Come si diventa regista teatrale

Di Marta Ferrucci.

Come si diventa registi, come si mette sù una compagnia teatrale, come si scelgono i testi da rappresentare? Di questo e di altro abbiamo parlato con Alessio Mosca, giovane regista

COME SI DIVENTA REGISTA TEATRALE: LA STORIA DI ALESSIO MOSCA - Regista teatrale e attore, Alessio Mosca si è Laureato al Dams e si è poi formato con Pino Passalacqua, Marco Baliani, Ascanio Celestini, Roberta Carreri dell'Odin theatre e Mamadou Dioume della scuola di Peter Brook. Ha lavorato, tra gli altri, con Paolo Baiocco, Matteo Ziglio, Pino Passalacqua, Daniela Petruzzi e Paolo Gattini. Tra gli spettacoli interpretati ci sono "Trappola per topi", "Ricorda con rabbia", "Camere da letto", "La maledizione". E' stato direttore artistico di Officine di Cotone e per questa compagnia ha diretto e tradotto "Fragole a Gennaio".

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Per diventare regista teatrale esiste una formazione specifica (accademia o altro) o si impara direttamente sul campo, affiancando registi esperti?

Entrambi i metodi possono essere buoni, dipende dal punto di partenza. Credo che più che puntare sul "cosa voglio diventare", bisognerebbe lavorare sul "cosa sono ora" per poter scegliere la strada più adatta al tuo modo di essere, alla tua idea di teatro, al progetto che hai in testa, lavorando seriamente e sfruttando le opportunità che si presentano.

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Come si mette insieme una compagnia teatrale?

Prima di tutto grazie a un ottimo testo: quello è l'obiettivo attorno al quale si costruisce la squadra e a cui la squadra lavora. Poi, va detto che una compagnia può nascere per diversi motivi. Nel caso di Officine di Cotone c'è stata un'urgenza improvvisa, un desiderio di comunicare che ci ha spinto a crearla. La cosa positiva è che siamo tutti giovani e che tutti facciamo questo mestiere, nessuno si è “improvvisato”… cosa rara in questo campo, purtroppo.

Per quanto riguarda la scelta degli attori i provini sono importanti, ma mi piace soprattutto andare a vedere persone sempre nuove, girare nei teatri per osservare sul campo, rubare idee e spunti, prendere appunti. La cosa migliore per me è essere sempre “in ascolto”, aperti a quello che succede all’esterno, scegliendo di volta in volta tra giovani emergenti di talento in funzione del progetto a cui si sta lavorando. Questo atteggiamento ci permette anche di costruire ognuno dei nostri lavori seguendo direttamente ogni fase del processo, dalla scelta del testo alla composizione delle musiche, dalla realizzazione al lavoro di promozione, e puntando sulla professionalità del cast creativo e organizzativo.

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Come nasce lo spettacolo e la scelta del testo da rappresentare? E' una scelta unilaterale del regista o tutta la Compagnia prende parte alla decisione?

Di solito è una scelta del regista, ma tutto dipende dal contesto. Per Lovesong (di John Kolvenbach, rappresentato al Teatro Agorà di Roma) mi piace dire che ci sono "inciampato sopra" per caso, leggendo l’originale in inglese, e ho sentito che era il testo giusto: una commedia esilarante ma che fa anche riflettere, un testo che parla del coraggio di affrontare la vita e, con semplicità, ruba tutte le nostre certezze. Il difficile (e il bello) sta poi nel comunicare questa scelta e nel trasmettere agli attori e al resto della compagnia cosa, nel testo, ti ha colpito. Stabilire gli obiettivi, dare al lavoro una direzione, tirar fuori da ciascuno il massimo, sono gli aspetti che più mi affascinano della regia. Oltre, ovviamente, al lavoro sul testo, che mi piace svolgere nella maniera più solitaria possibile, con la sola compagnia dei personaggi creati dall'autore.

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Si può vivere di questa professione già dalle prima armi oppure è necessaria una lunga gavetta?

In Italia vivere di sola regia è molto difficile, vicino all'impossibile. E' una sfida continua che ti richiede di reinventarti ogni giorno. E allora, per esempio, con Officine di cotone, oltre ad allestire e distribuire spettacoli teatrali mi sono occupato anche di organizzare seminari e workshop per formare e far conoscere nuovi artisti e di realizzare festival, rassegne ed eventi culturali, anche in collaborazione con altre realtà. Alla fine per me, come per tanti altri giovani attori e registi, la cosa importante è crederci e lavorare con professionalità, anche quando i soldi sono pochi o non ci sono per niente.

Testo, traduzione, regia, musiche, scenografie, casting, promozione... quante persone sono necessarie per mettere in scena uno spettacolo?

Dipende dal testo, e da che tipo di messa in scena si ha in mente. A Lovesong, ad esempio, hanno lavorato due coppie di attori (Antonella de Lorenzo, Enrico Barbieri, Davide Nebbia ed Enrica Nizi) ma la realizzazione dello spettacolo nel suo complesso ha impegnato circa 20 persone. Una produzione teatrale è un lavoro di squadra, in cui ognuno porta la sua creatività e professionalità: al regista tocca tenere le fila di tutto questo, dando vita a un progetto coerente.

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Cosa consiglieresti ai giovani che volessero seguire un percorso professionale analogo al tuo? Quali sono le cose da fare e quelle da evitare assolutamente?

Coltivare la propria curiosità. Sempre, in qualsiasi occasione. E essere semplici e decisi nelle scelte. Nella semplicità trovi cose immense. Le cose da evitare, per me, sono l'autocompiacimento e i cliché, il seguire sempre strade già battute. La cosa importante è formarsi, e lavorare seriamente, perché è un mestiere duro in cui, contrariamente a quanto si pensa, non ci si può improvvisare.

Consulta anche la pagina web di Alessio Mosca