Odissea di Omero: trama e analisi

Odissea di Omero: trama e analisi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Trama e analisi dell'Odissea, il poema di Omero che racconta il ritorno in patria - dopo le vicende dell'Iliade - dell'eroe greco Ulisse

1Introduzione all'Odissea

Statua ritraente Ulisse
Statua ritraente Ulisse — Fonte: ansa

Rispetto all’Iliade, l’Odissea ruota attorno a un unico personaggio: Odisseo o Ulisse (alla latina). Anche la struttura narrativa ne risente, perché è meno episodica ed è organizzata secondo un preciso schema narrativo. «Complessivamente l’Odissea si configura come un insieme di racconti: come un racconto di racconti» (Privitera, citando Todorov); sarà una struttura molto utilizzata e la ritroviamo nel Decameron di Boccaccio, ad esempio, solo che «nell’Odissea il rapporto tra il racconto dell’autore e quello dei personaggi è perfettamente gerarchizzato: i singoli racconti sono funzionali alla narrazione generale» (Privitera). Ulisse in più parti racconta in prima persona le sue vicende: la sua capacità narrativa affascina così come la forza della sua storia. È l’eroe cercatore, perseguitato dal fato, l’uomo dai molti inganni, astuto, prudente, ma anche spavaldo al punto da sfidare forze superiori alla sua.

Egli è anche il simbolo dell’uomo che fa ritorno al nido, ed è guidato della nostalgia, dal desiderio della casa, e rinuncia all’immortalità e all’eterna giovinezza (offerte da Calypso e da Circe) e all’idillio amoroso presso la corte dei Feaci con Nausicaa. Odisseo è l’eroe dei molti inganni. Inganno, in greco dolos, non è termine negativo come oggi: è bifronte, polivalente. Proprio come Odisseo. Ma anche Penelope, sua controparte, tesse la sua famosa tela come dolos. Ed è un dolos anche la narrazione letteraria: un raffinato inganno, e Odisseo stesso ce ne dà prova più volte, specie nell’episodio del ciclope Polifemo, il cui grande occhio accecato è il segno dell’uomo che si sottrae al sole, il grande occhio che tutto vede.  

Ulisse acceca Polifemo. Particolare delle Storie di Ulisse, affrescate da Pellegrino Tibaldi nella sede dell'Accademia delle Scienze a Bologna
Ulisse acceca Polifemo. Particolare delle Storie di Ulisse, affrescate da Pellegrino Tibaldi nella sede dell'Accademia delle Scienze a Bologna — Fonte: ansa

«I Greci intuivano che è un dolos anche il pensiero. La mente, nel formulare pensieri, immagini, parole, discorsi, produce qualcosa che somiglia a un tessuto o a una tela» (Privitera). La bravura della mente è nel mondo in cui si tesse. Infatti la parola textus, che è sia il tessuto, sia il testo scritto o orale, deve essere variegato e ben strutturato. E l’Odissea è così, nonostante alcune piccole incongruenze, essa si articola in solidi blocchi narrativi: sei in tutto, ognuno di quattro libri, che possiamo raggruppare in due parti: 

  • Odisseo in viaggio verso Itaca (libri I-XII)
  • Odisseo che agisce ad Itaca (XIII-XXIV).

2Il tema dei ritorni nell'Odissea

In una poesia di Cesare Pavese leggiamo del ritorno di suo cugino, rimasto in viaggio per vent’anni nei mari del Sud: «Vent'anni è stato in giro per il mondo. / Se n'andò ch'io ero ancora un bambino portato da donne, / e lo dissero morto. Sentii poi parlarne / da donne, come in favola, talvolta; / ma gli uomini, più gravi, lo scordarono» (Pavese, I mari del Sud).  

Sembrerebbe, in sintesi estrema, il racconto che potrebbe fare Telemaco sulle vicende del padre Odisseo. In questa poesia c’è il punto di contatto di due persone estranee che hanno nei loro occhi una storia e una saggezza diverse. E il cugino del poeta racconta alcuni episodi di quel che accadde; poi tace. Perché chi torna può rapportarsi a chi è rimasto solo attraverso il racconto colmando la distanza che si è creata: e dirà e tacerà a seconda della convenienza o di come lo assale il ricordo. Ma racconterà, come reduce.   

Statua raffigurante Ulisse
Statua raffigurante Ulisse — Fonte: ansa

«L’impulso a narrare era, nel reduce, incoercibile», (Privitera, Il ritorno del guerriero) perché solo ciò che diventa letteratura si salva dall’oblio. Partendo dal fatto che nell’istante presente siamo tutti reduci del nostro viaggio, capiamo che raccontare la nostra vita è un modo di fare ordine agli eventi caotici, talvolta insensati, che viviamo perché vengono ricordati e compresi. Odisseo trova davanti a sé avversità pericolosissime: «(…) un reduce può perdere il ritorno non solo se viene ucciso, ma anche se viene sedotto e fermato dall’ospitalità di chi lo accoglie» (Privitera). Morire nel ritorno è equivalente del fermarsi in un altro luogo: resterebbe incompiuta la circolarità del proprio viaggio. 

Un’altra tappa densa di significato nell'Odissea è quella presso le Sirene, dal canto bellissimo e insostenibile per qualità e sapienza: «Odisseo si confronta con un canto sovrumano e si confronta con la propria stessa storia» (Privitera). Ossia, Odisseo ascolta la bellezza della sua storia e rischia di fermarsi a contemplarla, come Narciso aveva contemplato sé stesso. Odisseo rischia di trasportare la sua vita nella gioia sublime della letteratura: ma così interromperebbe il suo cammino (e l’Odissea, come opera e come storia, è proprio il suo procedere verso Itaca). Queste sono alcune delle difficoltà del ritorno.  

Disegno raffigurante gli eroi della Guerra di Troia
Disegno raffigurante gli eroi della Guerra di Troia — Fonte: istock

In apertura dell’Odissea vengono non casualmente citati altri illustri ritorni: Menelao, Nestore, sono coloro che, pur tra le avversità, hanno fatto ritorno da Ilio e hanno ristabilito il proprio dominio. Achille, Aiace, Agamennone, Patroclo e molti altri sono invece nell’Ade: il loro destino si è compiuto altrove, lontano dalla loro terra natia. Odisseo ha l’occasione di vederli come gettati temporaneamente fuori dal regno dei morti: chi beve il sangue del montone sacrificato (segno di vita) potrà riacquistare la memoria e parlare. 

Odisseo deve interrogare Tiresia, l’indovino, che gli comunica un destino avverso, l’espiazione necessaria e crudele per pacificarsi con Poseidone. Tornato a casa, dovrà ripartire alla volta di una terra che non conosce la navigazione e piantare un remo. Quindi, vale la pena tornare per poi ripartire nuovamente? Riconquistare nuovamente e nuovamente abbandonare? Odisseo si piega al fato e vince la resistenza a fuggire: «Secoli prima di Euripide, Omero ha intuito che valoroso è anzitutto chi vince le battaglie con se stesso» (Privitera). Una delle tappe più pericolose del viaggio dell'Odissea è quella presso i Lotofagi, i mangiatori di loto, fiore che dona la dimenticanza assoluta (l’oblio, appunto).   

Se Odisseo si fosse fermato, non solo non sarebbe tornato a Itaca, ma l’intera sua storia avrebbe cessato per sempre di esistere. Moltissimi anni dopo, su questo tema, avrebbe scritto il romanziere triestino Italo Svevo: «E che cosa sono io? Non colui che visse ma colui che descrissi. Oh! L’unica parte importante della vita è il raccoglimento. Quando tutti lo comprenderanno con la chiarezza ch’io ho tutti scriveranno. La vita sarà letteraturizzata» (Svevo, Le confessioni del vegliardo). Tuttavia raccontare è faticoso perché il racconto è un continuo ritorno, è una ricerca che chiede di tornare indietro. Fermarsi nel nulla può essere seducente, come l’ospitalità dei Lotofagi.   

Occorre una continua tensione a sopravvivere alla propria stessa storia: «Il dramma è finito. Perché allora qualcuno è ancora in giro? Perché uno sopravvisse al naufragio» dice Ismaele nell’epilogo del romanzo Moby Dick, di Hermann Melville, dopo aver citato in esergo il libro di Giobbe: «e io solo sono sopravvissuto per raccontartela» (Gb 1, 16). Sopravvivere per raccontare: ostinarsi a tornare nella vita dopo aver scandagliato il proprio passato. L’epica antica rappresenta davvero il primo momento in cui la vita si fece letteratura, e prima memoria storica, nel perpetuarsi del ricordo, sintetizzando la realtà, mitizzandola e salvandola dall’oblio.

Avvicinati dunque, glorioso Odisseo, grande vanto dei Danai, ferma la nave, ascolta la nostra voce. Nessuno è mai passato di qui con la sua nave senza ascoltare il nostro canto dolcissimo: ed è poi ritornato più lieto e più saggio.

Odissea, libro XII

3Trama

3.1Libro I

Rappresentazione in terracotta di Ulisse e Calypso
Rappresentazione in terracotta di Ulisse e Calypso — Fonte: ansa

L’ira di Poseidone è l’argomento del concilio degli dei che apre la prima scena dell’Odissea. Quasi tutti gli eroi greci sono tornati in patria: alcuni sono stati accolti dalla morte. Odisseo si trova invece nell’isola di Ortigia, prigioniero di Calipso. L’ora del ritorno è, infine, giunta. Atena, protettrice di Odisseo, si reca a Itaca sotto mentite spoglie, e convince Telemaco, ad andare in cerca del padre a Pilo e a Sparta. Nella corte itacese gozzovigliano i Proci, pretendenti della regina Penelope. Telemaco, stanco della situazione, convoca per l’indomani l’assemblea cittadina, che si apre tra la curiosità generale (libro II).

3.2Libro II

Telemaco, accusati i Proci di sperperare i suoi beni, subisce la risposta di Antinoo, il primo di loro: è colpa di Penelope perché  le basterebbe risposarsi; tra l’altro li ha trattenuti per ben tre anni con l’inganno della tela! Il nome di Odisseo serpeggia quasi a sproposito tra l’assemblea: Aliterse, un indovino, pronostica il suo imminente ritorno. Telemaco, allora, annuncia che cercherà notizie del genitore: se vivo, aspetterà ancora un anno; se morto, lo onorerà e poi affiderà la madre a un nuovo marito. Quindi, accompagnato e aiutato da Atena, all’oscuro di Penelope, salpa da Itaca alla volta di Pilo e Sparta. Da Nestore, re di Pilo, non riesce a sapere molto del padre (libro III). 

3.3Libro IV

Da Menelao e da Elena, sua moglie, ottiene qualche altra informazione: Odisseo era bloccato per mare. I Proci, al corrente della partenza di Telemaco, architettano un agguato per ucciderlo. Penelope viene informata sia della partenza del figlio, sia del piano dei Proci per ucciderlo: può solo disperarsi con le ancelle. 

3.4Libro V

Nel V libro finalmente focalizziamo il nostro protagonista: viene ingiunto a Calypso di rilasciare il prigioniero. L’eroe greco costruisce una zattera, riceve dalla ninfa corde e velame, provviste e preziose indicazioni nautiche. Si mette quindi in viaggio. In prossimità dell’isola dei Feaci viene scorto da Poseidone, suo persecutore, che lo fa naufragare sull’isola di Scheria, dove abitano i Feaci. Esausto per aver nuotato tre giorni, si addormenta tra i cespugli. 

3.5Libro VI

Vaso raffigurante Ulisse, Nausicaa e Atena
Vaso raffigurante Ulisse, Nausicaa e Atena — Fonte: ansa

Lo trova il giorno dopo Nausicaa, la bella figlia del re Alcinoo, che su ispirazione di Atena era andata al fiume insieme alle ancelle. Alla vista del naufrago le ancelle fuggono spaventate, ma Nausicaa sente compassione per il naufrago: non indietreggia. Odisseo si mostra accorto, come sempre, e riesce a non spaventare la fanciulla. Le chiede aiuto, lei non glielo nega. Lavato e vestito, Odisseo assume un aspetto regale; la bella fanciulla ne è colpita, tanto che lo invita a corte, suggerendogli alcune istruzioni sul comportamento da osservare.

3.6Libro VII

Giunto al palazzo reale, viene ricevuto dal re Alcinoo, dalla regina Arète, da Nausicaa, e dal loro seguito. Odisseo, prudente, non si rivela: dice di essere un naufrago che vuole fare ritorno in patria; domanda una nave e gli viene accordata, ma prima deve rendere onore all’ospitalità dei Feaci. 

3.7Libro VIII

In un banchetto il cantore Demodoco narra l’impresa degli Achei ad Ilio e questo fatto commuove profondamente Odisseo, che si nasconde il viso. Dopo gli agoni sportivi, Demodoco canta in pubblico gli amori di Afrodite e Ares, e poi una terza volta lo stratagemma del cavallo di Troia.

3.8Libro IX

Odisseo, commosso, si rivela e racconta lui di persona tutte le sue sventure che lo tengono ancora lontano dalla patria.

3.9Libri X-XI-XII

Nell’ordine racconta le sue tappe presso Polifemo, Eolo, i Lestrigoni, Circe, la discesa all’Ade, le Sirene, Scilla e Cariddi, i buoi di Helios.

3.10Libro XIII

Piatto decorato con la scena di Ulisse che acceca Polifemo
Piatto decorato con la scena di Ulisse che acceca Polifemo — Fonte: ansa

Finito il racconto, Odisseo può tornare a Itaca: lo accoglie Atena che gli fa assumere le fattezze di un mendicante, per un più sicuro anonimato. Lo invita ad andare da Eumeo, il porcaro, ancora fedele dopo tanti anni; lei andrà a Sparta a richiamare Telemaco.

3.11Libro XIV

A Eumeo, Odisseo dichiara una falsa identità e ottiene informazioni sui problemi di Itaca. Cala una notte inquieta.

3.12Libro XV

Atena, raggiunto Telemaco, lo informa dell’imboscata tesa dai Proci: raccomanda di non passare subito per la reggia, ma di recarsi da Eumeo. Il ragazzo parte all’aurora dopo essersi congedato da Menelao: oltrepassa Pilo, e giunge a Itaca, evitando astutamente l’imboscata. 

3.13Libro XVI

Si reca da Eumeo: padre e figlio sono ora seduti uno davanti all’altro spartendo un pasto frugale. Una volta soli, Odisseo esita a rivelarsi ma Atena lo sprona. Rende all’eroe il consueto aspetto regale. Telemaco osserva il prodigio: chiede all’ospite se sia un dio, ma questi risponde: «Non sono un dio, no: perché m’assomigli agli eterni? / Il padre tuo sono, per cui singhiozzando, / soffri tanti dolori per le violenze dei principi» (XVI, 187-189). Dopo alcune esitazioni, padre e figlio si abbracciano commossi. Insieme cominciano a pianificare la vendetta. Telemaco si avvia in città e ordina a Eumeo di accompagnare l’ospite.  

3.14Libro XVII

Entrato nel palazzo, Penelope, che temeva per la sua vita, lo stringe a sé e lo bacia. Il figlio di Odisseo espone ai Proci i risultati della sua ricerca e poi si avvia il banchetto. Giunge intanto Odisseo nella reggia, insieme a Eumeo. Si aggira tra i Proci recitando la parte del mendicante: li stuzzica e li provoca. Penelope, intanto, viene informata dell’ospite misterioso; si dice abbia notizie del marito: vuole parlargli.

3.15Libro XIX

Rappresentazione in terracotta di Ulisse e Penelope
Rappresentazione in terracotta di Ulisse e Penelope — Fonte: ansa

Al calar della notte, Telemaco, su ordine del padre, toglie tutte le armi dalla sala. È il momento del primo confronto tra Odisseo e Penelope, ignara di parlare al marito. Dopo il loro dialogo, la regina vuole onorare l’ospite: che le ancelle lo lavino. Odisseo chiede di essere lavato dalla vecchia Euriclea, che riconosce il suo re da una cicatrice. Odisseo ordina alla nutrice di tacere o la vendetta sfumerà. Penelope sembra ormai decisa a risposarsi, ma il futuro marito sarà quello che riuscirà a tendere l’arco di Odisseo e a scagliare una freccia attraverso il foro di dodici scuri allineate.

3.16Libro XX

Con il banchetto del giorno dopo, tutto sembra apparecchiarsi per la vendetta di Odisseo.

3.17Libro XXI

Alabastro raffigurante l'uccisione dei Proci
Alabastro raffigurante l'uccisione dei Proci — Fonte: ansa

Qui comincia solennemente la gara dell’arco. Nessuno, neppure Telemaco, riesce anche solo a tenderlo. Odisseo chiede di poter tentare la prova e, dopo alcune resistenze, gli viene permesso: l’impresa riesce, Telemaco lo raggiunge in mezzo alla sala, comincia la vendetta.

3.18Libro XXII

Il primo a morire è Antinoo trafitto alla gola: Odisseo si rivela e la strage, dopo un aspro combattimento, si compie. Penelope è informata dell’accaduto: le dicono che il marito è tornato, ma non si fida.

3.19Libro XXIII

C’è il secondo confronto: Odisseo le dà conferma della propria identità quando parla del loro talamo, costruito con un ulivo vivo. I due si riabbracciano dopo tante vicissitudini e passano la notte insieme.

3.20Libro XXIV

Questo libro si apre con i Proci che scendono nell’Ade e prosegue con l’ultimo riconoscimento: Odisseo deve andare dal padre Laerte. Nell’ultima parte del canto è, invece, la sommossa per l’uccisione dei Proci, che solo un intervento di Atena può sedare. Avvenuta la pacificazione con gli itacesi, tutto è concluso.

Così parlava. E a lei si sciolsero le ginocchia, venne meno il cuore, al riconoscere i segni che con tanta esattezza Odisseo le aveva indicato.

Odissea, libro XXIII

4Ulisse nella letteratura antica e moderna

Con il personaggio di Ulisse si può dire nata l’idea del romanzo inteso come epopea del singolo che lotta contro un nume avverso (nel caso di Ulisse, Poseidone); questa dinamica la ritroviamo ad esempio, parodiata, nel Satyricon di Petronio Arbitro dove il protagonista, Encolpio, è perseguitato invece dal dio Priapo. Ulisse è il segno dell’intelligenza e infatti la sua protettrice non può che essere Atena, dea della saggezza, della parola.

Ritroviamo Ulisse nell’episodio dantesco del XXVI canto dell’Inferno: la curiosità dell’eroe greco nell’oltrepassare le Colonne d’Ercole. E come la motiva ai suoi compagni? «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza".» (Inf. XXVI, 118-120). La curiosità, la voglia di sapere, come nel celebre episodio del ciclope Polifemo, che lo spinge quasi alla rovina: il demone di Ulisse sembrerebbe qui la sua stessa natura umana, il suo essere pienamente uomo. Dante, infatti, si identifica in Ulisse e comincia il Purgatorio riprendendo la metafora dell’ingegno come una nave: viaggiatore infaticabile e ardito, curioso di tutto ciò che riguardi l’uomo, ed è personaggio e narratore dell’opera (proprio come Ulisse quando racconta ai Feaci le tappe del suo viaggio).   

Statua di Ulisse
Statua di Ulisse — Fonte: ansa

C’è poi Ugo Foscolo che si sente eroe perseguitato dal Fato, e parla di Ulisse come «bello di fama e di sventura», paragonandosi a lui (cfr. il sonetto A Zacinto).  

Giovanni Pascoli dedica a Ulisse, alcune delle sue pagine più belle, nei Poemi conviviali: lo immagina costretto a rimettersi in viaggio che visita nuovamente le terre visitate in precedenza, durante il ritorno. L’ultima tappa è proprio da Calypso «la nasconditrice», che accoglie l’eroe, consegnatole dal mare infecondo: «Ed ella avvolse l’uomo nella nube / dei suoi capelli; ed ululò sul flutto / sterile, dove non l’udia nessuno: / – Non esser mai! non esser mai! più nulla, / ma meno morte, che non esser più! –».   

Non essere mai, scegliere quindi il nulla: questo l’imperativo della «dea che nasconde» che esercita il suadente fascino del nulla. Ulisse, figura mitica, diviene qui decadente ed è consegnata alla modernità perché la sua astuzia è in fondo la radice del relativismo: l’ingegno che sovverte l’ordine cosmico. 

James Joyce scrisse Ulysses, un vero anti-romanzo, epopea tragicomica dell’uomo moderno, sempre in cerca della sua Itaca. Leopold Bloom (il protagonista del romanzo, quindi il moderno Ulisse) si muove per Dublino anche lui come eroe cercatore: la sua mente, quella stessa mente che permette la memoria, moltiplica ogni immagine, la frammenta, la rompe, in modo che ogni più piccola e minima avventura del presente diventi labirintica. Joyce voleva forse porre il problema – in chiave umoristica – dell’epica moderna: l’impossibilità di percepire con oggettività un filo narrativo della nostra vita, dove tutto si decompone in una brulicante moltitudine di distrazioni: il ritorno è compromesso dalla continua distrazione

Ulisse è davvero eterno simbolo del viaggiatore e la sua dimora è il viaggio. Per chi appartiene a questa natura il viaggio è dimensione esistenziale, la meta da inseguire, a cui giungere e da cui staccarsi: «Itaca ti ha dato il bel viaggio, / senza di lei mai ti saresti messo / sulla strada: che cos’altro ti aspetti?» (C. Kavafis, Itaca). E allora si viaggia, tra Lestrigoni, maghe, ninfe, principesse e ciclopi, sopra un mare talvolta calmo, color del vino, talvolta agitato, spinti in avanti, ostinatamente, in continua ricerca, sempre combattuti tra tornare e partire.

Ma quando, nella tua casa, avrai ucciso i pretendenti, con l'inganno o affrontandoli con le armi taglienti, prendi allora il remo e rimettiti in viaggio

Odissea, libro XI