Opere di Teocrito 1/2

Di Redazione Studenti.

Tra le opere più famose: Idilli, Talisie, La Zampogna, Teogonia, Mietitori, Ciclope...

Teocrito: Indice

Sotto il nome di Teocrito ci sono giunti trenta Idilli, non tutti di sicura autenticità, ventiquattro Epigrammi, pochi frammenti di altri componimenti e un carme figurato intitolato La Zampogna, che, con i suoi versi sempre più brevi, riproduce visivamente l'immagine dello strumento musicale da cui deriva il titolo di questa composizione. Gli Idilli costituiscono indubbiamente l'opera maggiore di Teocrito; il termine "idillio" deriva da eidyllion, che è il diminutivo del vocabolo greco eidos, il cui significato è "forma" o "aspetto". Il termine "idillio" non è teocriteo e originariamente significava "quadretti"; successivamente, questo vocabolo assunse il significato di "bozzetto" o "breve componimento". La parola "idillio" esisteva anche nelle epoche precedenti a Teocrito ed era adoperata per indicare genericamente i componimenti poetici. Degli Idilli teocritei, nove sono ritenuti spuri o di dubbia autenticità; gli altri vengono generalmente suddivisi, in base al contenuto e alle tematiche, in: carmi bucolici (I, Tirsi; V, Il capraio e il pastore; VI, Pastori poeti; VII, Talisie; X, Mietitori; XI, Ciclope), mimi (II, Incantatrice; XIV, L'amore di Cinisca; XV, Siracusane), epilli (XIII, Ila; XXIV, Eracle bambino), encomi (XVI, Grazie; XVII, Encomio di Tolomeo), carmi lirici.

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La lingua adoperata negli Idilli è il dialetto dorico, il quale risulta piuttosto composito, sia per gli influssi siciliani di origine letteraria, fra cui spiccano soprattutto quelli di Sofrone, sia per l'intrusione di forme epico-ioniche ed eoliche; il metro utilizzato è l'esametro, tranne che per gli Idilli XII, XVI, XVII e XXII, che sono scritti in distici elegiaci, e per gli ultimi tre, definiti carmi eolici, che sono appunto composti in metri eolici; inoltre, gli ultimi tre carmi non sono scritti in dialetto dorico, ma in dialetto eolico. La varietà dei componimenti e delle strutture (ad esempio, alcuni carmi bucolici si possono definire anche mimi) non dipende tanto dal fatto che il termine "idillio" indicasse probabilmente solo un generico "quadretto" descrittivo, quanto piuttosto dal fatto che la nuova poesia alessandrina era caratterizzata dalla varietà delle forme e dalla miscela dei generi e dei metri. Molti studiosi si sono chiesti se gli Idilli hanno la loro origine nella vita reale dei pastori o sono soltanto il risultato di una finzione letteraria nata nel clima di evasione e di gioco tipico dell'età ellenistica. Lo studioso Hempel, alla fine del secolo scorso, individuò in alcuni pastori degli Idilli, dei poeti realmente esistiti e immaginò che Teocrito fosse un boukòlos, ovvero un "bovaro" e un "pastore" al tempo stesso, cioè un poeta travestito da pastore e avente il nome di un pastore, che vagava, insieme ad altri poeti, per campi e boschi, intonando i suoi canti.

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Altri studiosi hanno cercato di trovare una conferma a questa intuizione, in una specie di sodalizio poetico esistente a Cos, di cui facevano parte Filita, Asclepiade e lo stesso Teocrito; di questo sodalizio poetico, Teocrito parla nelle Talisie. La teoria secondo la quale la poesia pastorale deriva dalla "mascherata bucolica" è diventata quella più diffusa e più attendibile. Attualmente, però, accanto alla teoria della "mascherata bucolica", si è affermata anche quella degli "agoni pastorali"; alcuni studiosi, infatti, ritengono che l'origine della poesia bucolica sia da ricondurre a veri e propri agoni poetici che si svolgevano nelle campagne, fra i pastori. Gli elementi principali che costituivano questi agoni erano: la presenza di almeno due concorrenti che gareggiavano fra loro, un giudice scelto di comune accordo, la proclamazione di un vincitore e l'assegnazione di un premio. I concorrenti gareggiavano alternandosi nel canto, denominato canto amebeo, che poteva riguardare tematiche libere o stabilite dal giudice; lo schema fondamentale del canto era quello in cui si alternavano una domanda e una risposta; si creava, in questo modo, un rigoroso sistema di corrispondenze e di contraddizioni fra chi proponeva la tematica e chi rispondeva. Un esempio significativo in cui è riprodotto questo schema del canto, è l' Idillio V; in esso, sono presenti tutti gli elementi che costituivano un agone poetico, ma un'attenta analisi strutturale evidenzia la presenza di un sistema di corrispondenze tematiche e formali così raffinato, che può essere stato creato soltanto in una fase avanzata della loro elaborazione. Quindi, bisogna ipotizzare che dai primi agoni pastorali, semplici e rozzi, che avvenivano oralmente, sia trascorso un lungo periodo di perfezionamento, durante il quale si è affermata la tradizione scritta; pertanto, si è verificata un'evoluzione dal semplice agone pastorale al genere bucolico.

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Nell' Idillio VII, anche se si parla di una gara poetica fra Licida e Simichida, non si avverte più lo spirito tipico dell'agone, in quanto non c'è né un giudice di gara, né un premio, e il bastone pastorale, simbolo dell'investitura poetica, viene già assegnato prima del canto. Lo studioso Merkelbach afferma che ciò che nell' Idillio V è ancora imitazione di uso popolare, mimo, tradizione, nell' IdillioVII, è diventato una precisa forma letteraria, ossia il genere bucolico. In questo genere poetico, gli antichi elementi dialogici, avendo perso la loro originaria funzione agonale, vengono impiegati per rappresentare scene di vita campestre o borghese e per delineare le caratteristiche dei protagonisti; l'ambientazione della gara poetica, che inizialmente era appena accennata, assume, successivamente, precise connotazioni paesaggistiche. Tra gli Idilli, quello che presenta il testo più significativo dal punto di vista della poetica, è indubbiamente l' IdillioVII, intitolato Talisie. L'azione si svolge nella campagna di Cos durante la stagione estiva, dopo la trebbiatura. Mentre Simichida, come racconta egli stesso, si reca con alcuni amici dalla città al podere di due nobili cittadini di Cos, per celebrare, in onore della dea Demetra, le Talisie (da cui deriva il titolo di questo idillio), ossia la festa del raccolto, incontra lungo la strada il capraio Licida. Tra i due personaggi nasce subito un dialogo vivace, prima sul motivo occasionale del loro incontro, poi sui poeti amici e infine sui problemi letterari allora in questione, poiché entrambi erano abili cantori di carmi bucolici. Lo scambio di battute fra i due protagonisti, termina con l'invito, accettato da entrambi, ad alleviare la fatica del cammino, offrendo un saggio della loro arte; Licida canta il suo amore per un fanciullo e Simichida, dopo aver accennato brevemente a Mirto, la fanciulla da lui amata, rievoca la contrastata passione omosessuale di un amico. A questo punto, il capraio consegna a Simichida il suo bastone, già precedentemente promesso, come dono delle Muse e quindi simbolo dell'investitura poetica, e poi va per la sua strada, mentre Simichida si reca con gli amici a celebrare le Talisie. Questo idillio si conclude con la rappresentazione di una serena cornice agreste, con la descrizione della festa delle Talisie e con l'invocazione a Demetra affinché torni a sorridere con le mani ricche di spighe e di papaveri. Alla fine di questo idillio, si trova una delle più splendide descrizioni dell'estate che la poesia abbia mai offerto: gli amici di Simichida godono gioiosamente la stagione estiva, l'aria è calda, ma da ogni cosa si sprigiona una fragranza e si distinguono a una a una le varie voci del campo, gli alberi sono ricchi di frutti, il vino rallegra come un nettare favoloso, le ninfe gioiscono insieme agli uomini.

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Il quadro arcadico descritto in questo idillio, presenta numerosi aspetti allegorici; molti studiosi hanno sostenuto che Simichida rappresenta Teocrito; allora, secondo alcuni critici, Licida simboleggia un altro poeta. Attualmente, si tende a cogliere nella figura di Licida, una duplice personalità: quella umana, del capraio, connotata dalla descrizione di elementi realistici, e un'altra, quasi misteriosa, del rappresentante della divinità, caratterizzata dal sorriso stereotipo tipico degli dèi omerici. Quindi, quando Licida consegna il suo bastone a Simichida, se da un lato in qualità di pastore lo consacra poeta della poesia bucolica, dall'altro come "pastore divino" conferisce alla consacrazione un particolare significato soprannaturale. In questo idillio, Teocrito si ispira alla scena della Teogonia esiodea, in cui le Muse, dopo essere scese dall'Elicona, avevano dato ad Esiodo, che stava pascolando le greggi, lo scettro, simbolo dell'investitura poetica. È dunque evidente lo stretto rapporto esistente fra il capraio e le Muse, tra lo scettro offerto dalle Muse ad Esiodo e il bastone pastorale fornito da Licida a Simichida; inoltre, il programma poetico di Teocrito si riallaccia al "vero" di cui aveva parlato Esiodo nella Teogonia. Mentre i poeti che vogliono gareggiare con Omero vengono biasimati perché mirano a realizzare qualcosa che è superiore alle loro forze, Simichida è invece lodato poiché, rifiutando Omero che è considerato troppo elevato, riesce a commisurare la poesia alla sua natura e al suo talento. Secondo Teocrito, la poesia più "vera" è quella bucolica; la scena dell'investitura poetica ha lo scopo di evidenziare che, anche nell'ambito della tradizione esiodea, questa poesia rappresenta un'assoluta novità e quindi, egli può essere considerato come l'inventore ( euret?s) di un nuovo genere letterario.

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La "verità" di cui parla Esiodo non è la stessa di Teocrito: la prima è una semplice rappresentazione impersonale della vita campestre, la seconda, invece, è una mediazione fra realtà e poesia; la prima si contrappone ai miti di Omero, la seconda alle teorie di Aristotele, il quale, parlando della mimesi, esclude dalla rappresentazione artistica il particolare e il soggettivo, poiché li considera elementi di non-poesia. Uno dei cardini fondamentali della poesia teocritea è il concetto di al?theia (verità), accanto al quale compare quello di asychia (tranquillità); l' al?theia è l'essenza della poesia e l' asychia rappresenta il fine a cui tende il canto. In questo concetto, convergono sia l'antica funzione catartica dell'arte, sia il nuovo ideale della filosofia epicurea, che mira a conseguire la serenità interiore con una vita appartata, a contatto con la natura e con le gioie dell'amicizia. Negli idilli teocritei, non esiste più la lotta per la soddisfazione dei bisogni essenziali della vita; il sentimento dominante è quello della tranquillità e della festa. La vita dei contadini non è più connotata dal faticoso lavoro nei campi, ma da un paesaggio caratterizzato dalla ricchezza di frutti, dallo splendore dei colori, dalla precisazione delle sensazioni visive, udite, olfattive e tattili, tutti elementi che non compaiono nell'opera esiodea. La realtà mantiene ancora una sua concretezza, ma l'atmosfera che la avvolge è quella di un mondo rarefatto, idealizzato ed evasivo.

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Quadri simili a quello delle Talisie sono presenti in numerosi idilli, nei quali sono descritti luci, colori, suoni, rumori, scorci panoramici. Solitamente, negli idilli, sono due gli elementi essenziali: la natura e l'uomo. L'uomo con i suoi canti, le sue preoccupazioni, i suoi amori felici e infelici, occupa indubbiamente una posizione determinante; la natura funge da cornice e da sfondo per la azioni umane; essa non appare mai fredda e statica, ma sempre fresca e intatta. Non esiste, negli idilli teocritei, la natura morta, ma è sempre rappresentato il quadro di una scena particolare o di un momento di vita campestre, sentito con estrema immediatezza. Queste caratteristiche sono presenti, ad esempio, nell'idillio intitolato Mietitori. All'inizio di questo idillio, l'attenzione si concentra subito sui due mietitori dialoganti, ma, dopo alcune battute, viene descritto anche il paesaggio: sotto il sole cocente dell'estate si distendono i campi di grano e le spighe mature sono raccolte dai mietitori; i covoni maturi sono disposti ordinatamente sulle stoppie.
Il dialogo tra i protagonisti evidenzia i loro stili di vita, ormai divisi da un diverso destino; Buceo, da quando Bombica, la donna da lui amata l'ha lasciato, è depresso, la notte non dorme il giorno piange continuamente pensando a lei, mentre i lavorio campestri procedono lentamente o vengono interrotti; egli si consola cantando Bombica, la quale viene trasfigurata dall'animo dell'innamorato: la sua magrezza muta in snellezza, la sua pelle scura diventas bionda come il miele, i suoi piedi sono paragonati a gioielli d'avorio; Milone, invece, è un mietitore che sul lavoro non conosce cedimenti, distrazioni e sofferenze per una donna; egli è innamorato solo del suo lavoro e considera il dolore provato per una delusione amorosa, un "lusso da signori".

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Molto simile all'idillio Mietitori è quello intitolato Ciclope. Nell'idillio, Polifemo è presentato come uno dei tanti pastori immersi nella natura rigogliosa e solare, piena di colori, di frutti e di elementi realistici. Le caratteristiche dell'ambientazione sono quelle tipiche del paesaggio dell'Etna, ricco di boschi e di acque, con alle falde del monte un antro circondato da lauri e da cipressi, ornato da un'edera nera e da una vite; più in basso, tra le rocce, si distende una spiaggia ricca di alghe. La parte centrale dell'idillio è costituita dal canto del Ciclope, introdotto da una premessa, in cui Teocrito, rivolgendosi all'amico Nicia, medico e poeta, sostiene che la passione amorosa e i tormenti che derivano da quest'ultima, possono trovare conforto solo nel canto. Infatti, grazie al canto, Polifemo era riuscito a lenire il profondo dolore provocatogli dall'amore non corrisposto per la ninfa Galatea. Polifemo ricorda il mietitore Buceo per l'intensità della sua passione amorosa e per la tendenza a configurare la sua donna amata secondo il linguaggio e gli oggetti del proprio mondo. continua>>