Tema svolto sulle catastrofi naturali

Catastrofi: il temasvolto sul Forum Maturità

di Zegio 15 giugno 2007
La storia in Medio oriente sembra aver ripreso a muoversi, dopo decenni d'immobilismo e di passi indietro.

In occidente stiamo assistendo con stupore ad un cambiamento che può essere epocale: già si parla di un nuovo muro, dopo quello di Berlino, che sta cadendo.
E leggendo la stampa occidentale si nota che sta cambiando il vento. E' stato sufficiente un solo mese, quello di febbraio, peraltro il più corto dell'anno, a far cambiare idea a molte persone scettiche sulla politica americana post 11 settembre. A frotte stanno arrivando ripensamenti e revisionismi, in Europa e in America, di fronte agli accadimenti rivoluzionari in medio oriente originati dalla caduta di Saddam Hussein. Dal 30 gennaio, giorno in cui otto milioni e mezzo di iracheni sono andati a votare a completamento del trittico elettorale cui hanno partecipato prima gli afghani e poi i palestinesi, fino alla clamorosa svolta democratica in Egitto, alla rivoluzione dei cedri in Libano e ora agli scricchiolii in Siria ad un numero crescente d'osservatori sembra ormai chiaro come la strada scelta da Bush, pur ancora lunga e difficile, fosse quella giusta. Basti pensare che molte testate giornalistiche storicamente controparti del presidente americano hanno in questi giorni manifestato il loro stupore per l'efficacia del suo piano. In Francia il quotidiano di sinistra Libèration ha di recente dichiarato che “il successo delle elezioni irachene ha persuaso completamente gli europei più anti Bush, a cominciare dai francesi, che il loro boicottaggio del processo in corso era sterile”. Il primo marzo l'editoriale del New York Times, tendenzialmente di parte democratica, diceva che l'Amministrazione Bush, la quale “ha sfacciatamente proclamato le ragioni della democrazia in medio oriente in un momento in cui poche persone in occidente pensavano che avessero alcuna realistica possibilità” ha ora il “diritto a reclamare un robusto credito per molte di queste novità.”

C'è stato in tutto il mondo un susseguirsi di elogi ad una politica che “rischia” di dimostrarsi corretta, come già era stato per quella di Reagan (lo ammette ora lo Spiegel), solo a posteriori riconosciuta vincente.
The Guardian si trova a riconoscere che la guerra “senza dubbio ha portato un risultato desiderabile che non sarebbe stato ottenuto per niente, o così velocemente, con i mezzi suggeriti dai suoi critici”. Ed è lo stesso D'Alema che riconosce ora la necessità di riflettere sulle precedenti prese di posizione della sinistra, del resto già oggetto di parziale ritrattazione nel corso dell'ultimo Congresso del suo partito, nel dichiarare recentemente a La Stampa: “Non nascondo che per chi – come me – crede che la democrazia sia un valore universale è difficile negare che ci sia persino un certo fascino avventuroso nell'ideologia neoconservatrice”.

La spinosa questione mediorientale è di antica data.
E' almeno dal 1973, anno dell'embargo petrolifero antioccidentale decretato in occasione della guerra del Kippur, che il Medio Oriente si è avvitato in un progressivo processo di destabilizzazione. Al 1979 risale la rivoluzione khomeinista in Iran, agli anni Ottanta la lunga guerra civile libanese e poi, ad occupare i quindici anni successivi, le due intifada e le tre guerre del Golfo. Tra il 1973 e il 2005 si consuma in realtà il precario equilibrio mediorientale, stabilito originariamente nel 1919, dopo la scomparsa dell'Impero Ottomano, e successivamente sopravvissuto, sempre più malandato, allo choc della decolonizzazione e della nascita dello Stato di Israele. L'idea che la stabilità del Medio Oriente dovesse essere realizzata attraverso il sostegno esterno nei confronti di improbabili regimi politici formalmente "indipendenti" rimonta proprio al 1919.

L'11 settembre 2001 segna simbolicamente e materialmente il momento in cui si palesano come regimi in buona parte corrotti, incapaci di assicurare che dalle proprie borghesie politicamente frustrate non emergano terroristi in grado di esportare nel "pacificato Occidente" le turbolenze mediorientali. Da questa constatazione nasce l'idea che l'antica strategia che opponeva la stabilizzazione alla democratizzazione, favorendo sistematicamente la prima a danno della seconda, non regge più. La stabilità deve oggi necessariamente passare per la democratizzazione, perché solo regimi forti in quanto legittimati democraticamente possono essere in grado di tagliare l'erba sotto ai piedi del fondamentalismo terrorista. Naturalmente, se questa ottica può essere largamente condivisibile, un consenso assai meno unanime circonda gli strumenti con cui attuare il passaggio alla democrazia. E' legittimo nutrire interpretazioni diverse su quali siano state le cause scatenanti del vento di cambiamento che soffia in Medio Oriente, e assegnare al conflitto che ha portato alla caduta di Saddam un ruolo "positivo" o "negativo", rispetto alla democratizzazione della regione. Persino chi oggi ritenga che quella guerra sia stata determinante per innescare un processo di cambiamento politico in grado di aprire una chance per la democrazia in Medio Oriente può con coerenza continuare a ritenere inaccettabile il metodo seguito.

Ma, tralasciando ora il giudizio storico e morale sulla guerra, oramai fatto compiuto, è innegabile che nello scenario a lungo immobile del Medio Oriente qualcosa si stia finalmente muovendo nella giusta direzione.

L' evento decisivo di questi mesi è rappresentato senz'altro dalle elezioni in Iraq, conseguenti alla cacciata di Saddam Hussein da parte degli americani, alla quale hanno partecipato oltre otto milioni di cittadini, nonostante l'opposizione feroce di gruppi ostili ad un regime democratico che potrebbe ora non vederli per protagonisti.
Sono stati quindi smentiti gli uccelli del malaugurio, coloro i quali han continuato (o, come Giorgio Bocca, ancora continuano) a definire patrioti, partigiani, “resistenti” nei confronti dei cattivi americani quelli che appaiono sempre più chiaramente come dei barbari terroristi, che agiscono in assenza di qualsiasi movente nobile o che comunque ne giustifichi la ferocia.
Si diceva che gli angloamericani stavano perdendo la guerra contro gli iracheni, che la popolazione non voleva la democrazia e che comunque non era pronta per un regime di derivazione occidentale; sarebbe stato impensabile tenere le elezioni il 30 gennaio e si sarebbe ottenuto soltanto di protrarre indefinitamente la guerra e quindi l'”occupazione”.

Quando poi le lezioni si sono tenute, con la partecipazione di circa il 60% della popolazione, si è detto che non erano state regolari, finché, ad esempio, lo stesso Giulietto Chiesa, in qualità di osservatore internazionale, ha dovuto ammettere la realtà: elezioni regolari. La lista di al-Sistani, l'Alleanza Unita Irachena ha raccolto il 48, 1 % dei voti, meno della maggioranza assoluta che, si temeva, avrebbe condotto ad un parlamento non rappresentativo e quindi non accettato dalle varie etnie, con i sunniti isolati e pronti all'insurrezione; invece tutti potranno prendere parte alla modifica della Costituzione e all'elezione del primo ministro, per cui necessita una maggioranza qualificata di due terzi.

Certo, con ciò non siamo alla soluzione della questione irachena, ma l'uscita dal tunnel si comincia finalmente ad intravedere, mentre, intanto, in altri importanti paesi mediorientali sembra manifestarsi una sorta di effetto trascinamento sull'onda di quanto accaduto in Iraq. In Egitto sono state annunciate le prime elezioni “vere”, con una pluralità di candidati, mentre le prime prudentissime riforme cominciano a essere introdotte anche in Arabia Saudita, paese finora fortemente avverso ai diritti civili, dove sono state per la prima volta indette delle elezioni, sia pure a carattere locale. Intanto la Libia pare aver rinnegato le passate connivenze con il terrorismo e sta cercando di recuperare un positivo rapporto con l'occidente.

Ma, ciò che più conta, è che importanti novità stanno manifestandosi nell'annosa contesa tra israeliani e palestinesi, questione cruciale per l'assetto politico dell'intera area. Qui, complice il cambio di guida politica dei palestinesi conseguente alla morte di Arafat e alle successive elezioni della nuova classe dirigente, si stanno aprendo spiragli di intesa, con la disponibilità delle parti a fare concessioni ritenute impossibili per decenni. Difatti nelle ultime settimane si sono manifestati segnali, pur nella loro fragilità, confortanti in prospettiva di una futura pace. Tutto ciò è in qualche modo stato facilitato in seguito alla morte di Yasser Arafat, avvenuta lo scorso Novembre: uscito di scena il capo storico dei palestinesi, le due parti si sono ritrovate più libere nell'accettare compromessi e nell'avvicinare le proprie richieste. Il primo ministro israeliano Ariel Sharon, da sempre considerato un «falco», ma che ora sta indossando le imprevedibili vesti di «colomba», ha difatti acconsentito a liberare 500 prigionieri palestinesi, ha fatto modificare il tracciato del muro che separa israeliani e palestinesi e soprattutto ha deciso che 9 mila israeliani dovranno abbandonare entro breve i territori assegnati ai palestinesi. In cambio il governo palestinese dovrà impegnarsi per controllare i movimenti più violenti.

Nemmeno la dura e sanguinosa reazione delle ali più estreme sembra, al momento, dissuadere le parti dal perseguire il difficile percorso che può condurre finalmente alla pace e ad una serena convivenza tra i due popoli.
È infine di questi giorni la possibilità di un percorso che porti alla soluzione della situazione in Libano, dove, per la prima volta in un paese mediorientale, il popolo, con manifestazioni di massa, sta decidendo per il proprio futuro.
Difatti, esasperate dall'assassinio dell'ex primo ministro Rafiq Hariri, centinaia di migliaia di persone si sono riversate nelle strade per abbattere un regime ormai screditato, installato e protetto dal potere militare siriano.
Trascinati dall'onda delle libere elezioni in Afghanistan prima e poi in Iraq, Cisgiordania e Gaza, libanesi di tutte le comunità (perché proprio la multi etnia è sempre stato il maggior ostacolo alla democrazia) si erano messi in marcia contro la soffocante presenza siriana già prima dell'omicidio di Hariri. Non v'è, però, alcun dubbio che l'assassinio abbia favorito una profonda trasformazione e costretto l'aristocrazia politica della nazione ad allinearsi al nuovo radicalismo popolare. La prima decisiva vittoria della protesta è stata che il premier Omar Karame abbia annunciato le dimissioni del suo governo. Resta ora da vedere se i baathisti al potere in Siria afferreranno il messaggio e porranno termine all'occupazione del Libano come richiesto dalla Risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.

La comunità internazionale dovrebbe ora fare attenzione affinché la Siria mantenga l'impegno di completare il ritiro entro la fine di marzo, prima dell'inizio della campagna elettorale libanese; e bisogna fare in modo che le elezioni si svolgano nel rispetto della legge, al sicuro dai maneggi di Damasco. Dovranno essere garantite da un governo tecnico insospettabilmente neutrale e sottoposte a un rigoroso controllo internazionale. Quanto sta accadendo in Libano è cosa sicuramente positiva, che presenta oltretutto delle modalità di svolgimento che tutti possono condividere: migliaia di giovani hanno qui reagito con la forza tranquilla e civile della protesta pacifica all'inaudita violenza della prevaricazione. Viene perciò da guardare allora come ad un esempio da incoraggiare a quel Paese in cui per la prima volta inizia a prendere forma una "società civile nazionale", in luogo delle diverse comunità confessionali che nel passato erano precipitate nella guerra civile. Proprio in forza del cambiamento dello scenario complessivo mediorientale, quelle stesse componenti politiche e sociali che giudicavano la presenza siriana il "male minore" la ritengono ora un "ostacolo intollerabile" sulla via della libertà. Ma la nostra simpatia certamente non basta. Occorre che, quando e dove una società civile cerca di costituirsi per promuovere dal basso il processo di democratizzazione, l'opinione pubblica occidentale sia presente e attiva. Occorre che faccia sentire a chi occupa la Piazza dei Martiri, e a chi vorrebbe liberarla a cannonate, che una catena invisibile ma solidissima unisce quegli studenti ai nostri studenti e fare del Libano un esempio di democratizzazione dal basso per tutto il Medio Oriente.

Come in questi giorni ha rimarcato, tra gli altri, Magdi Allam, nel mondo arabo è in atto una vera rivoluzione democratica. È giunto il momento di prenderne atto e di dare una mano ai popoli che ambiscono a riscattare la propria libertà troppo a lungo negata. Ne guadagneranno quei poveri popoli; se ne avvantaggerà anche la nostra troppo scettica e spesso pavida Europa, che quella libertà conosce da tempo.
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