Opere di Polibio (II° parte)

Di Redazione Studenti.

Polibio è lo storico più importante che parla di storia universale; una delle caratteristiche più importanti dell'opera polibiana è quella di essere una storia universale, che intende abbracciare gli eventi di tutti i popoli nella loro interdipendenza e nelle loro relazioni.

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Per Polibio, sono fondamentali le virtù di ogni persona, che, quando giovano allo Stato, devono essere necessariamente imitate anche dagli altri cittadini e diventano, in questo modo, mores. Da qui deriva il valore delle istituzioni, con cui Polonio identifica le sorti dei popoli. Lo storico, inoltre, dedica un grande interesse anche alla milizia: la preparazione e la realizzazione delle operazioni militari sono descritte in maniera minuziosa e precisa, e la battaglie sono ricostruite in tutti i loro aspetti e in tutte le varie fasi.
Dopo le numerose conquiste di Alessandro Magno e con l'approssimarsi dell'età ellenistica, si erano allargati non solo i confini geografici, ma anche gli orizzonti storiografici; già Eforo, uno storico precedente a Polibio, aveva abbozzato un primo tentativo di storia universale; il suo criterio era stato quello di suddividere tutta la materia trattata in unità tematiche prive di un "centro", che iniziavano a narrare gli avvenimenti storici cronologicamente più lontani e man mano arrivavano a trattare gli eventi più recenti. La formula di Polibio è diversa da quella di Eforo, in quanto, nell'opera polibiana, non c'è l'autonomia delle tematiche, ma la loro integrazione in una struttura ben definita; inoltre, l'opera di Polibio non presenta un'aggregazione di parti, ma una sintesi. L'universalità di cui parla Polibio viene definita "organica", perché ha come modello l'organismo umano: come il corpo umano, anche la storia ha bisogno di un principio vitale capace di dare unità e compattezza ai vari elementi disarticolati.
Lo storico deve svolgere al meglio il suo compito, analizzando le cause, confrontando i fatti e interpretarli correttamente; oltre a questo, però, è necessaria una visione del mondo, come quella che si diffonde a Roma dopo la vittoria contro Annibale. Da questo momento, lo spirito di conquista romano e la sua realizzazione unificano sempre di più i territori del Mare Mediterraneo ed elaborano il concetto di historia rerum gestarum. Nella sua opera, Polibio adotta un criterio di universalità che supera la frammentaria struttura di Eforo, la quale spesso si frantuma in monografie a se stanti e distaccate dal resto della narrazione. L'opera polibiana differisce dalle consuete opere universali che integrano le vicende storiche con miti escatologici e teologici e con elementi meravigliosi. Il fulcro della narrazione polibiana è l'affermazione di Roma, della quale lo storico analizza i geniali istituti militari, l'armonica fusione di forme di governo e di classi, di ardimento e di temperanza, di calcolo e di entusiasmo, l'incontro fra uomini di grande cultura e popoli rozzi, i numerosi successi e le tappe verso un'egemonia consolidata e senza rivali. Polibio abbandona le illusioni del particolarismo e considera come Stato ideale, quello romano, caratterizzato dalla mescolanza e dall'aggregazione di popoli differenti.
Il significato più profondo dell'opera polibiana consiste nell'individuazione e nella comprensione dei fattori che hanno reso Roma così grande e potente e le hanno permesso di conquistare e di sottomettere quasi tutto il mondo. Questa prodigiosa espansione romana è, secondo Polibio, strettamente collegata all'ordinamento costituzionale interno; da questa considerazione, deriva l'ampio excursusdel libro VI sui vari generi di costituzione. In questo excursus, Polibio menziona importanti storici e filosofi, come Senofonte e Platone, e inserisce la costituzione romana nel dibattito riguardante le varie forme di governo che erano state in vigore in Grecia, a partire dal logos tripolitikòs di Erodoto, fino ad arrivare alla speculazione post-aristotelica. L' excursus inizia con la suddivisione delle forme costituzionali in monarchia, aristocrazia e democrazia. Polibio afferma che queste forme di governo sono da un lato positive, dall'altro, invece, nel corso del tempo, subiscono per natura una trasformazione e sono soggette a una degenerazione; come gli organismi umani e le cellule vegetali, tutte le forme di governo, anche quelle che in apparenza sembrano perfette, subiscono un processo composto da tre fasi: nascita, sviluppo e decadenza.
Quindi, la monarchia degenera in tirannide, l'aristocrazia in oligarchia e la democrazia in oclocrazia, ossia nel dominio delle masse popolari; a questo punto, ricomincia tutto da capo e le forme costituzionali si ripetono in un ritorno ciclico, detto anakyklosis. Secondo Polibio, la costituzione romana si inserisce in modo anomalo in questo ciclo, in quanto non si identifica con nessuna delle semplici costituzioni, ma può apparire come una monarchia, come un'aristocrazia o come una democrazia, a seconda che si considerino i poteri dei consoli, del senato o del popolo; quindi, la costituzione romana è differente dalle altre, perché comprende contemporaneamente, l'elemento monarchico, quello aristocratico e quello democratico. Nessuno dei tre poteri può operare autonomamente, ma ognuno è strettamente legato agli altri e controlla le loro sfere di influenza; ciò impedisce a ognuno dei tre poteri di affermarsi in modo assoluto. La costituzione romana, come quella creata a Sparta da Licurgo o quella esistente a Cartagine, è definita, dunque, una "costituzione mista".
È difficile stabilire se la costituzione mista romana fosse destinata a subire lo stesso processo degenerativo riscontrato nelle costituzioni semplici, in quanto il pensiero di Polibio a questo riguardo, non appare molto chiaro: a volte lo storico sostiene che l'equilibrio dei poteri realizzato dalla costituzione mista possa garantire al governo romano una stabilità duratura e senza fine; altre volte, invece, Polibio afferma che la legge di distruzione e di morte che domina l'universo non ammette eccezioni e quindi, prima o poi colpirà anche la costituzione romana, anche se sembra perfetta. Per quanto riguarda questa divergenza di idee, alcuni storici hanno sostenuto che si tratta di un'evidente contraddizione, altri hanno affermato che Polibio ha mutato la sua concezione, in seguito agli sconvolgimenti dovuti ai moti rivoluzionari dei Gracchi; probabilmente, si tratta solo di una diversità di prospettive, in quanto Polibio non sa se la costituzione romana avrà un breve o lungo termine, ma è certo che essa sarà comunque soggetta al processo degenerativo. Alla fine dell' excursus, infatti, Polibio, anche se solo a livello di previsione, traccia il quadro del crollo finale dello Stato romano, criticando la corruzione dei costumi e l'avvento delle masse popolari al potere.
Lo storico afferma che nell'Impero, stavano emergendo pian piano alcuni segni di involuzione: dai municipi si facevano avanti uomini privi di tradizioni familiari, come Catone, il quale era riuscito a soppiantare personaggi illustri; iniziavano a verificarsi le rivolte degli schiavi e dei poveri; due giovani tribuni di origine patrizia, Tiberio e Caio Gracco, erano riusciti a mettere in crisi l'autorità del senato e, con le loro riforme, avevano provocato il terrore fra i membri dell'aristocrazia. Lo stile di Polibio è piuttosto ostico; molti studiosi hanno affermato che, a causa dell'aridità della sua forma, egli è leggibile in tutte le lingue tranne che nella propria. Polibio disprezzava la retorica, ma questo non gli ha impedito di elaborare un'accurata ricerca stilistica; le pagine della sua opera, però, rivelano una grande impotenza espressiva. La lingua adoperata da Polibio, la koine, è stata paragonata al linguaggio delle cancellerie e il suo stile a quello degli opifici o delle caserme. Nell'opera polibiana, si riscontra un uso eccessivo di sostantivi astratti, di endiadi, di termini generici, di perifrasi: queste sono prove di un'evidente imprecisione nella forma. Il racconto risulta piuttosto monotono, banale e pedante; la lettura è spesso difficile e sgradevole.