Nietzsche: la morte di Dio

Di Redazione Studenti.

Seconda parte dello speciale di Studenti.it dedicato ad una delle voci più innovative dell'Ottocento e non solo

La morte di Dio è il fatto storico che fa dà necessaria premessa alla possibilità di concepire il presente come valore in sé, libero da passato e futuro, eticamente immotivato. In Schopenhauer questo fatto era implicito anche se ormai visibilissimo all’interno della stessa concezione dell’io; in Nietzsche è apertamente dichiarato con parole terribili ed efficaci. La morte di Dio genera da una parte meraviglia e gioia: "Dio è morto e il nostro mare è di nuovo aperto, forse non ci fu mai un mare così aperto" dice Nietzsche. Ma, per altro verso, questo fatto reca con sé senso di vertigine e di perdita; e il dubbio che questo avvenimento recentissimo non sia stato ancora avvertito in tutta la sua gravità. Finché "la morte di Dio" convive a lato delle grandi certezze della ragione ed è sentimento di pochi, non è in grado di manifestare i suoi effetti dirompenti, che cominciano a farsi sentire allorché questa morte diviene fatto generalizzato e quindi normale e banale. Allora la morte di Dio, ammessa volgarmente, data per scontata, portata senza dramma, sprigiona tutte le sue conseguenze.

Secondo Nietzsche, Dio è stato ucciso nell’indifferenza e nella disattenzione con la furbizia e il compiacimento dell’uomo mediocre. Dio è morto tra uomini addomesticati e vili, senza la tragedia che l’enormità del fatto avrebbe dovuto comportare. Per questo egli si chiede:"Ma come abbiamo potuto fare ciò? Come potemmo bere tutto il mare? Chi ci diede la spugna per cancellare tutto l’orizzonte? Che cosa abbiamo fatto quando staccammo la terra dalla catena del suo Sole? In quale direzione ora ci muoviamo? Non precipitiamo noi continuamente? Indietro, da un lato, davanti, da tutte le parti? C’è ancora un altro e un basso? Non voliamo come attraverso un nulla senza fine? Non soffia su di noi lo spazio vuoto?… Dio è morto, Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!"
(Nietzsche, La gaia scienza, p.129, Adelphi)

Il fatto che "l’uccisione di Dio" sia stata compiuta senza tragedia ha impedito che l’uomo, liberatosi dalle credenze ultraterrene, trovasse la forza di vincere la nausea del vuoto. Per poter fare a meno di Dio (perno di ogni valore e di ogni legge morale) è necessario invece che la natura umana, oggi pericolosamente in bilico, faccia un passo avanti. Il passaggio è difficile e non esente da incubi ritornanti (nostalgia di sicurezza, ventate di pessimismo, perdita di orientamento), ma senza molte alternative.

Infatti la vita, non più racchiusa nelle antiche spiegazioni e non ancora gioiosamente e tragicamente accettata nella sua mancanza di senso, straripa sempre più pericolosamente: "Fratelli miei, non è oggi tutto nel flusso della corrente? Non sono caduti in acqua tutti gli esili ponti e i parapetti? Chi potrebbe mai appigliarsi ancora a bene o male?"
(Nietzsche, Così parlò Zarathustra, p.132)

Il mondo perde la sua unità organica e lo stesso soggetto umano si eclissa divenendo qualcosa di non sostanziale, una formazione provvisoria e precaria, soggetta al conflitto delle varie forze biologiche. Allora il mondo si frantuma in preziosi pezzetti, la realtà si fa piccola e non collegabile. L’infinito non ci appartiene più; esso fa paura e stanchezza. Il finito non trapassa più nell’infinito, ma si rinserra e si ritaglia e viene amato ed apprezzato proprio per se stesso, perché finito, perché incastonato in questo temporaneo mondo dell’esistenza.

Un respiro lento delle cose, un senso metafisico di cartapesta (e la pittura di De Chirico è stata giustamente accostata a Nietzsche) caratterizzano questa epoca di stallo, in cui la vecchia immagine dell’uomo è gia visibile e la nuova ancora da venire: "Io non so uscire né entrare; io sono tutto ciò che non sa uscire né entrare, sospira l’uomo moderno"
(Nietzsche, L’anticristo, p.25, Newton Compton)

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