Lucano: le opere

Di Micaela Bonito.

Descrizione de: Bellum civile o Pharsalia, l'opera più importante di Lucano

Lucano: Indice
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L'unica opera pervenuta di Lucano:

- Bellum civile o Pharsalia

L’unica opera pervenuta è il Bellum civile o Pharsalia interrotta al libro X.
Della sua ricca produzione giovanile ci rimangono alcuni titoli e frammenti. Essa comprendeva un poema sulla guerra di Troia, l’Iliacon; una tragedia sul personaggio di Medea; alcuni libretti per pantomime (fabulae salticae: si trattava di rappresentazioni consistenti nella lettura con accompagnamento musicale, da parte di un attore, di un testo poetico, mentre un secondo attore mimava l’azione descritta dal primo); un’opera intitolata Silvae, cioè componimenti di vario genere scritti in metro diverso; alcuni epigrammi e due orazioni sul modello delle controversiae.
Durante i Neronia, gare quinquennali di poesia, eloquenza e musica, istituite da Nerone e celebrate per la prima volta nel 60, l’autore compose delle Laudes Neroni, e un Orphèus. Più tardi, quando i rapporti con l’imperatore si rovinarono, rivelò in un carme d’invettiva le malefatte del principe e dei suoi cortigiani.

IL BELLUM CIVILE (Pharsalia)

I Pharsalia (da Farsalo, la città dove Cesare sconfisse Pompeo nel 48 a.C.), si rifanno alla tradizione del grande poema epico: l’opera viene pubblicata circa 80 anni dopo l’Eneide, che aveva fissato i caratteri del genere epico, che invece Lucano rovesciò e rivoluzionò.
Se Ennio e Virgilio, infatti, avevano scritto per celebrare la grandezza di Roma, Lucano descrisse invece il declino della civiltà romana; se Virgilio, che scrive al tempo di Augusto, esalta il Principato (l’Impero), con Lucano si riscopre la forma repubblicana di governo con i suoi valori ( mos maiorum); se per Virgilio sarebbe dovuta tornare un’età dell’oro (Bucolica IV), con Lucano si era aperta un’epoca di rovina e di decadenza.
Se il protagonista dell’Eneide il pius Aenea è un vero eroe, la dimensione eroica viene a mancare nel poema lucaneo: infatti, neppure Cesare riesce a coprire questo ruolo, anzi, semmai, viene visto come un anti-eroe, né tanto meno Pompeo, che appare incerto e insicuro e nemmeno Catone l’Uticense, pessimista sulla utilità del suo impegno.
Con il Bellum civile, quindi, Lucano volle coscientemente distanziarsi dall’epos virgiliano, che narrava racconti mitici, per riprendere la tradizione arcaica, quella di Nevio e di Ennio, dell’epica come narrazione di fatti storici.

Il fine che si pone Lucano è quello di celebrare la tradizione repubblicana e i suoi eroi, ma anche di narrare quelle vicende che portarono alla fine della libertas e gettarono il seme del futuro dispotismo.
I poemi latini dell’antichità presentavano una concezione della storia diversa, poiché in essi era presente in modo rilevante l’intervento della divinità nelle vicende umane: in Lucano, invece, non solo si trova enunciata la teoria secondo cui gli dei sono favorevoli alla causa del vincitore e non a quella più giusta, ma si giunge ad affermazioni ancor più radicali: nel VII libro si nega l’esistenza della divinità, nell’VIII si criticano apertamente le più note tradizioni religiose.
Il rifiuto di prestar fede ai miti tradizionali deriva dalla particolare impostazione del poema, che è più storica che encomiastica, sulla quale pesa l’adesione alla filosofia stoica. Ciò non significa che nel poema non ci sia spazio al soprannaturale: esistono episodi in cui è presente la magia, che si accorda meglio con il gusto lucaneo per l’orrido e il macabro. Famoso è l’episodio in cui la maga Erichto, nel campo di Farsalo fa resuscitare un soldato per sapere la sorte delle armate pompeiane.
Il poema lucaneo è in X libri, di cui l’ultimo incompleto perché si ferma al soggiorno di Cesare in Egitto, ma è verosimile che dovesse continuare fino alla morte di Cesare.
L’opera si apre con un elogio a Nerone, che è considerato dal poeta l’ispiratore della sua opera. Nei libri I-VII vengono narrati gli antefatti dello scontro, il passaggio del Rubiconde da parte di Cesare, la fuga dei senatori fino allo scontro risolutivo A Farselo e la morte di Pompeo. Nei libri VII-X la vicende prosegue con le vicende di Catone e il soggiorno egiziano di Cesare.
Con ogni probabilità, la parte iniziale del poema rispecchia una posizione ancora moderata di Lucano: lo mostrano l’elogio al principe e l’equilibrato ritratto dei due contendenti Cesare e Pompeo. È possibile che i toni repubblicani siano stati accentuati dopo la rottura con Nerone; tuttavia il giudizio di alcuni studiosi che esisterebbe una differenza d’ispirazione fra le due parti del poema non è accettabile: il fine al quale il Bellum civile tende è unico e consiste nell’esaltazione dei valori repubblicani, che erano stati politicamente sconfitti a Farselo, contro il dispotismo.
Proprio per questo la figura di Catone, (il fiero avversario di Cesare,che pur di non sottostare ad un regime autocratico e liberticida, preferì morire suicida a Utica) primeggia moralmente al centro del poema, perché egli è rappresentato come il depositario della virtus, al di sopra delle parti; egli è il vero antagonista sul piano etico di Cesare.
Più complesso risulta il personaggio di Pompeo. Egli appare come un personaggio positivo, colui che prende le armi contro Cesare per difendere la libertas, ma vive un’ambiguità di fondo.
Lucano ne giustifica le azioni, fino a farne un personaggio sensibile e pensoso, conscio delle proprie responsabilità, diventa quasi un martire della causa repubblicana. Ma questa è l’esito finale dell’evoluzione del personaggio, che all’inizio del poema il poeta presenta spinto a combattere per il desiderio di gloria e per interessi personali. La sua morte è solo il segno della distruzione e della fine di Roma: la sua testa troncata ricorda quella del vecchio Priamo, tagliato dalla furia di Pirro nell’Eneide: ma mentre la morte di Priamo acquista un senso nel disegno della Provvidenza, quella di Pompeo non ne ha alcuno.
Nel X libro Cesare visita la tomba di Alessandro il Macedone: il generale e il re macedone sono accostati dal poeta, perché entrambi appartengono alla razza maledetta dei dominatori. In questo senso, Lucano capovolge un topos dell’ideologia del principato, che vedeva in Alessandro Magno un modello di sovrano positivo e quindi da imitare. Lucano smaschera il carattere di tale identificazione: Cesare vede in Alessandro non solo il valente generale, che sconfisse i popoli d’Oriente, creando l’unico dominio in grado di stare alla pari con quello di Roma, ma soprattutto vide il sovrano assoluto, che accentra nelle sue mani tutto il potere.
È proprio perché comprende il legame tra il dispotismo dei Cesari e quello dei sovrani ellenistici che Lucano oppone ad essi Catone come difensore della libertas: egli è la personificazione delle virtutes più tipicamente romane, ed è l’uomo che non combatte per il potere personale, ma per evitare che la repubblica cada in mano ad un uomo solo.