Opere di Demostene (III° parte)

Di Redazione Studenti.

Al 346 a. C., risale l'orazione Per la pace, in cui Demostene, adoperando una lunga captatio benevolentiae, consigliava agli Ateniesi di accettare la pace di Filocrate, la quale, pur essendo svantaggiosa, era tuttavia necessaria.

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Filippo era giunto nuovamente nella Grecia centrale e, sconfiggendo l'esercito focese, lo costrinse ad arrendersi. Anche Atene, che era alleata con i Focesi, dovette arrendersi alla potenza dell'esercito macedone. Gli Ateniesi inviarono diverse ambascerie, ma poi furono costretti ad accettare la pace di Filocrate, la quale consentiva a Filippo di sedersi tra i membri dell'anfizionia di Delfi e di rafforzare il suo ruolo di arbitro nelle lotte fra le poleis.
Secondo Demostene, era indispensabile che gli Ateniesi accettassero la pace di Filocrate, in quanto egli era sicuro che la contesa con il sovrano macedone non si sarebbe conclusa dopo la sconfitta dei Focesi, ma sarebbe proseguita; quindi, rifiutare questo trattato di pace e decidere di continuare la lotta in un momento di forza per l'avversario e di debolezza per Atene, sarebbe stato inopportuno.
Demostene, con questa orazione, voleva far capire agli Ateniesi che occorreva accettare questi accordi di pace, per avere, così, una tregua che consentisse di prepararsi allo scontro definitivo contro le truppe macedoni. Inoltre, secondo l'oratore, bisognava creare un nuovo sistema di alleanze, per accrescere il numero delle truppe che si contrapponevano a Filippo e screditare, davanti al popolo ateniese, coloro che all'interno della Grecia, approvavano la politica espansionistica del nemico.
Con il discorso Sull'ambasceria corrotta, risalente al 343 a. C., Demostene accusò il suo rivale Eschine di essersi fatto corrompere dall'oro offertogli dai Macedoni, durante le trattative di pace. Lo scopo di questa orazione era quello di accusare Eschine di aver tradito la propria patria, pur di ottenere ingenti ricchezze. Eschine replicò a questa accusa, componendo un discorso con il medesimo titolo, in cui attribuiva la responsabilità di tutta la vicenda a Filocrate e chiamava in causa Demostene. Eschine fu assolto per pochi voti; Filocrate fu condannato a morte, ma riuscì a salvarsi fuggendo in esilio. Questa orazione è piuttosto lunga e caratterizzata da estrema violenza e risentimento nei confronti dell'avversario; è inoltre piena di pungente sarcasmo, di veementi invettive, di interrogative, di appelli enfatici ai giudici, di citazioni di testi poetici e di caricature di Eschine, il quale viene spesso messo in ridicolo e apostrofato con termini crudeli che evidenziano la corruzione, la vendita di sé e il servilismo.
La ripresa delle ostilità contro Filippo è la tematica fondamentale dell'orazione Per gli affari del Chersoneso, composta nel 341 a. C., in risposta alle richieste di richiamo dello stratego Diopite, colpevole di aver commesso nefandezze contro la città di Cardia e di aver saccheggiato la costa tracica, soggetta ai Macedoni. In questo discorso, Demostene sosteneva la necessità di mantenere le truppe ateniesi nel Chersoneso per fermare l'avanzata di Filippo e impedirgli di raggiungere Bisanzio.
Un'altra significativa orazione di Demostene è Sulla corona, pronunciata nel 330 a. C., quando la resistenza antimacedone aveva subito forti colpi, in seguito ai trionfi di Filippo e di Alessandro. Questa orazione fu composta in risposta al discorso di Eschine, intitolato Contro Ctesifonte; quest'ultimo era un tale che aveva proposto di onorare Demostene con una corona di oro, per i servigi resi alla polis ed Eschine si oppose a questa iniziativa. Allora, Demostene replicò alle accuse rivoltegli dal suo avversario, con l'orazione Sulla corona, nella quale rivendicava i suoi meriti nei confronti della patria. Questo discorso si presenta come un'appassionata difesa della sua vita e del suo operato ed è ritenuto uno dei più grandi capolavori dell'oratoria. L'orazione è incentrata sulla rievocazione dei ricordi, ma senza dolcezze né rimpianti per gli eventi ormai passati.
La parte più significativa di questa arringa è il grandioso flash-back, in cui vengono rievocati e passati attentamente in rassegna i fatti e i personaggi del passato. Grazie a questa orazione, Demostene non solo ottenne la corona come premio dei suoi meriti verso la patria, ma riportò anche un'importante vittoria contro le pesanti accuse di illegalità di lo aveva incolpato Eschine. Questo discorso è inoltre considerato come il riconoscimento dell'eroismo del difensore della libertà di Atene e di tutta la Grecia. È evidente, nell'arringa, l'abilità di Demostene nel sorvolare sulle valide tesi giuridiche del rivale, concentrandosi essenzialmente sul piano politico; anche per questo motivo, tale discorso è considerato come la somma dell'anima e dell'arte di questo grande oratore.
Uno dei nuclei più consistenti dell'orazione è la denigrazione di Eschine, il quale è ritenuto inferiore da Demostene, per la sua condizione sociale, per la sua crudeltà e spregevolezza, per la sua avidità di denaro che l'aveva spinto perfino a tradire la patria. Quando Demostene traccia un ritratto negativo di Eschine, ricorre a un pungente sarcasmo, che investe l'estrazione sociale del suo avversario, la sua cultura, i suoi parenti, la sua famiglia e le vicende della sua vita passata. Gli epiteti con i quali viene descritto Eschine sono attinti dal repertorio aristofanesco e hanno lo scopo di metterlo in ridicolo.
Dal punto di vista poetico, bisogna menzionare qualche pagina narrativa; si ricorda, in particolare, la descrizione di Atene dopo la notizia della conquista di Elatea. In queste pagine, viene rievocato in maniera piuttosto realistica, il trambusto che si verificò ad Atene, seguito dalla convocazione dell'assemblea, nella quale la notizia è ripetuta come l'enunciazione di un messaggero di una tragedia, a un coro di personaggi sbigottiti. La voce dell'araldo viene paragonata, da Demostene, alla voce della patria che chiede un consiglio per la salvezza, ma si scontra contro l'impotenza dei cittadini. La lingua adoperata da Demostene nei suoi discorsi è l'attico puro del suo tempo.
Nelle orazioni Demostene/eniche compaiono spesso parole e locuzioni familiari, a cui si aggiungono talvolta termini desunti dal linguaggio comico e neologismi; sono molto numerosi i sostantivi astratti, i participi e gli infiniti sostantivati. Inoltre, sono abbastanza frequenti le immagini, le metafore e i paragoni. La collocazione delle parole all'interno del periodo è subordinata al concetto; infatti, la parola più importante viene posta all'inizio o, come accade più frequentemente, alla fine della frase.
I periodi delle orazioni Demostene/eniche hanno un'ampiezza variabile e presentano una grande libertà nell'uso della subordinazione, della giustapposizione e dei participi appositivi o assoluti. Inoltre, sono piuttosto frequenti le apostrofi, le interrogazioni con ritmi incalzanti e i dialoghi con interlocutori immaginari. L'oratore ricorre spesso, soprattutto nelle invettive ai suoi rivali, al sarcasmo e all'ironia.