Nietzsche e la concezione tragica della vita

Di Carlotta Ricci.

Contro il pessimismo di Schopenhauer e in generale contro la visione pessimistica moderna (visione che potrebbe essere sintetizzata nella frase: la ragione quando illumina la vita scopre che essa o è male o non ha senso ), Nietzsche oppone che: " Il pessimismo moderno è un'espressione dell'inutilità del mondo moderno, non già del mondo e dell'esistenza"

E' così che fin dalla sua prima opera, La nascita della tragedia (1872), Nietzsche supera la visione pessimistica di Schopenhauer con una concezione "greca" e "tragica" della vita , tesa ad accettare pienamente "l'eterna gioia del divenire" di un "mondo sciolto e scatenato", libero cioè da ogni legge e da ogni valore che non sia riconducibile alla vita; un mondo nuovo che gli si presenta come "danza divina e divino capriccio". Su un punto però Nietzsche non si discosta da Schopenhauer: quello che riguarda l'essenza costitutiva dell'uomo e in genere di ogni essere vivente. Per Schopenhauer era la volontà di vivere; Nietzsche la chiama volontà di potenza e, in definitiva, è la stessa cosa. Egli dice: " ogni volta che ho trovato un essere vivente ho anche trovato volontà di potenza ". Ed è proprio sulla base di questa premessa e constatazione che egli procede poi ad una radicale opera di demistificazione , smascherando, in senso illuministico, gli aspetti più inquietanti e minacciosi dell'animale-uomo, per lungo tempo celati da uno strato rassicurante (ma anche falso e malato) di sistemi filosofici e concezioni religiose.

Tutta la storia della cultura e delle idee, se si eccettua la parentesi greca, dimostra, secondo Nietzsche, che l'uomo è un animale in decadenza , che non ama ma teme la vita, che apprezza ciò che è omogeneo, razionale, ordinato, mentre gli attributi della vita sono il contrario: rischio, disordine, insicurezza. Il cristianesimo poi è tra tutte le concezioni quella più lontana dalla vita: " schierato dalla parte di tutto ciò che è debole, miserevole e malriuscito " esso ci trasmette la diffidenza verso "la terra" (istinti, sessualità, passioni), svaluta come ingannevole la realtà del divenire e alternativamente addita un fantastico mondo dell'essere. Ma l'epoca del cristianesimo è, secondo Nietzsche, ormai al termine e lo stesso Dio "è morto" e con lui sono tramontati i vecchi valori e le certezze che avevano accompagnato l'umanità per duemila anni.

La morte di Dio è il fatto storico che fa dà necessaria premessa alla possibilità di concepire il presente come valore in sé , libero da passato e futuro, eticamente immotivato. In Schopenhauer questo fatto era implicito anche se ormai visibilissimo all'interno della stessa concezione dell'io; in Nietzsche è apertamente dichiarato con parole terribili ed efficaci. La morte di Dio genera da una parte meraviglia e gioia : " Dio è morto e il nostro mare è di nuovo aperto, forse non ci fu mai un mare così aperto " dice Nietzsche. Ma, per altro verso, questo fatto reca con sé senso di vertigine e di perdita ; e il dubbio che questo avvenimento recentissimo non sia stato ancora avvertito in tutta la sua gravità. Finché "la morte di Dio" convive a lato delle grandi certezze della ragione ed è sentimento di pochi, non è in grado di manifestare i suoi effetti dirompenti , che cominciano a farsi sentire allorché questa morte diviene fatto generalizzato e quindi normale e banale. Allora la morte di Dio, ammessa volgarmente, data per scontata, portata senza dramma, sprigiona tutte le sue conseguenze.

Secondo Nietzsche, Dio è stato ucciso nell'indifferenza e nella disattenzione con la furbizia e il compiacimento dell' uomo mediocre . Dio è morto tra uomini addomesticati e vili, senza la tragedia che l'enormità del fatto avrebbe dovuto comportare. Per questo egli si chiede:" Ma come abbiamo potuto fare ciò? Come potemmo bere tutto il mare? Chi ci diede la spugna per cancellare tutto l'orizzonte? Che cosa abbiamo fatto quando staccammo la terra dalla catena del suo Sole? In quale direzione ora ci muoviamo? Non precipitiamo noi continuamente? Indietro, da un lato, davanti, da tutte le parti? C'è ancora un altro e un basso? Non voliamo come attraverso un nulla senza fine? Non soffia su di noi lo spazio vuoto?... Dio è morto, Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!"
(Nietzsche, La gaia scienza , p.129, Adelphi)

Il fatto che "l'uccisione di Dio" sia stata compiuta senza tragedia ha impedito che l'uomo, liberatosi dalle credenze ultraterrene, trovasse la forza di vincere la nausea del vuoto. Per poter fare a meno di Dio (perno di ogni valore e di ogni legge morale) è necessario invece che la natura umana, oggi pericolosamente in bilico, faccia un passo avanti. Il passaggio è difficile e non esente da incubi ritornanti (nostalgia di sicurezza, ventate di pessimismo, perdita di orientamento), ma senza molte alternative.

Infatti la vita , non più racchiusa nelle antiche spiegazioni e non ancora gioiosamente e tragicamente accettata nella sua mancanza di senso, straripa sempre più pericolosamente: " Fratelli miei, non è oggi tutto nel flusso della corrente? Non sono caduti in acqua tutti gli esili ponti e i parapetti? Chi potrebbe mai appigliarsi ancora a bene o male? "
(Nietzsche, Così parlò Zarathustra , p.132)

Il mondo perde la sua unità organica e lo stesso soggetto umano si eclissa divenendo qualcosa di non sostanziale, una formazione provvisoria e precaria, soggetta al conflitto delle varie forze biologiche. Allora il mondo si frantuma in preziosi pezzetti, la realtà si fa piccola e non collegabile. L'infinito non ci appartiene più; esso fa paura e stanchezza. Il finito non trapassa più nell'infinito , ma si rinserra e si ritaglia e viene amato ed apprezzato proprio per se stesso, perché finito, perché incastonato in questo temporaneo mondo dell'esistenza.

Un respiro lento delle cose, un senso metafisico di cartapesta (e la pittura di De Chirico è stata giustamente accostata a Nietzsche) caratterizzano questa epoca di stallo, in cui la vecchia immagine dell'uomo è gia visibile e la nuova ancora da venire: " Io non so uscire né entrare; io sono tutto ciò che non sa uscire né entrare, sospira l'uomo moderno "
(Nietzsche, L'anticristo , p.25, Newton Compton)

L'eterno ritorno
Nietzsche auspica così l'avvento di un super-uomo capace di vivere la tragedia della vita , accettando il presente.
" Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare " egli dice, e la danza è il simbolo della completa aderenza all'attimo come tale .

Accettare il presente e insieme accettare il divenire, cioè la morte. Impedire che la realtà della morte nullifichi il presente . Questo, in definitiva, il compito e l'atteggiamento del super-uomo. Ed ecco allora anche in Nietzsche ricomparire il valore dato da Schopenhauer al presente e quindi alle sensazioni, illusioni, passioni e quant'altro il presente offre quando sciolto da fondamenti etici, religiosi o metafisici si dà come vita "pura" o, come "immagine pura" dell'io .

Schopenhauer riusciva, nella sua concezione del mondo come rappresentazione dell'io, ad annullare il tempo . E difatti il futuro, in quella sua concezione, diveniva estraneità; il passato si riduceva, evocato, al presente e il presente era vissuto col distacco con cui di solito si guarda al passato. Nietzsche dà a questo atteggiamento una formulazione teorica con la strana e suggestiva immagine dell'" eterno ritorno " contenuta nello Zarathustra : lo svolgersi del tempo è pensato come un cerchio eternamente a sé ritornante .
Nel cerchio il corso del tempo si ribadisce senza fine e senza finalità , secondo un ciclo che rispecchia quello delle stagioni, delle costellazioni e di tutti i cicli naturali.

Questa dottrina dell'eterno ritorno, anche se sembra ripresa dalle antiche correnti del pensiero greco, quali soprattutto quella dei Pitagorici e degli Stoici, ha un significato ben diverso. Il ciclo rinnovantesi all'infinito, nel mondo classico , rappresenta la razionalità, il logos immanente nel mondo; in Nietzsche, invece, esprime irrazionalità , disordine, caos .
Nel singolo vivente, dunque, scorrono le immagini già scritte, senza pentimenti né attese; tutto ciò che accade già era e dovrà tornare . Questa forma circolare dà ad ogni punto del cerchio, cioè ad ogni attimo , un valore assoluto . Ogni attimo non potrebbe infatti essere diverso da quel che è né avrebbe senso una preoccupazione di responsabilità o di coinvolgimento morale nei suoi confronti; e inoltre ogni attimo c'è sempre già stato e sempre ritornerà ad esserci. In altre parole, l'eterno non sottostà più al presente quale sua intelaiatura di valore (come avviene per esempio nella teologia cristiana), ma si manifesta e coincide con l'attimo stesso che infatti ha valore in sé ed è di volta in volta "cifra" dell'eterno.

Questa possibilità di percepire l'attimo come cifra dell'eterno è compito del super-uomo ed è il segno della sua salute e del suo spirito "dionisico" eternamente giovane. Si può dire dell'estrema salute che Nietzsche attribuisce al super-uomo quello che si può dire intorno al culto della malattia proprio degli estimatori della filosofia di Schpenhauer. Salute e malattia difatti coincidono nei confronti della loro specifica possibilità di aderenza all'attimo; esse si presentano come situazioni idonee a vivere una vita fatta di attimi . E' da osservare che nel caso della totale e ritrovata salute del super-uomo è l'io a scomparire nel mondo, come avviene nell'ebbrezza e nella danza; mentre, all'opposto, nel caso della malattia è il mondo che si adagia e svanisce nella coscienza dell'io.

La prima posizione, quella nicciana dell'estrema salute e perenne giovinezza, la possiamo vedere esemplificata, pur con qualche forzatura caricaturale, nel modo di vivere e di sentire di D'Annunzio e nella sua costante preoccupazione di "aderire alla vita", mentre la seconda, quella di Schpenhauer, più senile e riflessiva, può essere ritrovata nella figura e nelle pagine di Italo Svevo . Ma il fatto che qui interessa sottolineare è che queste due diverse risposte esistenziali sorgono dalla medesima percezione del "presente" come realtà in sé , che più non "scorre verso.." e che tende quindi a valere in quanto tale. Questa riduzione del tempo, e dunque della vita umana, a "presente" viene da lontano ed è probabilmente già implicita nella concezione immanentistica del mondo moderno. Essa è già nell' atteggiamento rinascimentale , compare nelle riflessioni di Montaigne , è sottintesa all' io cartesiano , è apertamente dichiarata nell'Emilio di Rousseau , si ritrova nel concetto leopardiano delle illusioni come qualcosa di solido e reale, si diffonderà poi nel Decadentismo e in tanto romanzo, poesia e filosofia contemporanea.
Ed è proprio all'interno di una siffatta concezione che i due atteggiamenti di Schopenhauer e di Nietzsche sembrano, nella loro drastica ma anche complementare opposizione, in qualche modo richiamarsi come due estremi legati alo stesso filo: la perdita di senso della realtà intesa come unità, ordine, progetto e la riduzione, quindi, di questa realtà a "presente" vissuto e accettato nella propria soggettività.