Menandro: vita, stile e tematiche

Di Barbara Leone.

Menandro è stato l'unico ad Atene a non dedicarsi a qualcosa che non fosse filosofia e nelle sue commedie rappresentava la vita quotidiana

Menandro fu l’unico ad Atene (città dalla quale non si spostò mai) a dedicarsi a qualcosa che fosse filosofia. Secondo la tradizione rimase legato ad un’etera, Glicero, per tutta la vita. Nacque nel 342/341 a.C. ad Atene. Apparteneva ad una famiglia ricca e nobile. Ha ricevuto un’educazione raffinata in ambiente peripatetico: Aristide Teofrasto fu suo maestro. L’insegnamento di Teofrasto si può ritrovare in molte caratteristiche di Menandro. Ad esempio tra le sue opere Teofrasto ne scrisse una in cui analizzava i particolari di alcuni tipi umani e dei loro caratteri. Fra le commedie di Menandro alcune sono indicate per il carattere del protagonista.

I caratteri sono un esempio di analisi psicologica e anche in Menandro essa è approfondita. Il rapporto con il mondo della filosofia per lui rimase stretto: era amico di Epicuro, di cui è stato compagno di efebia (servizio militare). Un altro suo grande amico è stato un filosofo peripatetico, Demetrio Falereo, che era anche politico e dopo la morte di Alessandro Magno governò Atene fra il 317 e il 307 a.C. sotto il protettorato della Macedonia.

Menandro, molto giovane, sotto il governo di Demetrio Falereo, iniziò la carriera comica. La sua prima rappresentazione è del 322 a.C., quando aveva circa 19/20 anni. Ottenne la sua prima vittoria nel 317/316 a.C. con il "Dyscolos" e si affermò come poeta comico. Non ebbe molta fortuna in quanto raggiunse solo otto vittorie. Lo scarso successo è spiegato da due fatti: gli antichi dicevano che Filemone, contro il quale gareggiava, imbrogliava corrompendo i giudici; i moderni dicono che lo scarso successo era dovuto al contenuto delle sue commedie.

Le tematiche sociali infatti non suscitavano la simpatia del pubblico. Nel 307 Demetrio Falereo smise di governare e Atene passò nelle mani di Demetrio Poliorcete, re macedone. Quando questi divenne re di Atene, Menandro corse il rischio di un processo, ma si salvò perché intervenne in suo aiuto un parente di Poliorcete. Continuò così la sua attività. Nelle sue commedie Menandro dimostra di non partecipare alla vita pubblica: non ci sono infatti cenni alla vita contemporanea, oppure sono rarissimi e poco chiari. I suoi unici interessi erano il teatro e le donne. Era così attaccato alla sua città che quando Tolomeo i, re d’Egitto, lo chiamò ad Alessandria rifiutò e preferì rimanere ad Atene, dove è morto nel 291 a.C., annegato mentre nuotava nel Pireo.

Le commedie di Menandro: specchio di un mondo nuovo
Nelle sue commedie Menandro riflette un mondo nuovo rispetto ad Aristofane: le opere non hanno uno sfondo politico e sono quindi trasferibili ovunque. Non c’è più il cittadino che partecipa alla vita politica: protagonista delle commedie è un uomo singolo, isolato, che vive per i fatti suoi. Atene era guidata da due personaggi, ma non aveva più autonomia politica, era una città in cui si cercava di sopravvivere, l’interesse non era più politico ma economico. Nasce l’interesse per la vita privata, del singolo, si guarda solo l’uomo in quanto tale. È stato notato che spesso l’attore sulla scena chiama qualcuno nella casa, oppure esce dalla casa e dice cos’è successo dentro: non esiste più l’uomo che ha la vita privata staccata da quella pubblica, ma tra l’esterno e l’interno della casa non c’è più differenza, un personaggio fuori può parlare con/di un altro che è dentro.

Struttura delle commedie
La commedia di Menandro non ha parabasi: non c’è un messaggio. Se lo vuole lanciare, lo lancia con la commedia stessa, non parlando direttamente con il pubblico. Il coro non ha più la funzione di dare un messaggio diretto al pubblico. È divisa in 5 atti e questa divisione grazie a lui diventa canonica. Fra un atto e l’altro compare la scritta "KOPOY" (sottinteso MEPOΣ). Non c’è la parabasi: se dicesse qualcosa che non c’entra niente, interromperebbe l’unità. Il coro perde la funzione nella commedia e rimane solo per scandire gli atti.

Trama delle commedie
La struttura della commedia di Aristofane era fissa: la vicenda era sviluppata attorno ad un "αγων", una contesa tra due personaggi, e si concludeva con un lieto fine che implicava la vittoria di uno alla faccia dell’altro. Era una commedia a tesi: la parte buona vinceva, sconfiggendo la parte negativa. Per Menandro non c’è più tesi, ma solo il rapporto personale. Non c’è una contesa, ma solo una situazione negativa. È di Menandro la prima opera in cui si parla di amore eterosessuale: lui e lei si amano. Non ci sono più due fazioni schierate, di cui una vince, oppure due mentalità diverse, ma vicende familiari di vita comune che incontrano difficoltà, dovute a incomprensioni, persone ritenute schiavi che in realtà non lo sono. All’epoca c’erano tanti pirati ed i rapimenti di pirati erano possibili. La povertà era diffusa: tanti bambini venivano esposti e chi li voleva li raccoglieva. Spesso venivano lasciati con qualcosa in tasca per poterli riconoscere se la situazione fosse migliorata. Magari una persona, creduta schiava o di una posizione inferiore, si scopre che viene da un’altra famiglia. C’è un equivoco, che si può superare con l’agnizione.

Ottimismo di Menandro
Di norma la soluzione è nel quarto atto, non nell’ultimo, perché dalla soluzione del 4° atto un personaggio è escluso. In Aristofane era quello in torto: era giusto che fosse escluso; qui invece non aveva capito per dei preconcetti che gli impedivano di capire la situazione. Solo nel 5° atto riesce a capire e può partecipare alla gioia generale. Menandro crede che non ci siano persone cattive, ma che queste spesso siano solo credute malvagie, anche se in realtà sono solo timide o non capiscono. In questo senso Menandro è ottimista: ha fiducia nella bontà dell’uomo. Riflettendo una società con pauperismo diffuso e pochi ricchi, Menandro ci presenta matrimoni fra persone di diverse classi sociali: in una commedia c’è un’etera che potrebbe avere un uomo, ma ci rinuncia perché il bambino le ha fatto pena. L’etera di solita è bella e colta, ma disonesta: cerca di prendere tutto quello che può. Ma spesso dimostra di essere diversa.

Pessimismo di Menandro
Il pessimismo di Menandro sta nel fatto che succede di tutto. Pirati, famiglie talmente povere che devono abbandonare i loro bambini: la situazione può crollare da un momento all’altro. Menandro mette in dubbio il ruolo che l’ellenismo dà alla ragione, cioè che l’uomo sia in grado di controllare con la ragione una situazione. Nelle commedie di Menandro i personaggi tentano con un piano di ottenere quello che vogliono senza danneggiare gli altri, però questi piani falliscono sempre. La ragione non ottiene quello che vorrebbe, anche se l’ellenismo è l’apoteosi della ragione. La τ?χη porta per un’altra strada il piano a cui si voleva arrivare.

Il ruolo della τ?χη
T?χη è la divinità sopravvissuta. Già in Tucidide sconvolgeva i piani: in Menandro l’uomo è convinto di guidare gli eventi con la ragione, però nessuno dei piani ha risultato perché gli altri agiscono diversamente da come si credeva. E' la delusione dell’uomo ellenistico che credeva di dominare la situazione ma non ci riesce. L’uomo di Menandro non ce la farebbe ad agire da solo: interviene una “divinità” come forza motrice: la τ?χη. Nell’ellenismo τ?χη diventa divinità vera e propria, ma qui non è proprio una divinità: è la tradizionale τ?χη, il caso. Per caso va tutto bene, si ottiene lo stesso risultato del piano che è fallito. È un’idea ancora più triste della vita; l’uomo non riesce a guidare la vita, a piegare la realtà e a risolvere il problema non è una divinità che vuole premiarlo, ma il caso; non perché qualcuno abbia deciso di aiutare l’uomo, ma per pura coincidenza.

La visione dell’uomo
La sorpresa della commedia di Menandro non è l’agnizione, ma il personaggio: creduto in un modo, si rivela essere un altro. L’appartenenza a diverse classi sociali non è un impedimento al matrimonio, è un impedimento invece l’atteggiamento. Nello scavo della “Tomba dell’Attore”, nel corredo funebre sono state trovate delle maschere teatrali; queste, di terracotta, presentano un’anomalia: hanno due facce diverse, una sorridente, l’altra triste. Prima si pensava che servissero per rendere più espressiva la faccia: quando uno sorrideva si girava in un modo, quando era triste si girava dall’altra parte. Alcuni studiosi hanno invece sostenuto che si tratta di maschere del teatro di Menandro. Rappresentano la manifestazione esteriore di come ognuno di noi non sia definibile: una persona sembra solare, ma è solo un’impressione, in realtà è una maschera che nasconde la sua tristezza. L’uomo è così: sembra diverso da come si scopre che è in realtà. Era così perché aveva creduto a cose che in realtà non sono vere.

Lo stile di Menandro
Un mondo così non può avere lo stile di Aristofane, ricco di parolacce e di termini volgari, che gioca sul duplice significato delle parole. Menandro non ha quest’esigenza: porta sulla scena la classe “borghese”, la classe media ateniese. Ha interesse familiare, racconta l’uomo che vive la propria vita come unica possibile: usa un linguaggio medio, né aulico, che sarebbe parodistico per la commedia, né quello di Aristofane, troppo volgare. Aristofane mescolava la lingua a seconda dei personaggi. Menandro adotta uno stile medio, un po’ elegante, né troppo alto né troppo basso, che però si priva della possibilità di suscitare la risata. Ci sono solo gli schiavi che coloriscono l’ambiente, però non sono i personaggi portanti. Perché l’uomo possa identificarsi con il personaggio, Menandro presenta personaggi che potrebbero essere gli spettatori, eventi credibili che possono succedere, in modo che il pubblico possa trarre conforto dal risultato positivo.

Commedia d’evasione o a tesi?
Sulle commedie di Menandro i critici si dividono. Da un lato c'è chi sostiene che le sue erano commedie per divertimento, in opposizione ad Aristofane, che presentava la situazione politica. Dall'altro chi le considera commedie a tesi: mandano un messaggio diverso da quello di Aristofane, non politico, ma personale: la serenità che non si trova più nella vita pubblica si può trovare nella vita privata. L’uomo è fondamentalmente buono. Il messaggio di Menandro dà una speranza, se sappiamo superare gli ostacoli. Se la commedia finisce bene, è dovuto alla mentalità di Menandro. L’uomo arriva anche al sacrificio della propria felicità per quella di un altro. In una città con la mania dei processi, sta portando un messaggio nuovo, non rivolto al cittadino, per cambiare la situazione, ma al cittadino privato perché viva bene. La cosa strana è che, a differenza di Plauto che nel prologo anticipava come andava a finire la storia perché l’importante era vedere come ci si arrivava, mentre per Terenzio, che non giocava sul linguaggio, la sorpresa era il finale, Menandro non giocava sulla lingua, ma anticipava, anche se non nei dettagli, la fine. Menandro non poneva l’attenzione sulla vicenda in sé, ma su come i personaggi vivevano la situazione. L’interesse non era come si rivelava il personaggio, la sorpresa era che una persona si rivelava diversa dalla convenzione sociale. È una forma di difesa: cerca di nascondersi in un atteggiamento che lo salvi dalla vicenda e assume un atteggiamento più freddo, che porta alla convinzione che sia malvagio.