Socrate: biografia e filosofia

Socrate: biografia e filosofia A cura di Chiara Colangelo.

Socrate: filosofia e biografia di uno dei più celebri pensatori dell'antichità, che non ci ha lasciato opere ma una enorme eredità filosofica

1Socrate: la vita e la ricerca intorno all'umano

Testa in marmo raffigurante il filosofo Socrate, conservata al Louvre di Parigi
Testa in marmo raffigurante il filosofo Socrate, conservata al Louvre di Parigi — Fonte: ansa

Le notizie sulla vita di Socrate sono, in generale, poco numerose. Figlio di uno scultore e di una levatrice, cioè di una donna che aiutava le altre donne a partorire (oggi si chiamerebbe ostetrica), egli nacque ad Atene, ma è incerto persino l’anno della sua nascita: 470 o nel 469 a.C.

Come i sofisti, anche Socrate mise al centro della sua ricerca filosofica l’uomo e il mondo umano, lasciando invece da parte i problemi riguardanti il cosmo che avevano interessato fino ad allora i filosofi della natura: per questo, essi sono di solito detti pre-socratici o pre-sofisti.
Secondo Socrate, si è uomini solo tra gli uomini, perché ciò che fa divenire tali è il rapporto con gli altri. In questo senso, occuparsi di filosofia significa un esame incessante di se stesso e degli altri esseri umani: essere uomini ed essere filosofi sono la stessa cosa. Per questo motivo, Socrate amava ripetere uno dei più noti motti dell’Oracolo di Delfi, «Conosci te stesso». Fedele a queste convinzioni, ogni giorno, frequentava le strade e le piazze di Atene, parlando continuamente con i suoi concittadini su temi morali e politici: si trattava di un’abitudine quotidiana, tanto che, se si esclude il breve periodo in cui fu arruolato e combatté nell’esercito ateniese, non si allontanò mai dalla sua città. Nonostante fosse considerato strano dai suoi contemporanei tanto per il suo modo di vivere da “chiacchierone perditempo” quanto per la sua personalità irrequieta e per il suo fisico piccolo e tozzo, ben presto intorno a lui si radunarono moltissimi discepoli.

Nel 399 a.C., all’età di circa settant’anni, l’Atene democratica lo mise sotto processo, con l’accusa di non credere negli dei tradizionali (empietà) e di corrompere, con le sue idee, i giovani spingendoli al disordine sociale. Probabilmente, la causa di questo processo va ricercata nel fatto che, anche se Socrate si era sempre tenuto abbastanza lontano dalla politica attiva, tra i suoi seguaci si contavano molti aristocratici, appartenenti a una corrente politica nemica di quella allora al potere. Nonostante la sua vivace difesa, il filosofo fu condannato a morte. Coerente con la sua convinzione di avere un compito educativo nei confronti degli ateniesi, decise di non fuggire per non trasgredire le leggi della città: se la legge è giusta, egli affermava, lo è anche quando gli uomini la applicano ingiustamente e, quindi, va rispettata. Con animo tranquillo, accettò quindi la condanna e bevve la cicuta, il veleno che si usava in queste circostanze e che lo condusse alla morte. 

La coerenza e la dignità dimostrate da Socrate nell’accettazione della sua condanna a morte gli fecero guadagnare un grandissimo rispetto e un enorme successo: Socrate, infatti, fu considerato come il primo intellettuale ucciso dal potere a causa del suo pensiero. Al di là dell’esempio morale, Socrate ebbe anche una grandissima influenza su tutto il pensiero occidentale anche se, coerentemente con la centralità che attribuiva al confronto verbale e al dialogo tra esseri umani, non ha lasciato alcuna opera scritta. Parte del suo successo fu merito di Platone, un famosissimo filosofo che era stato suo discepolo: è proprio grazie a Platone, che lo rese protagonista di quasi tutti i suoi Dialoghi, che sono rimaste tracce del suo pensiero. Alla lettura di queste opere di Platone, tuttavia, non è chiaro se le parole scritte siano davvero di Socrate o piuttosto del suo discepolo: l’unica opera platonica di cui è certa l’aderenza alle parole di Socrate è l’Apologia, che raccoglie i tre discorsi pronunciati dal filosofo ateniese durante il suo processo. 

2L'arte del dialogo e la ricerca della verità in Socrate

Particolare della "Scuola di Atene" di Raffaello raffigurante Socrate (in piedi) con il volto faunesco
Particolare della "Scuola di Atene" di Raffaello raffigurante Socrate (in piedi) con il volto faunesco — Fonte: ansa

Secondo Socrate, il primo passo per raggiungere la conoscenza della verità era quello di ammettere la propria ignoranza: come amava ripetere, infatti, il vero sapiente è colui che sa di non sapere perché solo chi conosce la propria ignoranza è interessato a cercare la verità. Essa può essere raggiunta solo attraverso il dialogo e, quindi, il confronto verbale tra due o più persone. Ogni dialogo iniziava con Socrate che poneva ai suoi interlocutori una domanda sui problemi fondamentali dell’uomo, introdotta dalle parole «che cos’è…?»: ad esempio, egli chiedeva «Che cos’è la virtù?» oppure «Che cos’è la bellezza?» oppure «Che cos’è la giustizia?». Contemporaneamente il filosofo affermava, utilizzando l’arma retorica dell’ironia, di non conoscere la risposta alla domanda che aveva posto e di volere, per questo, sentirla dagli altri. L’interlocutore, di solito, rispondeva dando degli esempi: «è virtuoso chi rispetta le leggi», oppure «è bella una giovane vergine», oppure «è giusto ciò che piace agli dei». Ma Socrate, per nulla interessato agli esempi, controbatteva confutando la risposta e chiedendo continuamente una definizione precisa, cioè il concetto di cui si stava parlando: non voleva sentire parlare di una cosa virtuosa, di una cosa bella o di una cosa giusta, ma della virtù o della bellezza o della giustizia.  In un batti e ribatti, l’interlocutore era così portato ad accorgersi che le sue convinzioni erano solo il frutto dell’abitudine e ad ammettere anch’egli di non sapere. 

Dopo questa ammissione, Socrate e i suoi interlocutori iniziavano un’altra serie di domande e risposte, che costituivano la vera e propria ricerca della verità: essa, dunque, esiste ed è già dentro di noi, ma va tirata fuori attraverso il dialogo. Socrate definiva questo procedimento con l’espressione “maieutica” («arte di far partorire», «arte dell’ostetricia»): «La mia arte» diceva «è in tutto simile a quella delle ostetriche, ma ne differisce in questo, che essa aiuta a far partorire le anime e non i corpi. E come le ostetriche sono sterili, anch’io non posso generare (la verità, in questo caso), ma ho la capacità di aiutare gli altri a farlo». In altre parole, egli affermava di svolgere, nei confronti della verità, lo stesso lavoro che faceva sua madre quando aiutava le donne a partorire i loro figli: Socrate si sentiva un ostetrico di anime, che aiutava gli intelletti a partorire il loro autentico punto di vista sulle cose. In questo senso, la maieutica deve essere considerata, nel dialogo socratico, come il polo opposto all’ironia: mentre l’ironia serviva a distruggere le convinzioni false e poco fondate, la maieutica aveva lo scopo costruttivo di portare alla luce la verità che ogni uomo ha dentro di sé. 

Far del male non è per nulla diverso dall'essere ingiusti.

Socrate, citato da Platone nel Critone

3La morale socratica

Prima di Socrate, gli uomini pensavano che esistessero molte virtù: la giustizia, il coraggio, l’intelligenza, ecc. Il filosofo ateniese, invece, rivoluzionò questa concezione, affermando che la virtù è unica e corrisponde alla scienza del bene: quelle che fino ad allora gli uomini avevano definito “virtù” al plurale erano solo i modi in cui si esprimeva l’unica virtù al singolare. Essa riguarda l’interiorità, cioè i valori dell’anima, e si fonda sulla ragione e sulla conoscenza: la virtù, come la verità, esiste ed è dentro di noi. La concezione di Socrate era rivoluzionaria, perché cancellava dal campo della virtù tutti i valori legati alle cose esteriori come la ricchezza, la fama, la potenza.

Statua greca raffigurante Socrate
Statua greca raffigurante Socrate — Fonte: ansa

Anche se valore dell’interiorità, la virtù ha tuttavia come obiettivo l’utilità e la felicità della vita: la virtù socratica, quindi, è il ragionare intelligentemente per rendere migliore e più felice la nostra vita, è l’arte di saper vivere. Solo il bene e la giustizia – cioè la virtù – rendono l’uomo felice: per questo, è preferibile subire il male che commetterlo.
Come abbiamo visto, inoltre, secondo Socrate si è uomini soltanto tra gli uomini perché l’uomo è un animale sociale: la virtù, cioè l’arte di saper vivere, non può dunque essere altro che l’arte di saper vivere con gli altri. Essa ha a che fare con la politica: discutendo e ragionando insieme sugli affari della città, i cittadini possono così giungere a capire cosa sia il bene comune

La virtù, secondo Socrate, è quindi una scienza: quella del bene. Per questo motivo, chi agisce fa sempre ciò che considera per lui un bene: secondo il filosofo ateniese, quindi, «nessuno pecca volontariamente» e «chi fa il male, lo fa per ignoranza del bene». Se, da un lato, l’uomo non può far del bene se non lo conosce, dall’altro nessuno può fare del male se conosce cosa sia il bene. 

4Il demone e la religione

Ritratto di Socrate
Ritratto di Socrate — Fonte: ansa

Anche se Socrate fu condannato a morte con l’accusa di non credere agli dei tradizionali, il suo pensiero filosofico aveva un profondo carattere religioso. Egli, infatti, considerava il filosofare come una missione che gli era stata assegnata da una divinità, da un demone che lo consigliava in tutti i momenti decisivi della sua vita.

Socrate, quindi, ammetteva l’esistenza di una divinità superiore: per questo motivo e per non venire meno agli obblighi del buon cittadino, pur senza condividere la credenza dei suoi contemporanei nelle divinità dalle sembianze umane, egli celebrava in maniera formale gli dei della religione tradizionale. Essi, però, erano un semplice strumento per celebrare in realtà quella che considerava una divinità superiore, garante dell’ordine del mondo e massima forma di intelligenza e di bene.