Primo Levi: "I sommersi e i salvati"

Di Redazione Studenti.

Lo scrittore che meglio di chiunque altro ha saputo rappresentare l'immenso dolore, l'angoscia e le sofferenze dei lager nazisti in uno speciale a cura di Studenti.it. Vi presentiamo l'analisi del saggio "I sommersi e i salvati"

Cenni biografici
Nato a Torino nel 1919. Il giovane chimico ebreo ha partecipato alla resistenza; è stato deportato ad Auschwitz, come milioni di ebrei, dalle SS naziste. Forse grazie alla sua specializzazione, è riuscito a sopravvivere. Ritornato in Italia, ha iniziato a scrivere quello che è il suo romanzo più famoso:"Se questo è un uomo", pubblicato nel 1947, in cui testimonia le infamie dei campi di concentramento nazisti dove si faceva di tutto per distruggere la dignità di un uomo. Altre pubblicazioni sono state "Storie naturali "e "La chiave a stella". Oltre che scrittore, è stato anche giornalista e conferenziere. La sua ultima opera è "I sommersi e i salvati" del 1987, anno in cui poi l’autore si è suicidato.

"I sommersi e i salvati": contenuto dell'opera
Nella prefazione Levi sostiene di non aver l’intenzione di far opera di storico e di voler riportare nel libro più considerazioni che fatti. In effetti il testo è fatto soprattutto di riflessioni sugli aspetti più significativi della tragica esperienza dei prigionieri reduci dai Lager nazionasocialisti. E’ dal ricordo, dai sentimenti, dai ragionamenti, dalle sensazioni provate al momento della liberazione e negli anni successivi, che emergono i fatti più drammatici. In un solo capitolo si entra specificatamente nell’argomento delle più gravi violenze subite, ma in ogni caso in tutto il libro si sente la tragedia e la mostruosità, quasi incredibile, che hanno travolto milioni di persone.

La memoria dell'offesa
Secondo l’autore la memoria dell’uomo è uno strumento bellissimo, ma che può sbagliare; infatti i ricordi col passare degli anni tendono a cancellarsi, spesso subiscono delle modifiche o addirittura vi si inseriscono dei particolari estranei.
Più si rievoca un ricordo, più questo rimane vivo, ma talvolta si cristallizza e così si ricorda ciò che si è rievocato e non il fatto stesso. Ricordare il dramma del Lager crea disagio sia alla vittima sia all’oppressore, che però non sono intercambiabili.

Di fronte alla domanda "Perché lo hai fatto?", l’oppressore spesso mente sapendo di mentire, ma il più delle volte si costruisce una realtà di comodo che gli permette di convincere se stesso e gli altri della sua buona fede: "L’ho fatto perché mi è stato comandato, perché sono stato educato all’obbedienza assoluta, sono stato ubriacato di slogan e di manifestazioni; non solo mi era vietato decidere, ma ne ero incapace".

Come si può capire, queste risposte sono forme di autoinganno: uno stato totalitario può esercitare sull’individuo una pressione paurosa ma non irresistibile, specialmente in un periodo di tempo abbastanza breve (12 anni). Anche le vittime alterano i ricordi, ma solo a scopo di difesa, per tenere lontano il dolore che possono rievocare.

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