La questione palestinese: la guerra del Golfo

Di Gabriele Desiderio.

Tutta la storia della questione palestinese e del conflitto tra arabi e israeliani. Il conflitto medio orientale nello speciale di Studenti.it

Nel 1990, durante la Guerra del Golfo, Arafat si schierò con il dittatore iracheno Saddam Hussein, denunciando la "politica di due pesi e due misure", attraverso la quale si interveniva in Kuwait per liberare uno Stato occupato, ma che lasciava lettera morta le risoluzioni dell'ONU sulla fine dell'occupazione israeliana in Palestina.
La svolta nei rapporti tra israeliani e palestinesi avvenne nel 1993, quando dopo trattative tra il governo israeliano e l'OLP, presiedute dal presidente americano Clinton a Washington, viene sottoscritta la dichiarazione di principi sull'autonomia palestinese.

Da quel momento in poi si succederanno altri accordi di pace in un clima di crescente tensione tra le due parti, esasperate dall'esplodere, ancora una volta, della violenza dei fanatismi religiosi. Le stragi di Hebron ('93), in cui un ebreo ortodosso spara all'interno di una moschea provocando numerose vittime, e di Netanya ('95), con l'uccisione di giovani soldati israeliani, preparano il terreno, in Israele, per l'ascesa nel 1996 del Likud, una coalizione di partiti di destra che non vedono di buon grado le trattative di pace avviate con i palestinesi. Il primo ministro Netanyahu adotterà una strategia di rinvio dell'applicazione degli accordi con i palestinesi, che esaspererà il processo di pace riportandolo ad una situazione di stallo.

Le trattative ripresero lentamente grazie all'ennesimo intervento internazionale condotto dagli USA, anche se la politica degli insediamenti israeliani nei Territori occupati durante i precedenti conflitti non si arrestò. La pace sembrò essere, però, molto vicina con l'elezione di Barak a primo ministro d'Israele nel maggio 1999, ma degli accordi, che sul piano dei principi furono molto avanzati rispetto a quelli del passato, non ci fu una loro effettiva attuazione.
Nel settembre del 2000, dopo la visita provocatoria del leader del Likud, Ariel Sharon, alla Spianata delle Moschee, scoppia una nuova violenta Intifadah, ancora non sopita.

Il processo di pace sembra oggi essere arrivato ad un punto di crisi profonda: il progressivo irrigidimento del governo israeliano, dove nel febbraio 2001 Sharon è stato eletto primo ministro, nei confronti della pace con i palestinesi, e la graduale perdita di autorità da parte del leader dell'Autorità palestinese Arafat, che deve contrastare una sempre più crescente opposizione interna, concorrono a questa crisi.
In tutto questo la comunità internazionale guarda impotente il consumarsi di questa tragedia: mancano gli strumenti per una politica estera veramente efficace, capace di vincolare gli stati contendenti al rispetto delle decisioni dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.

Inoltre l'appoggio statunitense alla politica israeliana (che si esercita tramite i veti alle risoluzioni ONU sfavorevoli ad Israele o con il loro disattendimento) ha sostanzialmente impedito all'ONU di affrontare con l'efficacia necessaria il problema dell'occupazione militare israeliana nei Territori della Striscia di Gaza e della Cisgiordania. La situazione si intreccia dunque con il più ampio problema di una gestione della politica internazionale più efficace e guidata da principi di egualitarismo che finora sono venuti meno, soprattutto nella questione palestinese.

Gli appelli alla tregua si ripetono da più parti, ma su un registro ormai sempre più consumato. La via della pace fra israeliani e palestinesi non potrà che trovarsi nel ristabilimento della legalità internazionale e di condizioni politiche serene, e per far ciò occorre che la comunità internazionale riporti ad un tavolo i due contendenti e li assista nell'elaborazione di un dialogo serio e costruttivo, evitando sterili contrapposizioni e vecchie interpretazioni strategiche di stampo colonialista che hanno dimostrato nel tempo la loro pericolosità.

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