Salvador Dalì: biografia e opere

Salvador Dalì: biografia e opere A cura di Sonia Cappellini.

Salvador Dalì: biografia e opere dell'artista del Surrealismo, autore di opere del calibro del dipinto "La persistenza della memoria"

1La nascita e la formazione di Salvador Dalì

Foto di Salvador Dalì
Foto di Salvador Dalì — Fonte: ansa

Figlio di un notaio Salvador Dalì nasce in Catalogna, nella città di Figueras nel 1904. Già da bambino rivela doti eccezionali nel disegno. È molto legato alla madre, che muore nel 1921, e ha un rapporto estremamente conflittuale con il padre, rigido e autoritario.
Viene accettato all’accademia di belle arti di Madrid e nel convitto universitario incontra quelli che saranno i suoi migliori amici: Federico Garcĺa Lorca e Luis Buñel. Al primo Salvador sarà legato da una profondissima amicizia e con lui trascorrerà una memorabile vacanza a Cadaqués, con il secondo affronterà l’avventura nel mondo del cinema.
Lorca sarà anche il primo ad intuire con precisione la vicinanza del giovane pittore al linguaggio surrealista, alcuni passi dell’ode che compone in suo onore descrivono il suo processo creativo da cui le immagini scaturiscono liberamente l’una dall’altra, si associano in modo automatico.

Con grande dispiacere del padre, Salvador Dalì non porta a termine gli studi, viene espulso dall’accademia per contestazioni nei confronti dei docenti. Libero dagli impegni accademici compie però nel 1926 il primo viaggio a Parigi, dove si reca a trovare Picasso prima ancora di visitare il Louvre.
Tornato in patria si dedica con l’amico Buñel alla realizzazione de Un chien andalou. Torna a Parigi nel 1929, accompagnato da Mirò, dove trova ad attenderlo l’intero gruppo dei surrealisti.  

2Salvador Dalì: il Surrealismo sono io

Salvador Dalì e sua moglie Gala
Salvador Dalì e sua moglie Gala — Fonte: getty-images

L’adesione al movimento surrealista significa per Salvador Dalì riconoscimento internazionale, partecipazione alle esposizioni collettive del gruppo, pubblicazioni sulle numerose riviste che supportano il gruppo.
Significa poi l’incontro con Gala, l’amore della sua vita, musa ispiratrice e protagonista di moltissimi dei suoi quadri, che al momento del loro primo incontro è la moglie di Paul Eluard.

Anno della vera svolta è il 1930. La coppia ormai inseparabile acquista una piccola casa a Port Lligat, è il nido, il rifugio, il castello incantato che sarà man mano ingrandito negli anni e dove entrambi resteranno fino alla fine. Nello stesso anno Salvador Dalì teorizza il suo nuovo metodo paranoico-critico che consiste nella ripetizione ossessiva di elementi che alludono alla parte più profonda dell’inconscio, quella dei conflitti familiari, delle pulsioni sessuali, dell’amore e della morte. Il processo paranoico prevede l’osservazione di un oggetto e la sua trasmutazione in un altro e si opera in uno stato allucinatorio, frenetico, compulsivo, diverso quindi dallo stato di quiete ipnotica descritto da Breton nell’automatismo psichico.

A creare una prima divergenza tra Salvador Dalì e i surrealisti è la sua posizione completamente apolitica, mentre gli altri appoggiavano apertamente la rivoluzione comunista. Egli diviene inviso al gruppo quando sceglie di continuare a vivere in Spagna anche durante il regime franchista e quando nei suoi quadri iniziano a comparire elementi ricorrenti dell’estetica nazista, frutto di visioni oniriche secondo il pittore spagnolo, manifesto di adesione al nazi-fascismo secondo Breton. 

Nel 1939 la rottura definitiva in seguito a una sorta di processo-interrogatorio e alla conseguente espulsione. Salvador Dalì racconterà in seguito che i surrealisti, fautori della libertà, della forza profonda dell’inconscio avevano in realtà paura di lui, del suo atteggiamento anticonformista, del suo linguaggio surrealista senza compromessi, tale da includere anche gli elementi più raccapriccianti (insetti, corpi in decomposizione, escrementi…), nel suo totale rifiuto delle forme astratte, nel suo perseverare nell’utilizzo del disegno come principale e irrinunciabile mezzo espressivo. “L’unica differenza tra me e un pazzo è che io non sono pazzo, la differenza tra me e i surrealisti sta nel fatto che io surrealista lo sono davvero” avrà modo di ribadire nel suo Diario di un genio

3Salvador Dalì, La persistenza della memoria

Dipinta nel 1931 e conservata al Moma di New York, la piccola tela de La persistenza della memoria è probabilmente l’opera più celebre di Salvador Dalì.
La scena è ambientata su una spiaggia deserta, poco prima dell’alba. In primo pino domina ancora il buio, sullo sfondo la luce rischiara l’acqua e illumina già la scogliera che si trova sulla destra del dipinto.
In primo piano a sinistra è visibili una parte di un solido geometrico, dal quale spunta un albero, un tronco ormai morto con un ramo che si protende verso il centro del quadro, dietro al tronco, in secondo piano una tela è distesa a terra e come uno specchio riflette il colore del cielo.
Adagiata sulla spiaggia, proprio al centro del dipinto, è una strana forma antropomorfa, una sorta di grossa testa piatta e molle, su cui si distingue un occhio chiuso dalle lunghissime ciglia. La creatura, fatta di sola testa, perché il corpo assottigliandosi si perde nel buio, è immersa nel sonno, l’andamento ondulatorio della palpebra e del sopracciglio, la forma delle linee che corrugano la fronte suggeriscono che si trovi in fase rem. La mente contenuta in quello strano involucro biomorfo sta sognando, galleggia in uno spazio e in un tempo altri rispetto a quelli della realtà.

Salvador Dalì, La persistenza della memoria
Salvador Dalì, La persistenza della memoria — Fonte: ansa

Popolano il dipinto tre orologi molli. Uno adagiato sul bordo del parallelepipedo, uno appeso al ramo e uno appoggiato sulla grande faccia addormentata. Non si tratta di orologi da polso né da muro, sono orologi da taschino, dalla caratteristica forma a cipolla e con il quadrante azzurro. Un quarto orologio, anch’esso sul solido geometrico, mantiene la sua forma e la sua consistenza solida, a differenza degli altri però è chiuso, il quadrante non è visibile e il suo coperchio rosso è invaso da una moltitudine di formiche.
Il paesaggio è quello inconfondibile di Port Lligat, che offre lo sfondo a moltissime delle composizioni di Dalì, luogo legato alle sue origini ma anche il suo rifugio, dove sceglie di vivere insieme a Gala. L’essere addormentato, figura anch’essa spesso presente nelle opere a cavallo tra gli anni venti e trenta con riferimento autobiografico, ci catapulta nel mondo dei sogni, quello dominato dall’inconscio, quello della surrealtà, dove le coordinate spazio-temporali imposte dalla logica razionale non hanno più ragione d’essere.

L’orologio, strumento di precisione, di misurazione, perde la sua consistenza materica e quindi anche la sua componente razionale. Si deforma, si altera, si allunga, si dilata e si comprime esattamente come il tempo nella dimensione onirica, dove la memoria degli eventi e delle sensazioni è legata allo stato percettivo.
Un solo orologio ha mantenuto la sua caratteristica di oggetto, quello rosso, che però non è leggibile perché chiuso. Probabilmente è fermo, morto, come indicano le formiche sul suo coperchio.
Lo stesso pittore offre una spiegazione del quadro in Vita Segreta, collegandolo a un forte episodio di emicrania che aveva alterato il suo stato percettivo e alla sua “riflessione filosofica” sul formaggio camembert che aveva consumato a cena. Nonostante l’insistenza sull’aspetto commestibile delle sue visioni è impossibile non cogliere il riferimento all’interpretazione del tempo di Bergson, non come semplice concatenarsi di unità misurabili ma come contenitore, di emozioni, ricordi e stati psichici, e ancor più alle ricerche di Einstein, la cui teoria della relatività spezza per sempre i vincoli del finito, dell’immutabile, del codificato.

4Salvador Dalì, Coppia con le teste piene di nuvole

Salvador Dalì, Coppia con le teste piene di nuvole
Salvador Dalì, Coppia con le teste piene di nuvole — Fonte: ansa

Opera pienamente surrealista di Salvador Dalì e senz’altro debitrice alla pittura di Magritte è La coppia con le teste piene di nuvole. Le due tele accostate ripetono la siluette dei protagonisti dell’Angelus di Millet capovolgendone però il senso e il rapporto rispetto allo spazio: nel quadro di Millet due contadini interrompono momentaneamente il proprio lavoro nei campi per pregare, le sagome scure emergono dal paesaggio, si stagliano sulla linea dell’orizzonte, nella visione di Dalì i personaggi, un uomo e una donna, sono richiamati dal profilo sagomato delle tele e i due personaggi (Salvador e Gala, non più due umili contadini francesi) si fanno paesaggio.

L’immagine di Port Lligat, con la spiaggia amplissima e il piccolo borgo sulla destra, prosegue da una tela all’altra, senza interruzione, come se le due sagome fossero finestre. L’uomo e la donna contengono immagini, riprodotte con fedeltà fotografica ma abbinate in modo ambiguo e straniante. Nella testa le nuovole, riferimento al sogno e al sonno, all’altezza delle spalle il mare e la spiaggia, nella parte più bassa, in corrispondenza del busto, l’accostamento simmetrico di elementi simbolici. Nella sagoma maschile un tavolo ricoperto da una tovaglia bianca e su di esso un bicchiere trasparente con un cucchiaio all’interno, probabilmente una allusione sessuale, al centro del tavolo un peso da un kilogrammo, elemento solido, pesante, metallico che si contrappone al grappolo d’uva, morbido e pieno di liquido sul tavolo all’interno della sagoma femminile. Nel secondo tavolo la tovaglia è piegata in un angolo a simulare la posizione di due mani giunte.
I due personaggi, sono una cosa sola, accolgono lo stesso orizzonte e sognano all’unisono, allo stesso tempo sono diversi, portano elementi opposti che si attraggono e si completano. 

5Salvador Dalì, Metamorfosi di Narciso

L’opera di Salvador Dalì del 1937, oggi alla Tate Gallery di Londra, affronta il tema del “doppio”, della mutazione e dell’ambiguità della percezione visiva. Narciso, mito antichissimo, nel racconto di Ovidio è un giovane bellissimo che rifiuta però l’amore di chiunque si accosti a lui, il suo sdegno e la sua arroganza vengono puniti quando, vedendo la sua immagine, riflessa in uno specchio d’acqua se ne innamora e, nell’impossibilità di abbracciarla, di possederla, si consuma nel dolore e muore, per essere poi trasformato in un piccolo fiore bianco.
A fare da sfondo al racconto di Salvador Dalì che, come in un libro, si legge da sinistra verso destra, non sono questa volta le spiagge e i profondi orizzonti catalani, ma paesaggi rocciosi, impervi, con nuvole che si addensano in lontananza, popolati da piccole figure, molto più vicini alla tradizione pittorica italiana del Rinascimento che all’arte figurativa europea del secolo delle avanguardie.

In primo piano a sinistra lo specchio d’acqua limpidissima, che prima di Narciso riflette l’aspro paesaggio e il cielo. Procedendo verso destra incontriamo la figura imponente del protagonista, le cui spalle sfidano in altezza le montagne sullo sfondo. Nonostante le dimensioni la sua non è però una figura eroica. È seduto sul bordo del lago, in una posizione accovacciata, con la testa appoggiata sul ginocchio, una parte del corpo è immersa nell’acqua: il braccio si ripete in una immagine simmetrica, la gamba destra li prolunga idealmente, la coscia sinistra sembra duplicarsi. La testa è incassate tra le spalle che sporgono, la testa china non lascia vedere il viso, sulla parte posteriore del collo si apre una sorta di voragine da cui fuoriescono elementi filamentosi simili a capelli o a volute di fumo, come se qualcosa, forse la vita stessa, abbandonasse il suo corpo. Il colorito è verdastro, dal colore quasi lapideo, l’effetto marmoreo è accentuato dalla luce riflessa dalle rotondità del corpo, come le spalle e le ginocchia. Il dramma è già compiuto, la metamorfosi è già in atto.

Foto di Salvador Dalì
Foto di Salvador Dalì — Fonte: getty-images

Procedendo verso destra la figura di Narciso non solo si trasforma ma si duplica. Gli elementi del corpo, braccia, gambe, testa, ora hanno assunto una identità diversa, sono le parti di una enorme mano che spunta dal terreno e che regge tra le dita un uovo. Il colore livido rende più marcato il passaggio a uno stato solido e roccioso. La bamba sinistra e il ginocchio sono diventati un pollice, su cui sia arrampicano delle formiche, il braccio sinistro un indice, la testa è l’uovo. L’uovo non è integro, dalle crepe del guscio spunta il fiore di Narciso. La metamorfosi si è compiuta e rinasce la vita dove non ci si aspetta più di trovarla.
La seconda figura è distante dall’acqua e anche lo sfondo cambia, uno spazio piano rossastro su cui sia staglia un’ombra profonda, una piazza lastricata con un pavimento a scacchiera e un piedistallo con una statua antica, elementi che richiamano fortemente gli spazi metafisici di De Chirico.
Ancora più a destra un cane scheletrico sta divorando una preda.

Narciso si annulla nella vertigine cosmica / dove nel più profondo / canta / la sirena fredda e dionisiaca della sua stessa immagine. / Il corpo di Narciso si svuota e si perde nell'abisso del suo riflesso, / come la clessidra che non verrà capovolta / (...) Narciso tu sei così immobile / che si direbbe che tu dorma.
Sono i versi che lo stesso Salvador Dalì compone a corollario della sua opera. Il narcisismo è una condizione dunque che conduce prima all’immobilità e quindi alla morte. L’ambiguità delle immagini, l’ossessivo ripetersi di elementi che richiamano lo spettro della morte sono la manifestazione di quello stato paranoico che deve guidare l’artista nella scelta e nell’accostamento degli elementi della figurazione, una strada alternativa all’automatismo psichico di stampo surrealista.

Quelli che non vogliono imitare qualcosa, non producono nulla.

Salvador Dalì

6L’oggetto surrealista

Salvador Dalì e Gala trascorrono a New York gli anni della guerra. È un periodo di grandi sperimentazioni in cui Dalì, oltre che alla pittura si dedica anche alla fotografia, al cinema, alla performance.
Nasce l’intuizione che la creazione surrealista non può limitarsi a al solo linguaggio della poesia e della pittura ma può avere infinite applicazioni. Nascono quindi gli oggetti surrealisti, destinati a diventare oggetti cult, come il telefono-aragosta o il divano a forma di labbra di Mae West, oggetti che finiranno per conquistare il mercato, che porranno le basi della futura Pop Art e che faranno di Dalì un uomo ricco, Avida Dollars, come lo soprannominerà Breton.
Nello stesso tempo il suo immaginario pittorico si arricchisce di nuovi elementi: la ricerca sull’atomo, lo spettro della guerra nucleare, soprattutto l’artista entra in una fase mistica in cui sembra riavvicinarsi al cattolicesimo, almeno nei suoi aspetti figurativi. 

7Salvador Dalì, La tentazione di Sant’Antonio

Salvador Dalì, La tentazione di Sant'Antonio
Salvador Dalì, La tentazione di Sant'Antonio — Fonte: getty-images

Opera della piena maturità di Salvador Dalì, La tentazione di Sant'Antonio si inserisce nella fase cosiddetta “mistica”, in cui Dalì riflette sull’essenza spirituale dell’universo: “per giungere al cuore della realtà ho l’intuizione geniale di sfruttare un’arma straordinaria, il misticismo, vale a dire l’intuizione profonda di ciò che è, la comunicazione immediata con il tutto, la visione assoluta mediante la grazia della verità, mediante la grazia divina. Più potente dei ciclotroni e dei calcolatori elettronici, posso in un istante penetrare i segreti del reale… A me l’estasi! L’estasi di Dio e dell’uomo”.
Si tratta di una fase in cui un fascino particolare riveste l’immaginario simbolico del cattolicesimo e la figura del santo mistico.

Il quadro, eseguito nel 1946 e conservato a Bruxelles, presenta una visione allucinata e lunare del deserto, il santo è raffigurato nell’angolo a destra, in ginocchio e completamente nudo, con coraggio quasi eroico solleva la croce a difendersi e scacciare le immense figure che lo sovrastano e lo minacciano.
La prima minaccia è costituita dal cavallo che si impenna sulle zampe posteriori, allungate oltre misura, è imbizzarrito, furioso e gli enormi zoccoli infangati stanno per abbattersi sulla piccola figura del santo. Seguono quattro elefanti, scheletrici, con le zampe lunghissime e sottili come quelle di un insetto. La minaccia non è costituita tanto dalla mole quanto dall’equilibrio precario. Il primo trasporta una grande coppa che fa da piedistallo alla lussuria, una donna nuda in atteggiamento provocante. Il secondo trasporta sulla schiena un altissimo obelisco di chiara ispirazione berniniana, il terzo una gigantesca costruzione palladiana, sulla cui porta si affaccia di nuovo un nudo femminile. L’ultimo elefante porta sulla schiena una altissima torre fallica e dalle nuvole in lontananza si intravede, fluttuante, l’edificio dell’Escurial.
Nella visione mistica di Salvador Dalì il peccato quindi non emerge dagli inferi, dalla profondità della terra, ma si libra in cielo, circonfuso di luce, arriva dall’alto, e spinge a guardare in alto, in una processione di simboli che portano con loro visioni sempre più complesse che dal corpo animale procedono a quello umano, al sapere, all’architettura, alla storia.

8La fine surreale di Salvador Dalì

Foto di Salvador Dalì risalente al 1972
Foto di Salvador Dalì risalente al 1972 — Fonte: getty-images

Nel 1949 Salvador Dalì e sua moglie tornano definitivamente in Europa. Il prestigio internazionale dell’artista è ai massimi livelli, in tutto il mondo si organizzano retrospettive in suo onore, la pubblicazione nel 1964 di Diario di un genio, sancisce la celebrazione del suo personaggio.
Nel 1980 viene colpito da una sorta di paralisi che gli impedisce di dipingere; nell’82 muore sua moglie e nell’84 resta gravemente ferito in un incendio che si era sviluppato nella sua camera da letto.
Si spegne nel 1989, nel suo castello di Figueras, la stessa città dove era nato 84 anni prima, ascoltando la musica di Wagner.