Il mito americano nelle opere di Pavese e Vittorini

Di Redazione Studenti.

Seconda parte dell'approfondimento di Studenti.it dedicato ai maggiori interpreti italiani del mito americano, modello di una libertà creativa che in Italia era osteggiata dal Fascismo e dalla tradizione accademica. Viene qui analizzato l'interesse di Cesare Pavese per il mondo americano, che è nato già durante gli anni dello studio universitario, grazie ad i film di avventura americani, tanto che Pavese ha poi deciso di laurearsi con una tesi sulla poesia dell'autore Whitman

Pavese critico letterario
Come racconta Davide Lajolo ne "Il vizio assurdo. Storia di Cesare Pavese" scritta nel 1960, l'interesse di Pavese per il mondo americano nasce molto presto: già negli anni dello studio universitario infatti era un tifoso dei film di avventura americani ed un intenditore dell'arte di quegli attori, attrici, registi fino ad arrivare a scegliere come tesi di laurea, tra l' altro contestatissima, l'analisi della poesia di W. Whitman.
Sempre in quegli anni inoltre aveva cominciato a tradurre con lena scrittori americani (il prediletto era Melville) e finalmente nel 1931 si stampa a Firenze la sua prima traduzione con relativa recensione: si tratta del romanzo "Il nostro signor Wrenn" di Sinclair Lewis, primo autore americano ad avere ottenuto il premio Nobel.

Il mestiere di traduttore ha una grande importanza non solo nella vita di Pavese, per ciò che concerne la sua crescita in ambito letterario, ma per tutta la cultura tanto da aprire uno spiraglio ad un periodo nuovo nella narrativa italiana. Nei primi due articoli di recensione alle opere di Lewis e S. Anderson risulta chiara la ricerca di Pavese: nel primo, infatti, quando Pavese pone in rilievo quelli che ritiene i due meriti più grandi di Lewis, cioè la provincializzazione dei personaggi e l'utilizzazione della nuova lingua americana (lo slang), formula implicitamente il proprio programma: ricerca della provincia, innesto della lingua parlata nella scritta, rottura con la tradizione accademica nazionale; nel secondo inoltre lo scrittore propone un parallelismo fra l'Italia e l'America, nel senso che ciò che gli italiani, e soprattutto i piemontesi, hanno tentato invano di fare, cioè raggiungere l' universale attraverso la scoperta e l’approfondimento dei caratteri regionali, gli scrittori americani sono già riusciti a metterlo in atto. Pavese quindi afferma che nei romanzi americani è indicata la via da seguire anche per i letterati italiani.

L'aspetto più innovativo è l'introduzione, in questi romanzi, dello slang che risulta elemento unificante dal punto di vista linguistico, poiché era "la lingua volgare parlata da tutti in contrasto con l'inglese colto e aulico insegnato nelle scuole". Il lavoro di ricerca linguistica portato avanti dagli scrittori americani si era rivelato ben più proficuo di quello intrapreso dall'Italia, dove la grande frammentarietà dei dialetti ostacolava l' utilizzo di un linguaggio quotidiano comprensibile a tutti. In parallelo a questo tipo di ricerca letteraria e linguistica si delinea nell'attività di Pavese una lotta ideologica contro il fascismo, ossia "una pacifica rivoluzione fatta di traduzioni, di saggi, di articoli e di libri" . Con le sue traduzioni Pavese ricercava quella libertà che il regime fascista tentava con ogni mezzo di reprimere, rendendo asfittico il quadro culturale italiano.

Il regime fascista, infatti, auspicava un ritorno alle tradizioni romane che sono alle origini della cultura italiana e rifiutava ogni novità che venisse dall'estero, particolarmente da un paese democratico, accusando quelli che si aprivano a culture diverse di esterofilia. E' proprio per contrastare questa chiusura mentale del fascismo, la sua forzata autarchia, che Pavese e altri con lui nutrono un così grande interesse per la cultura americana. Pavese stesso in articoli scritti nel dopoguerra (Ritorno all'uomo del '45 - Ieri e oggi '47 - Richard Wright '47) afferma che nel decennio '30-' 40 "l'Italia era estraniata, imbarbarita, calcificata per cui bisognava scuoterla, decongestionarla e riesporla a tutti i venti primaverili dell'Europa e del mondo" "Laggiù noi cercammo e trovammo noi stessi".

Pavese narratore
Gli aspetti che, secondo tutti i critici, legano il romanzo di Pavese a quello americano sono: l'essenzialità dei gesti e dei dialoghi nella narrazione e la programmatica antiletterarietà che caratterizza le sue scelte linguistiche. Ci troviamo di fronte, in Pavese, ad un uso prevalentemente paratattico (invece della struttura piramidale del modello classico italiano), alla presenza di continue ripetizioni, all'utilizzo di un linguaggio che del dialetto riproduce la sintassi e il ritmo.

Questo linguaggio quasi elementare, i periodi brevi, asciutti certamente sono affini alle scelte linguistiche della letteratura americana, anche se questa semplicità, solo apparente, conduce comunque, in Pavese, ad una scrittura epica e solenne che risente anche di un legame con la tradizione classica italiana.
C'era infatti una fondamentale differenza di situazioni storiche: se il problema degli autori americani era quello di dare un linguaggio, una maturità nuova all'America del loro tempo, una nazione in cerca di se stessa, di una sua tradizione, Pavese invece aveva saldamente questa tradizione, e talvolta in maniera opprimente, alle spalle.

In possesso di una perfezione formale di tradizione, il suo problema artistico non era quello di inventare, sotto diverse e più contemporanee forme, questa tradizione, ma di inserirsi in essa, di ripeterla nella propria vicenda. Nel linguaggio non poteva contare su quel fortissimo organismo linguistico che è lo slang americano, una sorta di parlata media estesa per tutto il gran corpo della nazione, ma si ritrovava, come Verga, alle spalle una ufficialità letteraria e negli antipodi la realtà viva della tradizione locale e dialettale.

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