IL FUTURISMO - II parte -

è una creazione di Carlotta Ricci

In questo quadro di fermenti innovatori e di mobilitazione intellettuale non mancarono certo le discussioni e le manifestazioni interne di dissenso.
L'alleanza tra il gruppo dei cosiddetti "milanesi" Boccioni, Marinetti e Carrà e quello dei "fiorentini" Palazzeschi, Papini e Soffici, maturata dopo clamorosi contrasti (persino una rissa a Firenze, al Caffè delle Giubbe Rosse) e caute mediazioni, trovò una prima consacrazione in "Lacerba", rivista fiorentina d'arte e letteratura pubblicata dal 1913. Ma in seguito i "fiorentini" cominciarono a prendere le distanze dalle posizioni di Marinetti, considerate estremistiche e soprattutto povere di riferimenti culturali, viziate da un'ansia cieca e distruttiva di novità, mentre tuttavia si continuavano a riconoscere i salutari fermenti del Futurismo nelle sue istanze originarie.

Fra il 1914 e il 1915 si ebbero su "Lacerba" scambi polemici in tal senso (Papini: Il cerchio si chiude, 1914 e Futurismo e Marinettismo, 1915; Boccioni: Il cerchio non si chiude, 1914). Ma, al di là di questi contrasti, il Futurismo come istanza di continua avanguardia, di modernismo e di sperimentazione, si fece sentire ancora per decenni, fino agli anni Quaranta. Almeno nella prima fase, si mosse in un quadro di riferimenti europei, trovando riscontri in movimenti come il Cubismo, il Dadaismo e il Surrealismo. La stessa intelligente versatilità di un Marinetti o di un Soffici contribuì alla carica sprovincializzazione del movimento.
Nel campo più specificamente letterario, il testo fondamentale è il Manifesto tecnico della letteratura futurista del 1912 di Marinetti, seguito a un anno di distanza da Distruzione della sintassiImmaginazione senza filiParole in libertà.
Si tratta di una poetica della disintegrazione delle strutture, dell’espressività violenta e caotica e, come per le altre attività creative, del "dinamismo".

Vi si teorizza la distruzione della sintassi e della flessione verbale, la disposizione casuale delle immagini, la fine della punteggiatura e di tutti gli strumenti linguistici deputati all’ordine e alla simmetria. E inoltre, la morte dell’io letterario, cioè l’abolizione del punto di vista umano e psicologico nella rappresentazione poetica, per dar luogo esclusivo all’oggettività della materia, sede di tensioni e di energie misteriose (ossessione lirica della materia). Sul piano della scrittura e della versificazione si va dalla dichiarazione di morte del verso libero, che spingerebbe a facili effetti sonori e a cadenze monotone, all’affermazione delle parole in libertà.

Si prospetta anche una rivoluzione tipografica, con soluzioni d’impaginazione "visiva", di collages e composizioni di vario effetto. Si dà infine grande importanza innovativa alla tecnica dell’analogia, svincolata dai tradizionali nessi linguistici della comparazione, ipotizzando relazioni fra termini lontanissimi, e addirittura l’omissione dei primi termini e quindi la cessazione di ogni collegamento (immaginazione senza fili).
All’intelligenza ordinatrice e "miope" si oppone il dono creativo dell’intuizione.


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