Opere di Lisia (II° parte)

Di Redazione Studenti.

In una realtà così degradata e corrotta, emerge un grande desiderio di giustizia, di libertà, di pace, di concordia, di moderazione; desiderio espresso sempre in maniera malinconica e poco speranzosa.

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In una realtà così degradata e corrotta, emerge, da parte dell'oratore, un grande desiderio di giustizia, di libertà, di pace, di concordia, di moderazione; questo desiderio è espresso sempre in maniera molto malinconica e poco speranzosa.
Accanto alla sottigliezza sofistica piuttosto particolareggiata, appresa dai maestri siciliani, è presente, nei discorsi lisiani, anche la ricerca della concretezza, la quale si esplica mediante un'attenzione sempre vigile per gli aspetti e le circostanze ambientali e per le figure di ogni tipo. Nelle sue orazioni, Lisia mette in evidenza soprattutto la profonda crisi che gravava sulla città di Atene, sconvolta dai contrasti, dalla confusione, dalle risse notturne per le strade. I personaggi sono caratterizzati da un linguaggio specifico, tipico del loro ceto sociale; quello di attribuire ad ogni personaggio un linguaggio caratterizzato da una terminologia ben precisa e aderente al suo ceto, è ritenuto uno dei maggiori pregi di Lisia.
La caratteristica principale dello stile di Lisia è la densità espressività adoperata in maniera molto semplice e chiara. Nei discorsi lisiani, che risultano quasi sempre fluidi, le parole hanno un rilievo e un significato che le rendono insostituibili. Dionigi di Alicarnasso attribuiva allo stile lisiano, la purezza della lingua, la semplicità, la chiarezza, la brevità e la vividezza della rappresentazione. La purezza attica e la semplicità di Lisia si riscontrano nell'uso corretto e appropriato di ogni parola, in base all'uso del suo tempo, e nella mancanza di termini arcaici o di stile aulico ed elevato. Compaiono, nelle orazioni che narrano argomenti più impegnativi, alcune parole rare o poetiche e termini più elevati che si adattano ad un contesto specifico, ma di solito, i concetti sono espressi con parole semplici e comuni. Ne deriva un lessico caratterizzato da massima precisione, che unisce semplicità e chiarezza; quest'ultima è accentuata anche dall'uso limitato del linguaggio figurato. Le figure retoriche che ricorrono più spesso nelle orazioni di Lisia sono quelle solitamente adoperate anche nel parlato quotidiano: l'iperbole, la metafora, la prosopopea, invece, altri artifici retorici meno comuni compaiono solo occasionalmente.
Lisia predilige la brevità e la ricerca sia nella struttura delle frasi, sia nell'esposizione del contenuto. Alcune caratteristiche tipiche delle orazioni lisiane sono: la corrispondenza delle frasi in lunghezza(?s?????a), la corrispondenza precisa di vocaboli(a?t??et??) e la corrispondenza fonica di parole fra loro(pa??µ????). Il periodare di Lisia non è uniforme; infatti, si riscontrano delle differenze fra i discorsi scritti per la cause private e quelli scritti per i processi pubblici; anche all'interno di uno stesso discorso, le parti narrative si distinguono dalle altre per il modo in cui le proposizioni si legano fra loro. Nei proemi, nella discussione delle prove e negli epiloghi, Lisia ricorre a periodi più ampi e simmetrici; invece, le parti narrative sono caratterizzate dalla successione di frasi brevi e spesso, anche dalla presenza dell'anacoluto. Nei discorsi epidittici, compaiono più spesso, rispetto a quelli giudiziari, gli artifici retorici e periodi più elaborati.
Una qualità importante dell'oratoria lisiana è l' ethopoiia, un termine coniato da Dionigi di Alicarnasso per indicare la capacità di creare per ogni cliente delle caratteristiche tipiche, dei tratti particolari e un preciso carattere da presentare alla giuria, ossia gli elementi su cui fondare la credibilità delle ipotesi di accusa o di difesa. Gli elementi di caratterizzazione individuale, dunque, erano sempre subordinati allo scopo persuasivo, su cui si basava tutta l'attività del logografo; infatti, Lisia si è servito spesso di alcune particolari caratteristiche comportamentali e caratteriali dei suoi assistiti per avvalorare la tesi da difendere. Il modo in cui si esprimono i personaggi delle orazioni lisiane durante i processi in tribunale, è sempre quello tipico dell'oratoria giudiziaria, che è molto differente dal parlato quotidiano.
Non sappiamo come sia avvenuto il drastico ridimensionamento della produzione lisiana che ha ridotto il vasto Corpus Lysiacum originario alle sue dimensioni attuali. Sia Dionigi che il suo contemporaneo Cecilio di Calatte si occuparono del problema dell'autenticità delle opere lisiane, ma non riuscirono a risolverlo completamente. Attualmente, fra le orazioni contenute nel codice Palatino, alcune sono sicuramente spurie, come ad esempio, la VI e la XX, altre sono dubbie, come la II e la IX e altre ancora, ritenute sicuramente autentiche da Dionigi e Cecilio, sono andate perdute.
Il problema dell'autenticità di molte orazioni di Lisia è stato analizzato dai critici antichi e moderni, i quali hanno tentato di elaborare un criterio sicuro che consentisse di stabilire con assoluta certezza la paternità lisiana. Ad esempio, Dionigi di Alicarnasso si basava sull'inconfondibile ?????(grazia) tipica dello stile di Lisia, ritenuta dallo studioso, un criterio valido per distinguere la orazioni lisiane da quelle spurie; invece, Benseler si basava sulla tendenza a evitare lo iato e Blass analizzava lo stile, soprattutto per quanto riguarda il problema dell' Epitafio.
È importante considerare come nascevano e si diffondevano i discorsi giudiziari nell'Atene di quell'epoca. A questo proposito, è di grande aiuto il contributo dello studioso Dover, il quale, insieme a Wilamowitz, si è chiesto come venissero messe in circolazione le orazioni giudiziarie, dal momento che si trattava di discorsi scritti per cause private che difficilmente avrebbero suscitato l'interesse dei lettori. Lo studioso ha inoltre analizzato le relazioni esistenti fra il cliente e il logografo, i quali collaboravano nella preparazione del discorso; egli ha ipotizzato anche che nei testi delle orazioni in nostro possesso, coesistano lo stile del logografo e quello del cliente.
Quest'ultimo, a cui rimaneva una copia del discorso acquistato, successivamente, poteva anche intervenire su esso, modificarlo e poi metterlo in circolazione; così, le orazioni risulterebbero spurie, in quanto sarebbero differenti dalla versione originaria. Le ipotesi di Dover sono state ridimensionate da Usher, secondo il quale le testimonianze antiche presentano sempre il logografo come il protagonista assoluto della composizione del discorso e questo escluderebbe quindi, una manomissione del testo, da parte del cliente.
All'inserimento di opere spurie nel Corpus Lysiacum, avranno contribuito sicuramente anche i librai, presso i quali circolavano numerosi fasci di rotoli su cui essi preferivano scrivere, anche se falso, il nome di un celebre oratore come Lisia, piuttosto che quello di un oratore minore. Possediamo poche notizie riguardanti l'ordine in cui le orazioni lisiane sono state tramandate nei manoscritti medievali.
Alcuni elementi fanno intendere che la raccolta si sia formata basandosi su più antiche divisioni fondate sul genere legale della causa, ma la silloge presenta molte contraddizioni che non consentono agli studiosi di elaborare una conclusione con assoluta certezza. Secondo alcuni studiosi, l'ordine delle orazioni di Lisia si basa su affinità tematiche superficiali; per questo motivo, alcuni discorsi sono stati collocati vicini, pur riguardando cause differenti. Per esempio, le orazioni XXII e XXIII affrontano tematiche differenti, ma hanno in comune il fatto che gli accusati non sono Ateniesi; anche le orazioni XIV e XVI riguardano tematiche diverse, ma in entrambi i casi si parla del servizio militare fra i cavalieri.