La questione della lingua nel '500 e la soluzione di Bembo

Di Barbara Leone.

Bembo e la questione della lingua: la disputa del '500 sulla tipologia di italiano da adottare in ambito letterario

LA QUESTIONE DELLA LINGUA E IL DE VULGARI ELOQUENTIA - Quando si parla di questione della lingua si fa riferimento ad una disputa nata in ambito letterario sul problema di quale fosse la lingua più giusta da utilizzare nella penisola italiana, che ha raggiunto il culmine all'inizio del Cinquecento. La disputa risale al De Vulgari Eloquentia di Dante, dove l'autore affermava che le lingue del mondo erano derivate dall'ebraico, la lingua delle Sacre Scritture, ed il volgare era considerato come lo sviluppo delle varie lingue plebee locali che si parlavano dopo l'episodio della Torre di Babele. Il latino al contrario era considerato la lingua ufficiale e veniva in genere utilizzato nelle scritture e nei discorsi ufficiali. Con lo sviluppo della Scuola Siciliana, però, il volgare aveva assunto sempre più importanza, tanto da essere utilizzato anche per i documenti scritti.

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LA QUESTIONE DELLA LINGUA NEL CINQUECENTO - Nel Cinquecento la questione della lingua si è riaperta e gli intellettuali si sono confrontati per cercare di trovare una lingua unica da utilizzare nei documenti e nei testi di varia tipologia. Durante l'Umanesimo infatti la questione della lingua si è fatta più accesa, soprattutto per l'avvento della stampa che richiedeva "una norma coerente e omogenea a livello nazionale". Ed in questo periodo si sono diffuse due scuole di pensiero: la prima che partiva da Venezia, capitale europea dell'editoria; la seconda da Firenze. La scuola veneta sosteneva il suo predominio a livello europeo nell'editoria, mentre la scuola fiorentina rivendicava la cittadinanza dei grandi letterati che avevano contribuito a trasformare la lingua (Dante, Petrarca e Boccaccio).

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BEMBO E LA QUESTIONE DELLA LINGUA -
Un testo molto importante nella disputa sulla questione della lingua sono le Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, che, prendendo come esempio la lingua latina, ha avanzato la sua proposta: così come nel latino erano state prese come modello la lingua di Cicerone per la prosa e quella di Virgilio per la poesia, anche per il volgare doveva avvenire lo stesso processo. Francesco Petrarca diventava così il modello da seguire per la poesia e Giovanni Boccaccio quello per la prosa. Si dava così il via ad una forte imitazione di due delle tre corone italiane, fenomeno che si sarebbe protratto, tra alti e bassi, fino al Neoclassicismo settecentesco. Rimaneva invece escluso Dante, la cui lingua veniva considerata ancora acerba per poter essere presa come modello.
La proposta avanzata da Bembo ebbe la meglio sulle altre tesi e la lingua da lui proposta divenne così quella ufficiale nell'ambito letterario.