Salvatore Quasimodo: le opere

Di Carlotta Ricci.

Non conosci "Ed è subito sera"? Un capolavoro di Quasimodo. Dai un'occhiata a questa sintesi, chissà che non ti torni utile all'esame

Oboe sommerso
è la poesia che dà il titolo al secondo libro, pubblicato nel 1932; con quest'opera si entra in pieno clima ermetico. Essa si distingue da Acque e terre per l'assolutezza degli schemi poetici: metafore, immagini, analogie, sono costruite mediante la semplificazione delle strutture lessicali e sintattiche, cioè con l'eliminazione di articoli e isolando la parola nel periodo, eliminando le proposizioni subordinate, scalzando verbi e legamenti sintattici, favorendo forme ambigue di rapporto fra oggetto e soggetto.
Versi, come quelli che seguono, brevi e brevissimi, sono costruiti per favorire le "illuminazioni", ossia veloci impressioni, folgoranti intuizioni di un attimo In me un albero oscilla
da assonnata riva,
alata aria
amare fronde esala.

(L'eucalyptus)

Sorgiva: luce riemersa:
foglie bruciano rosee

(Nascita del canto)

Erato e Apòllion
qui vengono ripresi con maggiore precisione i temi e le forme mature di Oboe sommerso. La differenza sta nella consapevolezza delle sue qualità espressive grazie anche ai riconoscimenti della critica ottenuti dal poeta. Ne è un esempio la lettera del 26 luglio 1936 che indirizza a Maria Cumani:
Il mio impegno dinanzi all'arte è altissimo e non posso concedere nulla: né una sillaba né un ritmo che aiuti l'analisi.
La poesia dunque è linguaggio e ritmo, e va compresa nella sua globalità essenziale: il poeta non si cura di chi cerca la comprensione letterale della lirica o che vuole trovarne i significati esclusivamente nei temi, che in questa raccolta sono i miti dell'infanzia perduta, di epoche d'oro scomparse, le isole e le patrie, il naufrago, l'inferno di esistere, la ricerca senza oggetto, la morte, la vita.

Nuove Poesie
appartengono agli anni fra il 1936 e il 1942. Comincia con quest'opera un nuovo ciclo: accanto all'antica poetica compare una realtà fatta di cose concrete, strade, campi, fiumi e città. Vi sono spiragli, brani significativi, incontri cittadini, dediche a persone fisiche e care della propria vita, fiumi e luoghi geografici identificati dai nomi.
Così, nei versi di Ride la gazza, nera sugli aranci c'è una ricostruzione del periodo attraverso l'uso delle subordinate, la parola non è più assoluta nella frase, prevale l'endecasillabo sul verso breve, l'accentazione è regolare e fortemente pausata:

già l'airone s'avanza verso l'acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci

(Ride la gazza, nera sugli aranci)

Lirici greci
"Il desiderio d'una lettura diretta dei testi di alcuni poeti dell'antichità mi spinse, un giorno, a tradurre le pagine più amate dei poeti della Grecia. Il greco ritornava ad essere ancora un'avventura, un destino a cui i poeti non possono sottrarsi. Le parole dei cantori che abitarono le isole di fronte alla mia terra ritornarono lentamente nella mia voce, come contenuti eterni, dimenticati dai filologi per amore di un'esattezza che non è mai poetica e qualche volta neppure linguistica"
Questa opera di "traduzione" fornisce al poeta nuovi strumenti per indirizzare la propria creatività, adattando il canto greco al suo tempo e al suo modo di fare poesia.

Giorno dopo giorno
Esce nel 1947 quando sul mondo, sulle folle umane, sulla letteratura, è passata la guerra e ogni scrittore e poeta ne porta i segni: la poesia passa dalle "macerie del cuore" alle macerie delle città, ai brandelli dell'uomo lacerato, torturato, offeso, ucciso.

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze

(Alle fronde dei salici)

Il poeta si ribella alla follia generale e mentre pietosamente cerca di ricomporre le membra disperse dell'uomo del suo tempo, tende già col pensiero al futuro uomo di una vera società civile. Lo spazio del linguaggio muta, il verso accentua una sua gravità fonica, il predominante endecasillabo si allunga spesso a dodici, tredici e più sillabe, parole dell'uso creano il tragico quotidiano. Adesso è il tempo di "concedere tutto: ogni sillaba e ogni ritmo che aiuti l'analisi", perché il poeta vuole essere certo che il lettore, l'uomo, comprenda la vastità della tragedia.

S'è udito l'ultimo rombo
Sul cuore del Naviglio. E l'usignolo
è caduto dall'antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

(Milano, agosto 1943)

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