La Pop Art

Di Carlotta Ricci.

Un approfondimento su una delle più importanti correnti artistiche del secondo dopoguerra. Il termine Pop Art è stato introdotto per la prima volta dagli studiosi Leslie Fiedler e Rayner Banham nel 1956 e poi adottato a partire dal 1961 dal critico inglese Lawrence Alloway, per indicare quell'insieme d'esperienze figurative ispirate all'universo tecnologico e alla cultura popolare urbana, nato parallelamente in Inghilterra e negli Stati Uniti, intorno al 1955, come reazione alla pittura degli espressionisti astratti

Storia e caratteri del movimento artistico
L’espressione Pop Art (dall’inglese, Popular Culture) fu introdotta per la prima volta dagli studiosi Leslie Fiedler e Rayner Banham nel 1956 e definitivamente adottata nel 1961 dal critico inglese Lawrence Alloway, per indicare quell'insieme d'esperienze figurative ispirate all'universo tecnologico e alla cultura popolare urbana, nato parallelamente in Inghilterra e negli Stati Uniti, intorno al 1955, come reazione alla pittura degli espressionisti astratti.

L'interesse estetico di queste realtà trascurate dalla cultura ufficiale, trovò una propria formulazione teorica nell'Indipendent Group inglese (tra i cui membri figuravano Hamilton e Paolozzi), che realizzarono un importantissimo catalogo per la mostra tenutasi presso la Royal Academy of Arts di Londra nel 1990.

Quasi contemporaneamente la poetica pop si sviluppò anche negli Stati Uniti. All’inizio degli anni Sessanta, si diffuse, infatti, in America una nuova corrente artistica differente dall’Action Painting che aveva dominato negli anni precedenti. Se l’Action Painting aveva "mostrato" le pulsioni interiori dell’artista e quindi la sua soggettività, con la Pop Art ritorna la neutralità dell’oggetto d’uso quotidiano. Non oggetti veri e propri ma ready-made, ripresi dal movimento dada, con rifacimenti, enfatizzati nelle dimensioni o nella colorazione.

Ma essi non solo adottano le immagini e gli oggetti della realtà urbana e quotidiana (l'automobile, i prodotti di consumo, i personaggi famosi), ma attingono forme e linguaggio dal vastissimo repertorio dei mass media: la carne, la fotografia, la stampa, i fumetti e la pubblicità.
In questo modo ogni separazione tra arte e vita, viene definitivamente eliminata; insomma, essi si servono di immagini e oggetti già esistenti che manipolati e prelevati in vario modo si caricano di una nuova espressività.

Gli esponenti principali
Così Claes Oldenburg (1929) ingigantisce il banale, trasformando in sculture monumentali, oggetti d’uso quotidiano come i tubetti di dentifricio o le mollette per i panni.

Andy Warhol (1928-87) invece utilizza l’immagine di prodotti noti, la zuppa di pomodoro Campbell, la bottiglia della Coca Cola o di personaggi importanti come Elvis Presley o Marilyn Monroe, imitando la produzione seriale propria della società contemporanea, senza implicazioni emotive.
Roy Lichtenstein (1923-95) sottolinea il significato dell’immagine, estrapolandola dal suo contesto e sovradimensionandola. In questo modo, la sequenza di un fumetto, una lettura di intrattenimento popolare, acquisisce improvvisamente la dignità di opera d’arte.

Più esistenziale, George Segal (1925) propone dei calchi in gesso di persone bloccate in gesti o azioni di vario tipo, frammenti di un’alienazione quotidiana.

Le esperienze della Pop Art assumono connotati diversi in Inghilterra e negli Stati Uniti: più ironiche e ricercate le immagini degli inglesi (Blake, Caulfield, Hockney, Jones, Kitai, Philips, Tilson), più fredde e impersonali quelle degli americani (Lichtenstein, Oldenburg, Rosenquist, Segal, Warhol, Wesselman).
Anche in Italia alcuni artisti aderirono alla Pop Art, ma con una variante più intima e più legata alla cultura italiana: Adami, Mondino e Tadinl a Milano, Pozzati a Bologna, Angeli, Ceroli, Festa, Fioroni, Schifano e Tacchi a Roma.