Da Torino a New York, sognando la regia

Di Andrea Maggiolo.

Ruben Mazzoleni, classe '83, si è trasferito negli Stati Uniti per diventare un regista cinematografico. L'abbiamo incontrato: "In Italia la meritocrazia non esiste"

Ruben Mazzoleni, classe '83, si è trasferito da Torino a New York per inseguire il suo sogno di diventare un regista cinematografico. Ecco la sua storia: l'Italia vista da lontano, la strada per fare della regia un lavoro. L'abbiamo incontrato:

Quando è nata l'idea di tentare di trasformare la tua passione per il cinema in un mestiere vero e proprio?

Beh, voglio fare il regista da quando ho quattordici anni. Mi è venuto in mente seriamente di provare questa professione e non mantenerla un sogno irrealizzabile finito il liceo. Dovendo decidere che fare della mia vita e mi sono (purtroppo) iscritto al DAMS credendo mi desse delle solide base per entrare nel business. Ho capito che potevo davvero vivere di questo quando a 21 anni sono sopravvissuto dopo essere stato assistente alla regia in "Maria Montessori" di Tavarelli.

Qual è stato il tuo percorso formativo fino a questo momento?
Laurea triennale in DAMS indirizzo cinema e sto completando un master di due anni presso la New York Film Academy, a New York. In più ho lavorato come assistente alla regia per ottimi maestri come Dario Argento, Tavarelli, Montaldo, e ho fatto il backstage per "Il Divo" di Paolo Sorrentino. Comunque la cosa che serve di più, a mio modesto parere, è lavorare sui set. Lì davvero vedi come girano le cose. Purtroppo in Italia non c'è una strada che permetta di diventare regista dopo un certo numero di assistenze alla regia. Veramente mi dicono che neanche in America le cose vanno in questo modo; per questo faccio un master anziché vendermi come assistente alla regia.

Esiste un percorso formativo ideale oppure si può imparare il mestiere di regista da autodidatta?
Credo che un percorso formativo sia necessario. Ci sono poi casi eccezionali di registi che abbandonano gli studi a metà e fanno lavori ottimi. Però un percorso è necessario. Stare sul set è un qualcosa troppo tecnico per potersi improvvisare. Se non si conoscono un minimo tutti gli aspetti del lavoro di ogni reparto si lavora male, e il modo migliore per imparare ciò è andare in una scuola. Non si può sapere cosa fa un elettricista sul set da autodidatta, o un direttore della fotografia. Le scuole servono a questo: fanno provare tutti gli aspetti in delle crew sempre più grandi, in modo da rendersi bene conto di cosa si stia parlando quando si affronta qualsiasi argomento tecnico con qualsiasi figura professionale. Fare il regista è un po' come fare il direttore d'orchestra. Dubito lo si possa fare senza un insegnamento.

In Italia hai già collaborato sul set di alcuni registi. E' stata un'esperienza formativa?
È stata un'esperienza fondamentale alla mia formazione. Tutto quello che so qui, lo devo comunque alle esperienze passate. Non sono mai stati periodi facili. Fare il secondo o terzo assistente è proprio un lavoraccio. Lo sa bene chi viveva con me in quei periodi. Ero sempre stremato e molto nervoso. Ma come molte esperienze importanti, ti rendi conto di tutto quello che ti hanno dato, una volta che hai finito e ti guardi indietro. Comunque credo che pochi registi possano entrare su un set unicamente come registi. E quelli che lo fanno si riconoscono a vista, anche perché non hanno molto rispetto per il lavoro degli altri, non sapendo bene in cosa consiste.

Al di là della formazione, quali pensi siano le doti caratteriali che chi sceglie questa professione debba avere?
Leadership. Senza dubbio. Se non si hanno attitudini al comando, un ottimo carisma, molto sangue freddo e capacità gestionali, soprattutto sotto pressione, è molto difficile poter dirigere un set.
Credo poi, anche se non è una dota caratteriale, che sia necessaria una buona cultura di base, che permetta di sviluppare sensibilità visiva.

E' necessario avere talento, o anche il mestiere di regista si può imparare strada facendo, con la pratica?
Io sposo in pieno la teoria di Hemingway. Lui sosteneva che il genio artistico fosse 10% talento e 90% sudore della fronte. Il grande talento registico consiste nella voglia di riprovare una scena cento volte, nella pazienza di rivedere un costume mille, e nell'energia di tornare anche di notte, dopo una lunga giornata di preparazione, a vedere una location col fonico o col direttore della fotografia per risolvere o precedere eventuali problemi. Credo che il talento nella regia sia la voglia di fare pratica, a qualsiasi livello.

Ci sono più opportunità in Italia o all'estero per chi come te cerca di farsi strada in questo campo?
Più che altro in Italia non ci sono affatto opportunità. In Italia si gireranno una decina di film l'anno, e per la maggior parte sono già assegnati ai soliti noti. A New York ci saranno dieci film al giorno, e l'America produce nuove leve di registi ogni anno, credo.

Com'è l'Italia vista da lontano?
Piccola... prendo la metro tutti i giorni e incontro gente di tutte le razze, tutti i colori, ognuno con la propria storia, con le proprie ambizioni e i propri sogni che sta inseguendo qui in questa città incredibile. Siamo tutti stranieri eppure il senso di appartenenza che c'è qui è qualcosa che non ho mai trovato in Italia. Tutto quello che importa agli italiani è il proprio orticello, anche se quello del vicino sta andando in fiamme. Qui il senso sociale e collettivo è mille anni luce avanti, e da qui questa carenza dell'Italia spicca parecchio.

Conti di restare a vivere all'estero una volta terminata la tua formazione?

Assolutamente sì. Non sono proprio pronto per tornare. Prima deve cambiare completamente la mentalità della nostra classe dirigenziale e politica. Quando l'Italia diventerà un paese meritocratico almeno quanto gli Stati Uniti, che hanno comunque la caratteristica di premiare chi merita, potrò tornare. Per quel che riguarda il cinema tornerò se diventerò un regista affermato, così potrò dettare lavorare a modo mio senza dover sottostare a mille compromessi per creare un'opera che poi non sentirei neanche più mia.