Opere di Platone (II° parte)

Di Redazione Studenti.

Nella sua vasta mitografia si consideri anche il mito della caverna e il mito di Er.

Platone: Indice
Vita - Contesto Storico - Opere - Approfondimenti

Le maggiori opere di Platone sono:
Dialoghi, Critone, Protagora, Simposio, Fedone, Fedro

Il Simposio tratta di un banchetto al quale partecipano diversi personaggi, fra cui spicca la figura di Socrate che è l'ultimo a parlare. Durante questo banchetto organizzato da Agatone, si discute sull'amore e ognuno esprime la propria concezione dell'Eros. Quando Aristofane sta per iniziare il suo discorso, giunge Alcibiade che, completamente ubriaco, è sostenuto a fatica da una flautista. Egli appare come un personaggio egocentrico e indiscreto, che si elegge re del simposio e antepone il suo elogio di Eros agli altri già pronunciati. Alcibiade stesso può essere considerato come la personificazione dell'eros avido di possesso esclusivo e furente di gelosia, mentre Socrate rappresenta l'ideale pedagogico dell'eros, caratterizzato dall'umiltà e dall'altruismo.

Il Fedone ha per argomento la catastrofica vicenda di Socrate. Compare, in quest'opera, una descrizione piuttosto dettagliata delle azioni del corpo: l'ultimo lavacro, l'effetto del veleno nelle membra, il coprirsi e scoprirsi di Socrate poco prima di morire, il serrargli la bocca e gli occhi sbarrati. L'azione è scandita da alcune informazioni temporali e orarie: l'ora del bagno, successivamente, dopo un lungo intervallo, l'avvicinarsi del tramonto, l'ora del farmaco. Socrate è rappresentato mentre, con grande tranquillità, cammina, parla e beve, non temendo affatto la morte. Platone descrive, in quest'opera, anche i discepoli di Socrate mentre, attoniti, parlano fra loro e nascondono a stento le lacrime. È menzionato anche Critone, il cerimoniere impegnato nelle importanti mansioni che il momento richiede, angosciato e terrorizzato per la triste sorte di Socrate. Anche personaggi meno rilevanti come il messaggero e l'uomo del farmaco sono contrassegnati da caratteristiche specifiche: il primo si vergogna del suo compito ingrato nei confronti di un uomo dall'animo tanto nobile, si scusa con Socrate e, sopraffatto dal dolore, corre via piangendo; il secondo, invece, è caratterizzato da una fredda esperienza tecnica, quasi disumana. L'opera si conclude con il suicidio di Socrate, il quale si toglie la vita ingerendo la cicuta. Egli, poco prima di morire, esorta i suoi discepoli a non infrangere mai l'armonia; questo è ritenuto l'esempio di una morte esemplare.

Per quanto riguarda la vasta mitografia platonica, è importare menzionare due famosi passi della Repubblica: il mito della caverna e il mito di Er.
Il primo ha come sfondo una scenografia aspra e cupa: una spelonca rupestre immersa nell'ombra; da un varco di questa grotta, in alto, filtra la luce solare. In questa caverna, si trovano degli uomini che, immobili e in catene, sono seduti con le spalle alla luce. Essi della realtà non vedono nulla, se non labili giochi di ombre. Questi uomini credono, osservando le ombre che si profilano dall'esterno della spelonca, di vedere la realtà effettiva, ma si tratta solamente di una fatua illusione. Il senso di questo mito è chiaro: come le ombre del mitico mondo della caverna costituiscono una vana illusione, così è illusoria e ingannevole la realtà.
Nel secondo mito, Platone racconta che un prodigio trafuga dal corpo l'anima di Er, un soldato morto, e la rende spettatrice dei misteri di tutte la anime.
C'è dunque, in questo mito, un riferimento allo scenario dell'aldilà: un prato, delle profonde voragini, una colonna di luce iridescente, un enorme fuso, spole variopinte che ruotano, il terreno pieno di "modelli" (le vite da scegliere), un fiumicello, tuoni insistenti, la terra incolta e calda. Poi appare il narratore che osserva e racconta; l'ambiente si popola di svariate figure: anime che giungono dal basso e dall'alto, peccatori tormentati, personaggi storici ed eroi mitologici, le Sirene, le Parche, i diavoli infuocati, la Necessitas, il profeta; vengono menzionate anche metamorfosi fantasiose.

Il Fedro è ambientato nella campagna attica. Fedro è un giovane che trova un farmaco grazie al quale riesce a convincere Socrate a seguirlo fino alle rive del fiume Ilisso. Qui, il filosofo viene a contatto con la natura e inizia ad ammirarne, con uno sguardo quasi incantato, tutti gli elementi: i freschi odori e i variopinti colori dei fiori, il frinire delle cicale, la limpida acqua del fiume, l'erba verde del prato e gli alberi rigogliosi. Il contatto con la natura è qui considerato quasi mistico, in quanto Socrate non si limita semplicemente a osservare l'ambiente naturale, ma lo contempla in maniera incantata ed estasiata, avvertendo una sensazione di libertà, di evasione e di allontanamento da parte dell'anima nei confronti della quotidiana vita terrena. Quest'opera è caratterizzata da lunghe descrizioni poetiche dell'ambiente naturale, che la accostano al Paradiso di Dante; il Fedro è ritenuta, in questo senso, l'opera più elevata e sublime di Platone.
Dallo studio e dall'analisi delle opere di Platone, emerge che egli ha uno stile molto duttile caratterizzato da svariati elementi: a una gravità rigida e sostenuta si contrappone la grazia, alla regolarità del periodo si oppone la presenza dell'anacoluto, al linguaggio popolare si uniscono le citazioni letterarie, il parlato vivido e schietto si accompagna all'entusiasmo delle emozioni e delle sensazioni. Questa duttilità di stile è sempre caratterizzata dall'armonia dei pensieri e da una completa padronanza della forma.