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A Roma la letteratura sposa l'informatica

Presentati a Roma Tre alcuni progetti di informatica umanistica degli atenei capitolini

di Flavia Grossi

I numeri sposano le parole e l'informatica si mette al servizio della lettere. Questo, in breve, è quanto accade in una “nuova” disciplina di studi che coniuga due settori apparentemente lontani: l'informatica e le scienze umanistiche. Di questo si è parlato recentemente a Roma Tre, dove sono stati presentati alcuni progetti di ricerca di Informatica Umanistica, questo il nome della disciplina, realizzati da un gruppo di dottorandi, docenti e ricercatori dei tre principali atenei romani: Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre. È recente la creazione di Google Schoolar per le ricerche di letteratura e questo, e molto altro ancora, avviene proprio attraverso l'unione dei linguaggi informatici con quelli letterari. Ne abbiamo parlato con Domenico Fiormonte, ricercatore di linguistica a Roma Tre.

Che cosa è l'informatica umanistica?
Per rispondere a questa domanda è necessario innanzitutto intendersi su che cosa sia l’informatica. Per noi che ci occupiamo di informatica dalla prospettiva di un filologo, un sociologo o di uno storico dell’arte, l’informatica non è solo quella di Alan Turing e John Von Neumann, cioè la logica e la matematica che sono alla base del concetto di calcolatore, ma anche è quella di Donald Norman, Ted Nelson o Tim Berners-Lee. Rispettivamente lo psicologo che ha creato l’interfaccia grafica del Mac, il filosofo che ha inventato l’ipertesto e il fisico che ha inventato il World Wide Web. Questo per dire che la radici dell’informatica sono ibride, sin dalle sue origini. Sapeva che il padre della cibernetica, Norbert Wiener, oltre a essere matematico aveva un dottorato in filosofia? La scienza ha bisogno di interdisciplinarietà e di contaminazioni. Prendiamo per esempio il linguaggio XML: e' uno strumento imprescindibile per creare risorse testuali elettroniche di una qualche complessità ed è considerato oggi il futuro del Web. Ebbene, chi è stato il suo principale sviluppatore? L'americano Michael Sperberg-McQueen, un filologo germanico…

Quali sono le sue radici?

Il fondatore riconosciuto della disciplina è un italiano: nel 1949 Padre Roberto Busa inizia a realizzare negli Stati Uniti, con i computer esistenti all'epoca, analisi linguistiche dell'opera di S. Tommaso, aprendo una strada che percorreranno in tanti. Anche nella didattica l'IU vanta almeno due decenni di pratica, molto prima che i "New Media" diventassero una moda. Ad aprire la strada è stata la “La Sapienza” negli anni ‘80 , ma oggi Pisa, Venezia, Firenze e altre università offrono sia la laurea triennale, sia la magistrale in Informatica per le discipline umanistiche. E alcune realtà molto dinamiche, come Pisa, vantano un boom degli iscritti.

Quali sono le sue principali applicazioni?
L’informatica umanistica è nota in campo internazionale col termine Humanities Computing e si occupa dell'analisi, gestione ed elaborazione informatica di documenti, dati testuali, immagini, ecc. per le discipline umanistiche (letteratura, linguistica, filologia, filosofia, storia, geografia, archeologia, arte, musicologia...). Ciò significa far acquisire agli umanisti non solo competenze tecnico-pratiche, ma anche (e prima di tutto) la consapevolezza del cambiamento metodologico che comporta il trattamento elettronico dell'informazione, ovvero dei contenuti e delle forme delle loro materie di studio.  

Perché è importante questa disciplina e che cosa può fare l’università per diffonderla?
Come dicevo prima l’informatica come la conosciamo oggi non esisterebbe senza l’apporto sia pratico sia teorico degli umanisti. Tuttavia in questo momento storico il contributo degli umanisti è diventato un imperativo etico. Chi dovrebbe decidere, infatti, quale sia il modo scientificamente corretto di digitalizzare un manoscritto di Petrarca, l’immagine di un affresco o un’intera biblioteca? Forse Google? Certo, ben vengano iniziative come quella di Google Library (http://books.google.com/googlebooks/library.html). Ma siamo sicuri che questa sia la strada giusta? Nella digitalizzazione dei contenuti, e ancora di più nel loro uso, gli umanisti devono far sentire la propria voce e devono farlo con competenza. Per fare questo, ovvero formare gli umanisti del futuro, è necessario che nelle facoltà umanistiche siano introdotti, in tutti i corsi di laurea, corsi specifici di informatica per la storia, per la filologia, per le lingue, per la comunicazione, ecc. Non voglio però essere frainteso: la posta in gioco non è la sopravvivenza degli studi (nonché degli studiosi) umanistici, ma il modo in cui viene e verrà gestito il “passaggio di formato” della nostra memoria culturale.

In Italia c'è un divario rispetto all'estero?
Dal punto di vista della formazione ci troviamo in una situazione discreta. L’informatica umanistica viene insegnata ed è materia obbligatoria in molte università italiane e le lauree in IU godono di discreta o ottima salute. Certo occorrerebbe rafforzare ed estendere questi insegnamenti anche altrove. Quello che manca quasi del tutto in Italia invece sono i centri di ricerca di eccellenza, come il Centre for Computing in the Humanities del King’s College a Londra (http://books.google.com/googlebooks/library.html) oppure gli statunitensi Maryland Institute for Technology in the Humanities (http://www.mith2.umd.edu/) e Virginia Institute for Advanced Technology in the Humanities. Da noi l’unico centro paragonabile a questi, anche se si dedica a ricerche molto specifiche, è l’Istituto di Linguistica Computazionale di Pisa (http://www.ilc.cnr.it/).

Secondo Lei, di cosa parlano oggi uno studente di Lettere e uno di informatica e di cosa parleranno tra dieci anni?
Tutti i giovani parlano di YuTube, di Flickr, di FaceBook. Insomma del cosiddetto 'social networking' o Web 2.0. Sono gli strumenti per costruire e condividere risorse in rete e vengono frequentati, in modo sia attivo sia passivo, da qualsiasi tipo di studente. Riguardo al futuro è difficile dire. Ma posso azzardare un sogno: che l'informatica e le discipline umanistiche abbandonino le loro rispettive barricate per fondersi in un unico progetto culturale. E’ ora di pensare e realizzare nuove e più aperte forme di conoscenza. Questa dovrebbe essere la vera fase due del web.
località: Roma;