Metrica: il verso è ancora libero ma rispetto alle opere precedenti è di più ampio respiro, ha un ritmo più disteso e cadenze più riposate. La parola non è più isolata; Ungaretti opera un recupero della "frase", ma permane comunque la ricerca di una poesia pura, assoluta, lontana dal descrittivismo e dalla discorsività.
Strofe: combinazione libera di due strofe, la prima di undici e la seconda di tredici versi.
Rima: anche per la rima utilizza uno schema libero, ABCA per i primi versi, una rima baciata vide-vide sempre nella prima strofa, e i verbi all’imperfetto languiva, dormiva, s’addensava a scandire i versi successivi.
Allitterazione/dissonanza: mentre sono rare le assonanze, ad eccezione di ulivi, rami, dardi, è più frequente l’allitterazione, con il ripetersi di suoni simili all’interno dello stesso verso, e soprattutto la dissonanza che con la reiterazione continua della consonante liquida r e della sibilante s insieme alle vocali forti a,e, o, assicura ritmo verso e produce un timbro aspro e duro.
L’enjambement è ugualmente presente a dare ai versi un ritmo incerto e frammentato, funzionale all’atmosfera di ambiguità generale della poesia.
Per quanto riguarda la scelta lessicale Ungaretti abbandona in parte i temi irti della produzione precedente per concedere un’apertura alla speranza che coincide con l’accostamento alla fede nella vita privata del poeta. La vita dell'uomo è ancora una lunga notte che egli, insonne, deve attraversare, ma qualche luce s’intravede e quel buio non è più così fitto (rifioriva, larva, fiamma, luminosa).
L’isola è probabilmente il più oscuro dei componimenti della raccolta, è una meditazione sullo scorrere del tempo, sui miti e sul ricordo. Dal privilegio accordato alla prima persona del presente indicativo passa alla terza persona dell’imperfetto, tempo della continuità e della memoria.
Qualcuno approda, s’inoltra, viene richiamato da un rumore di penne, vede, risale, vede e infine giunge ad un prato. A questo punto la storia si interrompe, resta sospesa come un frammento. L’uso della terza persona e del tempo del racconto, i motivi a carattere mitologico bucolico (la ninfa, il pastore) suggeriscono infatti al lettore l’illusione e l’aspettativa di una storia, tradita poi dall’ultimo verso: levigate da fioca febbre. Troviamo un "egli" , un pronome che non rinvia a nessun nome. L’indeterminatezza e accresciuta dall’allineamento senza legami degli elementi menzionati: l’isola del titolo, le selve, la ninfa, le vergini, le pecore, il pastore. Nella scelta di questi termini il poeta Ungaretti afferma nuovamente il recupero dei classici e soprattutto del mito come chiave interpretativa del presente. Il contenuto della poesia si risolve tutto in un’alternarsi di movimento eterno (perenne, ritornato, errando) e momenti di serena quiete (dormiva, pigra, appisolate).
Tra le figure retoriche vi è un uso deciso dell’analogia, scelta in generale dagli ermetici come strumento espressivo privilegiato, resa però più sintetica. Accostamenti intuitivi, associazioni di idee e di immagini da cui scaturiscono significati nuovi, alla lapidarietà degli enunciati, tipica del poeta soldato durante la guerra, subentra la tendenza allo sfumato, al non finito.
2.1 I verbi sono al passato remoto, tempo del ricordo, e si riferiscono ad una terza persona volutamente non definita.
2.2 I verbi all’imperfetto indicano continuità nel passato, suggerendo l’idea del vago, opponendosi al passato remoto che stabilisce puntualità.
2.3 I termini sera/ombra/sonno indicano l’eterna alternanza tra la quiete e il movimento, la vita e la morte.
2.4 Proda: forma sostantivata di approdare, Larva: allude alla vita nella sua forma più semplice, Simulacro: parvenza, apparenza illusoria.
2.5 L’acqua e il fragore degli esseri viventi catturano l’attenzione dell’ipotetico protagonista. I termini suggeriscono l’idea di un movimento, nervoso e fluido insieme, che emette sonorità aspre e sgradevoli, come che la vità lo scuotesse con violenza dal torpore e dall’oscurità.
2.6 Utilizza un’ipallage come figura retorica per spingere le potenzialità evocative delle parole. Anche l’universo sembra partecipare del senso di quiete in cui sono immersi gli uomini.
2.7 I due versi finali affermano il tema della morte in un’immagine quasi eterea, in cui la malattia è leggera sembra solo “levigare” una superficie altrimenti pura. Ungaretti non da certezze nemmeno sulla fine, ma affida alla forza del linguaggio l’ambiguità del messaggio.