Primo Levi, "I sommersi e i salvati"

Di Redazione Studenti.

Seconda parte dello speciale di Studenti.it dedicato allo scrittore che meglio di chiunque altro ha saputo rappresentare l'immenso dolore, l'angoscia e le sofferenze dei lager nazisti: la vergogna dei lager

La vergogna dei lager
Alla fine della prigionia, nel momento della liberazione dal Lager, hanno provato un senso di sollievo solo i combattenti militari e politici oppure coloro che hanno sofferto di meno.

In generale gli altri provano un senso di vergogna, di abbattimento generale, di disagio, che dura nel tempo e in molti casi porta, subito o più avanti, al suicidio. (Nel Lager nessuno si toglie la vita: il suicidio è tipico dell’uomo, non dell’ "animale"; è una scelta e nel Lager non si sceglie niente; non si ha il tempo di pensare alla morte, ci sono continuamente urgenze per sopravvivere; il suicidio nasce da un senso di colpa e nel Lager le punizioni continue e tremende soffocano qualsiasi senso di colpa).

I "salvati" soffrono perché ora che sono liberi si rendono conto di aver vissuto per mesi come animali e in qualche modo si sentono colpevoli per non aver fatto niente o non abbastanza contro il sistema in cui erano assorbiti. In realtà in alcuni Lager era possibile un minimo di resistenza attiva, ma in altri, nella maggior parte, assolutamente no: la denutrizione, le violenze, le umiliazioni, prima di distruggere, paralizzavano.

Altra causa più realistica della "vergogna" della vittime è il rendersi conto di aver mancato sotto l’aspetto della solidarietà umana. In effetti la regola principale del Lager era quella di badare prima di tutto a se stessi; ma il fatto di aver cambiato le proprie regole morali e di essere stati ridotti all’egoismo più assoluto sarà sentito per sempre come una colpa.

Inoltre il fatto di essere sopravvissuti fa sempre pensare che forse "sei vivo al posto di un altro", sicuramente migliore di te. Levi infatti dice che i salvati non erano i migliori; di solito sopravvivevano i peggiori, gli egoisti, gli insensibili, i collaboratori, le spie; è stato un caso fortuito se è capitato ad altri di essere salvati.

Infine i sopravvissuti sentono la "vergogna del mondo", cioè il dolore per le colpe che altri hanno commesso: soffrono perché si rendono conto che il genere umano, di cui fanno parte, è capace di costruire una mole infinita di dolore.

L'inutile violenza
L’ autore mette in luce come quasi sempre la violenza abbia degli scopi, magari terribili come quello della morte, dell’assassinio, delle guerre.

Nei Lager invece venivano attuate forme di violenza inutile, quasi sempre tesa cioè solo a produrre sofferenza nei prigionieri: il nemico non solo doveva morire, ma morire nel tormento.
Vengono quindi analizzati gli aspetti più tragici dell’esperienza violenta dei Lager:

  • Il treno, che portava verso l’ignoto.
  • Un carro merci, piombato, sovraffollato spesso all’inverosimile, completamente "nudo" (né viveri, né acqua, né coperte, né latrine). Era sul treno che iniziava la trasformazione da esseri umani in animali, partendo dall’offesa al pudore e dalla costrizione escrementizia.
  • La nudità che li faceva sentire senza difesa "come un lombrico, nudo, lento, ignobile, prono al suolo, pronto per essere schiacciato".
  • La mancanza di un cucchiaio, che obbligava a "lappare la zuppa come i cani".
  • L’appello, conteggio laborioso e complicato che avveniva con qualsiasi condizione di tempo all’aperto, durava ore e vi dovevano partecipare anche i feriti e i morti.
  • Il tatuaggio, numero di matricola dei prigionieri tatuato sull’avambraccio sinistro; operazione poco dolorosa, ma traumatica: il marchio che si imprime agli schiavi e agli animali destinati al macello.
  • Il lavoro, usato con lo scopo di umiliare.
  • Gli esperimenti medici, sperimentazione di nuovi preparati su cavie umane, torture insensate, oltraggio persino delle spoglie umane dopo la morte.

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