Giovanni Pascoli: la produzione poetica

Di Barbara Leone.

Analisi delle opere poetiche di Pascoli e delle principali poesie che contraddistinguono tutta la sua produzione letteraria e sono importanti per capire la sua poetica

La produzione del Pascoli ha risentito di due elementi significativi: la preparazione classica (si avvertono echi classici e latini di cui si compiaceva Carducci che gli raccomandava di fare un "salutare bagno nella filologia"); l’emarginazione dall’università (le sue condizioni economiche lo hanno posto al di fuori di certi ambienti cosicché ha potuto mantenere una propria autonomia senza subire forti influenze dai modelli comuni). Il modello carducciano non è riscontrabile in Pascoli se non in elementi superficiali e l’intuizione della natura di Pascoli è completamente diversa. Egli parte dalla sua esperienza personale ma nel trasfigurare quei dati li fa vivere in una dimensione metastorica e metatemporale. Pascoli parlava di Bibbia Jafetica: come la Bibbia contiene archetipi morali allo stesso modo la letteratura classica esprime intuizioni fondamentali.

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Nel 1886, in occasione del matrimonio di Severino Ferrari, Pascoli ha scritto il ciclo di liriche “Ultime Passeggiate” (il titolo si riferisce agli ultimi giorni di vacanza prima dell’inizio della scuola, in quel periodo infatti Pascoli insegnava a Livorno). Il ciclo è entrato poi a far parte della raccolta “Myricae”. Il ciclo è costituito da alcuni madrigali e dal componimento “Arano” che presenta un linguaggio meno innovativo dell’Assiuolo, ma si può riscontrare anche qui lo stretto rapporto tra determinato e indeterminato. Il lavoro agricolo è studiato nei suoi particolari ma tutto è raccordato oltre che da fondo indistinto anche dal ritmo lento dell’azione. Pascoli raggiunge tale risultato attraverso una struttura complessa, a partire dall’iperbato iniziale, le cose sembrano avere una loro gestualità, sembrano cioè esprimere qualcosa. Nelle quartine si passa a una dimensione diversa: Pascoli suggerisce un “guizzo della vita”, i rumori della vita emergono dalla vanificazione che le immagini precedenti suggerivano. L’Io si dissolve ma emerge un guizzo di vita, ingiustificabile sul piano razionale. Pascoli si serve di una similitudine: il canto dell'usignolo viene paragonato all’oro. Quel cinguettio di gioia ha la risonanza del metallo e il fulgore della vita come l’oro che splende tra tutti i metalli. La similitudine è implicita ed ha quasi la suggestione dell’analogia. Questa lirica è già piena di simbolismo. Gli oggetti e gli elementi della natura sono simbolo al tempo stesso dell’energia e della vanificazione dell’uomo che una volta morto non può essere richiamato all’esistenza.

Della raccolta “Myricae” fa parte anche il madrigale “Lavandare”. Con un procedimento, che si può definire prezioso, Pascoli inserisce all’interno del componimento anche un altro genere letterario, il rispetto. Con questa lirica ci si trova già in un ambito simbolista: il simbolo principale della lirica è rappresentato dall’aratro. Gli elementi determinati tra cui l'aratro stesso sembrano emergere da un fondo indistinto, la nebbia. L’aratro è il simbolo dell’abbandono e dell’esclusione. Tale concetto emerge dal canto delle lavandaie, un canto estremamente cadenzato. Nella seconda terzina Pascoli desemantizza le parole, sottrae loro il significato convenzionale facendo acquistare alle parole maggiore rilievo per la musicalità che per il concetto. Tutta la lirica di Pascoli oscilla tra la percezione della vita che si manifesta in guizzi subitanei e il senso della morte che incombe sul tutto e in particolare sull’uomo, che con la coscienza prende atto che la vita è vanificazione.

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Tutta l’esperienza umana non è altro che un fluire senza senso, un precipitare di fronte alla morte, di fronte a ciò l’uomo non può riscattarsi. Il senso di abbandono non è da riferire unicamente all’esperienza biografica del Pascoli, egli stesso si definiva un “relitto umano”, ma questa deiezione è propria della condizione umana in generale. Le esperienze personali del Pascoli tuttavia gli hanno permesso di prenderne piena coscienza. L’unica salvezza è la poesia, non perché la poesia in sé sia in grado di cambiare la condizione dell’uomo, ma perché il poeta è capace di essere voce della natura ed è capace di esprimere lo sgomento di fronte alla vanificazione. Il poeta però non è un vate in grado di comunicare una verità ben definita, ma deve rinunciare a se stesso per impiegarsi in una vita più autentica e per esprimere così la psiche primordiale, cioè quegli impulsi che sono a fondamento della vita. Per fare questo deve necessariamente rinunciare ad avere una vita comune e, immerso nel continuo divenire della natura, può esprimere lo sgomento di fronte alla vanificazione.

La prima raccolta poetica di Pascoli è appunto “Myricae”. Il titolo deriva dalla IV ecloga di Virgilio e, come ogni raccolta poetica di Pascoli, ha un motto: argusta iuvant umilesque myricae. La raccolta ha avuto nove edizioni, dal 1891 al 1911, e si è arricchita sempre di nuovi componimenti. Nella sua prima redazione la raccolta conteneva 22 liriche e Pascoli riteneva che fosse già completa perché aveva espresso tutti i temi fondamentali della sua poesia. Ma con il passare del tempo ha sentito il bisogno di aggiungere nuovi componimenti. Nella prefazione Pascoli richiama all’importanza della natura e a godere del suo fluire. E' vero che la vita è male, ma la colpa non è della natura bensì degli uomini stessi che nella loro sofferenza non cercano di unirsi ma si fanno del male, distruggendo il portato della natura. Offuscano così la possibilità di trovare una consolazione nell'immergersi nel continuo metamorfico divenire della natura. Gli uomini devono invece preferire la luce alle tenebre.

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La poesia di “Myricae” non è improntata all’ottimismo: è vero che in molte liriche è espresso il guizzo vitale che permette di rafforzare l’attenzione verso un significato, ma il poeta non manca di esprimere sgomento di fronte all’impossibilità di trovare un significato, ovvero di fronte alla vanificazione. Della raccolta fa parte la lirica “Novembre” che presenta una costruzione particolarmente preziosa, che quasi ricorda la struttura dei parnissiani per la limpidezza delle immagini. Il rifiorire della primavera è immagine di vita, l’inversione esprime slancio, speranza lontana. Questa tensione è delusa: la natura nel mese di novembre non trasmette un’idea di vitalità bensì un’idea di dissoluzione. La lirica si conclude con la percezione della vanificazione.

Altra lirica della raccolta è “Patria” e risale al 1894. Pascoli è distante dal Carducci. La patria per Pascoli è San Mauro e la composizione sarebbe stata scritta durante uno dei suoi ritorni a San Mauro. In realtà la risposta è inadeguata. La patria per Pascoli è integrazione, consistere in un ruolo. Pascoli è per eccellenza l’escluso, esclusione che diventa però una scelta. Solo a questa condizione, infatti, il poeta può farsi voce della natura. La lirica ha come tema fondamentale quello dell’esclusione. Da ciò che è estremamente determinato si passa all’indeterminato. Nella prima strofetta predominano le stimolazioni di carattere uditivo, mentre nella seconda subentrano stimolazioni di carattere visivo. Singolare è poi la terza strofetta formata da sostantivi e da due soli aggettivi. Questo addensarsi serve proprio ad esprimere il senso di esclusione. Non ci sono elementi, per quanto umili, che non abbiano diritto di cittadinanza nella lirica pascoliana. La poesia è un privilegio riservato a chi abbia fatto un’esperienza particolare del dolore e dell’emarginazione, ma d’altra parte è anche una condanna.

Altra lirica della raccolta è “Ultimo sogno”, una delle più complesse e ricca di simbolismo. Il simbolo, in questa lirica, è difficilmente decifrabile e non è possibile pertanto giungere a una spiegazione del tutto esauriente. Il lettore deve accostarsi alla lirica per tentativi. Ma cosa è questo ultimo sogno? O il sogno dell’ultima notte oppure molto più probabilmente l’ultimo sogno della vita, tanto da identificarsi poi con la morte. Si potrebbe dare quindi un significato di sogno definitivo, una visione fondatrice di una nuova concezione dell’esistenza, quella vita inerente alla poesia. Pascoli dice “ero guarito” ma a cosa si riferisce? Non si può escludere che si tratti di una guarigione da una malattia fisica, tuttavia è più probabile che si tratti di una malattia esistenziale; è l’odio che turba la pace della natura e la vita è segnata dalla violenza. In un certo senso potrebbe anche non essere la violenza che turba l’esistenza ma la malattia della vita stessa come volontà di affermazione e impossibilità di raggiungere un significato. Attraverso la poesia il poeta si immerge in una dimensione diversa per cui non lo meraviglia affatto di trovarsi a fianco la madre, pur sapendo che è morta: nella dimensione della poesia l’uomo recupera le memorie e la poesia non permette l’immersione nella vita pratica. L’ultima immagine è ossimorica: il fiume è la vita volto verso il mare del nulla, non c’è immagine che esprima meglio l’ansia verso il significato, verso l’infinito, che è ignoto.

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"X agosto" fa parte della produzione dedicata ai lutti familiari e rientra quindi nell’ambito autobiografico. L’ambito chiuso e geloso del nido è il rifugio di Pascoli dal turbine della vita e della storia, che blocca il poeta nel suo ricordo impedendogli ogni apertura e comunicazione col mondo degli altri. In questa lirica è evidenziato un altro motivo ricorrente nella produzione pascoliana: lo smarrimento di fronte al male. Tutto questo è tradotto in simboli: le stelle cadenti sono il pianto su quest’atomo opaco del male. Il poeta rievoca la morte del padre Ruggero, ucciso il 10 agosto 1867 mentre ritornava a casa in calesse dalla fiera di Cesena, prendendo lo spunto dal gran numero di stelle cadenti che di solito solcano il cielo la notte di San Lorenzo. La visione delle stelle cadenti gli dà l’impressione del pianto del cielo sulle sciagure e sulle malvagità umane. Questa poesia non elogia solo il dolore personale dell’autore, ma il dolore universale, rispecchia la condizione dell’uomo, vittima del male e della violenza da parte di altri uomini. L’universalità del dolore è contenuta nello stesso parallelismo tra il destino della rondine uccisa e quello del padre del poeta, ma spicca soprattutto nell’ultima strofa, quando al poeta sembra che le stelle cadenti siano come lacrime del cielo che piovono sulla terra, per compiangerla nella sua miseria di atomo opaco del male.

I “Poemetti” costituiscono la seconda raccolta poetica di Pascoli. Non si può stabilire un’esatta sequenza cronologica tra le varie raccolte del Pascoli. Infatti, quando ha iniziato a pubblicare questa raccolta, era ancora in corso la pubblicazione di “Myricae”, la cui edizione definitiva risale al 1911. I “Poemetti” risalgono al 1897 e man mano che la raccolta si ampliava si è realizzata in Pascoli l’idea di distinguere tra “Primi poemetti”, la cui edizione definitiva risale al 1904, e “Nuovi poemetti”, la cui edizione definitiva risale al 1909. Le due sezioni della raccolta hanno un carattere vagamente narrativo: si passa dal frammentismo di “Myricae” a una poesia più organica centrata su alcuni temi fondamentali. Pascoli ha usato la terzina dantesca, scelta significativa perché legata a un’opera di carattere narrativo. Il motto di questa raccolta è “paulo maiora”. Nella prefazione dedica i poemetti alla sorella Maria. La prefazione risale al 1897, anno della scelta del ritiro, ed egli riteneva che la sorella condividesse tale scelta. Pascoli usa costantemente la parola Mistero, che non ha alcuna valenza religiosa o mistica, ma è l’ignoto legato a una concezione strettamente materialistica: è ciò che avvolge la vita, il significato a cui l’uomo è proteso ance se sa di non poterlo realizzare.

Pascoli invita gli uomini a sostenersi a vicenda, accomunati dalla prospettiva della vanificazione. Tale messaggio avvicina la sua poesia a quella di Leopardi, anche se la differenza è sostanziale. Infatti se per Leopardi questo messaggio solidaristico è attivo perché spinge alla reazione contro la natura, invece per Pascoli tale messaggio è passivo, invita alla rassegnazione di fronte al comune destino umano e unica consolazione è la poesia, che permette di calarsi nel continuo divenire della natura. Per Leopardi la natura è matrigna, per Pascoli invece è madre benefica. In essa l’uomo può trovare il suo unico conforto.

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I “Poemetti” sono caratterizzati da un andamento narrativo. Pascoli narra la vicenda d’amore tra due contadini, Rigo e Rosa, e collega i vari momenti del loro amore ai momenti della natura: lo sbocciare dell’amore corrisponde al germogliare delle piante. La storia d’amore dei due è descritta con grande delicatezza. I due si sposano e hanno un figlio, che muore. Rosa lo pone in una culla di fiori e mentre lo guarda sente che una nuova vita cresce in lei. La vita è sempre accompagnata dall’idea della morte in una rigenerazione continua dove le singole esistenze si dissolvono. Pascoli distingue tra il sentimento d’amore e l’eros. Concepisce l’eros come un impulso misterioso che spinge alla perpetuazione della vita e alla procreazione. Gli esseri sono travolti da tale impulso. Non è una visione serena, si è infatti spesso parlato di una sessualità perturbata del Pascoli, che guarda all’eros con paura e se ne ritrae. In alcuni poemetti che si possono definire filosofici Pascoli ripropone la concezione dell’uomo e della poesia. L’esistenza dell’uomo è caratterizzata dalla compresenza della vita e della morte e ciò vale anche per la poesia, caratterizzata dalla compresenza di guizzi vitali e dalla prospettiva della vanificazione.

Nel componimento “Nella nebbia” i pochi elementi che emergono dalla nebbia è come se emergessero da un incubo. Non è possibile dare un significato univoco alla poesia simbolica, si può comunque affermare che la nebbia che avvolge tutto è l’ignoto che avvolge la vita dell’uomo. La péste rappresenta la vita stessa dell’uomo, un procedere privo di meta, verso la vanificazione. La ricerca è dolore e il poeta intravede un’ombra umana “con sopra il capo un largo fascio”; ombra umana perché l’ombra è inconsistente, come inconsistente è tutto ciò che circonda l’uomo. Il dolore investe l’universo; gli uccelli, il cane, il mare, che è simbolo della condizione dell’uomo, è la vita nella sua inconsistenza. In questo senso è una delle liriche più significative. La poesia rifonda l’umano perché la parola è ricerca inesausta di significato, pur nella consapevolezza dell’impossibilità di raggiungere un significato.

Nel componimento “La vertigine” quando Pascoli si sofferma ad esaminare la natura prevale in genere un senso di conforto dalla percezione del rinnovarsi continuo della vita; quando invece si sofferma ad esaminare gli spazi astrali prevale un senso di sgomento, il senso del nulla. Prima dell’inizio della lirica si parla di un fanciullo che ha perso il senso della gravità, il fanciullo è il poeta in generale, che guarda il mondo con occhio limpido e concreto. Pascoli considera la terra come una sfera che vaga nell’universo, pertanto gli uomini non sono come gli alberi, c’è un rovesciamento delle posizioni. L’orrore dell’abisso si avverte particolarmente nella notte. Alla fine della lirica la poesia viene definita come ricerca insaziabile di un significato inconsistente. In questa ricerca l’uomo trova il suo riscatto e ciò comporta l’amore verso gli altri.

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Il testo prosastico in cui Pascoli ha definito la sua poetica è la “Prosa del fanciullino”, pubblicata a puntate nel 1897 sul giornale il “Marzocco”, pubblicata poi nei “Miei pensieri di varia umanità”, raccolta di prosa, che è confluita nel 1907 in “Pensieri e discorsi”. La seguente raccolta è “I canti di Castelvecchio”: la prima edizione è stata completata nel 1903, la seconda edizione risale al 1907, mentre l’edizione definitiva risale al 1912 ed è stata portata a compimento dalla sorella Maria dopo la morte del poeta. Pascoli ha voluto presentare questa raccolta come le “Myricae mature”, anche se la ripresa è solo parziale. Se le “Myricae” erano state dedicate alla memoria del padre, ora questi canti sono dedicati alla memoria della madre. Il motto di questa raccolta è lo stesso di “Myricae”. Nell’introduzione Pascoli dice che l’oggetto della sua poesia nell’opera sono i vari aspetti della natura e soprattutto la morte. Senza la morte la nostra vita sarebbe uguale a quella delle bestie, è il pensiero della morte che ravviva la coscienza dell’uomo e spinge alla solidarietà.

I canti presentano altri elementi rispetto a quelli della raccolta precedente. Elementi quasi leopardiani: in primo luogo quello del ricordo. Ma il ricordo non consiste nel recupero della fanciullezza come per Leopardi ma consiste nel recupero dei morti, in particolare della madre. Pascoli rievoca come, dopo la morte del padre, spesso la sera si fermasse fuori dalla sua abitazione con la madre, da lontano lampeggiava ed egli vedeva il volto della madre perso in quelle visioni. I “Canti di Castelvecchio” non sono divisi in vere e proprie sezioni.

Della raccolta fa parte la lirica “Gelsomino notturno”, scritta nel 1901 in occasione del matrimonio di un amico, Angelo Briganti. Questa lirica è stata sottoposta a pluralità di interpretazioni. Molti critici sono tornati a insistere sulla sessualità turbata del poeta che guarda all’intimità degli sposi con attrazione e paura. In questa lirica Pascoli si avvale di quartine di novenari, di cui i primi due versi hanno un ritmo giambico mentre gli ultimi due hanno un ritmo anapestico. C’è un’unica irregolarità nell’ultimo verso. È una specie di epitalamio. Pascoli si rendeva conto del carattere della lirica perché all’amico raccomandò di non farla leggere alla sposina se non la mattina dopo il giorno del matrimonio. L’immagine iniziale e l’immagine finale si corrispondono; i fiori notturni che si aprono rappresentano il grembo femminile, cantato dal poeta come accettazione della vita. La lirica è esaltazione della dignità dell’amore coniugale. La notte nuziale assume un significato cosmico, la maternità è adesione alla vita e l’eros assume una luce di bellezza, luce che viene collegata a una dimensione cosmica. La felicità di quella vita è collegata al flusso dell’universo, la dimensione cosmica comporta però la compresenza di vita e di morte che si avverte attraverso il lieve rumore delle presenze della natura: il gioco dei colori, il rosso delle fragole è evocato dal loro profumo; poi quel colore viene rapportato al lume che splende su per la scala e contemporaneamente queste immagini fanno tutto uno con l’immagine dell’erba che cresce sulle tombe.

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Riguardo al tema dell’esclusione si può fare riferimento anche ad un’altra lirica di questa raccolta: “La servetta di monte”, scritta in quartine di novenari. Dapprima, nelle prime due quartine, Pascoli presenta un accumulo di oggetti, che non sono rappresentati in modo realistico. Questo senso d’angoscia dell’esclusione può essere risolto nella natura. L’acqua che diventa sonaglio è accenno di scioglimento dell’angoscia. La ragazza guarda poi ai suoni della natura che si fanno di un ritmo sempre più veloce per giungere al canto dell’allodola. Alla fine, dunque, si giunge allo scioglimento dell’angoscia attraverso la natura.

Altra lirica della raccolta è “Nebbia”. Il componimento è costituito da strofe di sei versi formate da tre novenari, un ternario, un quarto novenario e infine un quinario. Castelvecchio per Pascoli è un rifugio dalla vita. In Pascoli si avverte quasi sempre un fortissimo senso di sgomento di fronte alla morte, in questa lirica desidera affermarsi, ma tanto più si aggrappa alle cose tanto più esse lo rimandano all’ignoto. La dialettica vita-morte è sempre presente. Il cane, presentato alla fine della lirica, tutela l’intimità domestica. In questa lirica c’è un continuo passaggio dall’oggetto all’ignoto, lo sguardo del fanciullino coglie nell’oggetto la rivelazione suggestiva dell’ignoto.

Nei “Canti di Castelvecchio” c’è una sezione intitolata “Ritorno a San Mauro” dedicata a un incontro con la madre. I morti, nella poesia pascoliana, sono proiezione della loro stessa morte, sono presenze dell’assenza. Importantissime in questa sezione sono le liriche “Casa mia” e “Commiato”. “Commiato” è il momento in cui Pascoli si allontana dalla madre. È un tempo non tempo: infatti è il racconto di una giornata ma di una giornata che vive solo nella dimensione metastorica della poesia. In questo tempo è la morta che parla, Pascoli non dice niente, tuttavia dalle parole della madre si comprendono le richieste del figlio. La madre dice come rassicurazione al figlio che verrà il momento della morte anche per lui, Pascoli chiede se c’è un aldilà. La lirica assume poi i caratteri di una preghiera. Rimane di fronte agli occhi del poeta solo il bianco della strada, la strada che porta al cimitero, non c’è altra prospettiva che la morte.

La raccolta successiva è i “Poemi conviviali”, chiamati così perché Pascoli ne ha pubblicato gran parte a Roma sul “Convito” di De Bonis. Questi componimenti sono stati pubblicati nel 1904 una prima volta e in edizione definitiva nel 1905. Il titolo della raccolta alludeva anche al convito che nella civiltà greca ha svolto sempre un ruolo importantissimo. Il motto della raccolta è “non omnes argusta iuvant”. Sono una serie di liriche dedicate a personaggi storici o mitici del mondo antico. La rassegna si apre con “Solon” e si chiude con “Gog e Magog” in cui si preconizza l’arrivo di orde orientali che sconvolgeranno la civiltà occidentale e porranno fine ad essa. Pascoli coglie una crisi del mondo antico, crisi tra una tensione verso l’infinito e la constatazione della dissolvenza, la delusione dunque.

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“Alexandros” aveva continuato ad andare ad oriente rinnovando la speranza della ricerca verso l’infinito, ma poi si era trovato di fronte all’oceano e quindi di fronte al niente. Quel sogno, ombra infinita del vero, è giunto alla sua conclusione, perché Alessandro si trova di fronte al nulla, ovvero la crisi. È dal momento di crisi che avviene la scissione tra infinito e finito, che i classici avevano superato proponendo una suprema armonia tra l’uomo e la natura. Anche il cristianesimo, apprezzato da Pascoli per la carità, ha contribuito a spezzare tale armonia distinguendo tra un mondo perfetto e un mondo imperfetto. “Solon”, ormai vecchio, partecipa a un convito compiacendosi del vino e del pasto. Intanto giunge al porto del Pireo Saffo, che porta in occasione della festa della primavera due canti: un canto d’amore e uno di morte. Dapprima eleva il canto d’amore e Solone crede che sia il canto di morte, poi eleva il canto di morte e Solone non si sbaglia nell’interpretazione. Ma la morte non esiste perché il poeta vive immortale.

Nel 1909 Pascoli ha pubblicato “Odi e inni”. Significativamente il motto di questa raccolta è “canamus”. Grande spazio nella raccolta è dato ai componimenti di carattere civile. Pascoli non hai mai rinunciato alla funzione educativa della poesia anche se questo messaggio è trasmesso indirettamente. Inevitabilmente attraverso il bello estetico si trasmette anche il buono morale. Ora ispirandosi anche al modello di Carducci si propone di scrivere odi che possano trasmettere valori civili. Pascoli ritiene che la società possa rigenerarsi attraverso l’amore. L’uomo deve unirsi agli altri uomini nella prospettiva della morte e da qui nasce l’amore che è a fondamento della società. Pascoli non ha una vera e propria coscienza politica, il suo pacifismo è ingenuo. Secondo lui bisognerebbe eliminare gli schieramenti politici che creano contrasti all’interno della società, ma una società autenticamente democratica non può prescindere dal confronto dei partiti politici. Parte della raccolta è dedicata ai temi storici.

Nel 1911 Pascoli ha pubblicato i “Poemi italici” nei quali esalta grande figura del passato. Anche questa raccolta risente di un’impostazione retorica in cui i motivi autentici della poesia pascoliana si disperdono anche se non sono completamenti assenti in alcuni componimenti importanti come quello a Paolo Uccello. Altra raccolta è quella dei “Poemi del Risorgimenti”, pubblicati nel 1913 dalla sorella Maria. I personaggi a cui rivolge attenzione sono Napoleone, Garibaldi e Mazzini. Nella prefazione scritta dalla sorella stessa dice che il fratello voleva dedicare il poema a quei grandi italiani che avevano fatto il risorgimento. In questa opera Pascoli rifugge dalla situazione di degrado in cui era caduta la società.

Studi critici: Pascoli ha fatto studi critici su Dante, ma questi studi non hanno avuto nessun successo. L’Accademia dei Lincei, a cui Pascoli aveva inviato i suoi studi per avere un giudizio, ha pronunciato un parere negativo, probabilmente dettato da Carducci. Ma per alcuni aspetti sono comunque importanti: Pascoli richiamava molto l’attenzione sull’importanza dell’allegoria e del simbolo nel poema. Inoltre le analisi di singoli episodi sono molto acuti. Pascoli però finisce per attribuire a Dante una poetica non molto diversa dalla sua.

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Per motivi economici, su commissione della Zanichelli, ha curato un’antologia sulla poesia lirica latina e un’antologia sulla poesia epica latina, intitolate rispettivamente “Lyra” e “Epos”. Pascoli non aveva alcuna conoscenza della filologia che si stava sviluppando in Germania e interpreta quindi i testi latini guidato dalla sua profonda conoscenza della lingua latina e guidato dalla sua estrema profondità poetica. Assegna grande rilievo per la poesia lirica ad Orazio e per la poesia epica ad Ennio e a Virgilio. Nella prefazione parla dell’origine della poesia: i poeti si ispirarono per la loro opera ai suoni della natura. C’è dunque un passaggio dai suoni della natura all’elaborazione poetica. In seguito ha pubblicato due antologie italiane, una per il ginnasio superiore e una per il ginnasio inferiore intitolate “Sul limitare” e “Fior da fiore”.

È poi da considerare il testo in prosa “La grande proletaria si è mossa”, che si deve mettere in relazione con le “Odi e Inni” e con i “Poemi Italici”. Pascoli ha avuto grande attenzione per l’emigrazione italiana e grande pietà per loro. Per questo ha appoggiato l’impresa di Libia come hanno fatto molti socialisti dell’epoca. La grande proletaria è l’Italia stessa. Pascoli ritiene che non si debba distinguere tra varie classi sociali perché l'Italia è povera nel suo complesso, per tanto ha bisogno di uno sfogo oltre ai suoi confini e gli sembra che la Libia possa essere rivendicata a buon diritto dall’Italia, infatti già un tempo quelle terre erano state colonizzate dai romani. L’Italia è la grande proletaria che porta l’agricoltura e la civiltà in terre abbandonate: per Pascoli il mondo campestre coincide sempre con l’autenticità.

Produzione latina: la lingua poetica per Pascoli non è una lingua comune ma è espressione del fanciullino che è antica e sempre nuova. Scrivere in latino significa recuperare una memoria che andrebbe perduta, tutta una civiltà viene riportata alla coscienza. Le raccolte in latino sono sei: “Liber de poetis”, “Res romanae”, “Poemata cristhiana”, “Hynni”, “Ruralia”, “Poematia et epygrammata”. Particolarmente importante è “Poemata cristhiana”. Pascoli non era un credente ma rispettava moltissimo il cristianesimo. Il suo rapporto con la religione è molto travagliato, ha scritto ad un amico che continuava ad amare i suoi morti con tutto il cuore eppure non aveva fede.

Approfondimenti:
- La vita di Pascoli;
- La poetica del fanciullino di Pascoli