D'Annunzio tra decadentismo e superuomo

Di Barbara Leone.

Gabriele D'Annunzio è considerato uno dei maggiori rappresentanti del Decadentismo italiano ed ha ripreso la poetica del superuomo sviluppata da Nietzsche

D’Annunzio è considerato l’esponente più emblematico del Decadentismo italiano e l’analisi della sua personalità riguarda, oltre che la storia della letteratura, l’intera storia della cultura di massa, della politica, del costume e della società italiana tra l'Ottocento ed il Novecento. Per un lungo periodo, gli stereotipi da lui creati hanno rappresentato infatti un modello imitato in ogni campo della vita nazionale. In D’Annunzio, vita e letteratura si intersecano e si confondono, creando una figura variegata e ricca di sfumature contraddittorie. E' sempre rimasta costante in lui l'attitudine a trasformare se stesso in personaggio e a far coincidere l’arte con la realtà.

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Personalità, ideologia e poetica

Lo scrittore pescarese si è formato su una cultura di tipo tradizionale ma, di fronte agli sconvolgenti mutamenti e alle rapide trasformazioni indotti dalla società industriale, ha avvertito con chiarezza la crisi della cultura umanistica minacciata nella sua stessa sopravvivenza. A questo rischio ha reagito sublimando la nuova realtà tecnologico-industriale e affidandosi ad una sorta di “religione” della bellezza e dell’arte, volta a improntare la propria vita sul culto del bello. Questo comportamento potrebbe sembrare in contraddizione con la cultura decadente, che suggeriva un totale disprezzo ed atteggiamento di superiorità nei confronti della massa, con la conseguente emarginazione dalla società; in realtà anche D’annunzio, proprio a causa del suo ruolo di guida, si poneva al di sopra di essa, poiché la condizione di guida, implica di per sé una certa superiorità.

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D’Annunzio ha voluto e saputo costruire un vero e proprio modello di vita e ha aperto la sua esistenza alle esperienze più svariate e insolite, costruendo sapientemente un’immagine carismatica di sé, fondata sul prezioso, l’eccentrico, l’inimitabile. In tal modo egli ha rappresentato un punto di riferimento per ampi strati della società, rispondendo alle loro esigenze e appagando le loro inquietudini. Non a caso, la “morale eroica” propugnata dal “personaggio pubblico” D’Annunzio proponeva un’ideologia fondata sulla trasgressione delle regole e su una illimitata affermazione di sé e suggeriva un tipo di comportamento privo di freni morali, percorso da un’accesa componente di piacere estetico, di sensualità e di erotismo.

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Quell’insieme di princìpi e di modelli di comportamento che D’Annunzio ha elaborato e divulgato con clamore si è tradotto, come si è detto, in rapida imitazione non solo delle sue idee, ma addirittura del suo modo di muoversi, di parlare, di vestire, ed ha provocato un vasto fenomeno, noto con il termine di “dannunzianesimo”, che, oltrepassando i confini della letteratura, ha esercitato una consistente influenza sul costume nazionale. Si possono così cominciare a capire i suoi continui “cambiamenti” di ideologie: D’annunzio aderiva agli schieramenti politici che più gli permettevano questo sfruttamento dei meccanismi sociali. E in questo periodo storico il fascismo sembrava, con la sua aderenza popolare, il più adatto a tale scopo.

La poetica di D’annunzio si basa su un’esaltazione del valore della parola e su una completa fusione tra uomo e natura (il famoso panismo), che comporta, nello stile, l’apporto di figure retoriche quali la metafora e la sinestesia. In lui arte e natura tendono a corrispondere. Questo aspetto lo avvicina molto al simbolismo europeo, del quale dà un’interpretazione estremizzante: egli non crede in un arte capace di rivelare un significato universale, ma circoscritto dal particolare. Non è, come si potrebbe dire di Mallarmè, un simbolismo della “rivelazione”, ma piuttosto della “volontà di rivelazione”; sotto la sua trasformazione dell’arte in bellezza c’è una paura dell’estinzione della stessa bellezza. Proprio per questo il simbolismo di D’annunzio può essere definito un simbolismo estremizzato o un simbolismo sull’orlo di una vicina crisi.

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D'Annunzio e il superuomo di Nietzsche

Gabriele D’Annunzio, nella sua fase superomistica, è profondamente influenzato dal pensiero di Nietzsche. Tuttavia, molto spesso, banalizza e forza, entro un proprio sistema di concezioni, le idee del filosofo. Dà molto rilievo al rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari, all’esaltazione dello spirito "dionisiaco", al vitalismo pieno e libero dai limiti imposti dalla morale tradizionale, al rifiuto dell’etica della pietà, dell’altruismo, all’esaltazione dello spirito della lotta e dell’affermazione di sé. Rispetto al pensiero originale di Nietzsche queste idee assumono una più accentuata coloritura aristocratica, reazionaria e persino imperialistica.

Le opere superomistiche di D’Annunzio sono tutte una denuncia dei limiti della realtà borghese del nuovo stato unitario, del trionfo dei princìpi democratici ed egualitari, del parlamentarismo e dello spirito affaristico e speculativo che contamina il senso della bellezza e il gusto dell’azione eroica. D’Annunzio arriva quindi a vagheggiare l’affermazione di una nuova aristocrazia che si elevi al di sopra della massa comune attraverso il culto del bello e la vita attiva ed eroica. Per D’Annunzio devono esister alcune élite che hanno il diritto di affermare se stesse, in sprezzo delle comuni leggi del bene e del male. Queste élite al di sopra della massa devono spingere per una nuova politica dello Stato italiano, una politica di dominio sul mondo, verso nuovi destini imperiali, come quelli dell’antica Roma.

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La figura dannunziana del superuomo è, comunque, uno sviluppo di quella precedente dell’esteta, la ingloba e le conferisce una funzione diversa, nuova. Il culto della bellezza è essenziale per l’elevazione della stirpe, ma l’estetismo non è più solo rifiuto sdegnoso della società, si trasforma nello strumento di una volontà di dominio sulla realtà. D’Annunzio non si limita più a vagheggiare la bellezza in una dimensione ideale, ma si impegna per imporre, attraverso il culto della bellezza, il dominio di un’élite violenta e raffinata sulla realtà borghese meschina e vile.

D’Annunzio applica, in un modo tutto personale, le idee di Nietzsche alla situazione politica italiana. Ne parla per la prima volta in un articolo, La bestia elettiva, del ’92, e presenta il filosofo di Zarathustra come il modello del "rivoluzionario aristocratico", come il maestro di un "uomo libero, più forte delle cose, convinto che la personalità superi in valore tutti gli attributi accessori", come una "forza che si governa, libertà che si afferma". Il suo è un fraintendimento, una volgarizzazione fastosa ma povera di vigore speculativo. Ciò che D’Annunzio scopre in Nietzsche è una mitologia dell’istinto, un repertorio di gesti e di convinzioni che permettono al dandy di trasformarsi in superuomo e fanno presa immediatamente in un mondo di democrazia fragile e contrastata.

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Non è ancora un’ideologia, ma è un’oratoria dell’attivismo verbale in cui fermenta la scontentezza dell’Italia borghese, il cruccio dell’avventura africana, il fastidio della mediocrità democratica e della burocrazia parlamentare, dall’esplosione dei Fasci siciliani al rovescio di Adua. Come sempre, D’Annunzio avverte d’istinto questi stati d’animo confusi e li amplifica nei bassorilievi della sua eloquenza floreale, li traspone nello specchio del proprio personaggio e dei suoi gesti stravaganti o stupefacenti.

Il primo romanzo in cui si inizia a delineare la figura del superuomo è il Trionfo della morte, dove non viene ancora proposta compiutamente la nuova figura mitica, ma c’è la ricerca ansiosa e frustrata di nuove soluzioni. Sulla figura del superuomo si incentra anche Le Vergini delle Rocce. Qui però la complessità metafisica e ideologica del superuomo subisce una sostanziale semplificazione nella direzione di un superomismo a impronta esclusivamente estetica che s'intride di valenze politiche reazionarie. E' qui riscontrabile l'esito di una lunga ricerca sul versante stilistico e formale, che nel momento stesso in cui agganciava le posizioni più innovative del simbolismo europeo, si reimmetteva nel solco della tradizione trecentesca e rinascimentale. L'onnipresenza di Leonardo da Vinci nelle Vergini ne è il segno tangibile. In Forse che sì forse che no presenta un nuovo strumento di affermazione superomistica inedito e in linea con i tempi: l’aereo. Questo romanzo rappresenta la piena adesione di D'Annunzio alla contemporaneità: è possibile infatti ritrovare personaggi che si muovono tra aeroplani, automobili, telefoni. Vi si ritrova un amore, quindi, per la macchina e la velocità.

Approfondimenti:
- D'Annunzio: la biografia;
- D'Annunzio: le opere