Le Qualità di una infermiera

Di Micaela Bonito.

Di seguito le qualità che una inferiera professionale deve avere, innato o acquisite.

LA COSTRUZIONE DI UN'IMMAGINE: L'INFERMIERA-SIGNORINA

Argomenti trattati: Nascita dell’infermiera professionale - Le qualità indispensabili delle infermiere


Le qualità indispensabili delle infermiere

Dalla fine del secolo comparvero numerose pubblicazioni a stampa che ribadivano le qualità indispensabili alle infermiere: amore, tenerezza, simpatia, sacrificio, carità, che altro non erano che gli stereotipi borghesi della femminiità. L'infermiera-madre era colei che, con spirito di amore e di abnegazione, leniva le sofferenze, ridava il sorriso, aiutava a guarire.
Questo richiamo al sentimento di pietà verso i sofferenti si caricò di una forte valenza di carità cristiana: anche se laica, l'infermiera era investita di una diversa forma di religiosità, quella rivolta alla sua professione che ella doveva vivere come missione, con dedizione completa ed assoluta, come una vera e propria VOCAZIONE LAICA.

L'esigenza di un diverso grado di cultura e di preparazione delle infermiere non si scontravano con la persistenza di questo modello religioso, ma anzi lo assorbivano e lo intergravano. Lo spirito di ideale e di vocazione si esprimeva anche attraverso segni esteriori come la veste, che diventava "divisa", uniforme bianca simbolo della sacralità della missione dell'infermiera: con in capo il velo bianco ella diventava la nuova religiosa all'interno dell'ospedale.
Si profilava così un modello ben preciso di purezza e di irreprensibilità morale; la donna infermiera doveva esser casta e martire, coraggiosa e pronta al sacrificio, in contrapposizione all'immagine licenziosa e sporca della tradizione.

Questo carattere femminile e vocazionale su cui venne improntata la professione infermieristica risultava del tutto funzionale alla classe medica ed alla gerarchizzazione

sanitaria.
La naturale predisposizione femminile a servire ed assistere non era indirizzata solo verso il malato, ma anche verso il medico-uomo-dirigente al quale l'infermiera era naturalmente sottoposta.
In ospedale la donna veniva ad assumere lo stesso ruolo che le era attribuito in casa e nella società, cioè quello di sposa ideale, devota ed ubbidiente alla volontà maschile alla quale si adattava con modestia: "nell'ambiente medico avviene quello che avviene in un menage" fu chiaramente detto.
L'immagine di infermiera che emergeva da questa impostazione contribuì a giustificare la progressiva esclusione degli uomini dalla professione.
Agli infermieri cominciarono ad essere attribuiti difetti e mancanze che, per quanto reali, servivano a giustificare la scelta a favore del personale femminile. Agli uomini non veniva riconosciuta l'attitudine all'assistenza, spesso venivano giudicati dannosi per i pazienti e per gli ospedali e a loro dovevano essere affidate esclusivamente le mansioni più grossolane ed il basso servizio.
L'elemento maschile venne così escluso dal progetto di riforma dell'assistenza, che venne impostata esclusivamente in funzione del personale femminile.
In questo modo fu sancita all'interno degli ospedali la presenza di due figure "infermieristiche" diverse e gerarchicamente definite.

Da un lato l'infermiera-signorina, colta e preparata; dall’altro la vecchia figura di infermiere ma che rimaneva in ospedale con un ruolo e con mansioni ben distinte.
Si andarono così delineando le figure di infermiera professionale e di infermiere generico che hanno rappresentato i due livelli e i due ruoli assistenziali fondamentali fino ai giorni nostri.