Seconda prova traccia svolta gestione ambiente e territorio maturità 2016

Di Maddalena Balacco.

La seconda prova svolta in tema di gestione ambiente e territorio per la maturità 2016

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Gestione ambiente e territorio seconda prova traccia svolta maturità 2016

Istituto Tecnico Agraria Agroalimentare e Agroindustria, ex Istituto tecnico agrario: per questa maturità 2016 la seconda prova verteva su gestione ambiente e territorio. Per la seconda prova della maturità veniva richiesto ai candidati di analizzare problemi tecnologico-tecnici relativi a dati ambienti, e più in generale analisi di processi tecnologici di produzione o gestione di attività produttive sul territorio.

Gestione ambiente e territorio seconda traccia prova svolta maturità 2016: lo svolgimento

La seconda prova su gestione ambiente e territorio verteva in questo 2016 sugli elementi di non sostenibilità presenti nell’agricoltura convenzionale e sulla ricerca di soluzioni alternative a basso impatto ambientale, fra le altre cose. Ecco un possibile svolgimento dei due quesiti, direttamente dal nostro tutor.

SVOLGIMENTO PRIMA PARTE

Dopo aver individuato e descritto un contesto ambientale di propria conoscenza e in coerenza con gli obiettivi di sostenibilità che una moderna agricoltura deve perseguire, il candidato, facendo riferimento a tale territorio, affronti gli elementi di non sostenibilità presenti nell’agricoltura convenzionale e proponga delle soluzioni alternative a basso impatto ambientale, descrivendone gli obiettivi ed i vantaggi ottenibili.

  1. Premessa

Le preoccupazioni di carattere ambientale legate a modelli produttivi convenzionali adottati per i sistemi colturali erbacei di pieno campo hanno reso necessaria l'individuazione di modelli produttivi “alternativi”, a ridotto impiego di input esterni, in grado di garantire: (i) una sufficiente produzione delle colture e limitazione dei costi per salvaguardare il reddito degli imprenditori agricoli, (ii) il miglioramento della qualità delle produzioni conseguite, (iii) la riduzione dei rischi ambientali connessi all’esercizio dell’attività primaria e (iv) la conservazione della fertilità dei suoli.

La ricerca di un rapporto ottimale tra gestione dell’attività agricola, riduzione dei rischi ambientali legati alle pratiche agronomiche e conservazione dell’ambiente è ad oggi considerato un importante elemento della moderna agricoltura che occorre valutare sia a scala aziendale sia territoriale.

A partire dagli anni novanta, la politica agricola e ambientale comunitaria ha riconosciuto lo stretto legame tra esercizio dell’agricoltura, tutela della qualità ambientale e sviluppo sostenibile del territorio rurale, promuovendo l’integrazione fra agricoltura, economia e ambiente, e il minor impiego di input meccanici, chimici ed energetici nei sistemi produttivi agricoli. Con la Riforma Flisher del 2003 la PAC riconosce appieno il ruolo multifunzionale dell’agricoltura, concedendo i sostegni non più all’agricoltura in quanto settore economico, ma in considerazione delle diverse funzioni di tutela ambientale e di sviluppo rurale, facendo particolare attenzione alla qualità e salubrità degli alimenti.

  1. Descrizione del contesto ambientale

L’area di riferimento è quella della Maremma laziale, con caratteristiche ambientali tipiche dell’Italia Centrale. L’area in esame si caratterizza per formazioni geologiche di origine vulcanica importanti. La fascia interna si distingue per rilievi bassi e arrotondati, di natura tufacea. La fascia costiera offre un ricco patrimonio geologico di carattere sedimentario caratterizzato da areanarie, sabbia, ciotoli e da fossili marini, che testimoniano il lento regredire del mare nel tempo. Il patrimonio naturalistico è caratterizzato oltre che dalle Riserve Naturali della Selva del Lamone, di Tuscania e delle Saline di Tarquinia, che coprono il 4% circa del territorio, anche dalla presenza nell’area di SIC e ZPS che si estendono per buona parte del comprensorio. Nell’area di riferimento si riscontra una preponderante presenza di imprese operanti nel settore agricolo, mettendo il luce il forte carattere rurale dell’imprenditoria locale. Il terreno, di natura vulcanica, presenta una tessitura di medio impasto con una buona dotazione di sostanza organica e di elementi nutritivi. Il clima è temperato e caratterizzato da estati calde ed inverni non particolarmente freddi, con precipitazioni medie annue di 800 mm (concentrate nel periodo autunnale e primaverile) e temperatura media di 14°C. Secondo la classificazione climatica di Thornthwaite, basata sul Moisture Index, l’area è contraddistinta da un clima subarido con deficit idrico primaverile-estivo.

In un periodo di crescente attenzione verso misure che migliorino la performance ambientale dei prodotti, che promuovano tecniche produttive sostenibili e pratiche innovative eco-compatibili, è importante descrivere i principali metodi di produzione agricola convenzionali e sostenibili per evidenziare i benefici agro-ambientlai e la responsabilità sociale di quest’ultimi. Il sistema agricolo dominante è quello dell’agricoltura industriale. Tale sistema, caratterizzato da una produzione orientata al mercato, dalla specializzazione aziendale, dal consistente ricorso a mezzi chimici, da elevati consumi energetici, da forti investimenti di capitali e basso impiego di manodopera consente, un aumento del livello produttivo, determinando, però, forti impatti agro-ambientali connessi all’igienicità dei prodotti (tossicità dei fitofarmaci), alla riduzione della fertilità dei terreni, all’inquinamento delle acque, al depauperamento della biodiversità, all’inquinamento atmosferico e alle emissioni di gas serra. Per questi motivi, nel settore agricolo, è sempre più sentita la necessità di adottare sistemi di produzione sostenibili. Ciò è ottenibile valorizzando sistemi colturali, alternativi ai tradizionali criteri di gestione delle colture, capaci di produrre e, allo stesso tempo, di proteggere l’ambiente e promuovere lo sviluppo rurale. Infatti, l’adozione di sistemi colturali caratterizzati da adeguate tecniche di lavorazione del terreno (lavorazioni conservative a ridotta profondità), da appropriati avvicendamenti (basati su una notevole diversità colturale e sull’aumento della loro complessità), da una sensibile riduzione dell’impiego di concimi e/o fitofarmaci e da una gestione conservativa dei residui colturali (interrati o lasciati in superficie), contribuiscono, da soli o nel loro insieme, a ridurre gli effetti inquinanti attribuibili all’agricoltura convenzionale, migliorando la qualità dell’ambiente e conservando le risorse naturali. I metodi di produzione agricola sostenibile si basano sui concetti dello sviluppo sostenibile e considerano i tre pilastri della sostenibilità e dello sviluppo: economico, ambientale e sociale. Concludendo, Un’agricoltura per essere sostenibile deve garantire l’approvvigionamento alimentare, mantenere la redditività e la competitività delle aziende agricole, garantire la gestione del paesaggio e il benessere animale, ridurre le emissioni di gas a effetto serra, e gestire le risorse naturali. I principali sistemi agricoli alternativi a quello dell’agricoltura industrializzata sono l’agricoltura integrata e quella biologica, sempre più orientati a un’agricoltura sostenibile, come si evince dalla normativa comunitaria - direttiva 128/2009 per quanto concerne l’agricoltura integrata e regolamento (CE) 834/2007 per l’agricoltura biologica. Le principali fasi agronomiche che compongono un processo produttivo, sono caratterizzate dalle lavorazioni del terreno, fertilizzazioni, l’irrigazione, la difesa delle colture, e la raccolta. Di seguito trattiamo nello specifico gli effetti delle lavorazioni del terreno e delle fertilizzazioni.

Le lavorazioni del terreno costituiscono uno degli strumenti maggiormente in grado di influenzare la sostenibilità dei sistemi colturali dato il loro impatto sulla conservazione della fertilità del suolo e sulla produttività delle colture. Scopo principale delle lavorazioni del terreno è quello di rendere il terreno poroso e soffice, per favorire la crescita delle piante e la produttività delle colture. Attraverso la lavorazione si prepara il terreno alla semina (interrando i concimi e creando le condizioni idonee per interramento, germinazione dei semi e penetrazione delle radici), si aumenta la permeabilità del suolo favorendo l’infiltrazione di acqua e si garantisce il contenimento della flora infestante.

Tra i principali effetti negativi delle lavorazioni profonde ricordiamo: ossidazione della sostanza organica e rottura degli aggregati per effetto meccanico, aumento della permeabilità dell’acqua e incremento della lisciviazione dei nitrati in presenza di forti apporti azotati, formazione della “suola di aratura”, compattamento del suolo, aumento dei costi energetici.

Il metodo convenzionale di lavorazione del terreno prevede l’uso dell’aratura profonda atta a smuovere il terreno in profondità portando in superficie il terreno fertile, disgregando il terreno in zollette e rimescolando tutto lo strato interessato. Esistono due alternative alle lavorazioni tradizionali: la lavorazione conservativa, che consiste in lavorazioni superficiali (lavorazioni minime) e la non lavorazione (semina diretta). Il primo metodo consente lavorazioni poco profonde e in possono essere utilizzate macchine che effettuano contemporaneamente la semina, la concimazione e il diserbo chimico lasciando in superficie almeno il 30% dei residui della coltura precedente. Tale metodo risulta vantaggioso in quanto comporta un risparmio economico ed energetico grazie alla riduzione del consumo di combustile. Il metodo della non lavorazione, elimina tutti gli aspetti negativi delle lavorazioni in quanto prevede l’utilizzo di macchine particolari in grado di interrare il seme e i concimi anche in terreni non lavorati e ricorre metodi chimici (a essiccanti e/o diserbanti) o meccanici (roller crimper) per il contenimento delle erbe infestanti e per la gestione dei residui della coltura precedente. Accanto ai benefici dei metodi decritti esistono anche delle criticità come ad esempio le difficoltà di semina e concimazione dovuta all’eventuale presenza di ristagno superficiale e alla maggiore frequenza degli attacchi parassitari.

La fertilizzazione è una fase importante del processo produttivo. L’alternativa alla fertilizzazione del suolo con sostanze chimiche di sintesi consiste nell’impiego di concimi organo-minerali e organici.

Per le aziende non zootecniche, la fertilizzazione organica consiste soprattutto nell’acquisto di letame o compost, nell’impiego dei residui colturali e nella pratica del sovescio. Il metodo bio prevede il mantenimento della fertilità attraverso tecniche colturali appropriate, come rotazione e sovescio, concimazione con concimi organici, ricorrendo in casi eccezionali all’uso di altri concimi previsti nell’allegato al regolamento (CE) 889/2008. L’apporto esterno di concimi non può prescindere da un attento piano di concimazione che tenga conto delle asportazioni e delle dotazioni, elaborato sulla base di analisi chimico-fisiche del terreno, ai fini della stima della disponibilità di macroelementi presenti e di altri elementi indici di fertilità. Dosi superiori al necessario possono essere dannose sia per la coltura sia per l’ambiente. Per quanto riguarda la coltura, un’eccessiva disponibilità di azoto può comportare un peggioramento qualitativo di tipo visivo, organolettico e nutritivo del prodotto. L’impatto negativo sull’ambiente deriva dal possibile inquinamento che possono provocare queste sostanze. Un uso sostenibile dei fertilizzanti prevede che non vengano superati determinati quantitativi dei macroelementi. Una corretta distribuzione dei fertilizzanti deve tener conto delle loro specifiche caratteristiche e dell’andamento climatico come previsto dalle linee guida nazionali per le pratiche agronomiche della produzione integrata.

SVOLGIMENTO SECONDA PARTE

1. Ipotizzare per un’azienda agraria inserita nel contesto territoriale descritto nella prima parte un percorso di multifunzionalità.

Per agricoltura multifunzionale si intende quell’agricoltura in grado assolvere la propria funzione primaria di produzione di beni alimentari e di fornire servizi secondari, utili alla collettività. Secondo la definizione della Commissione agricoltura dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), la multifunzionalità è correlata alla presenza di due condizioni: (a) la capacità dell’agricoltura di produrre congiuntamente beni alimentari e beni e servizi secondari; (b) la natura di esternalità di alcune delle produzioni non materiali. Pertanto, l’agricoltura multifunzionale è quell’agricoltura che, oltre a garantire la sua funzione primaria di produrre cibo e fibre, è in grado di disegnare il paesaggio, proteggere l’ambiente e il territorio, conservare la biodiversità, gestire in modo sostenibile le risorse, contribuire alla sopravvivenza socio-economica delle aree rurali e garantire la sicurezza alimentare. Ampliando il concetto, la multifunzionalità può essere definito come la capacità dell’agricoltura di rispondere alle richieste della società e dei consumatori attraverso la fornitura di: beni pubblici (come biodiversità, paesaggio, gestione idrica); beni privati per mercati no-food (come turismo, didattica, servizi educativi e terapeutici, energia); alimenti con specifici attributi (prodotti tradizionali, di alta qualità). In considerazione dei processi di cambiamento che la multifunzionalità può attivare all’interno dell’impresa e sul territorio ne derivano funzioni culturali (identità territoriale), sociali (sicurezza alimentare, occupazione rurale) ed etiche (mercato equo e solidale, benessere degli animali) ad essa correlate:.

Il concetto di agricoltura multifunzionale viene introdotto per la prima volta in occasione dell’Earth Summit di Rio nel 1992, per poi essere ripreso a livello europeo con la PAC. Il primo riconoscimento ufficiale di questa nuova forma di agricoltura avviene infatti con Agenda 2000, un pacchetto di riforme della PAC approvate nel 1999 e relative al periodo 2000-2006. In Italia il concetto di agricoltura multifunzionale è espresso e recepito nel Decreto legislativo n. 228 del 2001 che pone le basi per una nuova configurazione giuridica e funzionale dell’impresa agricola.

A fronte delle precedenti considerazioni e per approfondire la multifunzionalità in agricoltura, di seguito si analizza un ipotetico caso di studio di un’azienda agricola che intraprende un percorso di multifunzionalità. La varietà di contesti territoriali presenti nell’Italia Centrale evidenzia un ampio ventaglio di forme di diversificazione che rappresentano condizioni favorevoli per lo sviluppo di progetti innovativi di multifunzionalità. L’azienda agricola scelta per il progetto di multifunzionalità è un’azienda a conduzione familiare, locata nella campagna della maremma laziale, la cui attività principale è quella della produzione cerealicolo – orticolo – industriale di tipo convenzionale con possibilità di strutture ricettive per avviare attività agrituristiche. Il percorso di multifunzionalità che verrà intrapreso dall’azienda prevedrà modifiche di tipo gestionale e organizzativo. Per quanto riguarda il sistema di produzione l’azienda prevede il passaggio da agricoltura convenzionale a biologica al fine di ottenere produzioni certificate di qualità e garantire i servizi agroecosistemici (mantenimento fertilità dei suoli, della biodiversità, riduzione dell’impatto ambientale, minore emissioni di gas serra, etc.). Dal punto di vista sociale, l’azienda prevede di avviare un innovativo sistema di vendita diretta dei prodotti sia in azienda che con un sistema di consegna a domicilio (abbonamento spesa), da affiancare all’attività agrituristica ricettiva volta alla promozione di prodotti tipici di qualità e alla degustazione dei prodotti aziendali. Sono previste anche attività didattiche (iniziative di animazione culturale e di divulgazione ambientale sui temi della ruralità, dell’agricoltura locale e della agro-biodiversità per avvicinare gli studenti alla conoscenza dell’agricoltura e del territorio). Infine verranno attività di informazione, divulgazione e partecipazione della cittadinanza per la diffusione delle buone pratiche, da integrare con percorsi formativi mirati e un’azione di tutoraggio che, grazie al coinvolgimento delle amministrazioni locali, potrebbero contribuire al rilancio dello sviluppo socio-economico ambientale del territorio.

2. Cosa si intende per “condizionalità”, alla luce dei regolamenti europei e della legislazione nazionale?

Con il termine condizionalità (o cross-compliance, eco-condizionalità o condizionalità ambientale) si identificano tutti gli impegni derivanti da norme in materia ambientale, di sicurezza alimentare, di salute animale e vegetale e di benessere degli animali e di buone condizioni agronomiche e ambientali. La condizionalità subordina tutti i pagamenti alle imprese agricole al rispetto dei criteri di gestione obbligatoria (CGO) e al mantenimento della terra in buone condizioni agronomiche e ambientali (BCAA). I CGO consistono in atti derivanti dall'applicazione di disposizioni comunitarie in materia di ambiente, sicurezza alimentare, salute animale e vegetale e benessere degli animali; i BCAA consistono in una serie di vincoli finalizzati al raggiungimento di obiettivi comunitari in materia ambientale al fine di ridurre l’erosione del suolo, mantenere la sostanza organica del suolo, proteggere la struttura del suolo, gestire le risorse idriche e mantenere gli elementi caratteristici del paesaggio. In caso di mancato rispetto delle norme imposte dalla condizionalità si applica una riduzione degli aiuti diretti, fino alla loro completa revoca. Pertanto, tali impegni devono essere rispettati dagli agricoltori che beneficiano (o intendono beneficiare) del sostegno previsto nell’ambito dei:

  • pagamenti diretti ai sensi del regolamento europeo (UE) n. 1307/2013;
  • contributi relativi alla ristrutturazione e riconversione dei vigneti (art. 46) e vendemmia verde (art. 47) del regolamento (UE) n. 1308/2013;
  • premi annuali previsti dal regolamento (UE) n. 1305/2013 (come ad esempio quelli in materia di forestazione e imboschimento, allestimento di sistemi agroforestali, pagamenti agro-climatico-ambientali, agricoltura biologica, benessere degli animali, etc.);
  • premi annuali relativi alle domande di conferma degli impegni assunti, ai sensi del regolamento (UE) n. 1698/2005.

L'applicazione delle disposizioni comunitarie è disciplinata con decreto del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (MIPAAF) n. 180 del 23 gennaio 2015.

Principali fonti normative Comunitarie dal 2013

  • Regolamento (UE) n. 1306/2013 comune sul finanziamento, sulla gestione e sul monitoraggio della PAC;
  • Regolamento (UE) n. 640/2014 che integra il regolamento (UE) 1306/2013;
  • Regolamento (UE) n. 809/2014 recante modalità di applicazione del regolamento (UE) n. 1306/2013.

Estratto delle principali fonti normative nazionali dal 2008

  • DM n. 15414/2013 - Decreto ministeriale recante "Disciplina del regime di condizionalità ai sensi del regolamento (UE) n. 73/2009 e delle riduzioni ed esclusioni per inadempienze dei benefici ari dei pagamenti diretti e dei programmi di sviluppo rurale".
  • DM n. 27417/2011 - relativo alla modifica al DM n. 30125/2009
  • DM n. 10346/2011 - relativo alla modifica al DM n. 30125/2009
  • DM n. 30125/2009 - Disciplina del regime di condizionalità ai sensi del regolamento (UE) n.73/2009 e delle riduzioni ed esclusioni per inadempienze dei beneficiari dei pagamenti diretti e dei programmi di sviluppo rurale.
  • Circolare AGEA ACIU.1388.2008. Applicazione della Normativa Comunitaria e Nazionale in materia di Condizionalità. La Circolare definisce i criteri comuni di controllo e gli indici di verifica del rispetto degli impegni di condizionalità.