Le Operette morali

Le Operette morali A cura di Redazione Studenti.

Cosa sono le Operette morali di Leopardi: temi, analisi, struttura e significato dei dialoghi filosofici fondati sul pessimismo cosmico

1Che cosa sono le Operette morali?

Le Operette morali di Leopardi rappresentano la fase più matura del pensiero del poeta: si tratta della più importante opera prodotta dall’autore nel periodo del silenzio poetico durante il quale Leopardi non compose poesie (iniziato nel 1824 e terminato solo nel 1828). Nella sua redazione finale, l’opera raccoglie 24 prose (in forma di narrazione, discorso o dialogo) di breve dimensione, molto varie per stile e struttura. Alla mancanza di omogeneità legata a questa grande varietà di stili corrisponde però una grande coerenza nei contenuti: Leopardi torna costantemente sui temi che gli sono più cari e, servendosi di un linguaggio vivace e colloquiale, riesce a offrirne un’immagine molto chiara.  

Le Operette morali di Leopardi dialogano con la letteratura antica, ma anche con le opere dei più importanti pensatori illuministi, come Voltaire, e se ne servono per costruire un’implacabile critica alle ipocrisie del positivismo.  

2Storia dell’opera

Pietro Giordani
Pietro Giordani — Fonte: ansa

Il primo progetto delle Operette morali è annunciato all’amico Pietro Giordani nel 1819-20, descrivendole, per lettera, come una raccolta di «prosette satiriche» che riprendevano il modello dei Dialoghi dello scrittore greco Luciano di Samosata (nei quali solitamente due interlocutori discutevano, con uno stile ironico, delle follie e delle superstizioni degli uomini).  

Leopardi aveva due intenzioni: 

  1. Denunciare attraverso il riso la corruzione dei costumi italiani e criticare una delle idee dominanti della cultura del suo tempo: l’antropocentrismo – quella visione, cioè, che pone l’uomo e le sue esigenze al centro del mondo.
  2. Fornire all’Italia un modello di scrittura comica e satirica.

Leopardi accantona il progetto delle Operette morali nel 1822; lo riprende poi al ritorno dal suo viaggio a Roma, verso la fine del 1823. Le 20 prose che costituiscono il primo nucleo delle Operette morali è scritto nel corso del 1824.       

Veduta di San Pietro a Roma nel 1800
Veduta di San Pietro a Roma nel 1800 — Fonte: getty-images

Le Operette morali vennero stampate per la prima volta a Milano, dall’editore Stella, nel 1827, e riedite a Firenze nel 1834, con l’aggiunta di due dialoghi composti nel corso del 1832 (Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere, Dialogo di Tristano e di un amico).        

Nel 1835 la stampa di un’edizione napoletana delle Operette morali di Leopardi venne bloccata dalla censura, che non ne poteva accettare le idee materialistiche e implicitamente anticristiane, soprattutto per come esse erano formulate nell’ultima prosa aggiunta alla raccolta, il Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco.        

Due Operette, composte già nel 1827, non furono mai pubblicate durante la vita di Leopardi. Si tratta del Dialogo di Plotino e di Porfirio e del Copernico, che affrontavano temi considerati troppo scottanti dal loro stesso autore: il suicidio la prima e la seconda le conseguenze dell’eliocentrismo (che, confutando le basi teoriche della centralità della terra nell’universo, toglieva all’uomo la sua storica certezza di essere l’obiettivo della creazione divina). 

3Il pensiero delle Operette

Ritratto di Giacomo Leopardi
Ritratto di Giacomo Leopardi — Fonte: redazione

Le Operette morali di Leopardi sono caratterizzate da un impianto retorico comune, che porta alla formulazione compiuta di un pensiero coerente e quasi sistematico.  

La centralità dell’uomo nei disegni della Natura è una mera illusione: l’umanità potrebbe persino sparire da un momento all’altro, senza rilevanti conseguenze (Dialogo di un folletto e di uno gnomo). Negando qualsiasi dimensione spirituale o intervento divino, Leopardi riconduce la nascita e la fine del mondo a cause materiali e meccaniche (Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco).

La vita, per come si manifesta nell’uomo, non è un dono desiderabile. Migliore e relativamente più felice è una vita breve, tanto che nel Dialogo di Plotino e di Porfirio Leopardi arriva a teorizzare la legittimità del suicidio. L’autore oppone poi esplicitamente alla miseria della condizione umana la libertà spensierata degli animali, e in particolar modo degli uccelli (Elogio degli uccelli).

Ritratto di Torquato Tasso
Ritratto di Torquato Tasso — Fonte: ansa

La speranza della felicità è, secondo Leopardi, del tutto illusoria. Crudele, falsa e inconsistente è l’euforia data dall’amore: tema sviluppato soprattutto nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare. Anche la conoscenza e la cultura non portano che all’infelicità, perché spiegano all’uomo la crudeltà dell’universo: in ciò Leopardi si distanzia dalla visione ottimistica delle indagini filosofiche sulla ‘Verità’ (Storia del genere umano).

Tra l’abbozzo iniziale del 1818-20 e la prima edizione a stampa dell’opera (1827) possono essere rilevate molte differenze. Innanzitutto, la visione del mondo espressa nelle Operette del 1827 era divenuta molto più grave e cupa, e il tono scelto da Leopardi non è più, di conseguenza, irridente e satirico.

Nei primi anni ’20, infatti, Leopardi aveva abbandonato del tutto la fede cristiana, ed aveva maturato rispetto alla Natura una nuova concezione pessimistica, che trova una prima lucida formulazione nel Dialogo della Natura e di un Islandese (1824). Il Dialogo è una delle prime Operette ad essere composte, e segna il distacco dall’idea positiva di Natura come benevola madre degli uomini. La Natura è invece una matrigna crudele, che perpetua il ciclo di nascita e morte, incurante dell’infelicità a cui chiama – senza esclusioni – tutti i suoi figli.  

È proprio questa mutata concezione della Natura ad allontanare Leopardi per quattro anni dalla poesia. La critica ha tradizionalmente parlato di un ingresso dell'autore nella fase del 'pessimismo cosmico', caratterizzato da una visione negativa del mondo e delle 'regole' stesse su cui l'universo si fonda, considerate insensate e crudeli per gli esseri viventi.

Il fatalismo di Leopardi davanti all'ineluttabilità di una vita infelice non deve essere letto come una testimonianza di odio verso gli individui e la società. Le Operette morali ambiscono innanzitutto a distruggere ogni visione del mondo ipocritamente ottimista e rasserenante, e rappresentano un ultimo, disperato tentativo di resistenza alle angosce insensate della condizione umana.  

4Gli alter ego di Leopardi

Leopardi sceglie di esprimere le proprie posizioni attraverso numerosi alter ego: le Operette morali possono, in questo senso, essere lette come un continuo gioco di travestimenti. In alcuni casi Leopardi sceglie di celarsi dietro a grandi personaggi del passato, come Giuseppe Parini, Torquato Tasso, Cristoforo Colombo, Niccolò Copernico, il filosofo greco Porfirio. 

Ritratto di Giuseppe Parini
Ritratto di Giuseppe Parini — Fonte: ansa

Il Parini, ovvero della gloria è la prosa più lunga delle Operette morali di Leopardi. Alla voce del Parini, che per Leopardi è un modello di eccellenza letteraria e morale, è affidata un'articolata disquisizione (di fatto un trattato, suddiviso in dodici capitoli) sulla vita dell'uomo di lettere e sulle difficoltà legate alla ricerca della fama poetica presso i propri contemporanei. L'autore attribuisce invece a Torquato Tasso le proprie idee sull'irraggiungibilità della felicità attraverso l'amore: Leopardi era in effetti un assiduo lettore dei Dialoghi tassiani, che, assieme a quelli di Luciano, sono una delle fonti più riconoscibili dell'impianto delle Operette morali

Leopardi si serve però anche di pseudonimi di sua invenzione. I Detti memorabili di Filippo Ottonieri, scritti secondo i criteri compositivi delle biografie antiche, propongono un efficace autoritratto dell'autore attraverso una descrizione dei suoi costumi, delle sue convinzioni filosofiche e morali, delle sue più celebri frasi.

Disegno raffigurante Tristano, eroe della leggenda di Tristano e Isotta
Disegno raffigurante Tristano, eroe della leggenda di Tristano e Isotta — Fonte: getty-images

A un'altra maschera di Leopardi, Tristano, è affidata la conclusione delle Operette morali. Il Dialogo di Tristano e di un amico, posta in chiusura dell'opera, contiene un'ironica ritrattazione di tutto il suo contenuto. L'autore finge infatti in un primo momento di riallinearsi alle idee ottimistiche della cultura del suo tempo. Il suo discorso assume però, nella parte finale, l'aspetto di un accorato monologo in cui Tristano si dichiara, come individuo, pronto a morire; non senza, però, aver prima sinceramente augurato ai contemporanei di vedere presto compiuti i loro sogni di progresso. Dunque, il finale delle Operette morali di Leopardi non sembrerebbe escludere per l'uomo una pur minima speranza di felicità.   

Tutti gli uomini per necessità nascono e vivono infelici.

Giacomo Leopardi, Dialogo della Natura e di un'Anima