Dalla dominazione romana alla decadenza

Di Redazione Studenti.

Come già nell'ambito dell'Impero Romano, la Grecia rimase subalterna anche dopo la costituzione dell'Impero Romano d'Oriente (395), come Provincia di Acaia.


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LA DOMINAZIONE ROMANA
Dopo il 146 a. C. Roma rispettò le autonomie locali ma tolse ogni valore politico alle leghe, che spesso furono sciolte; i territori conquistati vennero attribuiti alla provincia di Macedonia ( Macedonia et Achaia). Secondo Cicerone passò sotto il dominio romano (con l'imposizione del tributo) solo quella parte della Grecia che aveva combattuto nella guerra achea (il Peloponneso, tranne la Laconia, la Megaride, la Locride orient., la Focide, la Beozia, Calcide), mentre gli altri territori (fra i quali Atene e l'Attica) rimasero indipendenti. All'ideale greco-classico di libertà subentrò sempre più il concetto di autonomia, inteso dai Romani come un'indipendenza non disgiunta da una serie di obbligazioni (tributo, prestazioni di manodopera, ecc.) cui erano tenuti non i cittadini direttamente, ma le poleis che ne erano anche garanti.
Le città rimaste libere godevano invece dell'immunità ed erano considerate da Roma liberae et amicae, con un rapporto di collaborazione che venne spesso accentuato da uno spontaneo e graduale adeguamento all'egemonia romana. Vano fu il tentativo di riconquistare la completa indipendenza durante la guerra tra Roma e Mitridate VI che, dopo aver conquistato l'Asia Minore (88 a. C.), si era presentato come sostenitore della grecità e si era alleato con Atene. La guerra causò l'intervento vittorioso di Silla, che conquistò Atene dopo un lungo assedio (86 a. C.). Più tardi le guerre civili tra Pompeo e Cesare e, in seguito, tra i triumviri e i cesaricidi e tra Ottaviano e Antonio ebbero sul suolo greco le loro battaglie risolutive (Farsalo, Filippi, Azio). Costituita nel 27 a. C. come provincia senatoria a sé stante col nome di provincia d'Acaia, la Grecia ebbe una momentanea indipendenza dal 67 d. C., quando Nerone, da Corinto, proclamò la piena libertà dei Greci, fino a poco prima del 74 quando Vespasiano ridusse nuovamente la Grecia a provincia senatoria.
Le condizioni generali del Paese furono abbastanza favorevoli nei primi due secoli dell'impero: oltre alla fondazione di colonie, fra le quali Nicopoli (Azio), da parte di Augusto, gli imperatori dettero grande impulso alle opere pubbliche delle principali città, ma questi interventi non frenarono il processo di decadenza, specie delle aree extraurbane, che fu aggravato dalle invasioni barbariche. Nel 170 l'invasione dei Costoboci giunse a devastare Eleusi; nel sec. III Alamanni e Goti devastarono molte città fra cui Corinto, Atene e Sparta, ma furono poi respinti e sconfitti da Gallieno in Tracia. Indipendentemente dalla disgregazione causata dalle invasioni, l'autonomia delle città greche era già spenta nel corso del sec. III; così pure decaduta era la vita religiosa e le stesse tradizioni: gli ultimi giochi olimpici furono celebrati nel 393. Due episodi fondamentali segnano la fine della continuità culturale greca: la proibizione di Teodosio (379-395) di celebrare culti pagani e il divieto di Giustiniano di esercitare l'insegnamento della filosofia.


LA DECADENZA
L'invasione dei Goti di Alarico (396) fu un duro colpo: la decadenza economica e la flessione demografica in atto furono seguite (dopo che Giustiniano fece chiudere le Scuole di Atene nel 529) anche dalla decadenza culturale, mentre nuove invasioni barbariche di Unni e Slavi si susseguirono fra il sec. VI e l'VIII. Con la riforma generale dell'amministrazione (sec. VII), la Provincia di Acaia fu divisa in due "temi": l'Ellade (Attica, Beozia, Focide, Locride, parte della Tessaglia, Eubea ed Egina), con capitale Tebe, e il Peloponneso, con capitale Corinto. La Tessaglia sett. e l'Etolo-Acarnania furono invece assegnate al tema dell'Epiro, e Tessalonica al tema omonimo. All'atto della crisi iconoclastica la Grecia si schierò con gli iconoduli (727): la rivolta fu soffocata nel sangue e la Chiesa greca (fino ad allora dipendente da Roma) fu posta sotto la giurisdizione di Costantinopoli. Intanto gli Arabi premevano a sud (823: caduta di Creta) e i sec. XI-XII videro i Normanni passare all'offensiva (1147: saccheggio di Atene, Corinto e Tebe).
Con la prima caduta di Costantinopoli (1204) la Grecia fu smembrata fra i vari conquistatori crociati: Bonifacio di Monferrato, re di Tessalonica, conquistò parte dell'Ellade (1204-05), i Veneziani occuparono le isole, i Franchi si spartirono il Peloponneso. Al frazionamento in decine di staterelli si aggiunsero, nei sec. XIII e XIV, le ondate migratorie di Valacchi e Albanesi. Della debolezza delle signorie franche approfittarono i Bizantini per riconquistare il Peloponneso, che fra il sec. XIV e XV (costituito in despotato con capitale Mistrà) conobbe un periodo di grande splendore culturale e artistico. La caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi (1453) aprì la via alla conquista della Grecia che (a parte le isole) fu completata dagli Ottomani nel 1460. Con il 1453, dunque, comincia il periodo detto della turcocrazia, che per gran parte della Grecia durò fino al 1821 e oltre (alla turcocrazia sfuggirono solo le is. Ionie). I primi due secoli di tale periodo – nonostante i conquistatori avessero generalmente rispettato i beni di comunità e città che si fossero sottomesse spontaneamente – rappresentarono un periodo di stasi e di involuzione economica per la Grecia, che ricadde nell'economia curtense.
Il commercio rifiorì verso la metà del sec. XVII: nelle isole (Idra, Spetse, Psará, Mýkonos, Kásos) si costruirono flotte, mentre Salonicco, il Pelio, il Peloponneso divennero centri di scambi internazionali. Il commercio marittimo ebbe impulso ancora maggiore nel sec. XVIII, prima con l'apertura del Mar Nero (1738), poi col blocco della flotta francese durante la Rivoluzione. Con lo sviluppo dei commerci si affermò anche una nuova classe borghese, i cuiinteressi si differenziavano da quelli dell'aristocrazia tradizionale (fanarioti, kotsambàsides) e la cui cultura – anche per influsso delle idee europee assorbite nelle fiorenti "comunità" insediate all'estero – era più decisamente orientata verso idee progressiste. Con lo sviluppo dei commerci, tuttavia, crebbe anche lo sfruttamento dei ceti subalterni, oppressi – in fase di accumulazione capitalistica – da tasse, decime e corvées da parte di Turchi, kotsambàsides e alto clero: si moltiplicarono così i clefti, tanto che i Turchi rilanciarono l'istituto dell' armatoliki (concessione di un territorio e di amnistie ai clefti più potenti, in cambio del controllo degli altri "banditi").
Si creò così un clima favorevole all'accoglimento delle idee in gestazione allora in Europa, nell'ambito dei vari risorgimenti nazionali: l'insofferenza delle popolazioni si manifestò qua e là con insurrezioni, generalmente soffocate nel sangue (rivolta della Morea nel 1769-70), mentre i nuovi intellettuali elaboravano l'ideologia che doveva dar vita all'esplosione del 1821.