onore alle vittime di ogni uccisione di massa che i partigiani hanno compiuto
allora.
Non si entra mai in un discorso scientifico.
Tutto rimane sul piano umorale.
La spinosa questione della “guerra civile”
Anche la questione della guerra di Liberazione come guerra civile viene data per scontato che era quella e solo quella.
Una questione non solo terminologica ma di contenuto, sollevata, con autorevolezza, dal libro di Claudio Pavone, Una
guerra civile.
Una discussione continua che trova sempre nuovi risvolti.
Due esempi: Lettera ai compagni, periodico della FIAP, ha pubblicato un numero monografico alla fine del 2003 proprio
su questo tema.
Una serie di interventi problematici.
Nel Corriere della Sera del 7 gennaio 2004, Bruno Bottai, figlio di Giuseppe Bottai, un esponente di primo piano del ventennio,
dice chiaramente
“..non credo nemmeno alla tesi della guerra civile; ci fu solo un’occupazione tedesca molto dura”.
Non è di poco conto propendere per una accettazione o per il rifiuto di questa definizione.
Ma anche su questo Pansa sorvola allegramente, dando per scontato l’equiparazione.
In fondo lui non è uno storico, non è un letterato.
Ma che cosa è?
Il libro di Pansa come segno dei tempi
Forse le copie vendute lo spingeranno ad altri tentativi similari. Ma almeno ci risparmi la favoletta dall’apolitico che richiama
anche nel libro.
Questa suo scritto è stato ed è solo un’operazione politica, che trova riscontro in questi tempi.
Tempi di debolezze analitiche e rielaborative.
Tempi nei quali la politica viene fatta dalle quarte file di una compagnia di ballo che ripete passi sempre più stanchi; tempi
nei quali anche i mediocri trovano largo spazio.
Una fase di stanca.
E stancamente chiudiamo il libro di Pansa illudendoci che le quattrocentomila copie vendute sino ad ora siano il massimo
raggiunto.
Ma disperiamo.
R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Egregio Dottor Pansa,
ho letto “Il sangue dei vinti”, libro nel quale Lei cerca di far credere una novità quanto
era già noto a tutti, che cioè dopo la Liberazione, moltissimi fascisti furono assassinati,
cui si aggiunsero vendette private ed omicidi che con la politica avevano poco o nulla a
che fare.
Dico a ragion veduta “noto a tutti” perché in casa mia, che era piuttosto apolitica, si
diceva che dopo la Liberazione era meglio non andare in certe strade al mattino presto
perché c’era il morto e che la cosa fosse di pubblico dominio è chiaramente spiegato dal
più bel racconto di Guareschi, “due mani benedette”: se lo rilegga e rifletta che se
Guareschi pubblicò quel racconto nell’immediato dopoguerra e nessuno se ne
meravigliò, fu perché tutti sapevano che quelle cose erano successe.
Per citare un libro, fra tanti, Bocca lo scrisse nel suo libro “l’Italia partigiana” a pag 524:
“la città più dura è Torino centinaia di fascisti uccisi, file di cadaveri sul Lungopò”.
In realtà pensando alla scia di ferocia e di sangue che i repubblichini lasciarono dietro di
sé (Benedicta, Voltaggio, Masone, Passo Mezzano, Turchino, Barbagelata, Squazza, Castellaccio,
Forte di San Martino, Calvari, Cichero, San Colombano Certenoli, Olivetta,
Cravasco, Rossiglione, per citare solo i fatti più noti della provincia di Genova) ci
sarebbe da meravigliarsi se non fosse successo qualcosa del genere (è un giudizio
storico, non morale, perché la responsabilità è sempre individuale).
Entrando nei contenuti, mi sono soffermato in particolare su una parte
che parla di Liguria:
Ho visto che “Livia” Le parla di Faloppa, Spiotta e Veneziani.
Anzitutto Spiotta (che si chiamava Vito e non Umberto, “Livia” o ha fatto confusione o
non era ben documentata) e Veneziani furono condannati a morte al termine di un
regolare processo (sono contro la pena di morte in maniera assoluta e non approvo) e
quindi non rientrano nel quadro “giustizia sommaria” e Faloppa è riuscito a fuggire.
Secondariamente, ha chiesto a “Livia” chi erano i tre personaggi?
O “Livia” non lo sapeva, o Lei non glielo ha chiesto.
Essi appaiono in parecchi documenti della Resistenza, valga per tutti quanto scrive
Brizzolari pubblicando l’archivio di Taviani (Un archivio della Resistenza in Liguria,
Genova 1974) a pagina 102:....
“Faloppa, vice federale, denunciò Bigoni (il questore) a Mussolini perché non era
abbastanza duro. Tuttavia figura di primo piano negli ambienti polizieschi genovesi restò
sempre il commissario dott. Giusto Veneziani, capo della squadra politica della questura,
di un fanatismo forsennato, servizievole strumento del tedesco ed accanito seviziatore:
col tempo, però lo stesso Veneziani verrà superato dall’infernale figura di Vito Spiotta,
che imperverserà soprattutto nel Chiavarese (era capo della Brigata nera)....”
Spiotta fu quello il 21 maggio 1944 fece fucilare sulla piazza di Borzonasca il primo
caduto della Resistenza Genovese (Raimondo Saverino “Severino”) e gli negò
l’assistenza religiosa urlandogli
“un cane come te non ha bisogno del prete per andare all’inferno”;
il 27 maggio poi Spiotta fece saccheggiare ed incendiare Cichero, “il covo dei ribelli”; nel
verbale della seduta del CLN per la liguria del 9 ottobre 1944 si legge:
“il delegato del PS segnala l’intollerabile condizione prodottasi a Chiavari in conseguenza
delle atrocità perpetratevi da Vito Spiotta; si calcola che egli faccia uccidere da 5 a 9
persone alla settimana (forse a questo si riferiva “Livia” quando Le disse che era “uno
che non andava per il sottile”) e che le vittime ammontino a circa un centinaio”.
Nella seduta del 29 marzo 1945 il CLN della Liguria deliberò:
”.... di proclamare criminali di guerra e di darne immediata notizia agli alleati: Vito
Spiotta e Livio Falloppa per il cinico sadismo dimostrato nella persecuzioni contro i
patrioti sia nella zona di Chiavari sia in quella di Genova. Il nome del dottor Veneziani
viene pure segnalato quale zelante esecutore degli ordini delle SS persecutore degli
antinazifascisti.
” Il comitato deliberò pure di inviare una lettera a Veneziani, al suo aiutante Buccelli ed
a Falloppa, di cui ecco i testi datati 5 aprile: – a Veneziani:
“il Comitato di Liberazione Nazionale ha più volte preso in esame il vostro caso, veramente
singolare ed eccezionale…...vi ricorda, ancora una volta, che il vostro operato
sarà giudcato dai tribunali del popolo.”
a Buccelli : Il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria ha preso in esame il
vostro caso e lo zelo che voi esplicate alle dipendenze del famigerato psicopatico
Veneziani. Vi rendiamo noto che si sta archiviando la documentazione delle vostre
attività le quali verranno presto giudicate dal Tribunale del popolo. –
a Falloppa: “Al Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria
continuano a pervenire informazioni e documenti sull’attività criminosa svolta da elementi
da voi dipendenti, a danno della popolazione e, particolarmente, dei patrioti.
......Il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria vi notifica che il Tribunale del
Popolo giudicherà la vostra diretta responsabilità in tali atti criminosi e fin d’ora ne va
archiviando la inoppugnabile documentazione”.
Perché “Livia” non Le ha parlato di chi erano i tre personaggi e quindi “il famigerato
psicopatico Veneziani” nel Suo libro è diventato “uno che inflisse colpi duri ai GAP
comunisti”, probabilmente con efferate torture come fece con Giacomo Buranello il 2
marzo 1944 (“viene condotto in questura e affidato all’ufficio politico del dott. Veneziani.
I servi dello straniero, che lo interrogano, sfogheranno su di lui loro più sadici istinti e le
torture causeranno sofferenze inaudite.
Esasperati dal silenzio del comandante i traditori tormenteranno con il fuoco le parti
più sensibili del corpo, ma Giacomo, insanguinato con il volto tumefatto e la pelle annerita
dalle percosse e dalla tortura del fuoco, resisterà impavido”, Brizzolari
cit. pag. 110) e chissà quanti altri?
Certo che se la qualità del resto del Suo libro è come questo capitolo della parte terza
c’è proprio da stare freschi, come diciamo a Genova.
In effetti, mi pare che Lei con questo libro abbia assunto, nei confronti dei fascisti. che,
non dimentichiamolo, ci sono ancora, sono persuasi di aver avuto ragione e ci vogliono
riprovare, lo stesso ruolo che gli indipendenti di sinistra ebbero nei confronti del PCI.
Ed invece non va dimenticato che i repubblichini erano, a tutti gli effetti, traditori della
Patria e servi del tedesco invasore; se vuole Le posso inviare la dimostrazione storica
(che parte dal 25 luglio) e non possono, in alcun modo, essere messi sullo stesso piano
di chi lottò per l’onore e la libertà della Patria (anche se parte di questi avevano anche
altri fini che però non si concretizzarono).
Questa lettera è inviata anche ad un certo numero di miei amici, ai quali, naturalmente
se Lei è d’accordo, invierò anche copia della Sua eventuale risposta.
Cordiali saluti.
R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Non ho letto gli ultimi due libri di Pansa, ed ho interrotto (ho smesso perché il mio stomaco si
ribellava: o era il mio animo?) la lettura del “Sangue dei vinti”, fermandomi inorridita al capitolo
in cui il giornalista che rimpiange la morte di aguzzini fascisti lamenta l’esecuzione sommaria di
Gaetano Collotti, pescando a piene mani per questa storia (pur senza citare la fonte) nel libro “I
giorni di Caino” (Mondadori 2003) di Antonio Serena, autore che ebbe un periodo di notorietà per
essersi fatto espellere dal gruppo parlamentare di Alleanza Nazionale dopo che aveva diffuso in
aula il video e il ibro con l’autodifesa di Erich Priebke, ed entrò poi nel gruppo parlamentare di
Alternativa Sociale.
Perché mi ha fatto tanto effetto il capitolo dedicato alla fucilazione (sì, sommaria) di Collotti?
Perché, e questo Pansa non lo spiega, Collotti era un sadico commissario di polizia, dirigente
l’Ispettorato Speciale di PS a Trieste, organismo che causò la morte di centinaia di persone, tra
esecuzioni sommarie, rastrellamenti, internamenti nei lager nazisti, od anche soltanto perché i
prigionieri non sopravvivevano agli interrogatori condotti con la corrente elettrica, le bastonate e
vari strumenti di tortura.
Ai quali interrogatori spesso e volentieri Collotti non si limitava a dirigere le operazioni, ma ci si
applicava di persona, come risulta dalle testimonianze di chi sopravvisse.
Ma allora Collotti è, secondo Pansa, un vinto, quindi una vittima, una persona per la cui fine bisogna
criminalizzare la Resistenza?
Ma Pansa lo sa che era un ordine emanato dal CLNAI quello di fucilare sul posto tutti i fascisti e i
militari (anche i poliziotti erano militari) della RSI che non si arrendevano e venivano trovati con
le armi in pugno (come fu trovato Collotti, ad esempio)?.
Immagino che Pansa, una volta visto dove tirava il mercato, si sia impegnato a fondo nello
scrivere di quello che va di moda oggi, cioè che la Resistenza, dato che non va angelicata, come
sostenne a suo tempo Bertinotti, di conseguenza va demonizzata: e una volta demonizzati i
partigiani, a questo punto viene naturale di santificare i fascisti.
È ben vero che siamo tutti esseri umani, e che erano esseri umani sia i partigiani sia i fascisti.
Detto un tanto, tagliamo la testa al toro.
Chi ha preso il potere con violenza, ammazzando e torturando gli oppositori politici, il fascismo o
gli antifascisti?
Chi ha iniziato una guerra d’aggressione assieme alla Germania nazista contro il resto dell’Europa
e del mondo, il governo fascista o gli antifascisti?
La guerra e le dittature non sono un gioco, dove si vince o si perde ma si resta amici: dopo
vent’anni di dittatura e cinque di guerra, il meno che possa accadere è che vi siano vendette e
rese dei conti.
Non è una cosa bella, ma è una cosa umana.
Vorrei ora raccontare due storie, due piccole storie minori, come piace raccontare a Pansa.
A Trieste nel 1947 sotto amministrazione angloamericana è stato celebrato un processo contro
alcuni partigiani che avevano ucciso, “infoibandole”, dopo la fine della guerra, le spie che li
avevano traditi, e a causa delle quali erano morti diversi loro compagni, tra i quali il padre di uno
degli imputati.
Naturalmente farsi giustizia sommaria è un reato, e questi partigiani sono stati condannati.
Ma a Trieste vive anche un signore che aveva sedici anni quando è stato arrestato e torturato dai
nazifascisti.
Subito dopo la fine della guerra, un tribunale jugoslavo gli ha chiesto di testimoniare contro uno
dei suoi aguzzini, un giovane di pochi anni maggiore di lui.
Al processo vide la madre dell’imputato che piangeva, perché sapeva che il figlio sarebbe stato
condannato a morte.
Il torturato non se la sentì di testimoniare contro il suo torturatore, perché provò pena per la madre
che piangeva, e disse che non ricordava bene.
Due storie simili, completamente diverse, dove la prima rientra nella “normalità” della vita, la
seconda nelle eccezioni che trasformano una persona in un eroe, un santo.
Ma non possiamo pretendere che tutti siano santi od eroi, e di conseguenza criminalizzare le reazioni
(anche eccessive) di chi ha sofferto cose indicibili.
E del resto, chi siamo noi, che oggi viviamo sereni nelle nostre tiepide case, che non sappiamo
cosa sia l’olio di ricino, le bastonate e le torture, che non conosciamo l’impossibilità di parlare
nella nostra lingua e di dire ciò che pensiamo, noi che non abbiamo vissuto i rastrellamenti, gli
incendi delle nostre case, le deportazioni ed i campi di sterminio, la fame e le esecuzioni, i
genocidi, chi siamo noi per giudicare oggi chi si fece giustizia da sé, signor Pansa?
R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
E' importante – la forma è una scelta che ha il suo effetto, mi attengo a essa –, che ne” Il
sangue dei vinti” di Gianpaolo Pansa non ci siano documenti. Solo memorie attraverso terzi,
cifre come al tempo dell’“Uomo Qualunque”, quando Guglielmo Giannini parlò di 300 mila
fascisti uccisi dai partigiani.
Per poi però, in punto di morte, confessare di esserseli inventati.
Mentre comunque Pansa non avrà nemmeno bisogno di confessare in extremis, perché su-
bito all’inizio del libro escogita un esordio da romanzo con la bella Livia, di cui prima di tutto
apprezza le appetitose gambe, assunta a conduttrice del racconto.
Che dunque con lei romanzescamente prosegue per 381 pagine, così da farla diventare, di
quello che in quelle pagine viene narrato, la principale responsabile.
Appunto Livia è fin dall’inizio simbolicamente inventata, viene da dire, a recitare fra l’altro
subito la morale della favola di Pansa, se precipitosamente Livia precisa che negli anni di
Salò, in Italia, c’è stata “guerra civile”: che è una formula della manipolazione storica per
mettere fascisti repubblichini e partigiani alla pari, ugualmente portatori di legittime ancor-
ché contrapposte idee, infine per dire che ciascuno aveva dietro di sè una legittimante parte
reale de popolo italiano.
Falso ma significativo in testa a un libro su partigiani e fascisti.
Per cui del resto, sempre come morale anticipata della favola, e sempre in apertura del li-
bro, c’è la rappresentazione del 25 aprile non come giorno della liberazione ma come “alba
coperta di sangue”, se “il primo risultato dopo la sconfitta del fascismo è stato di riempire di
cadaveri migliaia di fosse, di tombe senza segno, di cimiteri occultati”.
Livia insomma – mentre Pansa continua presumibilmente ad ammirarle le gambe – è chia-
ra, così continuando per episodi ed episodi, compreso quello, esemplare di come il suo rac-
conto vada, degli attori Osvaldo Valente e Luisa Ferida, che (a Milano)
“sulla base di accuse mai provate (...) vennero accoppati all’alba del 30 aprile, in via Polizia-
no”.
Quei due di quella “Villa Triste”, naturalmente solo per Livia – che continua a scrivere fino a
pagina 381 in veste di Pansa – essa per prima mai provata, inesistente.
Come chi ha fatto – come chi scrive – la Resistenza a Milano, sa bene. Anche tramite i com-
pagni e le compagne che la Ferida e il Valente hanno a “Villa Triste” conosciuti, anzi, speri-
mentati. Ma in realtà, secondo liviana realtà romanzesca, “mai provati”.
Fantasticati.
Ma, dopotutto, anche Berlusconi giura in televisione, di fronte al popolo, che in Italia l’85%
dei giornali è contro di lui e il suo governo.
Appunto, mai provato.
Salvo che non è questo a importare.
Dopotutto Livia detta a Pansa il suo ultimo romanzo; essendo però il romanzo, non di rado,
la forma letteraria organizzata secondo preordinati gusti e bisogni consumistici, per cui c’è
stato il romanzo d’appendice, c’è oggi “Harmony”, c’è il romanzo degli orrori che compiace
un gusto diffuso dell’orrore a patto però che l’orrore resti romanzesco.
Anche così, peraltro, potendo nel caso assolvere a un servizio politico, politicamente
qualificato, per cui l’orrore romanzato serve a chi romanza e a chi tale servizio politica-
mente serve.
Ed è “La memoria dei vinti”.
Appunto la sua, scelta, forma.
Ritorniamo all’importante, al perché è importante come è fatto, con Livia romanzante al
centro, Il sangue dei vinti.
Perché concorre, per come è fatto, a definire l’autore.
Trattandosi infatti di un libro/racconto realfantastico, in quanto ipotizza una realtà possi-
bile ma narrata per memorie affidate a Livia, riguarda dunque direttamente il suo retro-
stante e però effettivo autore, il suo fare qui e ora un tale libro.
Dove qui e ora vuole dire come oggi – secondo regime neoliberista in devastante versio-
ne berlusconiana – si fa comunicazione, libri compresi, ovvero la si fa secondo il regime
per il quale è neoliberisticamente essenziale esibire la storia finita: per quanto riguarda
quella nazionale, quella dell’antifascismo, della sua idea, dei suoi attori.
Ovvero spazzare via per prima la Resistenza, 1’identità ideale e umana dei partigiani, e
attribuire quindi un volto umano ai fascisti e al fascismo di Salò, così dunque ristabilen-
do la continuità antidemocratica della storia italiana, da quella sabauda e liberal-
borghese compreso il fascismo da essa germinato, fino a quella del postfascismo non più
di rottura e rifondazione democratica del processo storico nazionale.
Ma appunto non più tale perché principalmente segnata dal massacro partigiano dei fa-
scisti, utile dunque – a prescindere dalla sua documentazione – per marginalizzare l’an-
tifascismo democratico borghese e soprattutto quello di classe, antagonista; cioè ogni
forma storica e presente di opposizione/alternativa allo stato attuale – come da noi neo-
liberisticamente configurato – delle cose.
Salvo che allora siamo davvero all’autore de Il sangue dei vinti, al suo pensare e fare un
tale libro nella situazione di regime che pensa e determina come pro domo propria deb-
bano essere fatti i libri, la comunicazione in generale.
Appunto fino a Pansa; tanto più significativamente titolare, attraverso Livia, de Il san-
gue dei vinti.
Non necessariamente scritto, non lo crediamo davvero – è del resto la forma ad andare
in altra direzione – per danaro.
Proprio in termini di regime, di questo regime, troppo banale. Se infatti il regime, da noi
in forma berlusconiana estrema, è quello del neofeudalesimo neoliberista, capitalistica-
mente finanziario, borghesemente regredito a prima del 1789 francese rivoluzionario,
anzi a prima dell’illuminismo; per cui nel mondo l’idea e la prassi di società e di stato
anche liberalborghesi sono finite, negate, annientate dalla pratica e dalla teoria della fi-
ne della storia o della sua regressione nelle forme attuali del dominio a prima del secolo
dei Lumi.
Per dire, insomma, come da noi, all’estremo di volgarità e degrado culturale organizzati,
riemergono dall’età feudale, ancorché già nell’Ottocenteo della Restaurazione borghese-
mente conservatrice, certe figure.
Come quella del maggiordomo; che nella casa del padrone o signore borghesemente
neuofeudale, ovvero nella società a suo uso e immagine, è figura distinta dalla servitù
addetta ai servizi quali la cucina, il guardaroba, le pulizie.
No, il maggiordomo, che non era affatto oggetto di corruzione, un corrotto; che sempli-
cemente, semmai, riceveva un soldo più alto di quello riconosciuto all’altro personale.
Era altra cosa: perché per come sapeva servire secondo i gusti e i bisogni particolari del
signore/padrone – tanto da prevederli e perciò essergli a fianco nella più riservata vita
quotidiana – era prima di tutto un “ammesso”.
Ammesso a quella vita padronale/signorile, ammesso alla cerchia del signore/padrone;
con in più, rilevante per noi o per il libro pansa-liviano in questione, 1’indifferenza sulla
bontà o meno, verità o meno, delle cose maggiordonamente fatte: se proprio l’ammis-
sione alla cerchia padronale /signorile, con tutto quello di privilegio che ne conseguiva,
obbligava a questa indifferenza: per cui ad esempio se il maggiordomo doveva scrivere,
posto che fosse alfabetizzato, un biglietto per il suo padrone, lo scriveva come serviva a
questi, al signore, senza porsi domande sulla credibilità o meno dello scritto.
Ma appunto il maggiordomo, che non evoca la categoria della corruzione, è in questi ter-
mini – e non è poco – un “ammesso”: insomma Pansa e la sua Livia con le sue straordi-
narie gambe subito fatte notare, per dirci subito il ruolo del libro, del suo romanzare, di
chi lo scrive, della forma scelta per esso, con riguardo al regime la cui comunicazione
televisiva è miratamene popolata da mane a sera da gambe femminili, liviane, “ben tor-
nite” come Pansa le descrive, con le quali dunque, per come immediatamente c’è l’inter-
relazione, ben significativamente apre il libro Il sangue dei vinti; che dunque proprio co-
sì si fa immediatamente ammettere all’alto girone del padronato di oggi, al suo modo di
volere e fare la storia nazionale, in modo per cui non importa nemmeno, non deve im-
portare (anzi), che ci siano state – come, perché, quante – esecuzioni improprie di fasci-
sti.
Ossia disinteresse sempre organico alla forma romanzesca prescelta, per la storia fatta
da storici responsabili, cioè vera – come del resto c’è già stata –, se il problema di
“violenze ed uccisioni” improprie – come si legge nel comunicato della Presidenza Nazio-
nale dell’ANPI proprio sul libro di Gianpaolo Pansa – è esistito: ma appunto già trattato
da storici responsabili che hanno individuato, messo in luce, delimitato il vero.
Non riguarda dunque il mestiere di maggiordomo, ovvero il libro formalmente voluto e
fatto secondo questo mestiere, per cui – precisazione dovuta – gli stessi barlumi di rife-
rimento documentario sono immediatamente romanzati, consegnati al racconto di Livia,
autore de Il sangue dei vinti, al suo ibrido fantasticare quanto mai funzionale all’immis-
sione e realfantasticante nella cerchia del Santo Gral, del signore, del padrone.
Per cui la realtà romanzesca dei partigiani soltanto criminali, stragisti, nella “guerra ci-
vile” per cui i fascisti sono legittimati a farla, sono anzi le vittime: ma quindi dentro una
storia nazionale che attraverso la violenza atroce, mortale, da loro subita per mano par-
tigiana, ritrova in loro la sua identità: in Mussolini stesso sempre da Livia sotteso, fino
all’ulteriore racconto – esemplare anch’esso, di Livia ovvero Pansa ovvero Livia – di Sta-
race fucilato per il gusto di farlo, o fino a quello di Bombacci e Pavolini fucilati a Dongo
limpidi e palesemente incolpevoli, scritti da Livia in quanto Pansa e viceversa in modo da
destare rispetto per la loro dignità, e dunque sdegno, puntualmente, per i partigiani.
Ovvero oblio per tutto di fascisti, di fascismo.
Ma Berlusconi non ha ostentatamente evitato di celebrare il 25 aprile, la Resistenza?
R: R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Ecco un altro amanuense, dopo quelli che copiavano Travaglio. Dimmi un po, da dove l'hai presa la letterina? Comunque è inutile che giochi sulle parole, è innegabile che i partigiani rossi hanno commesso crimini efferati, ma il problema vostro è la mentalità ottusa, stile cominform, secondo la quale chi dice verità scomode che vanno contro la ''versione ufficiale'' o sono pazzi o sono infidi o sono bugiardi. Perchè invece non provate a fareun po di autocritica?
R: R: R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Uno che scrive "po" senza l'apostrofo e m'invita a fare autocritica fa solo ridere... Neanche leggi quel che ho scritto e pretendi di dare giudizi sull'argomento? Troppo facile liquidare il tutto tacciandolo di... Non ho ben capito cosa. O sei in malafede, e sai benissimo che quel che ho scritto è vero e per non doverlo ammettere eviti di parlarne, oppure non lo sai e non vuoi saperlo, e per non dover metter piede su un terreno a te sconosciuto - per non dover cioè mettere in discussione le tue finte certezze e non essere costretto a prendere in considerazione l'ipotesi di poter cambiare idea come solo gli stolti fanno - dici senza nemmeno leggere che è falso, come un bambino che dice che non gli piace la minestra anche se non l'ha mai mangiata. Prima ho scritto che la tua mentalità è chiusa ermeticamente, ora penso sia più simile a quella di un bambino... "è innegabile che i partigiani rossi hanno commesso crimini efferati"... Perchè innegabile? In base a cosa puoi affermare ciò? In base alle parole di Pansanate? Parole come quelle di "quando Guglielmo Giannini parlò di 300 mila fascisti uccisi dai partigiani. Per poi però, in punto di morte, confessare di esserseli inventati" eh? E' dura stare dalla parte del torto, soprattutto se quel torto è dato dalla Storia. Magari fossero stati davvero commessi questi fantomatici atroci delitti, che non sarebbero comunque bastati a ripagare il sangue versato in nome del fascismo, col senno di poi avremmo avuto meno ratti di fogna in giro per strada al giorno d'oggi! Se mai, anche se ne dubito, vorrai leggere le varie smentite che ho dato alle Pansanate in cui credi ciecamente, signor Occhichiusi, allora torna pure a commentare le cose che hai letto, se no evita del tutto, almeno non fai più la figura dell'idiota che si rifiuta categoricamente di mettere in discussione le proprie idee...
R: R: R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
Quel ratti di fogna torna indietro a chi lo ha scritto. Secondo sua eccellenza non fa mai errori di battitura? Terzo non vedo perchè dovrei essere dalla perte del torto della Storia quando voi vi rifiutate di ammettere i mostruosi crimini compiuti nelle dittature rosse in nome della falce e del martello.
R: R: R: R: R: R: R: R: R: stato di diritto
> Quel ratti di fogna torna indietro a chi lo ha scritto. Secondo sua eccellenza non fa mai errori di battitura? Terzo non vedo perchè dovrei essere dalla perte del torto della Storia quando voi vi rifiutate di ammettere i mostruosi crimini compiuti nelle dittature rosse in nome della falce e del martello.
Mi risultava che i ratti di fogna fossero quelli che chiamavano gli altri "zecche" e non il contrario. Secondo ripetere un errore ortografico non è un errore di "vatiituea" come questo. Terzo non sono io a parlare ma la Storia studiata non solo in Italia ma in tutto il mondo, neanche il più vetero dei comunisti rinnegherebbe ciò che hanno fatto Stalin e compagnia né si riconoscerebbe in ciò che hanno fatto, questo lo fate voi surmolotti che non perdete l'occasione per masturbarvi davanti alla foto del galletto senza cresta (leggere: pelato) e cercare di farlo apparire attraente e sensuale anche agli altri che però sanno già che schifo fosse. E, di nuovo, non hai neanche provato a leggere e commentare quel che ho riportato, complimenti di nuovo per l'apertura mentale e la disponibilità a mettere in discussione le proprie idee confrontandole con altre, caratterisctiche tipicamente fasciste!
R: R: stato di diritto
In che senso si sono accorti dell'errore? Nell'articolo c'è scritto che il giudice ha convalidato l'arresto.
R: R: stato di diritto
Almeno gli insulti abbi il coraggio di metterli all'inizio di un messaggio e non alla fine.
Premesso questo, io non giustifico nessuno.
Dico che se abbiamo leggi emanate da un parlamento democraticamente eletto, queste vanno rispettate.
Fine, stop.
Il discorso sul fascismo è fuoriluogo perché all'epoca il parlamento non era democraticamente eletto e Mussolini stesso violò le leggi e le convenzioni istituzionali del regno d'Italia.
R: R: R: stato di diritto
Bravo. Non perdi occasione per fare figuracce e dare agli altri le occasioni per fartele fare. Intanto, che cos'è la storia che hai tirato fuori degl'insulti alla fine dei messaggi? Perché, se li mettevo all'inizio neanche lo leggevi? Allora d'ora in poi farò così, almeno mi risparmio di leggere risposte che mi fanno capire quanto possa essere "bassa" certa gente... E per spu....re in modo definitivo quelli come te, ho una chicca che mi tengo per le occasioni come questa: tu dici che qualunque, ripeto qualunque, governo, se eletto in modo democratico, sia assolutamente legittimo ed abbia il diritto di fare qualsiasi cosa, non è così? Allora ti do una notizia: LO SAI CHE HITLER E' STATO ELETTO DEMOCRATICAMENTE IN LIBERE ELEZIONI SENZA BROGLI DALLA MAGGIORANZA DEL POPOLO TEDESCO??? Fosse per te, Hitler avrebbe dovuto essere lasciato fare, nonostante tutto quel che sappiamo abbia fatto, solo perché se qualcuno avesse protestato avrebbe leso lo stato di diritto o balle varie che tiri fuori te! Ti è piaciuto che dal fascismo sono passato al nazismo??? Ma mi hai spinto te a fare questo, ed ora non puoi che darmi ragione! E come ha detto il tizio a cui hai risposto, non stiamo mica dicendo di ammazzare chi è al governo o di cominciare una guerra civile, ma solo di continuare a manifestare e protestare con la forza e coi mezzi necessari a questo. Fine, stop.